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Negotium

 

  

Per la razionalità del voto politico

Analisi delle motivazioni e inferenza bayesiana

della preferenza di voto

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Sommario

Strategia decisionale

L’inferenza bayesiana

Argomentazione persuasiva (retorica) e ragionamento argomentativo

Fase 1 - Analisi del programma del partito X

Fase 2 - Analisi dell’operato del partito X: affidabilità e inaffidabilità

Fase 3 - Inferenza bayesiana della preferenza di voto

Un esempio

Il voto razionale o anche punitivo

 

Poiché nei dibattiti politici spesso si richiama l’opportunità di considerare i programmi dei partiti, o anche l’importanza di passare in rassegna il loro operato – in qualità di partiti di governo del paese, o dell’opposizione –, ma raramente udiamo discorsi sulla necessità di considerare insieme il programma e l’operato dei partiti, e sul modo di decidere in conseguenza come votare, non è parso inutile scrivere queste paginette d’Internet, dedicate a coloro che hanno passione e talento per l’arte del ragionare.

Fondamentalmente tratteremo della strategia decisionale alla quale un elettore razionale può attenersi per orientare il suo voto su un partito, in base alla sua collocazione ideologica e ai propri interessi, e per verificare quindi su base sperimentale che la speranza riposta in quel partito sia fondata.

Naturalmente, un elettore razionale può anche decidere di non essere razionale al momento del voto: nessuno può contestargli il diritto di imboccare questa via, se questa è la sua scelta, men che meno negargliela. Alla fine di questa esposizione toccheremo l’argomento del voto punitivo, che è considerato irrazionale, più che altro per ipallage, perché si attribuisce alla parola “punizione” il significato di “vendetta”, che è irrazionale, e tale irrazionalità viene trasferita al voto. Ma il voto punitivo può anche essere razionale, come ci sforzeremo di argomentare.

Romano Prodi e Silvio Berlusconi a confronto il 3 aprile 2006, in vista delle elezioni del 9 aprile. Al centro, il moderatore Bruno Vespa.

Strategia decisionale

 

La strategia decisionale che proponiamo per pervenire su base razionale (e in termini probabilistici, come vedremo) a una preferenza di voto si articola in tre fasi:

 

1.     Analisi del programma del partito X

Prenderemo in considerazione i punti del programma elettorale che consideriamo rilevanti ai fini del nostro voto politico ed esprimeremo una valutazione (mediante una scala da 1 a 10) del nostro consenso in merito. Assegneremo anche dei coefficienti di ponderazione alle questioni toccate in quei punti. Calcoleremo quindi la media ponderata delle nostre valutazioni, che tradurremo in un indice (un numero compreso tra 0 e 1) che esprime la probabilità a priori dell’ipotesi di voto a favore del partito X. Si veda, in seguito, la Tab. 1.

 

2.     Analisi dell’operato del partito X

Prenderemo in considerazione gli stessi punti della fase precedente, con gli stessi coefficienti di ponderazione. Riguardo a ciascuno di questi punti esprimeremo due valutazioni: la prima misura – su base empirica – l’affidabilità del partito, cioè la conformità del suo operato con le nostre posizioni politiche; la seconda valutazione misura l’inaffidabilità, laddove abbiamo constatato che il partito X si è comportato in contrasto con le nostre posizioni. Si veda, in seguito, la Tab. 2.

 

3.     Inferenza bayesiana

Confronteremo la probabilità a priori dell’ipotesi di voto a favore del partito X, determinata nella fase 1, con la sua affidabilità e inaffidabilità, determinate nella fase 2. Ciò avviene nella cornice della cosiddetta inferenza bayesiana, dalla quale ricaveremo la probabilità a posteriori dell’ipotesi di voto a favore del partito X (un numero compreso tra 0 e 1).

 

 

L’inferenza bayesiana

 

Il reverendo Thomas Bayes, (1702-1761), al quale si deve la fondazione dell’inferenza probabilistica.

