| Trivium | ![]() | ComminvsEminvs |
| Quadruvium | ||
| Ceterae artes | ||
| Nugae | ||
| Negotium |
Il linguaggio della nuova scienzaIl latino come lingua di elezione e comunicazione
Cornice 3
|
|
| |
3. Il terreno | I materiali di questa sezione sono tratti dall’Alberti e dal Ficino, rappresentanti dell’Umanesimo quattrocentesco, in particolare di quell’umanesimo che fu il terreno di coltura dal quale si sviluppò la nuova scienza, saldamente innestata nella tradizione platonica che vede nell’uomo l’elemento di raccordo tra la natura e il divino. Marsilio Ficino, che tradusse in latino tutto Platone, nonché il Corpus Hermeticum, metteva in rilievo la perfetta corrispondenza tra mente umana e realtà, attraverso la matematica in cui si rispecchia il ritmo preciso con cui Dio ha creato l’universo, numero, pondere et mensura. La realtà naturale non è più irriducibile, come in Aristotele, al soggetto pensante e la pia philosophia racchiude la dottrina che consente di cogliere il vero delle cose, che ha infiniti aspetti, ma è essenzialmente unitario. Scrive Ficino: Factum est ut pia quaedam philosophia quondam et apud Persas sub Zoroastre, et apud Aegyptios sub Mercurio nasceretur, utrobique sibimet consona, nutriretur deinde apud Traces sub Orpheo atque Aglaophemo, adolesceret quoque mox sub Pythagora apud Graecos et Italos, tandem vero a divo Platone consummaretur Athenis. Il presupposto pitagorico che la natura abbia un sostrato matematico, poi fatto proprio da Platone, caratterizzò fortemente il pensiero di due tipici rappresentanti del Rinascimento, Leonardo e Galileo. Scrive Leonardo: Nissuna umana investigazione si pò dimandare vera scienzia s’essa non passa per le matematiche dimostrazioni. E ancora Galilei, allo stesso proposito, in una pagina del Saggiatore: La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. L’idea che tutto ciò che esiste sia numerabile, nel senso che a ogni cosa si associabile un numero proprio, è un’idea mistica di origine antichissima, come mette in rilevo il Ficino. E questa fu fondamentalmente la concezione del Rinascimento: durerà fino a Cartesio e Newton, che sono da considerare come gli ultimi grandi pitagorici europei. In seguito Leibniz ipotizzò che il substrato della materia fosse la forza (che dobbiamo intendere come “quantità di moto” o “energia”) e che le forze agiscano per contatto, anziché a distanza (come voleva Newton). La teoria dei campi gravitazionali di Einstein deriva da questa stessa concezione leibniziana, passando per Oersted, Faraday e Maxwell. Osserviamo che ancora oggi, nella scienza moderna, c’è una fiducia – alcuni parlano in proposito di “pregiudizio metafisico” – sulla riducibilità dei fenomeni e delle forze dell’Universo a un insieme di relazioni semplici. È la cosiddetta “seduzione ionica”, il fascino della profonda unità della realtà cosmica ipotizzata dai filosofi della scuola ionica. Qualcosa dell’impostazione filosofica rinascimentale è ancora operante nell’impegno degli scienziati, per esempio, di arrivare a una teoria unificata dei campi dove forza gravitazionale, forza elettromagnetica, interazione nucleare debole e interazione nucleare forte trovino una compiuta sistematizzazione e semplificazione. Queste considerazioni forse ci aiuteranno a stupirci un po’ meno scoprendo che lo sperimentalismo rinascimentale si coniuga, talvolta, con la magia naturale che, a differenza di quella occulta, contempla la forza di tutte le cose naturali e celesti. Non si interessò di magia naturale Galileo (che però fece oroscopi, ma non ci credeva), mentre cultori del mistero naturale furono uomini come Giambattista Dalla Porta, che legò il suo nome agli studi sulla rifrazione ottica e Gerolamo Cardano, che fu un genio matematico e scrisse il primo trattato di algebra in latino. E, tanto per fare un altro nome, ecco Copernico che in De Revolutionibus orbium caelestium, I, 10, parlando della posizione del Sole, mostra di conoscere bene l’autorità di Ermete Tri(s)megisto: In medio vero