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Storia di Vigolo, un paese sul lago | |
Questa pagina di Internet è tratta da un libro scritto a quattro mani, con Gianfranco Guerra, sul paese di Vigolo (in provincia di Bergamo, sopra il lago d’Iseo).
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Premessa | La storia di un popolo, di una città o anche di un singolo individuo può essere narrata secondo due punti di vista: considerando il contributo che quel popolo, città o individuo hanno portato al corso degli eventi, oppure analizzando come il flusso di accadimenti esterni – talora troppo imponenti perché un popolo, figuriamoci un individuo, possa modificarli – abbia trascinato con sé gli uomini determinandone, almeno in parte, il destino. Il primo punto di vista è quello adottato, per esempio, dagli antichi storici romani, per i quali la storia era un insieme di res gestae, cioè di fatti promossi dagli stessi Romani. Ricorrono invece al secondo punto di vista – necessariamente, anche se non esclusivamente – i biografi (soprattutto se il personaggio del quale scrivono la vita non è Alessandro Magno, o Giulio Cesare, che fondarono degli imperi), gli psicologi che stendono la relazione di un certo “caso clinico” (così faceva Freud) e gli scrittori che intendono collocare il loro personaggio nello sfondo dei fatti memorabili del tempo. Per quanto riguarda la Storia – quella veramente importante, che trascina gli uomini indistintamente – possiamo affermare che tutti vi hanno una parte, ma con ruoli diversi: un po’ come in una rappresentazione teatrale, dove c’è il primo attore, ma ci sono anche gli attori che interpretano le parti minori, poi le semplici comparse e, infine, gli spettatori. Con questa differenza, però, rispetto ai teatri ordinari: in quello della storia uno spettatore può legittimamente aspirare a salire sulla scena e recitare la sua parte, piccola o grande, secondo le sue possibilità e la sua fortuna. Ma i comuni mortali (e i paesi piccoli) sono soltanto spettatori nel teatro della Storia: il che non significa, però, che la loro storia (con la “s” minuscola) non sia degna d’essere raccontata. Per esempio, Stendhal nella Certosa di Parma ci presenta il protagonista del suo romanzo, Fabrizio del Dongo, che giunge sul campo di Waterloo per essere a fianco dell’imperatore, ma non lo riconosce nemmeno, e soltanto il giorno dopo, in un’altra città, saprà di aver preso parte a una grande battaglia, quella che avrebbe chiuso l’avventura di Napoleone. Fabrizio del Dongo ha mancato l’appuntamento con la Storia, ma la sua storia – grazie alla penna di Stendhal – è comunque quella di un eroe, fra le più belle che siano mai state raccontate. Ora, come sostiene Gabriele Rosa[1] (La storia sul bacino del lago d’Iseo, 1893), le popolazioni del lago d’Iseo non furono mai autonome politicamente, quindi «non poterono avere una storia speciale». Poiché la loro vita politica si svolse – come vedremo – nell’orbita di quella dei dominatori civili ed ecclesiastici della Valcamonica, di Brescia e di Bergamo, la loro è sostanzialmente una storia riflessa. Ma, secondo quel che si è detto, nessuno potrà sostenere che la storia di Vigolo sia pregiudizialmente poco interessante. Il vero problema è un altro: quello della difficoltà di scriverla, a causa della scarsità di documenti.
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La preistoria
Incisioni rupestri in Valcamonica: due immagini del IV e del III periodo della civiltà dei Camuni. | La storia – meglio: la preistoria – di Vigolo comincia quando il fronte dell’ultimo ghiacciaio si è ormai ritirato e ha depositato sul fianco della valle dell’Iseo il terrazzo morenico sul quale insiste il paese attuale. Da che la temperatura è salita, la zona del lago costituisce un ottimo habitat per gli animali: i suoi boschi sono popolati da cervi, caprioli, stambecchi, orsi, lupi e numerose specie di mammiferi e uccelli, ed è naturale pensare che prima o poi l’uomo si presenti da queste parti, perché gli uomini a quei tempi non erano ancora agricoltori, erano nomadi e vivevano di caccia. È qualcosa di più che un’ipotesi: sappiamo che il territorio del Sebino è popolato già in epoca preistorica, come dimostrano i resti di palafitte rinvenuti a Iseo e Sarnico, i ritrovamenti di selci lavorate nelle torbiere di Iseo e le tracce d’insediamenti neolitici presso il Corno di Predore. All’inizio, i primi abitatori sono soltanto cacciatori, poi diventano pescatori e, molto più tardi, agricoltori. Costruiscono capanne sollevate sul terreno, il cui pavimento è una piattaforma sorretta da pali infissi nel suolo, consolidate – in alcuni casi – da un terrapieno o da un vespaio di pietra. Questi primi abitatori dell’area del Sebino sono Liguri e Iberi. Quando i cacciatori dalla pianura si spostano in montagna, ricca di selvaggina e frutti selvatici, certo passano per il territorio dell’odierna Vigolo, senza però fissarvi dimora. Abitano per lunghi periodi, semmai, lungo le sponde del lago, il cui livello è più basso di quello attuale. Si ha ragione, infatti, di ritenere che in epoca preistorica il lago fosse «almeno tre metri più depresso, come appare dall’attuale infimo letto delle torbiere d’Iseo e di Pisogne, e dai luoghi dove si trovano carboni e lavori umani, ad Iseo e Clusane. A Palazzolo si cavò nel 1766 una trave di sei metri, sotto l’attuale livello dell’Oglio».[2] Per capire il significato del riferimento alle torbiere, occorre pensare che la torba non si forma sott’acqua, ma in superficie, dove si avvicendano secche e alluvioni. Perciò se “l’infimo letto” di una torbiera si trova oggi tre metri sotto il livello del lago, ciò significa che a quel tempo il livello del lago era almeno tre metri inferiore. Poi, nel V-IV millennio a.C., molte zone dell’Europa e dell’Italia settentrionale sono occupate da popolazioni che conoscono e praticano l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. Questi nuovi popoli – di stirpe teutono-celtica, secondo alcuni, o celtico-ligure, secondo altri – si fondono con quelli preesistenti. Nasce un nuovo modo di vita, basato non solo sulla caccia, ma anche sull’allevamento e sulla coltivazione. Gli uomini del Sebino cessano di essere nomadi: invece di andar nelle foreste a cacciare gli animali, ne catturano i cuccioli, per allevarli. Questi nuovi popoli, che i Romani chiameranno camunni, si insediano anche in Valcamonica, sulle cui rocce lasciano testimonianza dei loro culti (nell’arte rupestre neolitica camuna ricorre spesso la figura dell’“orante”) e della loro civiltà (vediamo raffigurati, per esempio, l’aratro e la zappa). A partire dal III millennio a.C. le popolazioni delle Alpi conoscono i primi strumenti in metallo e i carri a ruota. Possiamo immaginare che anche le popolazioni del Sebino siano al corrente di queste novità: anche se non dispongono della materia prima, possono acquistare qualche strumento, offrendo in cambio la carne degli animali che hanno imparato ad allevare. I Camuni, per parte loro, oltre che allevatori e artigiani sono anche un po’ mercanti. |
Umbri, | In epoca storica (VI sec. a.C.) nella pianura e al piede delle valli si insediano umbri ed etruschi. Vengono in questa regione passando per il Po, quindi per l’Oglio, fino al Sebino, dove importano la metallurgia, l’alfabeto e la viticoltura. La presenza degli etruschi è testimoniata da alcune incisioni ritrovate lungo le rive del lago e da alcune incisioni in caratteri nord-etruschi, ritrovate in Valcamonica, dove gli antichi tusci si recarono come mercanti e artigiani. A questo punto i popoli del Sebino sono un po’ meno camuni, ma con i cugini di montagna hanno rapporti commerciali sempre più frequenti: il mercato si tiene, probabilmente, a Iseo, dove i Camuni “di stirpe pura” portano bestiame, miele, resina, cacio, pellicce, lana, attrezzi di legno e metallo, in cambio dei prodotti che solo il clima del lago può offrire: miglio, farro e vino. Dopo gli etruschi, arrivano i Celti. Secondo Paolo Diacono i Celti (che i Romani chiamano “Galli”) sarebbero venuti in Italia per il vino.[3] Quale che sia la causa della loro calata in Italia, essi vi arrivano in ordine sparso, nel V e IV secolo a.C. Nell’Italia settentrionale la loro egemonia prende il posto di quella etrusca. Si insediano, naturalmente, anche sul Sebino e in molte vallate alpine. I Galli che si stabiliscono nel bresciano appartengono alla gente dei Cenomani, mentre quelli del milanese sono gli Insubri e quelli del bergamasco gli Orobi. Sono guerrieri, ma anche artigiani e commercianti e, da un punto di vista culturale, tutt’altro che sprovveduti. Dalla loro integrazione con le popolazioni locali nasce un insieme di culti, tradizioni e modi di vita che durano fino alla romanizzazione del territorio. Poiché i Galli battono moneta, gli scambi in natura sono sostituiti da quelli in conto di denaro: nasce così una nuova classe locale di imprenditori e mercanti. La presenza dei Galli nel Sebino è testimoniata da numerose tracce linguistiche (per esempio, l’onomastica delle lapidi, i toponimi ecc.), ma i reperti della civiltà materiale – data anche la povertà delle loro abitazioni e la frugalità dei loro costumi – sono davvero pochi. |
La dominazione romana
Il trofeo di Augusto, edificato nell’anno 6 o 7 d.C., celebra la vittoria dei Romani sulle popolazioni alpine, da Trieste a Nizza. Sorge a La Turbie, su un promontorio che sovrasta la baia di Montecarlo, ben visibile dal mare. Il monumento, come si legge nell’iscrizione del plinto, è dedicato dal popolo e dal senato romano ad Augusto «qvod eivs dvctv avspiciisqve gentes alpinae omnes qvae a mari svpero ad infervm pertinebant svb imperivm PR svnt redactae» (perché con la sua guida e con i suoi auspici tutti i popoli alpini dall’Adriatico al Mediterraneo sono stati sottomessi all’autorità del popolo romano). Seguono i nomi dei quarantacinque popoli alpini sottomessi: «gentes alpinae devictae trvmplini camvnni vennonetes venostes isarci…». I nomi degli abitanti delle tre valli più importanti della Lombardia sono incisi ai primi tre posti dell’elenco.
