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Per Luciano Bianciardi, scrittore ed eroe

Approfondimenti / 3

 

 

 

Un’agra vita

di Massimo Ortalli

 

[da “Rivista anarchica”, anno 35 n. 307, aprile 2005. Sito:

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/307/56.htm]

 

Per Luciano Bianciardi,
scrittore ed eroe

La trilogia della rabbia

Piccolo florilegio

Vita di un eroe senza fracasso

Approfondimenti

 

Approfondimenti

1.   Luciana Bianciardi, Ricordo di mio padre

2.   Mario Dondero, Dialoghi con Luciano

3.   Massimo Ortalli, Un’agra vita

4.   Umberto Eco, Un’insolita zuppa

5.   Ernesto De Pascale, Luciano Bianciardi

6.   Chi è Bianciardi

 

 

 

Maremma 1954. Nella miniera di Ribolla un’esplosione provoca la morte di quarantatré minatori. Come tante, troppe altre volte, causa della tragedia è il mancato rispetto delle misure di sicurezza, sacrificate dalla proprietà alle ragioni del profitto. Di fronte alle responsabilità morali e alle inadempienze materiali dei padroni, un giovane del luogo, un intellettuale socialista fortemente segnato dalle tensioni libertarie presenti nella sua terra, si reca a Milano per vendicare le vittime del grisou.

Nelle sue intenzioni, distruggere con un ordigno, anch’esso al grisou, il Torracchione, l’imponente grattacielo della Montecatini, nel quale siedono, disponendo delle vite altrui, i proprietari della miniera. Impiegatosi prima ad un giornale, poi come correttore di bozze e infine come apprezzato traduttore dall’inglese, il protagonista, giorno dopo giorno, lascia però sfumare nelle brume del capoluogo lombardo i motivi e le tensioni che lo hanno spinto a cambiare vita e città.

Infatti la metropoli, così diversa, così alienante e caotica rispetto ai ritmi della provincia toscana, lo avvolge nel suo scorrere quotidiano, e gradualmente, ma inesorabilmente, ne avviluppa corpo e volontà, fino a fargli dimenticare i propositi di vendetta e di palingenesi sociale che lo avevano spinto al nord.

La sua diventa così una vita appiattita sul tran tran quotidiano, sostanzialmente estraniata rispetto alla realtà circostante, ma al tempo stesso pienamente integrata in quel processo di trasformazione epocale che, attraverso il tumultuoso miracolo economico, il famoso boom, trasformò uomini e cose, il paese e la società, in modo irreversibile. Quella che era un’esistenza segnata dalla tensione politica e sociale, si trasforma così in una vita agra, dura e sempre più povera di slanci e afflati etici, trascorsa pigramente alla giornata ma attenta ad afferrare le opportunità materiali che si aprono: la macchina, la lavatrice, un dignitoso appartamento in affitto.

E come è per lui, è così anche per Anna, la sensibile militante della locale sezione del PCI, conosciuta a una manifestazione caricata dalla polizia, ma ormai sempre più propensa a sganciarsi dalla disciplina di partito, dall’impegno e dal lavoro politico: attenta a non farsi travolgere, ma al tempo stesso ad approfittare delle mille opportunità che offre a loro, come a tutti gli italiani, il travolgente sviluppo economico.

La Vita Agra (Rizzoli, 1962), è il romanzo che lanciò e fece conoscere al grande pubblico Luciano Bianciardi, già apprezzato e scomodo giornalista, protagonista, con l’amico Carlo Cassola, di una straordinaria avventura giornalistica sfociata nella pubblicazione, nel 1956 del libro-inchiesta I minatori della Maremma.

Dopo la pubblicazione de L’integrazione e Da Quarto a Torino. Breve storia della spedizione dei Mille, quest’ultimo romanzo fortemente autobiografico fu subito salutato come il romanzo-simbolo del tumultuoso processo di integrazione nel miracolo economico di quegli anni: la descrizione più attenta e pertinente, proprio perchè così autobiografica, dello svanire delle antiche velleità ribellistiche a fronte delle opportunità che la grande città, concreta metafora della nuova struttura sociale, veniva offrendo a vite ancora segnate dalla difficoltà a far quadrare, mese per mese, i conti di casa. Ed è anche la narrazione di come, quando queste opportunità si trasformano nel principale obiettivo di una esistenza vissuta giorno per giorno, la “vita agra” cominci a trasformarsi in un alienante processo involutivo, per diventare sempre meno amara e sempre più “dolce”, nonostante le aspre contraddizioni che questo processo comporta.

Le prime difficoltà economiche si stemperano gradualmente con l’affermarsi di una professionalità che trova, nella Milano dalle mille occasioni, continue possibilità di esprimersi. E parallelamente si stemperano le asprezze di una vita fino allora caratterizzata dai vecchi valori ora messi in disparte con l’emergere di nuovi “valori” e nuove “qualità” tipiche del boom e della comunicazione di massa.

I valori della comunità, piccola e chiusa, cedono infatti il passo ai modelli di vita che nascono e si riproducono in una metropoli sintesi emblematica del miracolo italiano: modelli capaci di trasformare la precedente umanità del protagonista, come quella degli italiani, in un grumo di atteggiamenti sempre più indifferenti e parcellizzati.