L’inferenza bayesiana costituisce un’applicazione importantissima del calcolo delle probabilità alla logica enunciativa e rappresenta una formalizzazione del metodo scientifico, che normalmente implica la raccolta di dati (evidenza empirica), che confermano o confutano una data ipotesi. Di fatto, consente di calcolare il grado di fiducia associabile a un’ipotesi iniziale, che non è mai certa (nel nostro caso, la propensione di dare il voto a X, in base al programma elettorale), in funzione dei riscontri empirici.

Possiamo assimilare l’inferenza bayesiana a una procedura (o, in termini sistemistici, a una funzione di trasferimento) che, data un’ipotesi iniziale H, data inoltre la probabilità a priori di quell’ipotesi – chiamiamola P(H) – e data la probabilità che l’evidenza empirica E confermi o disconfermi l’ipotesi iniziale H, ci fornisce la probabilità a posteriori dell’ipotesi H, tenuto conto dell’evidenza empirica E. Questa probabilità, che indichiamo P(H/E) – si legge “P di H, dato E” –, è una probabilità condizionale.

 

 

Riassumiamo il significato dei simboli, con riferimento al nostro caso:

  • H è l’ipotesi di voto a favore di un partito;

  • P(H) è la probabilità a priori che l’ipotesi di voto a quel partito sia fondata;

  • E è l’evidenza empirica che conferma o disconferma l’ipotesi di voto, cioè l’operato di quel partito (che eventualmente può comportarsi in contrasto con le nostre posizioni);

  • P(E) è la probabilità della risposta empirica a conferma di H, anche quando tale conferma sia falsa, quando cioè il partito si è comportato in contrasto con le nostre posizioni;[1]

  • P(H/E), infine, è la probabilità che cerchiamo, cioè la probabilità a posteriori che l’ipotesi di voto a favore di quel partito sia fondata, dato E.

In questo sito, alla pagina Logica per i giudici, è possibile esaminare un altro caso di applicazione dell’inferenza bayesiana, in relazione all’argomentazione di colpevolezza.

  

Argomentazione persuasiva (retorica) e ragionamento argomentativo

 

 

Giovanni Floris, conduttore di Ballarò (2006, quarta serie), il settimanale di approfondimento politico-economico di prima serata, in onda su Rai Tre.

In basso, Michele Santoro ai tempi della conduzione di Samarcanda (anni ’90), una trasmissione che è stata il precursore dei settimanali della nuova retorica televisiva.

 

A parziale scusante degli uomini politici, dei politologi, dei giornalisti ecc., che trascurano l’aspetto razionale della strategia decisionale dell’elettore, dobbiamo riconoscere che spesso il mezzo del quale si servono per comunicare (la televisione, la carta stampata) richiede un’esposizione di tipo retorico, e non strettamente dialettico.

I ragionamenti esposti nel seguito sono invece pochissimo retorici e presentano due grossi inconvenienti, l’assenza di ogni leggiadria retorica e la difficoltà dell’argomento, i quali potrebbero (giustamente) distogliere l’internauta dal proseguire nella lettura di queste pagine. Tuttavia a petto di tali caratteristiche indubbiamente negative della nostra esposizione, si ergono i seguenti notevolissimi vantaggi:

 

1.     Poiché il discorso non è retorico, non si attua qui alcuna strategia di preterizione: quella consistente nell’omettere gli aspetti scomodi che concorrono alla formazione del giudizio. Per esempio, fa parte della strategia di preterizione, nei dibattiti televisivi, non porre le domande imbarazzanti, o non rispondere alle medesime se interrogati, o ancora far intervenire stacchi pubblicitari, collegamenti esterni e subitanei ingressi di veline ed esperti nel preciso momento in cui si toccano certi aspetti critici del tema proposto, ottenendo un effetto di cancellazione del medesimo o quanto meno di attenuazione della vis argomentativa.