Lapide in onore di Druso, offerta dalla Civitas Camunnorum, cioè dalla comunità dei Camuni, che avevano capitale a Cividate camuno, l’antica Vannia. La lapide, facilmente databile nel 23 d.C., è stata ritrovata a Rogno: si dimostra così che la gente camuna aveva giurisdizione fino al lago Sebino. Manca la parte destra dell’iscrizione, che è stata così ricostruita dal Mommsen:
| La conquista romana comincia nel II sec. a.C.: ma il possesso, almeno all’inizio, è tutt’altro che stabile. Bisogna anche considerare che non tutti i Celti hanno lo stesso atteggiamento nei confronti di Roma: per esempio, quando nel 225 a.C. una lega di popoli gallici muove verso sud con un grosso esercito, Roma può contare sull’alleanza dei Cenomani, rivali degli Insubri. Poi però i Cenomani sono di nuovo alleati degli Insubri, contro Roma, nel corso della seconda guerra punica. Nel 191 a.C. le popolazioni galliche subiscono una nuova disfatta da parte dei Romani, che assoggettano definitivamente la Gallia Cisalpina. I popoli transpadani (Insubri, Orobi e Cenomani) ricevono un trattamento migliore di quelli cispadani (i Boi, in particolare): infatti, sono riammessi al possesso del loro territorio, in qualità di stati alleati del popolo romano (civitates foederatae), con diritto di mantenere un proprio esercito. Il territorio viene munito di infrastrutture e attraversato da strade, mentre le rive del Sebino cominciano a romanizzarsi, con l’insediamento dei veterani dell’esercito, i quali ricevono appezzamenti di terreno come compenso di atti di eroismo in guerra e del lungo servizio militare: da soldati che erano si trasformano in coloni. I nuovi venuti trovano lungo le sponde del lago molte coltivazioni, per esempio quelle delle viti e dei castagni. Ma portarono la coltivazione dell’ulivo, del frumento egiziano e dell’orzo. In questo periodo si diradano le boscaglie, si trasformano gli antichi sentieri in strade di comunicazione per il passaggio dei militari e delle merci, si insediano stazioni per il cambio dei cavalli, si costruiscono fornaci per la fabbricazione di mattoni, coppi e stoviglie, grazie anche alla presenza dei giacimenti d’argilla. In seguito, come premio per la fedeltà dimostrata durante la rivolta degli alleati italici contro Roma, i Traspadani ricevono, nell’89 a.C., la cittadinanza latina (il cosiddetto ius Latii). Poi, nel 49 a.C., sia Bergamo sia Brescia avranno la concessione del diritto romano, con facoltà di mandare i loro rappresentanti a Roma (e, in compenso, il dovere di fornire soldati alle legioni romane): i bergamaschi sono ascritti alla tribù Voturia, i bresciani alla tribù Fabia.[4] Com’è evidente, Roma applica un’intelligente politica di differenziazione della condizione giuridica dei suoi vicini e potenziali nemici, per meglio affermare il suo dominio.[5] Gli antenati dei vigolesi vivono ormai nell’orbita di Roma; eppure, poco prima dell’inizio dell’era cristiana, la loro storia si legherà ancora più strettamente a quella dell’Urbe, con la romanizzazione definitiva dell’Italia settentrionale. Il merito (o demerito) non è loro, ma dei Camuni e, in generale, dei cosiddetti Reti, le cui scorrerie nella pianura minacciano le città romanizzate dell’Italia settentrionale. Con il nome di Raeti i romani indicano le popolazioni insediate sull’uno e l’altro versante delle Alpi Centrali, suddivisi in vari gruppi, fra cui i vicini (per gli abitanti del Sebino) Camuni. Sull’origine dei Reti, Ottaviano Augusto – che nel 27 a.C. è diventato padrone assoluto della Repubblica – ha idee vaghe,[6] come tutti i suoi contemporanei; in compenso è determinato a imporre la pace romana fino alle Alpi. Perciò occorre non solo vincere, ma devincere (cioè vincere completamente, una volta per sempre) gli alpini. Infatti, Roma invia contro di loro, nel 16 a.C., uno spiegamento di forze imponente, suddiviso in tre corpi d’armata che muovono da sud (pianura padana), da ovest (dalla Gallia transalpina) e da nord (dalle valli del Reno e del Rodano, attraverso l’Helvetia). I Camuni, che abitano la più vasta delle valli alpine, sono i primi ad esser soggiogati nel 16 a.C., insieme ai Trumpilini (che abitano la Val Trompia) e ai Vennoneti (che popolano la Valtellina). Le operazioni sono coordinate dal proconsole Publio Silio, mentre comandanti generali delle milizie romane inviate contro i Reti sono Druso e Tiberio, figliastri di Augusto. In soli due anni tutte le vallate alpine sono conquistate e romanizzate. Dopo la sconfitta i ribelli, come usava a quei tempi, sono sterminati o venduti nei vari mercati dell’Impero. Non sfuggono a questo destino i Camuni, che sono venduti all’asta, con i loro terreni, a Brescia: è la politica di Augusto, che consiste nell’«esser clementi con chi si sottomette e distruggere chi mostra superbia».[7] Qualche anno dopo, però, conosceranno una sorte migliore, rispetto alle altre genti alpine: saranno ascritti alla tribù Quirina, perché possano votare nei comizi di Roma. A riprova della grande importanza che i Romani attribuiscono a questa conquista, i nomi degli abitanti delle tre valli più importanti della Lombardia sono incisi ai primi tre posti nell’elenco delle quarantacinque «gentes alpinae devictae» menzionate nel trofeo di Augusto a La Turbie. Ancora una volta, i centurioni che si sono particolarmente distinti nella guerra contro i barbari ricevono degli appezzamenti di terreno. Si ha così in epoca augustea la centuriazione del territorio, cioè la sua suddivisione in lotti geometrici. Ma i nuovi abitanti delle rive del Sebino non sono soltanto militari. Vengono a stabilire la loro dimora, qui e nella Valcamonica, i rappresentanti delle più distinte e nobili famiglie di Roma e del Lazio (come testimoniano alcune lapidi). I locali assimilano con rapidità le idee e il modo di vivere della nuova classe dominante, senza perdere del tutto alcune caratteristiche antiche, tanto che Plinio in una lettera a Minucio scrive, a proposito di Brescia, che «vi si conserva molto del pudore, della frugalità ma anche della rusticità antica».[8] Se questo è vero degli abitanti di una città, lungo le sponde del lago le cose non devono essere gran che diverse. Qui non esistono agglomerati urbani, ma vici, cioè villaggi, federati in pagi (che potremmo tradurre in “cantoni”,[9] corrispondenti a distretti giudiziari). I pagi posti lungo le sponde del lago sono, in senso antiorario, Predore, Solto, Pisogne, Sale Marasino e Iseo. Ancora non esiste un insediamento abitativo a Vigolo ma il suo territorio è sempre più frequentato: riferisce il Guerrini che vi «si è scoperta una piccola necropoli con varie tombe romane, nelle quali si sono trovati vasi fittili, monete e altri oggetti dell’epoca».