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Per Luciano Bianciardi, scrittore ed eroe

Approfondimenti / 1

 

 

 

Ricordo di mio padre

di Luciana Bianciardi

[da http://www.trax.it/luciana_bianciardi.htm]

 

Per Luciano Bianciardi,
scrittore ed eroe

La trilogia della rabbia

Piccolo florilegio

Vita di un eroe senza fracasso

Approfondimenti

 

Approfondimenti

1.   Luciana Bianciardi, Ricordo di mio padre

2.   Mario Dondero, Dialoghi con Luciano

3.   Massimo Ortalli, Un’agra vita

4.   Umberto Eco, Un’insolita zuppa

5.   Ernesto De Pascale, Luciano Bianciardi

6.   Chi è Bianciardi

 

 

Il 1969 – io facevo la terza media – fu per me un anno particolare. Mio fratello già faceva l’università, ed era quindi contestatore e capellone per contratto. Anche a me venne tanta voglia di contestare. Vedevo mio padre molto poco e, quelle poche volte, molto di corsa. Lui viveva già a Milano e io a Grosseto, nella provincia più provincia... Grosseto come Kansas City, era sua la battuta. Dovevo scegliere gli studi secondari e mia madre e mia nonna mi dissero che non c’erano alternative: le donne dovevano fare il liceo classico. Gli uomini, i ragazzi, beati loro, potevano scegliere anche lo scientifico. Io non lo volevo fare, il classico, perché mi piacevano la matematica e le lingue. Scrissi a mio padre dicendogli: io non lo voglio fare, vieni tu, perché io non ho gli strumenti, non ho la libertà, vieni tu, che mi parli sempre di libertà, a dirmi che cosa devo fare, perché io non lo so. E aggiunsi: vieni, ma stavolta non andartene di corsa, rimani. Lui venne e rimase due anni. Furono due anni in cui io credo di aver capito il suo concetto di libertà, che poi è stato definito anche “anarchia”. In quell’occasione mi disse: io penso che la scelta fatta da tua madre e tua nonna per te sia la migliore, perché la libertà – questa era una sua teoria, ovviamente – è saper demolire, ribaltare tutto ciò che si è faticosamente raggiunto. Quindi adesso avrai dieci anni di studio matto e disperatissimo, del quale capirai ben poco, però tutto questo sarà necessario per darti gli strumenti per poi, se vorrai, ribaltarlo. Io credo che il suo concetto di anarchia e il suo atteggiamento anarchico consistano in questo: voler sempre ribaltare quell’equilibrio che faticosamente, in campo affettivo ma anche letterario, riusciva a raggiungere.

Rimase due anni: io gli avevo detto di non andar via di corsa, pensavo a una settimana, furono due anni, in cui imparammo a essere padre e figlia... lui si definiva il padre prodigo. Due anni di vita insieme, in cui abbiamo ricostruito tutto, fin dalle radici. Ci siamo ricostruiti l’infanzia, e poi la giovinezza. Ricordo un particolare della vita insieme, quando io facevo il famoso ginnasio, che poi mi costrinsero a frequentare: lui veniva sempre ad aspettarmi all’uscita di quella scuola, in quello stesso istituto dove era stato prima allievo e poi insegnante. Si sedeva sui gradini della scuola elementare lì di fronte, la stessa che avevamo frequentato sia io che lui: a Grosseto le scuole son quelle, non è che ci sia poi molta scelta. Il bidello, che era lo stesso di quando lui era insegnante, era meridionale, e usava la forma del voi di cortesia e diceva: professore, per favore, venite a sedervi di sopra. E lui ribatteva: no, voglio stare qui, voglio aspettare i ragazzi che escono. E il bidello: professore, voi state scherzando, ci sono tutte le cacche di piccione. E lui, vedi Quirino – così si chiamava – nella vita è lo stesso, bisogna scegliere su quali cacche mettersi a sedere, io ho scelto questa qui.

Io ero un po’ gelosa di queste cose, perché naturalmente, essendo un personaggio famoso – era il ’69 – catturava sempre l’attenzione dei miei compagni della terza liceo che già contestavano, e io che ero in quarta ginnasio provavo un po’ di disagio e dicevo: non abbiamo molto tempo, vediamo di costruire questo rapporto padre-figlia, e cercavo di tirarlo via. I miei compagni a dire il vero mi detestavano per questo, dicevano: lasciacelo qua che dobbiamo parlare. E parlavano di tutto, di letteratura, di cinema, di scuola.