omnium residet Sol. Quis enim in hoc pulcherrimo templo lampadem hanc in alio vel meliori loco poneret, quam unde totum simul possit illuminare? Siquidem non inepte quidam lucernam mundi, alii mentem, alii rectorem vocant. Trimegistus visibilem deum. Naturalmente, non tutti i cultori della nuova scienza coltivavano con pari ardore l’ermetismo. Si pronunciarono contro la magia naturale, fra gli altri, Galilei, Cartesio, Gassendi, Boyle, Mersenne. Bacone fu il più drastico di tutti, tanto da associare alla condanna della magia naturale quella della Scolastica e dell’Umanesimo. Secondo Bacone, la Scolastica rappresenta un sapere contenzioso, l’Umanesimo un sapere delicato, mentre la magia e l’ermetismo corrispondono a un sapere fantastico o superstizioso. In Materiali, § 3.1 è possibile leggere alcuni brani del trattato dell’Alberti sull’architettura, comprendente dieci libri (che noi chiamerenmmo capitoli), quanti sono quelli del trattato di Vitruvio. Ma l’Alberti svolge il suo trattato in modo originalissimo e il suo latino è molto migliore di quello di Vitruvio. Non è difficile trovare nei dieci libri albertiani echi della sua ideologia, che fa risiedere l’umana dignità nel lavoro, nel «sudare in cose virilissime e faticosissime»; né mancano venature di quel pitagorismo e platonismo che caratterizzano il suo ambiente culturale. Per esempio, nel presentarci la teoria dei medi proporzionali, l’Alberti manifesta chiaramente l’intendimento di un’armonizzazione razionale del mondo, che è un punto fondamentale del programma pitagorico. Ma le venature pitagoriche e platoniche «valgono anch’esse, piuttosto che ad inserire nel mondo l’ombra oscura di forze cieche, ad accrescerne la perfetta regolarità, per il connettersi dell’universo in una rete di rapporti, ove la realtà naturale, proprio per non svelar fratture di sorta, si presenta come la base sicura per l’opera umana. La matematica infatti è la cifra segreta di tutto» (E. Garin, L’Umanesimo italiano, Laterza, Bari 1990). I brani presentati si riferiscono alla funzione dei modelli in architettura: si tratta di un argomento tecnico, ma anche qui Alberti non cessa di meravigliarci e affascinarci. Vedremo un altro testo dell’Alberti nella prossima sezione, dedicata alla prospettiva. In Materiali, § 3.2 è riportato un testo tratto dall’opera di Marsilio Ficino Sulla Vita, divisa in tre libri: 1. De vita sana, seu De cura valetudinis eorum qui incumbunt studio litterarum; 2. De vita longa; 3. De vita coelitus comparanda. Qui leggiamo un insieme di affermazioni discutibili, ma anche piccole gemme di spirito di osservazione. Marsilio Ficino credeva, certo, negli influssi stellari e nel potere delle pietre, ma difficilmente potrebbe passare per uno sciocco. Quel che interessa osservare in questo brano è come egli sappia cogliere acutamente i segni della malinconia che così spesso ghermisce gli uomini di studio: le cause che egli apporta della malinconia sono discutibili, ma l’osservazione del quadro clinico è degna del migliore semiologo. Mentre la tradizione medica (per esempio quella della scuola salernitana) presenta il malinconico come malvagio, cupo, taciturno, caparbio e invidioso e per giunta infelice in modo da sembrare quasi spregevole, Marsilio Ficino pensa – insieme con lo Psuedo-Aristotele (Problemata, XXX, 1) che la malinconia possa essere vantaggiosa. Tant’è, afferma, che sono malinconici tutti coloro che sono divenuti importanti o come filosofi o come uomini politici. Questo stato d’animo è regolato, secondo lo Pseudo-Aristotele, dalla bile nera, che può agire fredda o calda. Nel primo caso determina torpore, scoraggiamento e paura; nel secondo caso fa l’uomo creativo, esuberante, loquace e sensuale. Invece secondo Ficino la differenza fondamentale è tra la bile naturale e quella di combustione: se prevale quella naturale, l’essere melanconici è un vantaggio, in caso contrario si rischia la demenza. Inoltre lo studioso malinconico è soggetto agli influssi di Mercurio e Saturno. |