Nella strategia decisionale che proponiamo nel seguito, invece, il lettore determina la propria propensione al voto:

a.  stabilendo lui stesso quali siano le questioni di rilievo; per esempio, se ritiene che la protezione degli animali sia una questione fondamentale e non ne trova traccia nella lista (provvisoria) di questioni da noi proposte, può aggiungerla alla lista.

b.  introducendo una gerarchia d’importanza fra le diverse questioni; per esempio, può ritenere che la questione fiscale e la questione della scuola siano certamente importanti, ma non egualmente importanti, e assegnare alla seconda un “peso” maggiore.

2.     Il secondo grande vantaggio della strategia decisionale che proponiamo per la quantificazione in termini probabilistici dell’ipotesi di voto è che la difficoltà dell’esposizione, laddove ci sia difficoltà, è finalizzata al conseguimento di un risultato razionale, e non a distogliere il lettore da quel risultato. Invece nella retorica dei dibattiti televisivi, e non solo in quelli, normalmente si tende alla semplicità, o anche alla semplificazione indebita, è vero, salvo poi far intervenire qualche passaggio tecnico – per bocca di un “esperto”, o citando le parole di qualche accreditata istituzione – di difficoltà insormontabile. Questa, a ben vedere, era la strategia di don Abbondio con il povero Renzo: conclusione facile (il matrimonio non si può fare) e argomentazione difficile (con ricorso al latinorum).

Noi ci comporteremo nel modo opposto, accettando a malincuore che qualche passaggio sia difficile, e in ogni caso senza l’intendimento di ingannare l’interlocutore. Per dirla con Platone, ci sforzeremo di esser medici, che curano il bambino con una medicina amara, piuttosto che cuochi, i quali volendo far bella figura, aggravano la malattia del bambino preparandogli un manicaretto.

  

Fase 1 - Analisi del programma del partito X

Per stabilire in termini probabilistici la nostra propensione al voto per il partito X, cioè la probabilità che il nostro voto al partito X sia pertinente, impostiamo una sorta di tavola baconiana (si veda, qui sotto, la Tab. 1).

  • Nella prima colonna riportiamo le “istanze”, cioè le questioni che riteniamo rilevanti ai fini del voto.
    Nota
    : Abbiamo riportato dieci istanze, ma potrebbero essere di più. Per esempio, se si ritiene che le “Pari opportunità” o l’“Energia” debbano figurare come istanze separate, si aggiungano due nuove righe alla Tab. 1.

  • Nella seconda colonna abbiamo riportato (in via del tutto provvisoria) i coefficienti di ponderazione da assegnare a ciascuna istanza. All’istanza di “Lavoro” e di “Tutela dei propri interessi” sono stati assegnati coefficienti di ponderazione superiore, che comunque possono essere variati a piacere, con l’unica avvertenza che la somma dei coefficienti sia 1.
    Nota: Nei dibattiti televisivi e, spesso, anche negli editoriali dei più prestigiosi quotidiani d’informazione l’argomento degli interessi – privati, di categoria, generazionali ecc. – è solitamente scansato. Il voto d’interesse è considerato una prerogativa dell’avversario politico e si dà per scontato che il voto al proprio partito sia un voto ideologico, un “voto d’amore” espresso a favore delle “belle idee”. L’ipotesi di un voto totalmente disinteressato sembra tuttavia poco probabile, soprattutto in un’epoca di incertezza economica, dove – tanto per fare un esempio – la contrapposizione fra gli interessi dei lavoratori garantiti e quelli non garantiti si accentua e diventa sempre più evidente.
    Se tuttavia il valore del coefficiente di ponderazione assegnato in tabella alla voce “Tutela dei propri interessi” pare troppo elevato, lo si riduca. Il valore k10 = 0,5 è riportato a titolo d’esempio, non è certo quello suggerito: in particolare, è quello che Stanislao G. attribuisce a sé, come vedremo nel capitolo “Un esempio”. È anche possibile porre tale valore uguale a zero, o assegnargli un valore più elevato, fino a 1 (azzerando tutti gli altri coefficienti di ponderazione), se l’interesse personale prevale assolutamente su ogni altra considerazione. In questa pagina d’Internet (almeno qui) vige la massima libertà, compresa quella di atteggiarsi a mammolette (k10 = 0) o, all’opposto, di assumere la posizione di Raskolnikov in Delitto e castigo, prima della conversione (k10 = 1).