[10] L’ipotesi più probabile è che qui passi una via romana di collegamento fra Bergamo e il lago superiore, attraverso Viadanica e il colle del Giogo, essendo il Corno di Predore un ostacolo troppo imponente perché possa essere smosso dai pur abili ingegneri romani. Affrontiamo a questo punto il problema del nome di Iseo e della sua cristianizzazione, prima di entrare nell’Alto medioevo, quando finalmente nasce Vigolo. È stata avanzata l’ipotesi che il centro di Iseo, e quindi il lago, si chiami così perché la zona sarebbe stata abitata, prima della conquista romana, da tribù di origine medio-orientale e iberica, il cui pantheon (cioè la comunità degli dei venerati) sarebbe stato di derivazione assiro-egiziana, comprendendo gli dèi Mitra e Iside. Ora tutto è possibile, ma ogni cosa è più o meno probabile. E se è vero che il culto di Iside da un certo punto in poi si diffonde non solo in Italia, ma anche in Spagna, in Germania e nella Pannonia, è anche vero che ciò avviene dopo che Augusto incorpora l’Egitto nell’impero romano. Il culto di Iside, da principio vietato (in quanto prevede processioni e cerimonie spesso segrete e “indecenti”), è accolto definitivamente in epoca imperiale. Alla metà del II sec. d.C., prima che Milano diventi residenza imperiale (286-402) e prima della svolta religiosa costantiniana, questa religione è sul punto di diventare il culto dominante in tutto l’impero. Il fatto è che Iside, divinità femminile egiziana, a differenza degli dèi dei romani antichi, promette l’immortalità: i soldati, morituri per definizione (come tutti, del resto, ma prima di tutti), si convertono in numero sempre maggiore. Iseo prende questo nome perché nell’area del Sebino si trovava un Isium, cioè un sacrario di Iside. Poiché Iseo è il porto principale del lago, il Sebino verrà nominato “lago d’Iseo”, per la stessa ragione per cui il Lario prenderà il nome di “lago di Como” e il Benaco quello di “lago di Garda” (dov’era un forte militare). A riprova della presenza di culti esotici nell’area del Sebino, si ricordano le testimonianze del culto mitraico a Provaglio d’Iseo (sculture raffiguranti il dio Mitra col corteggio di Cauti e Cautopati i quali impugnano – a simboleggiare la parabola solare o, secondo altri, gli equinozi – l’uno una fiaccola alzata, l’altro una fiaccola abbassata). Si racconta che nel V sec. a.C. il vescovo bresciano Vigilio, che costituì le prime comunità cristiane del Sebino, ebbe il suo daffare nel far fronte ai culti pagani, soprattutto questi nuovi. Nell’amministrare (dapprima solo spiritualmente) il territorio, la Chiesa continua a dividerlo in vici e pagi: questi ultimi però saranno chiamati plebes, cioè pievi (plebs, che in origine significava “plebe”, indicherà poi, genericamente, una chiesa di campagna). Tuttavia fin verso il secolo IX le popolazioni alpine continuano i loro culti tradizionali, preromani, in particolare per Saturno. Sulle vette si trovano i resti dei sacrari, nei quali avvenivano i sacrifici, «che tuttora chiamansi i pagà».[11] |
Il medioevo
Pergamena capitolare del 1202, conservata nella Biblioteca civica Angelo Mai, Bergamo, attestante l’impegno dei comuni della Val Calepio per contribuire alle spese del canale di Bergamo. | Vigolo nasce quando l’impero romano comincia a vacillare, sotto la spinta delle invasioni barbariche, più possenti di qualsiasi limes (che significa “limite”) invalicabile, come quello vagheggiato dall’imperatore Adriano. Anche in Cina si era innalzata una grande muraglia per arginare l’invasione mongola, ma le fortificazioni servono se c’è un esercito in grado di contrastare l’irruenza dell’invasore. In mancanza di questo, i Mongoli si impossessarono della Cina. Quando furono scacciati dalla Cina, ripararono a occidente, fecero base in Pannonia (l’odierna Ungheria), quindi vennero in Italia, dove si imparò a conoscerli con il nome di Unni. Per loro scavalcare la muraglia che avrebbe dovuto difendere l’Italia, le Alpi, dev’essere stato poco più che uno scherzo. Ma prima degli Unni, altri barbari sono entrati nel bel paese «che l’Apennin parte, e ’l mar circonda e l’Alpe» (Petrarca): i Visigoti di Alarico che dilagano nella pianura padana, e a stento sono ricacciati oltralpe dal generale Stilicone (403), ma poi vi ritornano, scendendo fino a Roma e mettendola a sacco (410) e i Vandali di Genserico, originari dello Jütland, che hanno un regno in Andalusia, che poi estendono all’Africa settentrionale, donde partono per l’Italia arrivando a Roma e saccheggiandola (455). Ma i più terribili sono gli Unni che invadono, anch’essi, la pianura padana e sono poi miracolosamente “convinti” a ripassare le Alpi dal papa Leone I. Poco dopo il loro capo, Attila, muore e i barbari che aveva portato con sé si disperdono. Probabilmente Vigolo esiste già nel 476, quando il barbaro Odoacre depone Romolo Augustolo, l’ultimo degli imperatori romani d’Occidente. La popolazione del Sebino vede, o teme di vedere da un momento all’altro, i barbari che invadono, devastano e rapiscono. Stando così le cose, una possibile tecnica di difesa è l’“arroccamento”, consistente nel trasferirsi in un posto elevato e munirlo di difese: avviene così, al tempo dei secoli bui, che Vigolo e Parzanica abbiano una popolazione superiore a quella dei paesi del lago: Iseo, Lovere e Sarnico. Vigolo non è più soltanto un «paese pastorale sul monte» (G. Rosa), ma anche un luogo dove, nonostante certe innegabili scomodità, la speranza di vita è maggiore. A quel tempo Tavernola[12] è soltanto il porto di Vigolo, il che potrebbe spiegare un certo risentimento dei vigolesi nei confronti dei vicini che, fattisi potenti, pretenderanno di regolare gli affari di religione della valle, come vedremo in seguito. Poi è la volta degli Ostrogoti di Teodorico che, invogliati in qualche modo dall’imperatore d’oriente Zenone, giungono in Italia e vi fondano un regno. Ma quando i loro interessi cominciano a divergere da quelli di Bisanzio, dove ha sede l’impero d’oriente, nasce la guerra cosiddetta greco-gotica (535-553), nel corso della quale Brescia, a vicende alterne, cade nelle mani dei goti o dei bizantini. Al termine della guerra, l’Italia si trova a far parte dell’impero romano d’oriente, governata da alti funzionari bizantini residenti a Ravenna. Il dominio bizantino sull’Italia (comprese le isole) dura appena quindici anni perché adesso, in questa serie di invasioni barbariche che sembra non aver mai fine, è la volta dei Longobardi. Originari della Scandinavia, i longobardi hanno imparato a conoscere l’Italia quando vi furono chiamati dal generale bizantino Narsete, per combattere i Goti. Vi fanno ritorno nel 568 d.C., dopo essersi fermati per alquanto tempo in Pannonia. Al seguito del loro re Alboino, non è difficile per loro impossessarsi di un’Italia spopolata da un’epidemia di peste. Non hanno pratica di agricoltura, sono soprattutto pastori e guerrieri. Poi, poco per volta, si inciviliscono, come già era successo agli Ostrogoti: questa, d’altra parte, è una costante dell’Italia, che non riesce a esprimere una forza sufficiente per difendere la sua civiltà, ma stempera la barbarie di coloro che se ne impossessano. Nascono in Italia i ducati longobardi: quelli di Bergamo e Brescia sono fra i più importanti. Con il re Autari il dominio dei Longobardi si estende pressoché a tutta la penisola: durerà due secoli, fino all’arrivo dei Franchi. L’ultimo re longobardo è Desiderio, duca di Brescia, che in questa città fonda il monastero benedettino di S. Salvatore, detto anche di S. Giulia, al quale assegna le rendite della peschiera di Sarnico (piscaria de Sarnega, come si legge nei documenti). Oggi nella zona del lago non avanza molto della presenza dei Longobardi. Le vestigia più frequenti sono linguistiche, per esempio, i toponimi: Lovere deriva da loer, che significa “bassura”; Sale significa “mercato” (da questo stesso etimo deriva Salò, sul lago di Garda). Così, in mancanza di documenti scritti e di testimonianze materiali, dobbiamo contentarci di sapere che Vigolo in qualche modo esiste ed è poco più di un agglomerato di case: il suo nome, Viculus, sta per parvus vicus, “piccolo villaggio”. Sono i Longobardi a porre le basi del potere temporale del papato,[13] eppure il papa inviterà i Franchi a venire in Italia, con il mandato di porre termine all’egemonia longobarda. Così i Longobardi se la vedono dapprima