Ecco, a proposito della rottura degli equilibri, questa credo sia stata la grande libertà di mio padre, la sua vera, profonda anarchia. La prima frattura l’ebbe negli anni cinquanta, precisamente nel 1954. Era direttore, dal ’51, della Biblioteca Chelliana di Grosseto. Una vita e una situazione lavorativa e familiare tranquilla, un figlio, mio fratello più grande, di cinque anni. Si inventò il Bibliobus, cioè un furgoncino scassato fornitogli gratuitamente dal Comune, che lui stipava di libri – ne metteva dentro tanti, di vari tipi – e portava in giro per le campagne grossetane. Era una persona totalmente sprovvista di senso pratico, incapace di gestire cose come schede di richiesta e tessere. Andava insieme al suo collaboratore, Aladino, e gli diceva: mi raccomando, Aladino, andiamo a occhio. Andare a occhio significava ricordarsi il libro, ricordarsi la persona a cui lo si era prestato ed eliminare tutto il passaggio di schede. Naturalmente andarono persi moltissimi libri, di questo si lamentò l’amministrazione comunale e lui si difese dicendo: meglio un libro rubato che un libro mai letto.

Lui aveva una sorta di grande rispetto per il lavoro manuale, faticoso. Girando per le campagne capitava spesso nei villaggi minerari – adesso le miniere sono chiuse, ma allora, intorno a Grosseto, ce n’erano diverse: Ribolla, Boccheggiano, Montemassi. Lui andava a sedersi e attendeva la fine della gita (così curiosamente si chiama il turno in miniera) e l’uscita dei minatori, prendeva il caffè con loro, ci parlava. Diventò amico di quasi tutti. Ho parlato recentemente con alcuni di loro – non sono più moltissimi quelli sopravvissuti – e uno mi ha detto: io ero bambino, però tuo padre me lo ricordo, anche perché mi chiamava amico. Lui era un giornalista, che già collaborava all’“Unità”, e io non sapevo né leggere né scrivere. Perciò il fatto che una persona del genere mi chiamasse amico mi sembrava così bello, così grande. Aspettavo la fine del turno proprio per andare da lui a bere il caffè.

I minatori raccontavano i loro problemi, per esempio che a Ribolla c’era una galleria in cui si stava scavando a fondo cieco. E gli dissero: è pericoloso, lo scriva lei sui giornali, perché è pericoloso, corriamo il rischio di saltare tutti per aria. Il 4 maggio del ’54 la miniera saltò in aria, morirono quarantatré minatori. Fu un episodio che lo colpì moltissimo, questo: scrisse sul “Contemporaneo”, in occasione del funerale: «Quando le bare furono sottoterra, alla spicciolata se ne andarono via tutti, col caldo e col polverono di tante macchine sugli sterrati. Io mi ritrovai solo sugli scalini dello spaccio che aveva già chiuso e mi sembrò impossibile che fosse finita, che non ci fosse più niente da fare». Erano morti 43, come diceva lui, amici suoi e lui non poteva fare niente. Scrisse articoli di fuoco, cercò perlomeno di costringere la Montecatini a prendersi le sue responsabilità, ma la Montecatini era un colosso. Quando le vedove dei minatori si accontentarono, ovviamente, dei pochi spiccioli e delle pensioni che la ditta concesse loro, subì un altro grande colpo. Cercò inutilmente di riportare a galla il problema, di scriverne ancora. Gli dissero che la faccenda era chiusa, che la notizia era già vecchia.

Fu veramente un gran trauma, e quando Trombadori gli propose, nel ’54, di andare a Milano per lavorare nella redazione della Feltrinelli, la nuova, grande, progressista casa editrice, partì, lasciando mio fratello, mia madre e me, che stavo appunto per nascere. Alla Feltrinelli ovviamente un tipo come lui non poteva trovarsi bene perché anche già il fatto di arrivare in orario in ufficio era un grosso problema. Trovò vari amici e collaboratori, tra i quali Giampiero Brega, Valerio Riva e Fabrizio Onofri... però non gli piaceva quel lavoro: chiamava Giangiacomo Feltrinelli “il Giaguaro” o “Timberjack” e cercava sempre tutti gli escamotage per riuscire a conciliare il suo modo di lavorare con quello necessariamente burocratico di una casa editrice, sia pur nuova, sia pur di sinistra.

Un episodio per tutti: sia lui, sia Valerio Riva, sia gli altri che lavoravano alla Feltrinelli, all’inizio non guadagnavano molto e facevano una vita piuttosto grama, mangiando alle latterie, magari mezza porzione, mentre Feltrinelli era notoriamente miliardario. Una sera che erano tutti intorno a un tavolo delle riunioni, verso le sei del pomeriggio arriva il Giaguaro fresco di doccia, appoggia il suo bellissimo cappotto di cammello di fianco a quello del Bianciardi, voltato e rivoltato tre-quattrocento volte, e comincia a parlare di giustizia sociale e lotta di classe, per due ore. Mio padre non ne può più, alla fine si alza – gelo, perché non ci si poteva alzare quando parlava il padrone – guarda quel suo cappotto liso, batte la mano sul tavolo, prende il cappotto del Feltrinelli, se lo infila, si pavoneggia un attimo, si volta, poi alza il pugno e dice: viva la lotta di classe, ed esce. È andato avanti per un paio d’anni con questo cappotto bellissimo e gli amici, che sapevano le sue condizioni economiche, gli chiedevano: ma come hai fatto, Luciano, a comprarti un cappotto così bello? No, non me lo sono comprato, me l’ha regalato il Feltrinelli perché lui alla lotta di classe ci crede veramente.