  • Nella terza colonna esprimiamo la valutazione (da 1 a 10) del nostro consenso al programma elettorale del partito X, in relazione a ciascuna delle istanze della tabella. Questa è una valutazione assoluta, che diventa relativa moltiplicandone il valore per il coefficiente di ponderazione. Se siamo contrari (non importa se poco o molto) all’impostazione politica in relazione a quel punto del programma elettorale, la nostra valutazione sarà “0”.

  • Il risultato di tale moltiplicazione è riportato nella quarta colonna della tabella.

A questo punto disponiamo di tutti i dati necessari per esprimere la nostra propensione di voto a favore del partito X, in termini probabilistici. Precisamente, la probabilità a priori che il nostro voto a X sia pertinente è calcolata facendo la somma delle valutazioni ponderate. Dividendo la media ponderata delle valutazioni per 10 otteniamo un numero compreso tra 0 e 1, che assimiliamo a una probabilità:[2]

    

Il simbolo X posto a deponente di H significa che l’ipotesi di voto si riferisce al partito X.

 

 

Tab. 1 - Analisi del programma del partito X

Istanze a favore

del partito X

Coefficiente di

ponderazione

ki

Valutazione assoluta

Vi

Valutazione ponderata

 

 

 

 

1.      Istruzione, Ricerca, Innovazione tecnologica

k1 = 0,05

V1

2.      Sanità

k2 = 0,05

V2

3.      Ordine pubblico

k3 = 0,02

V3

4.      Famiglia

k4 = 0,05

V4

5.      Lavoro e politiche sociali. Pari opportunità.

k5 = 0,15

V5

6.      Ambiente ed Energia

k6 = 0,05

V6

7.      Politica estera

k7 = 0,03

V7

8.      Beni culturali

k8 = 0,05

V8

9.      Economia e finanza

k9 = 0,05

V9

10.    Tutela dei propri interessi

k10 = 0,5

V10

Somma dei coefficienti di ponderazione

1

 

 

Calcolo della propensione a votare per il partito X

 

 

  

Fase 2 - Analisi dell’operato del partito X: affidabilità e inaffidabilità

Per analizzare l’operato del partito X dobbiamo costruire una nuova tabella, contenente le stesse istanze della precedente Tab. 1, ma sviluppata su sei colonne, anziché quattro, perché dobbiamo in questo caso valutare sia l’affidabilità del partito X, sia la sua inaffidabilità. Queste due caratteristiche, dedotte dalla Tab. 2, sono – ancora una volta – espresse da due numeri compresi tra 0 e 1, che misurano le due probabilità condizionali P(E/H) e P(EH). Si noti che “¬” è il simbolo di negazione in logica e che P(EH) si legge “P di E, dato non H”.

Le valutazioni riportate nella quarta colonna – valutazione nel caso di affidabilità – nascono dall’esame dell’operato del partito X (negli atti di governo, nel lavoro nelle commissioni, nelle votazioni in parlamento ecc.), in relazione alle diverse istanze: 1, 2, …, 10. Quanto più l’evidenza empirica dimostra che il partito ha operato in conformità con le nostre posizioni, tanto maggiore sarà la valutazione.