con Carlo Martello (quello che con la battaglia di Poitiers ha sbarrato la strada agli Arabi), poi con Pipino il Breve[14] e, infine, con Carlo Magno, che porrà fine al loro regno. Nel 773 Carlo Magno, re dei Franchi, scende in Italia, occupa la Valcamonica e parte del lago d’Iseo, quindi, arrivato a Pavia, capitale del regno longobardo, si proclama re dei Franchi e dei Longobardi. Poi comincia a farsi chiamare rex Italiae, re d’Italia. Fuori dell’Italia, Carlo Magno sottomette la Germania associandola alla grande famiglia dei popoli cristiani d’Occidente e mette in rotta gli Arabi a Roncisvalle, nei Pirenei: le sue imprese sono straordinarie e il suo dominio ricorda l’antico impero romano, perciò nell’anno 800 Leone III lo incorona “sacro romano imperatore”. Il fatto che l’impero sia adesso cristiano non è senza conseguenze per gli abitanti del Sebino e dintorni, dove gli antichi pagi si trasformano in plebanie cristiane. Carlo Magno imprime una svolta decisiva al processo di evangelizzazione delle valli che ancora venerano “gli dèi falsi e bugiardi” (per esempio, in Valcamonica) e si fa difensore degli interessi materiali e spirituali della Chiesa, curando in particolare che non vengano a mancare i contributi dei fedeli – cioè le decime – alle singole chiese. Favorisce il monachesimo e assegna ai monaci benedettini di Tours ampi territori in tutta la Valcamonica e lungo le sponde del Sebino (ma anche Sirmione, e altri territori ancora).[15] Grazie anche alle rendite provenienti dall’Italia, l’abbazia San Martino di Tours diventa nella prima metà del IX secolo un centro editoriale di grandissima importanza: dal suo scriptorium escono più di 45 bibbie di grandissimo formato, copiate e preziosamente illustrate a mano (ancora la stampa non è stata inventata). La famosa bibbia destinata al conte Rorigon, genero di Carlo Magno, esce da questo monastero. Da questi privilegi ecclesiastici trae origine l’infeudamento del territorio. Il potere sovrano vero e proprio appartiene al re, che conserva, per esempio, il diritto di amministrare la giustizia; passa invece all’abbazia di Tours il diritto di riscuotere i tributi sulle proprietà e sulle attività: corvée (lavoro di servitù) e tasse (dazi per il transito di ponti e strade, tasse sul macinato e sui diritti di pesca e caccia ecc.). D’altra parte, il feudalesimo diventa ben presto una necessità per i successori di Carlo Magno che non disporranno della sua energia per mantenere insieme l’impero. Bene o male, i signori feudatari, affiancati dal clero, mantengono l’ordine in un’Italia che riprende ad essere infestata dai barbari. Nel nord dell’Italia, in particolare, fanno le loro scorrerie gli Ungari, anch’essi di stirpe mongolica, affini agli Unni, mentre a sud gli Arabi non durano fatica a conquistare la Sicilia. Poco per volta però i legami del Sebino con l’abbazia nella lontana Francia si allentano, poi sono recisi del tutto, non perché i contadini siano liberati dai gravami fiscali, ma perché i possedimenti passano di mano. Avviene anche, spesso, che i possedimenti appartengano ai vescovi delle città che prendono il posto degli antichi feudatari, a tutti gli effetti, anche giurisdizionali. Con la deposizione dell’ultimo dei re Carolingi, il Sacro Romano Impero si smembra nei regni di Francia, d’Italia e di Germania. Ma la situazione è confusa, perché c’è chi pretende di essere ancora imperatore, e chi si contenta di ricevere, dai vescovi di Pavia o di Milano, la corona ferrea longobarda, cioè il titolo di re d’Italia.[16] Quando Ottone I di Sassonia, re di Germania, si reca a Pavia per essere nominato re d’Italia, nel 951, la cosiddetta “anarchia feudale” sembra finalmente avere termine: in qualche modo è così, ma non per molto tempo. In ogni caso, dal momento dell’incoronazione di Ottone I la corona italica sarà unita a quella dell’impero romano della nazione germanica. Gli imperatori sassoni si propongono di abbattere la grande feudalità, perciò affidano i feudi ai vescovi delle città, più docili e istruiti e con un grande vantaggio: non hanno eredi, perciò alla loro morte il feudo torna nelle mani dell’imperatore. Però questa duplice dipendenza dei vescovi, dal papa e dall’imperatore, comporterà nuovi problemi. Intanto nelle città si manifestano i primi sentimenti di insofferenza nei confronti della nobiltà e dei vescovi: il caso più significativo è quello della rivolta del popolo[17] di Milano, capeggiata da Lanzone da Corte. Avviene così che verso la fine del secolo XI molte delle città della Val Padana siano rette “a comune”: in altre parole, al loro governo partecipano insieme vescovo e popolo, nel rispetto della suprema autorità dell’imperatore. Ai fini della nostra storia interessa osservare che Bergamo e Brescia sono nel XII secolo due importanti comuni d’Italia, autonomi e ricchi, al cui benessere contribuiscono le popolazioni del Sebino. I contadini, liberatisi dall’oppressione feudale, passano senza soluzione di continuità sotto il dominio dei cittadini. Nel 1152 Federico I di Svevia (il “Barbarossa”) viene eletto re di Germania; pertanto – in virtù della riforma voluta da Ottone di Sassonia – è anche imperatore, con giurisdizione nelle cose d’Italia. Anche lui si propone di metter ordine nei feudi e nelle città, a cominciare dalla Germania, divisa fra ghibellini,[18] favorevoli alla casa di Svevia, quella di Federico, e guelfi,[19] favorevoli a un’altra casa ducale molto potente, quella di Baviera. Poi viene in Italia, a più riprese, per mettere ordine e abbassare la superbia dei liberi comuni. Nella sua seconda spedizione (1158-62) passa per il Tonale, scende per la Valcamonica e di qui giunge alle rive del Sebino: il territorio è occupato dagli imperiali, mentre Iseo viene espugnata e incendiata. Quindi Federico I assedia e costringe alla resa Brescia e Milano: la popolazione di Milano viene dispersa, mentre le difese e le costruzioni della città sono atterrate dai rivali dei milanesi – lodigiani, pavesi, comaschi, bresciani ecc. – che la distruggono sestiere per sestiere. Poi però si capisce che è meglio far fronte comune contro l’imperatore: Brescia e Bergamo aderiscono alla prima lega Lombarda (1167) e ricostruiscono Milano. L’imperatore scende ancora una volta in Italia, ma viene sconfitto a Legnano (1176). Con la pace di Costanza (1183) riconosce ai comuni della Lega i possessi e i diritti di cui godevano prima della guerra: i vigolesi tornano ufficialmente sotto la giurisdizione di Bergamo. Dopo la morte del Barbarossa (1190) i signori e le città d’Italia sono spesso in contrasto e si dicono, secondo le convenienze, “guelfi” o “ghibellini”: in particolare, sono guelfi i signori di ascendenza popolare, nonché il “popolo grasso” (i borghesi), favorevoli a una certa presenza politica del papa negli affari d’Italia, mentre sono ghibellini i signori di ascendenza feudale e, in generale, tutti coloro che idealmente possono ascriversi al partito imperiale. Il popolo minuto delle città e, fuori delle città, i contadini non hanno, naturalmente, voce in capitolo. Fra questi signori guelfi, non possiamo trascurare di far menzione dei Fenaroli, originari di Vigolo (secondo G. Rosa), i quali si schierano con il papa e con i liberi comuni e s’incaricano di fortificare Tavernola, Vigolo e Parzanica. I Fenaroli prendono questo nome dal fieno che forniscono alle repubbliche di Bergamo e Brescia: è questo il cibo dei cavalli, e possiamo ben immaginare che abbia un’importanza strategica, più o meno come il petrolio ai giorni nostri. Tra le famiglie