E il drammatico episodio del barbone alcolizzato, lasciato morire, rantolante e sofferente, nella solitudine di un marciapiede fra l’indifferenza di una folla che passa oltre, sembra racchiudere, nella sua cruda banalità, tutta l’angoscia del protagonista. Quel ribellismo, dunque, che non era solo tensione etica, ma anche il portato di condizioni di vita che esigevano un cambiamento, viene dapprima a scontrarsi con il “pacchetto” di opportunità che offre la città, per poi estinguersi negli ingranaggi della produzione, dell’efficienza e della ricerca dei danè. Ingranaggi che chiedono, e pretendono, che alla solidarietà si sostituisca l’estraniazione, il duro pedaggio per partecipare al nuovo benessere.

La vicenda narrata da Bianciardi richiama, a mio parere, un’altra vicenda collettiva che interessò, nei primi anni sessanta, altri compagni, non solo anarchici ma, più in generale, di tutto lo schieramento di sinistra.

La storia di esistenze militanti che, dopo aver partecipato alle dure lotte di anni segnati non solo dai morti, dalle tragedie e dalle infamie del processo di accumulazione capitalista che avrebbe portato al boom, ma anche da tensioni e ricchezze morali irriproducibili, vennero poi ad adagiarsi sul piano di una rassegnata e inevitabile accettazione dell’esistente. Un esistente che, anche se non del tutto assimilato – perché sopravviveva un po’ dell’antico spirito critico e non si erano abbandonate del tutto le armi – riuscì comunque a mettere in secondo piano il primitivo spirito ribelle.

E nonostante il protagonista cerchi disperatamente di mantenersi estraneo a questa realtà per riafferrare la vera ragione della venuta a Milano, la vendetta contro l’industria mineraria, tuttavia le sue motivazioni si trasformano per poter cogliere le opportunità, economiche ed esistenziali, che la città offre. Non è un arrendersi completo quello del protagonista, come non fu resa totale quella di una generazione di proletari e popolani che finalmente poterono mandare i figli a scuola e godersi una settimana di ferie. Ma se anche permane, e si fa sentire, la lucidità che permette di capire i mutamenti in atto, al tempo stesso si concretizza un progressivo avvicinarsi alle ragioni del “nemico”, un progressivo arrendersi alle opportunità di vita che queste ragioni offrono.

Fu forte, a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, il rifluire di tanti militanti dall’impegno politico. Anarchici, comunisti, socialisti, proletari e operai che non trovando più gli strumenti e le motivazioni per agire sui processi in corso, furono spinti a cogliere, e far proprie, le opportunità che si aprivano per condurre vite meno agre e stentate.

Furono anni che videro una potente offensiva del capitalismo e del padronato più aperto e intelligente, condotta sia sul piano della diffusione generalizzata di un benessere materiale mai visto in precedenza, che su quello dell’offerta di nuovi stimoli intellettuali. Un’offensiva sancita, sul piano sociale, da una inedita fase di pace e di collaborazione fra le classi, finalmente raggiunte con la tormentata nascita del centro sinistra, con quell’epocale avvicinamento alla fatidica stanza dei bottoni, come la definì il leader socialista Nenni, di un partito proletario che ancora si riteneva di classe.

E per effetto di questa apparente e incruenta “presa del potere” proletaria, con il suo carico di riforme sociali lungamente attese, si aprirono momenti estremamente difficili per un movimento genuinamente rivoluzionario come quello anarchico.

Tanti dei suoi uomini, soprattutto quelli avvicinatisi negli anni dell’immediato dopoguerra e non temprati dalla lotta antifascista, si allontanarono dall’impegno e dalle sedi, sfiduciati sulla possibilità di aperture rivoluzionarie e incapaci di opporsi ai prezzi morali e materiali che questo nuovo e attraente benessere, con le sue luci e le sue merci, pretendeva. I gruppi si svuotavano, sul posto di lavoro la nostra parola era sempre meno presente ed ascoltata, fra i compagni l’unica vitalità sembrava essere quella delle feroci polemiche interne.

È per questo che la vicenda di vita di Bianciardi, partito per distruggere la Montecatini e disordinatamente morto, nel 1971, nella Milano tanto amata ed odiata, sembra riprodurre, nelle sue linee essenziali, quella di tanti militanti, continuamente sospesi fra le ragioni di un’etica nonostante tutto mai rinnegata e le chimere dell’integrazione e del disimpegno. Compagni non più estranei alla società, come prima li rendeva “estranei” il rifiuto all’integrazione, ma neppure partecipi e complici di un processo sociale che avrebbe voluto annullare, con il trionfo delle merci, l’eterno conflitto fra capitale e lavoro

Figure che ancora brancolavano per trovare una ragione di vita che fosse la loro e non quella che gli si voleva imporre, e che soltanto con il ciclo di lotte che si aprì alla fine degli anni sessanta poterono ritrovare, rivivere e riaffermare quella tensione alla libertà che qualcuno avrebbe voluto far loro identificare con la Cinquecento comprata a rate.