La valutazione della quinta colonna (valutazione nel caso di inaffidabilità) indica quanto il partito X ha operato in contrasto con le nostre aspettative o, meglio, con le nostre posizioni politiche. Infatti, potremmo aver deciso di dare il voto al partito X pur essendo in dissenso riguardo, per esempio, all’istanza 4, dal momento che c’era convergenza in tutte le altre istanze. In altre parole, non stiamo valutando la coerenza del partito (se cioè abbia tenuto fede o meno alle promesse elettorali), ma la congurenza del suo operato con la nostra posizione politica, in relazione alle singole istanze presentate in tabella. Esprimere una valutazione nella quinta colonna equivale a prender posizione contro il partito X, a favore di un ipotetico partito “non-X”. Quindi l’espressione che troviamo in calce alla sesta colonna della Tab. 2, P(EXHX) ha il seguente significato:

P(EXHX) = “probabilità che l’evidenza empirica abbia mostrato infondata l’ipotesi di voto a favore di X”.

 

  Tab. 2 - Affidabilità e inaffidabilità del partito X

Istanze a favore

del partito X

 

Coefficiente di

ponderazione

ki

Affidabilità

Inaffidabilità

Valutazione assoluta

Ai

Valutazione ponderata

Valutazione assoluta

Ii

Valutazione ponderata

 

 

 

 

 

 

1.      Istruzione, Ricerca, Innovazione tecnologica

k1 = 0,05

A1

I1

2.      Sanità

k2 = 0,05

A2

I2

3.      Ordine pubblico

k3 = 0,02

A3

I3

4.      Famiglia

k4 = 0,05

A4

I4

5.      Lavoro e politiche sociali. Pari opportunità.

k5 = 0,15

A5

I5

6.      Ambiente ed Energia

k6 = 0,05

A6

I6

7.      Politica estera

k7 = 0,03

A7

I7

8.      Beni culturali

k8 = 0,05

A8

I8

9.      Economia e finanza

k9 = 0,05

A9

I9

10.    Tutela dei propri interessi

k10 = 0,5

A10

I10

Somma dei coefficienti di ponderazione

1

 

 

 

 

Calcolo dell’affidabilità e dell’inaffidabilità

 

 

 

  

Fase 3 - Inferenza bayesiana della preferenza di voto

 

È venuto il momento di introdurre la formula di Bayes:

Abbiamo già illustrato il significato dei simboli, perciò non vi torneremo sopra. Semmai val la pena considerare da vicino il significato di P(EX) che appare a denominatore della formula: come abbiamo visto, è la probabilità della risposta empirica fornita dal partito X a conferma dell’ipotesi di voto HX, anche quando tale conferma sia falsa, quando cioè il partito X si è comportato in contrasto con le mie posizioni politiche, tanto che, se fosse possibile, voterei contro il partito X. Il termine P(EX), detto anche “probabilità marginale” è calcolato considerando entrambe le ipotesi alternative, HX e ¬HX:

Sostituendo questa espressione di P(EX) nell’equazione precedente abbiamo la formula di Bayes che utilizzeremo per determinare la probabilità a posteriori che l’ipotesi di voto al partito X sia empiricamente fondata:

I dati da introdurre nella formula sono:

  • P(HX): l’abbiamo calcolato mediante la Tab. 1;

  • P(EX/HX): l’abbiamo calcolato mediante la Tab. 2;

  • P(EXHX): l’abbiamo calcolato mediante la Tab. 2;

  • PHX): si calcola immediatamente considerando che, evidentemente

Per quanto riguarda il calcolo, per fortuna ci sovviene un programmino applicativo (tecnicamente si chiama “applet”, cioè “piccola applicazione”). Lo si trova nel sito:

An intuitive explanation of Bayesian reasoning

nel quale – fra l’altro – è possibile leggere un’ottima esposizione divulgativa della cosiddetta rivoluzione bayesiana. Svolgendo il sito (facendo cioè lo “scrolling”, come dicono lorsignori), troviamo in fondo l’interfaccia del programma applicativo, che si presenta così:

 

 

A questo punto inseriamo nelle tre caselle bianche a sinistra, nell’ordine, la terna di valori probabilistici P(HX), P(EX/HX) e P(EXHX): troveremo immediatamente il valore della probabilità a posteriori P(HX/EX) sotto la voce “posterior probability”.