che gravitano sul Sebino ricordiamo che sono guelfe anche quelle dei Foresti e dei Consoli. Sono ghibellini invece gli Oldofredi di Iseo e i Federici della Valcamonica. Niente impedisce, naturalmente, che esistano rivalità anche fra signori e città che appartengono alla stesso partito: così Bergamo e Brescia, che pure avevano contrastato congiuntamente l’imperatore, non per questo rinunciano ad avere questioni di confine. Perciò Bergamo si coalizza con Cremona contro Brescia, ma le milizie bresciane hanno la meglio sulla coalizione, nella battaglia di Rudiano (1191). Infine Enrico VI, succeduto al Barbarossa, stabilisce i confini fra i contendenti. È di questo periodo, del 1202 per essere precisi, un documento – una pergamena capitolare – in cui per la prima volta leggiamo il nome di Vigolo. Per capire meglio di che cosa si tratta, ricordiamo che in questo periodo Bergamo conosce una straordinaria fioritura economica, perciò si ampliano le mura della città alta (che fino a questo momento erano ancora quelle del municipio romano) e si mette a punto un nuovo statuto giuridico per i vici della città bassa. Questi vici, delimitati da un canale le cui acque sono derivate dal fiume Serio, ricevono lo jus burgense, quindi fanno parte della città. Anche Vigolo contribuisce alla grandezza di Bergamo: sappiamo infatti dalla pergamena capitolare che i comuni della Val Calepio (e Vigolo è menzionato fra questi) s’impegnano a farsi carico di una parte delle spese necessarie per il fossatum comunis Bergami, cioè per il canale del comune di Bergamo, relativamente al tratto Nese-Ranica. La valle del Sebino corre il rischio di essere di nuovo nelle mani degli imperiali quando si forma una nuova lega lombarda: il nuovo imperatore, Federico II, passa il Po a Cremona (1236) per sottomettere i ribelli, a cominciare dai bresciani, portando con sé settemila saraceni, truppe germaniche e masnade feudali italiane. Queste ultime, guidate da Ezzelino da Romano, devastano la pianura, ed è probabile che gli abitanti di Vigolo ne abbiano avuto sentore. Poi Federico II sconfigge i Milanesi a Cortenuova, presso Bergamo, dove ancora oggi i contadini, arando i campi, trovano i resti di quella battaglia. Così l’onta di Legnano è cancellata.[20] Nonostante la sconfitta, i comuni continuano ad aver vita, per intervento del papa Gregorio IX, che scomunica l’imperatore e convoca un concilio per la sua deposizione. Intanto Federico II muore e nel 1265 scende in Italia Carlo d’Angiò, chiamato dal pontefice per porre un freno alle ambizioni di Manfredi, figlio naturale di Federico II: il re giunge via mare, ma le sue milizie transitano per le Alpi. A Capriolo le truppe francesi si scontrano con i ghibellini. Hanno la meglio e devastano la zona che poi da loro, secondo alcuni, prenderà il nome di Franciacorta.[21] Nel 1327 Ludovico il Bavaro viene in Italia passando per la Valcamonica, ma non è riconosciuto imperatore dal papa, anzi è scomunicato; lui però, a sua volta, nomina un antipapa. Francamente non siamo in grado di dire se i vigolesi siano al corrente di queste beghe, anche se certamente giunge alle loro orecchie la notizia di un ennesimo passaggio degli imperiali per la Valcamonica. Segnaliamo invece che, quattro anni dopo, il paese di Vigolo riceve menzione negli statuti della città di Bergamo (1331) come entità comunale a sé stante, a differenza di altri villaggi che, per avere una rappresentanza comunale, devono essere accorpati. |
Il dominio visconteo | Mentre alcuni comuni (come quello di Firenze) assumono la forma di oligarchie borghesi, altri, come quello di Milano, si costituiscono come signorie: quest’evento, apparentemente lontano, avrà una ripercussione sugli abitanti di Vigolo, perché Bergamo fra non molto, dopo essersi consegnata a Giovanni di Boemia,[22] cade sotto il dominio dei Visconti (nel 1332), che sono signori di Milano nel periodo che va dal 1311 al 1447: anzi, a partire dal 1395 sono duchi, per concessione dell’imperatore Venceslao, che trasforma la signoria in un legittimo principato dell’impero. Il dominio visconteo su Bergamo e, indirettamente, su Vigolo – dal momento che i Visconti prendono possesso del territorio del lago d’Iseo – dura circa cento anni. I Foresti forniscono loro le navi per il pattugliamento del lago. Al tempo in cui è signore Gian Galeazzo, i Visconti sono in procinto di impossessarsi dell’Italia, ma con la sua morte il ducato rischia di smembrarsi. Si riprende poi con Filippo Maria Visconti, che però deve fare i conti con il desiderio di Venezia di estendere i possedimenti di terraferma, tanto più che l’impero ormai è diventato una cosa tutta tedesca, e gli imperatori rinunciano al controllo politico dell’Italia, contentandosi di concedere privilegi feudali (a pagamento). I Veneziani vincono in battaglia i Milanesi, a Maclodio (1427), per merito del condottiero Francesco di Bussone detto il Carmagnola, il quale però, cinque anni dopo, viene condannato a morte, in quanto sospettato di volersi costituire una signoria tutta per sé o – peggio – di intelligenza con il nemico, cioè con i Visconti.[23] A questo punto Bergamo e Brescia, stanche delle lotte intestine e delle guerre esterne, non accampano più diritti di autonomia municipale, ma si dànno spontaneamente a Venezia, sia nell’intento di procurarsi una pace stabile, sia per entrare in un “mercato” (come si direbbe oggi) vasto e vivace, con buone possibilità di sviluppo economico. Bisogna dire che non fu una scelta sbagliata, se diamo un’occhiata ai tre secoli successivi e confrontiamo le condizioni del territorio di Venezia con quelle del milanese. |
Il buon governo della Serenissima | Fra gli eventi che ancora turbano la tranquillità del Sebino dopo la pace di Ferrara (1428) che sancisce l’appartenenza di Bergamo e Brescia alla Repubblica di Venezia, ricordiamo i tentativi di riconquista dei Visconti (che però sono facilmente rintuzzati: le lotte hanno termine con la pace di Lodi del 1454) e gli esiti della Lega di Cambrai (1508), promossa dal papa Giulio II, tra Massimiliano I d’Asburgo e Luigi XII di Francia contro Venezia. Ancora una volta, lo straniero scende dalla Valcamonica: sono le truppe mercenarie di Massimiliano d’Austria che arrivano al lago e devastano Sarnico. Ma le conseguenze sono nefaste soprattutto per Brescia, che fa esperienza del saccheggio di Gaston de Foix (1512), uno dei più selvaggi che la storia ricordi, con migliaia di morti, conventi violati e quattromila carri di bottino. Quindi, dopo i francesi, Brescia subisce quattro anni di soggezione spagnola, poi torna a Venezia. Le cose vanno meglio sulla sponda bergamasca: sono veramente tre secoli e mezzo di pace, come testimoniano le mura di Bergamo, ancora oggi così belle, perché Bergamo non fu mai cinta d’assedio. La loro costruzione comincia dopo la pace di Câteau Cambresis, che stabilisce l’egemonia in Italia della Spagna, che riceve il ducato di Milano. La fortificazione di Bergamo è un atto di ordinaria cautela militare. A questo punto la nostra storia, cioè la storia di Vigolo, diventa molto più lineare, nel senso che gli eventi si susseguono senza più sovrapporsi. Inoltre diminuisce il numero delle variabili esterne che possono influenzare la vita dei vigolesi, anche se alcune saranno potentissime, per esempio la peste. Osserviamo intanto che, prima della battaglia di Maclodio, gli abitanti di Tavernola, Parzanica e Vigolo si sono messi sotto la protezione dei conti Calepio,[24] leali rappresentanti degli interessi di Venezia. I tre paesi si trovano dunque