Fu licenziato – non potevano far altro – ma la colpa non era di Feltrinelli, semplicemente non era quello il lavoro adatto per lui: io ero molto piccola (era il ’57) però in seguito ne ho sentito parlare e mi è sembrato di cogliere in questo, tutto sommato, un certo senso di sollievo. Lui scrisse: «Mi licenziarono soltanto per via di un fatto, che io strascico i piedi, e poi mi muovo piano, mi guardo intorno anche quando non è indispensabile. La verità, cara mia, è che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici, gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera e riesce, non si sa come, a dare l’impressione fallace di star lavorando. Pensa, si prendono pure l’esaurimento nervoso».

Feltrinelli, che non era uno stupido, capì le potenzialità di un rapporto di collaborazione esterna con Bianciardi e gli affidò dei lavori di traduzione. Da quel momento fu quella la sua vera occupazione. Diceva sempre: lavoro 6/8 ore al giorno, 20 cartelle, anche di domenica, anche a Natale e Pasqua, e nei momenti liberi scrivo prosa mia. Traduceva a una velocità impressionante, più di cento libri in tutta la sua vita, ottanta soltanto nell’arco di dieci anni: ritmi infernali, quindi. La vita agra, il suo romanzo più famoso, descrive appunto tali ritmi, quello che lui chiamava “il battonaggio”, perché si sentiva un po’ come un mercenario. Diceva: questo è il mio battonaggio, ma diuturno, io rivolto carte su carte. La vita agra ebbe successo, 50.000 copie in dieci giorni, erano numeri altissimi per quell’epoca e forse anche adesso. Nel ’64 Lizzani ne trasse un film, poi venne il successo. Io mi ricordo che proprio quell’anno gli scrissi una lettera, dove dicevo: adesso sei un uomo di successo; e la risposta bellissima fu: per me successo è participio passato del verbo succedere: a me è successo.

Il successo gli portò anche un certo benessere economico. Si divertiva ad andare in giro con Domenico Porzio, a fare presentazioni del libro, ma diceva: ho un po’ perso rispetto per me stesso perché sembriamo due comici d’avanspettacolo: sempre le stesse battute e soprattutto sempre con l’aria di dirle per la prima volta; sarà il caso che cambi vita. Montanelli lo chiamò al “Corriere della Sera” offrendogli – era il ’64 – trecentomila lire al mese. Rifiutò sostenendo di non poter collaborare con quel tipo di giornale. I funzionari della Rizzoli lo chiamarono per spiegargli che, scrivendo un libro all’anno di incazzature in prima persona singolare come La vita agra e facendo quella che lui definiva “la professione dell’incazzato”, poteva farsi la sua vita tranquilla, guadagnare come molti altri scrittori. Lui all’inizio parve d’accordo, dopodiché si presentò con un libro sul Risorgimento: alla Rizzoli si misero le mani nei capelli. Volevano che facesse la parte dell’arrabbiato italiano e quello si metteva a scrivere libri di divulgazione storica.

Secondo ribaltone della sua vita. Scrive La battaglia soda (1964), Daghela avanti un passo! (1969), Aprire il fuoco (1969). Il Risorgimento tutto sommato cominciava a piacere, i giovani scoprivano che accanto al cenerale Custer c’era un generale Ristori e che quel periodo poteva anche essere divertente. I funzionari della casa editrice cambiarono ritornello: lasciamo perdere la storia dell’incazzatura milanese, scrivici un libro così all’anno che va bene. Il successo era discreto, anche se non paragonabile a quello della Vita agra.

E lui, terzo ribaltone della sua vita, si mise a scrivere un libro di reportage di viaggio, Viaggio in Barberia (1969), rifiutò collaborazioni di prestigio per scrivere su testate allora definite “pornografiche”: “Playmen”, “Le Ore”, “Kent”, “Abc” ed “Executive”. E, pietra dello scandalo, per la quale sarà malvisto da tutto il giornalismo italiano, insieme a un altro scrittore e giornalista, che si chiamava Gianni Brera, cominciò a scrivere sul “Guerin Sportivo”.

Io credo che quella che definiamo adesso la sua anarchia sia sempre stata questa libertà di poter scegliere di ribaltare situazioni comode e redditizie. In questo sta la sua grande libertà, la sua grande forza e la sua, direi, grandezza.