  

Un esempio

Consideriamo il caso concreto dell’amico Stanislao G., laureato in filosofia, giovane lavoratore autonomo semiprecario. L’abbiamo intervistato, e abbiamo fatto i calcoli per lui (non ce la sentivamo di chiedergli di svolgere le operazioni aritmetiche, un lavoro che lui avrebbe definito “banausico”).

Le istanze e i coefficienti di ponderazione riportati nelle Tabb. 1 e 2 sono quelli che lui ci ha indicato. Non è nostro compito giustificare le scelte di Stanislao: facciamo tuttavia presente – a chi trovasse egoistico il coefficiente k10 = 50% assegnato all’istanza “Tutela dei propri interessi” – che in Italia sono decine di milioni le persone che votano, da una parte e dall’altra, assegnando idealmente a questo coefficiente il valore k10 = 100% (il che non significa però che votano autenticamente per il proprio interesse: si può anche sbagliare). In ogni caso, non bisogna confondere le motivazioni razionali con le sovrastrutture ideologiche chiamate in causa a posteriori per nobilitare un interesse privato.

In particolare, introducendo nella Tab. 1 le valutazioni di Stanislao riguardo al partito X per il quale ha sempre votato, otteniamo:

 

Istanze a favore

del partito X

Coefficiente di

ponderazione

ki

Valutazione assoluta

Vi

Valutazione ponderata

 

 

 

 

1.      Istruzione, Ricerca, Innovazione tecnologica

k1 = 0,05

7

0,35

2.      Sanità

k2 = 0,05

8

0,40

3.      Ordine pubblico

k3 = 0,02

8

0,16

4.      Famiglia

k4 = 0,05

8

0,40

5.      Lavoro e politiche sociali. Pari opportunità.

k5 = 0,15

4

0,60

6.      Ambiente ed Energia

k6 = 0,05

6

0,30

7.      Politica estera

k7 = 0,03

8

0,24

8.      Beni culturali

k8 = 0,05

7

0,35

9.      Economia e finanza

k9 = 0,05

5

0,25

10.    Tutela dei propri interessi

k10 = 0,5

4

2

Somma dei coefficienti di ponderazione

1

 

 

Calcolo della propensione a votare per il partito X

 

 

 

Dunque, in base al programma politico, Stanislao sarebbe propenso a votare ancora per il partito X. La probabilità a priori che voti per X è infatti:

P(HX) = 50,5%

Tale probabilità sarebbe ancora maggiore se Stanislao non fosse preoccupato per il suo futuro (per questa ragione, anche se a malincuore, così ci ha spiegato, ha posto k10 = 0,5) e se non si sentisse sottovalutato, in quanto produttore di ricchezza (ha espresso valutazioni basse alle voci 5, 9 e 10). Il suo partito, infatti – sono le sue parole – sembra avere più a cuore gl’impiegati di banca e, in generale, coloro che Saint-Simon chiamava gli “oziosi”, che i lavoratori autentici.[3]

Introducendo quindi nella Tab. 2 le valutazioni di Stanislao riguardo al comportamento del partito X si ha:

 

Istanze a favore

del partito X

 

Coefficiente di

ponderazione

ki

Affidabilità

Inaffidabilità

Valutazione assoluta

Ai

Valutazione ponderata

Valutazione assoluta

Ii

Valutazione ponderata

 

 

 

 

 

 

1.      Istruzione, Ricerca, Innovazione tecnologica

k1 = 0,05

0

0

8

0,40

2.      Sanità

k2 = 0,05

8

0,40

 

3.      Ordine pubblico

k3 = 0,02

7

0,14

 