nella sfera d’influenza di Venezia già prima della battaglia, e adesso che il loro territorio è parte dei possedimenti della Serenissima possono pretendere un po’ di gratitudine. Così nel 1428 Vigolo ottiene dal doge Francesco Foscari di essere ammesso sotto la diretta giurisdizione di Venezia, senza che niente sia più dovuto ai conti di Calepio. Più tardi, però, Venezia riconoscerà ai conti di Calepio un qualche diritto semi-feudale su Vigolo: in pratica, i vigolesi sono gravati dell’onere di regalie da versare annualmente. Vigolo comunque è un comune, con ordinamenti propri, a differenza di Tavernola, che fa parte di Predore, come risulta da un documento del 1481, dove si fa menzione di una ricognizione dei confini che Vigolo ha in comune con Adrara, Predore, Solto Collina e Parzanica. Vigolo non ebbe statuti né in quest’epoca, né dopo: sappiamo però – da una pergamena del 1376 – che ha un console il quale spesso, come risulta dagli atti, non è residente a Vigolo. In qualità di comune rurale, il paese è governato dalla “vicinìa”, un comitato dei rappresentati dei capi famiglia originari del paese. Sono questi i consiglieri che ogni anno eleggono il console. I residenti sono classificati in vicini, forestieri ed esteri. I vicini sono gli abitanti del vicus, cioè del villaggio, i forestieri sono quelli provenienti da altre zone, facenti parte del territorio di Venezia; gli esteri sono gli stranieri, provenienti da altri Stati. Forestieri ed esteri non solo non possono concorrere alle cariche comunali, ma godono di diritti inferiori. Vero è che il titolo di “residente” poteva anche essere acquistato. Il buon governo di Venezia non è però in grado di rintuzzare la volontà di potenza delle grandi famiglie del lago. Gli antichi feudatari mal sopportano l’abolizione dei privilegi d’un tempo, perciò la potente famiglia degli Oldofredi, di Iseo, viene bandita. Rimangono però i Calepio presso l’emissario del lago, i Foresti a Solto, i Celeri a Lovere, i Panigoni a Riva, gli Alessandri a Villongo, i Martinengo a Iseo e i Fenaroli a Tavernola, Vigolo e Parzanica. Sono tutti l’uno contro l’altro armati, anche fuori di metafora: per esempio, i Martinengo occupano un castello a Montisola, dal quale tengono sotto tiro il territorio di Tavernola, controllato dai Fenaroli. Un altro elemento di disturbo nella vita pacifica che si conduce nella valle del Sebino – pacifica, ma non facile, perché le condizioni materiali sono quel che sono e, come se non bastasse, la campagna è infestata da un’invasione di cavallette – è il fanatismo religioso. Come in Valtellina, anche in Valcamonica si abbruciano le streghe. Venezia, in linea di principio, è contraria, perché i beni delle persone condannate diventano proprietà della Chiesa, esenti da tasse: una perdita secca per l’erario. Però deve fare i conti con la realtà, in un certo senso anche con un certo obiettivo bisogno di stregoneria che c’è nell’aria. Così avviene che a Pisogne otto streghe siano condannate al rogo nella piazza del mercato, dopo regolare processo e terribili interrogatori da parte del frate Bernardino de Grossis, inviato dall’Inquisizione, in accordo con il rappresentante del vescovo di Brescia. Immaginiamo che questa tragedia sia stata per lungo tempo oggetto di conversazione tra i vigolesi: alcuni avranno detto che era cosa ben fatta, altri avranno espresso il loro orrore tacendo, alcune donne avranno fatto propositi di vita virtuosa, altre – già in bilico sull’orlo della follia – avranno forse pensato che essere una strega non è poi una brutta cosa. Ma l’argomento che più appassiona i vigolesi è la “questione parrocchiale”. Nel XVI secolo Vigolo ha una “sua” chiesa che però non è parrocchiale: dipende da Tavernola. È questa la chiesa di S. Maria Assunta, non quella che c’è adesso, ma quella antica, costruita – forse – nel VII sec., completamente rinnovata nel XII sec., poi gravemente danneggiata da un’alluvione alla fine del XVII sec., come vedremo. L’antica chiesa di Vigolo è a una sola navata, con tre altari, un tetto in legno e una torre campanaria (con una sola campana). Da tempo a Vigolo si chiede che la chiesa si costituisca come parrocchia separata da Tavernola. Non c’è nemmeno un sacerdote residente: risulta da un documento del 1480 che, a seguito delle insistenze dei vigolesi, dovranno prestare servizio a Vigolo i tre curati di Tavernola, a turno, celebrando la messa tutte le domeniche e almeno due giorni feriali al mese, a Pasqua, Natale ecc. Ma la strada fra Tavernola e Vigolo è lunga e tutt’altro che agevole. Perciò queste decisioni diventano lettera morta e i vigolesi, per assistere alla messa e ricevere i sacramenti, devono sempre recarsi a Tavernola. Finalmente, nel 1550, si ottenne che un curato risieda a Vigolo, fermo restando che la chiesa di S. Maria Assunta non è una parrocchiale. Ma ecco un fatto che potrebbe mutare l’infelice condizione dei vigolesi. S. Carlo Borromeo, non ancora santo della Chiesa ma sant’uomo e cardinale di Milano, è atteso nella valle per il 19 e il 20 settembre 1575. Personalità di eccezionale rigore morale e di grande capacità organizzativa, egli è il massimo interprete dello spirito della Controriforma: dogmatico, ma anche animato da un grande fervore d’idealità e di carità. Con impressionante determinazione e metodicità visita tutte le parrocchie della diocesi, impartendo ovunque disposizioni perché l’attività religiosa riprenda vigore nel rispetto delle regole stabilite dal Concilio di Trento (1562-1563).[25] Nei due giorni previsti per questa sua visita, S. Carlo ha in mente di recarsi in 18 pievi (o di mandarvi un suo fiduciario): fra queste, quelle di Tavernola (350 abitanti), Vigolo (240) e Parzanica (400). Vuol capire come sia sentita le religione e quale sia lo stato di conservazione dei luoghi di culto, e intende porre fine alle beghe di paese, delle quali gli è pervenuta voce. S. Carlo non si reca personalmente a Vigolo, ma vi manda il suo Cardinale visitatore, con l’incarico di riferirgli sulle effettive difficoltà di comunicazione fra Vigolo e Tavernola e di accertare l’entità del beneficio ecclesiastico. S. Carlo, com’è suo costume, ascolta il resoconto del suo inviato e le richieste dei rappresentanti di Vigolo (i capi famiglia), che invita a stare col cuore in pace e a rinnovare al vescovo di Bergamo la richiesta di separazione. Insomma, sappia il vescovo di Bergamo che il cardinale arcivescovo di Milano non ordina, ma suggerisce che Vigolo abbia finalmente la sua parrocchiale. I decreti della visita, che possiamo leggere anche oggi, impongono un generale abbellimento delle strutture murarie e degli altari, e comprendono in allegato la documentazione relativa alla richiesta di separazione della chiesa di Vigolo. Dopo la partenza del cardinale arcivescovo, gli abitanti di Tavernola si oppongono alla richiesta di separazione dei vigolesi con un atto notarile inviato al vescovo di Bergamo, e non è difficile capire perché: parte dei benefici di cui gode la chiesa di Tavernola, derivanti anche dalle rendite agrarie in territorio di Vigolo, dovrebbero essere trasferiti alla nuova parrocchiale. Così la pratica inoltrata al vescovo di Bergamo, perché si sancisse la separazione delle chiese di Tavernola e Vigolo, si arena. Poi, un anno dopo la visita del cardinale Carlo Borromeo, il nuovo prevosto di Tavernola, Francesco di Lorandi da Gardon, ha l’impudenza e (come vedremo, l’imprudenza) di annullare tutte le promesse fatte ai vigolesi. Stabilisce, nel gennaio del 1577, che a Vigolo si celebri la