4.      Famiglia

k4 = 0,05

4

0,20

 

5.      Lavoro e politiche sociali. Pari opportunità.

k5 = 0,15

4

0,60

 

6.      Ambiente ed Energia

k6 = 0,05

6

0,30

 

7.      Politica estera

k7 = 0,03

8

0,24

 

8.      Beni culturali

k8 = 0,05

6

0,30

 

9.      Economia e finanza

k9 = 0,05

5

0,25

 

10.    Tutela dei propri interessi

k10 = 0,5

0

0

7

3,5

Somma dei fattori di ponderazione

1

 

 

 

 

Calcolo dell’affidabilità e dell’inaffidabilità

 

 

 

 

Introducendo infine i valori di

P(HX) = 50,5%

P(EX/HX) = 24,3%

P(EXHX) = 39%

ottenuti dalle tabelle nel programma di calcolo del sito sopra menzionato (o anche introducendo questi valori nella formula di Bayes) otteniamo:

P(HX/EX) = 38,9%

come si vede nella figura seguente.

 

 

È facile verificare che, a parità di tutto, Stanislao avrebbe potuto confermare il suo voto a X, a queste due condizioni:

  1. Il partito non avrebbe dovuto perseguire – nei fatti – una “sconsiderata politica di conservazione nell’ambito della scuola e della ricerca universitaria, in contrasto con l’esigenza di modernizzazione spesso conclamata e sempre disattesa” (sono le sue parole). In tal caso la valutazione di Stanislao sarebbe stata I1 = 0 e non I1 = 8.[4]

  2. Il partito non avrebbe dovuto dare a Stanislao l’impressione di un “accanimento pervicace contro i ceti produttivi a favore dei parassiti”. Se soltanto, per quanto poco sollecito del futuro dei “produttori”, il partito non si fosse fatto paladino degli interessi degli “oziosi”, la valutazione di Stanislao non sarebbe stata I10 = 7, ma, per esempio, I10 = 4.

È facile verificare che, qualora le condizioni a) e b) fossero state soddisfatte, con I1 = 0 e I10 = 4, il valore di P(EXHX) sarebbe stato P(EXHX) = 20%, a parità di tutto il resto.

Introducendo allora la nuova terna di probabilità nel programmino sopra menzionato:

P(HX) = 50,5%

P(EX/HX) = 24,3%

P(EXHX) = 20%

otteniamo

P(HX/EX) = 55%

Dunque, qualora le condizioni a) e b) fossero state soddisfatte, la preferenza di voto da parte di Stanislao sarebbe andata ancora a favore del partito X.

  

Il voto razionale o anche punitivo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poiché quello di Stanislao è un caso particolare, ci guarderemo bene dal trarre considerazioni generali. Però, riflettendo sulla procedura con cui abbiamo determinato P(HX/EX), possiamo intuire la portata destabilizzante di un atteggiamento razionale dell’elettore. Né la cosa deve sembrare paradossale, basta considerare che il rapporto partito-cittadino è ancora oggi – per così dire – di natura confessionale. Quando la conservazione degli equilibri è fondata sull’irrazionale, il razionale può avere un effetto dirompente. I punti più pericolosi (per i partiti) paiono essere i seguenti:

  • In un atteggiamento razionale, e non confessionale, ha senso prendere in considerazione i propri interessi. A rigor di logica, gli interessi o sono i propri o sono gli interessi altrui, e l’interesse altrui non è meno egoistico del proprio, perlomeno in linea di principio. Dunque il problema non è l’egoismo dei propri interessi, ma il loro fondamento. A titolo di esempio, quando si lavorava dieci ore al giorno, chi chiedeva la riduzione dell’orario di lavoro lo faceva nel proprio interesse. Ma il vero problema – dovrebbe essere evidente – è se la richiesta sia fondata o meno, tutto qui.