messa nei soli dì di festa, che non vi sia più un curato residente e che funerali, battesimi e quant’altro siano celebrati a Tavernola. Il curato di Vigolo, don Alberto, lascia a malincuore il paese. Tutto questo avviene quando parecchi bambini a Vigolo muoiono senza aver ricevuto il sacramento del battesimo. Sappiamo che proprio in quegli anni infierisce nell’Italia settentrionale una peste che fa vittime a Milano e Venezia, e che anche in quest’occasione Carlo Borromeo si distingue per spirito di abnegazione. Non abbiamo notizie su Vigolo, ma sappiamo che a Iseo la peste, portatavi – pare – da un mercante cremonese, spegne settecento persone, mentre a Brescia trovano la morte duecentomila uomini. Insomma, negare i conforti religiosi di questi tempi, per una questione di benefici ecclesiastici, è una crudeltà atroce. Tre mesi dopo il suo proclama, don Lorandi viene “archibugiato” a Tavernola, durante un battesimo (1577), presso la porta della chiesa parrocchiale di S. Pietro. È appena tornato da un viaggio a Bergamo, intrapreso per sostenere, presso il vescovo, la sua opposizione alla separazione della chiesa di Vigolo. Tutto fa pensare, naturalmente, che l’assassino provenga da Vigolo. Infatti, non mancano le rappresaglie: l’assassino non viene trovato, ma il curato di Vigolo (sempre lo stesso don Alberto, che nel frattempo ha ottenuto di tornare a Vigolo) è sospeso “a divinis”. Ma ormai i vigolesi sono sul piede di guerra e assegnano il beneficio ecclesiastico a don Alberto, benché sospeso dai sacramenti (che probabilmente continua a celebrare). A Tavernola viene nominato un nuovo parroco, che chiede il versamento del beneficio, come nei tempi andati. I vigolesi oppongono il loro rifiuto, e il vescovo di Bergamo minaccia la scomunica per tutta la comunità di Vigolo. Le cose finalmente prendono una piega diversa, ancora una volta, per intervento di Carlo Borromeo, il quale sollecita il decreto di separazione definitiva della chiesa di Vigolo dalla chiesa madre di Tavernola (S. Pietro). Il che avviene, effettivamente, nell’ottobre del 1578. Il problema del beneficio è risolto così: il parroco di Tavernola conserva due appezzamenti siti in Vigolo e il nuovo parroco di Vigolo (sempre don Alberto) ha la rendita di un certo numero di piccoli appezzamenti di Tavernola. In pratica, si dànno castagne a Tavernola e olio d’oliva a Vigolo. Se proviamo a tradurre in termini odierni l’ammontare di quei benefici, siamo quasi tentati di sorridere, perché l’importo è veramente modesto. Ma tutto è relativo, e i vigolesi sono tutt’altro che ricchi. Da una relazione di Giovanni da Lezze, del 1596, si apprende che a Vigolo i fuochi (cioè i nuclei familiari) sono 91, le anime (cioè gli abitanti) sono 472, ma che quelli in età da lavoro sono 115. Si legge inoltre che sono tutti poveri, e che la proprietà è in mano ai Fenaroli.[26] Nel 1630, la peste, quella descritta dal Manzoni, miete 73.000 vittime in terra bergamasca: a Predore muoiono 201 dei suoi 289 abitanti, a Lovere la popolazione si dimezza, scendendo a 2400 abitanti (così ha termine l’industria tessile[27] avviata di recente, e con ottimi risultati, in questo comune). A Vigolo nel 1632 muoiono in duecento, in appena 79 giorni (ma, secondo altre valutazioni, il numero è alquanto inferiore). Il parroco di Vigolo, che appartiene alla famiglia dei Fenaroli, suggerisce di costruire una cappella da dedicare a S. Rocco, protettore contro la peste. Non trovandosi poi i fondi pubblici, la cappella sarà costruita a sue spese, con diritto di sepoltura per i membri della sua famiglia. Un’altra disgrazia che si abbatte su Vigolo è la perdita dell’amata chiesa. Ma questa volta gli abitanti di Tavernola non c’entrano: il fatto è che nel 1699 un’alluvione trascina con sé il terreno che prospetta sulla valle. Mentre il vecchio cimitero frana del tutto, la chiesa rimane in piedi, ma le sue fondamenta e le strutture murarie sono pericolanti. Perciò si decide di demolirla. In attesa della costruzione di una nuova chiesa, la messa viene celebrata nella cappella di S. Rocco. Poi si acquistano un orto e un gruppo di case, da spianare, nell’antica via degli Orti e, nel 1704, si comincia la costruzione dell’attuale chiesa, che terminerà 14 anni dopo. Il parroco di Vigolo al tempo dell’alluvione è, come abbiamo visto, un Fenaroli e per cento anni consecutivi i sacerdoti di Vigolo saranno ancora dei Fenaroli. La fine del secolo segna anche la fine della Repubblica di Venezia, che crolla più che per l’impeto delle truppe napoleoniche, per la volontà di cambiamento che dovevano avere a quel tempo gli italiani, quelli istruiti che leggono le gazzette e sanno far di conto, e che già formano la cosiddetta “opinione pubblica” (da non confondere con l’“opinione di massa” odierna). Le truppe napoleoniche entrano a Bergamo senza quasi colpo ferire: l’unico nemico sembra essere quel leone di S. Marco scolpito sulle formelle delle porte di Bergamo, che infatti viene sistematicamente abbattuto. Invece nella valle del Sebino, a parte il tumulto di Sarnico del 1794 contro l’imposizione del dazio sull’olio, niente fa pensare che sotto le ceneri covi un sentimento di rancore contro Venezia. |
Con Napoleone
In questa stampa satirica Arlecchino, dopo l’arrivo dei francesi, svende a Pantalone ordini cavallereschi, tiare, chiavi, aquile e stemmi. | Nel corso della sua campagna d’Italia, il 15 maggio del 1796 il generalissimo ventiseienne Napoleone Bonaparte entra a Milano suscitando l’entusiasmo – a sentire Stendhal – della parte migliore della popolazione. Bergamo è la prima delle città venete di terraferma a costituirsi in repubblica autonoma, in attesa dell’arrivo dei francesi. Il 12 marzo 1797 Angelo Ottolini, ultimo rappresentante veneto a Bergamo, viene allontanato dalla città senza spargimento di sangue e il 13 marzo 1797 i francesi entrano a Bergamo. In Piazza vecchia si erige l’albero della libertà e si balla la carmagnola.[28] Anche il vescovo Dolfin sancisce con il suo voto la legittimità del nuovo governo. Non tutti sono d’accordo, però, soprattutto nel contado e nelle valli. Nascono i focolai delle cosiddette “insorgenze” antifrancesi, che però non muteranno il quadro politico della situazione. Val la pena però ricordare che le insorgenze più importanti in tutta Italia sono proprio quelle della valle Imagna, della Val Brembana e della Val Seriana. Adesso il territorio del lago è assegnato, con la Valcamonica, al dipartimento del Serio ed è unito a Bergamo: fa parte della Repubblica Cisalpina, proclamata il 9 luglio 1797, che nel 1802 prenderà il nome di Repubblica Italiana. Quindi, con l’istituzione dell’impero in Francia, la Repubblica Italiana diventa Regno d’Italia. Così vuole la storia: Vigolo dopo tre secoli e mezzo di obbedienza repubblicana ha ora un re a Parigi, Napoleone Bonaparte, e un viceré a Milano, il figliastro di Napoleone, Eugenio Beauharnais. Possiamo pensare però che per i vigolesi non solo Parigi, ma anche Milano, siano lontane quasi quanto è lontana Roma per i contadini lucani descritti da Carlo Levi, nel periodo fra le due guerre.[29] Il vivere quotidiano, al solito, è molto duro, ma da un punto di vista politico tutto è tranquillo, tanto che proprio a Vigolo si nasconde un disertore austriaco, per tutto il tempo dell’occupazione napoleonica (le sue spoglie sono sepolte sotto il pavimento della chiesetta di S. Giuseppe, di fronte all’attuale parrocchiale). |