  • In un atteggiamento razionale, e non confessionale, è l’elettore che sceglie gli argomenti che ha senso prendere in considerazione per orientare il proprio voto (perciò nelle Tabb. 1 e 2 si possono aggiungere a piacimento tutte le istanze che si vogliono).

  • In un atteggiamento razionale, e non confessionale, è l’elettore che stabilisce quali siano le priorità fra gli argomenti del dibattito (i coefficienti di ponderazione delle Tabb. 1 e 2 servono a questo).

  • In un atteggiamento razionale, e non confessionale, l’operato del partito è confrontato non solo con la sua piattaforma elettorale ma anche con le posizioni politiche dell’elettore.

  • In un atteggiamento razionale, e non confessionale, è ammesso il “voto punitivo”: se P(HX/EX) < 50%, l’elettore può votare per il partito Y – eventualmente anche nel caso in cui P(HY/EY) < P(HX/EX) – in modo da dare al “proprio” partito l’indicazione della necessità di correggere la rotta. Un voto punitivo nei confronti del partito X, a favore di un partito Y, non è meno efficace di un voto ordinario di preferenza. Quando il voto punitivo supera una certa soglia, all’Ufficio studi del partito X dovrebbero accorgersene. Se non se ne accorgono, il voto punitivo è doppiamente meritato.

Giovanni Sartori, politologo e professore emerito dell'Università di Firenze.

Non sappiamo quanto grande sia il numero delle persone che esercitano il proprio diritto di esprimersi con un voto punitivo, chi se ne avvale solitamente non ama fare outing. Però qui in Italia abbiamo almeno due nomi eccellenti, che non hanno mai fatto mistero delle loro motivazioni: sono Giovanni Sartori, politologo, uomo di destra che non si riconosce nella destra caciarona e consumista egemonizzata da Berlusconi e perciò vota a sinistra e Giuliano Ferrara, giornalista, uomo di sinistra che non si riconosce nella sinistra frivola che, avendo tralignato dalla severa linea sardo-ligure-piemontese, si limita ad essere politicamente corretta, e perciò vota a destra.

  
 

[1] Se questo concetto risulta difficile da capire, si pensi per analogia all’evidenza empirica offerta da un test diagnostico che può essere insieme affidabile all’80%, quando effettivamente la malattia è presente, e inaffidabile all’8%, in assenza di malattia. Cioè la malattia è correttamente diagnosticata in 80 casi su 100, se presente in tutti i cento casi; ma viene egualmente diagnosticata in 8 casi su 100, anche se in nessuno dei 100 casi è presente. Questi 8 casi su 100 sono anche detti “falsi positivi”. Analogamente saranno “falsi positivi” i casi in cui il partito X, per il quale avevamo formulato l’ipotesi di voto H, si comporta contro le nostre posizioni, e dunque l’ipotesi di voto (perlomeno in relazione a certi punti del suo operato) non è più H, ma non-H.

[2] Infatti, la media aritmetica ponderata è data dalla formula:

avendo posto .

Il numero 10 a denominatore nella formula di P(HX) è solo un fattore di scala.

[3] Saint Simon esaltava la società industriale, in quanto società di produttori, in contrapposizione ai preti, ai nobili e agli aristocratici oziosi. Afferma Stanislao che gli oziosi d’antan, come quelli odierni, traggono legittimazione da una pretestuosa funzione sociale, che di fatto – quando non sia semplicemente millantata, ma anche esercitata – impedisce vieppiù lo sviluppo economico, morale e civile del paese.

[4] Stanislao, che avrebbe voluto insegnare filosofia, è del parere che la scuola sia oggi finalizzata alla conservazione del posto di lavoro degli insegnanti e non alle esigenze di formazione degli studenti. Ritiene anche che se ci si sbarazzasse degli insegnanti inetti migliorerebbe la qualità della scuola e ci sarebbe un posto di insegnante per sé.

 

Comminus eminus - 4 aprile 2006