La dominazione austriaca | Con la liquidazione dell’impero napoleonico e con il Congresso di Vienna (1814-15) si decide il nuovo ordinamento territoriale dell’Europa: Vigolo a questo punto fa parte del Regno Lombardo-Veneto, aggregato all’Impero d’Austria e Ungheria. Il re di Vigolo questa volta è Francesco I d’Austria, il viceré è l’arciduca Ranieri, fratello dell’imperatore. Il territorio del lago e la Valcamonica fanno ancora parte del Dipartimento del Serio. A sua volta la Bergamasca viene divisa in 18 distretti, sedi di Pretura e di uffici catastali: Vigolo farà parte del IX distretto, facente capo a Sarnico. Gli abitanti del Sebino sono così ricongiunti ai lombardi dell’ex-ducato di Milano, che già avevano sperimentato la dominazione austriaca nel periodo che va dal 1714 (quando l’Austria subentra alla Spagna) al 1796 (quando Napoleone, come abbiamo visto, entra a Milano). Adesso i Lombardi, a dir la verità, non se la passano male. L’amministrazione è efficiente, il ceto nobiliare non è più solo parassitario, ma anche imprenditoriale, promuovendo spesso lo sviluppo dell’agricoltura (in campagna si afferma il modello della cascina come unità produttiva) e quello industriale. La ricchezza prodotta dall’agricoltura, infatti, consente quell’accumulo di capitali che è alla base dell’industrializzazione. In particolare, nelle valli bergamasche si sviluppa il settore tessile e in quelle bresciane il settore siderurgico. Come esempi di buona amministrazione,[30] oltre l’istruzione elementare obbligatoria (1818), ricordiamo, in particolare per quanto riguarda il Sebino, il consorzio per la regolazione delle acque, istituito perché non si ripetano inondazioni come quella che nel 1839 ha sommerso il paese di Sarnico e l’apertura della strada (1848) per il collegamento tra Tavernola e Predore (che prima era possibile soltanto via lago). Così, nonostante la costituzione di una cellula della Giovane Italia, per opera di Gabriele Rosa, il clima politico nella valle del Sebino può dirsi mediamente tranquillo. |
Con l’Italia unita | L’Austria dà ai Lombardi un buon governo, ma commette lo stesso errore di Venezia: non capisce le istanze dei tempi nuovi, perciò non è in grado di praticare quell’arte dissimulatrice che caratterizzò la politica di Carlo Alberto di Savoia e, in seguito, quella di Cavour. L’Austria, infatti, è onestamente reazionaria, non capisce e non fa niente per capire che cosa vogliano veramente gli intellettuali, alle volte anche un po’ fatui, come quelli che si riuniscono nel salotto milanese della baronessa Matilde Dembowski, nata Viscontini. A maggior ragione non capisce le ragioni di chi, come Gabriele Rosa, nutre un ideale di vita eroico e coltiva aspirazioni a confronto delle quali la buona amministrazione, cosa di per sé non spregevole, costituisce tuttavia un fine troppo modesto. Ma c’è anche una situazione internazionale, che obiettivamente tende e comprimere il ruolo dell’Austria, il cui “modo di produzione” non è in sintonia con quello delle potenze industriali emergenti, la Francia e l’Inghilterra. Così i rapporti della polizia austriaca possono ben poco contro il vento insurrezionale che spazza l’Italia e l’Europa intera, nel 1848. Insorge Venezia, dove si proclama rinata la Repubblica di San Marco e insorge Milano (nelle famose cinque giornate: 18-22 marzo 1848), che costringe il generale Radetzky a lasciare la città. Insorgono anche Bergamo e Brescia, ma qui le rivolte sono soffocate dalle truppe austriache. Carlo Alberto, re di Sardegna, coglie l’occasione per dichiarare guerra all’Austria: entra trionfalmente a Milano, ma nascono ben presto alcune incomprensioni fra i patrioti repubblicani e il re sabaudo. Quando, dopo esser stato sconfitto a Custoza dagli Austriaci, transita per Milano, il suo passaggio è accolto con insulti e minacce. Questa guerra di Carlo Alberto – che poi abdicherà a favore di Vittorio Emanuele II – prende il nome di “prima guerra d’indipendenza”. Nel 1858 il conte di Cavour, primo ministro del regno di Sardegna, si reca a Plombières per incontrare in tutta segretezza Napoleone III, già presidente della Repubblica francese, poi presidente a vita, quindi imperatore: si accordano per liquidare la presenza in Italia dell’Austria, al cui posto subentrerà il Re di Sardegna (che però s’impegna a cedere a Napoleone III Nizza e la Savoia). Ma il Cavour andrà oltre l’accordo, facendo da cerniera fra il tiranno francese e i patrioti democratici italiani. Ha inizio così, promossa dalla Francia, la seconda guerra d’indipendenza. Nel 1859, dopo le battaglie di S. Martino e di Solferino, nelle quali le truppe franco-sarde combattono contro gli Austriaci, la Lombardia entra a far parte del Regno di Sardegna, transitando (ma solo per un attimo) per la Francia. Il trattato di Villafranca prevede, infatti, che Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, ceda la Lombardia a Napoleone III, imperatore di Francia, il quale la cederà a Vittorio Emanuele II, re di Sardegna. Così, ancora una volta, è la storia che decide per Vigolo, dimostrando quanto vere fossero le parole di Menandro,[31] secondo il quale noi viviamo come possiamo e non come vogliamo: il 17 marzo 1861 Vigolo fa parte del nuovo regno d’Italia, con capitale a Torino. Tre anni dopo la capitale viene trasferita a Firenze e dieci anni dopo, con la soluzione della “questione romana”, a Roma. Da un punto di vista amministrativo, il lago d’Iseo avrà una sponda bergamasca e una bresciana. La storia di Vigolo non finisce qui, ma qui ha termine quel modo capriccioso di farsi della storia che ci ha portato, per capire certi fatti che avrebbero avuto un riflesso sul destino di Vigolo, a volgere lo sguardo su un territorio vastissimo, dalle lande inospitali della Pannonia alle dolci rive della Loira (dove si trova l’abbazia di Tours), considerando gli ordinamenti dei romani antichi ma anche occupandoci di questioni relative a benefici ecclesiastici modestissimi, e prendendo atto del fatto che uomini di grandissima saggezza, come Federico II, possono apparire in veste di usurpatori. Perché nella storia si troverà sempre la grandezza, ma anche la meschinità dell’uomo, e una serie pressoché infinita di contraddizioni che sarebbe vano – oltre che disonesto – voler a tutti i costi sanare. |
Epilogo | Abbiamo visto la storia di Vigolo farsi più lineare, dal momento in cui il borgo è entrato a far parte del territorio della Serenissima. Però c’era ancora una certa dispersione territoriale: per questa ragione, da quando Vigolo è in terra veneziana, ci siamo disinteressati di ciò che avviene a Milano, salvo occuparcene di nuovo, dopo la caduta di Napoleone. Eppure Vigolo e Milano distano, in linea d’aria, appena 73 km. Adesso che Vigolo fa parte dell’Italia unita, i riferimenti fondamentali (non tutti, naturalmente) sono comuni a quelli delle altre città e paesi della penisola ed è facile indovinare quali siano stati gli eventi importanti, che d’altra parte sono storia nota. Perciò ci limiteremo ad alcuni cenni. Nell’Ottocento si assiste alla trasformazione dell’economia del lago, che da agricola diventa artigianale, tanto che alla fine del secolo l’Iseo sarà il lago più industrializzato d’Italia. I progressi della medicina determinano un incremento demografico, che trova uno sfogo nell’emigrazione: in Francia, in Belgio, e in America, soprattutto quella meridionale (Argentina, Brasile).[32] L’emigrazione peraltro è contenuta dalle possibilità di lavoro nelle filande (nell’Ottocento ve ne sono in tutti i paesi del lago, ben due a Tavernola) e nelle fornaci che utilizzano il pietrame delle numerose cave intorno al lago. Nel Novecento l’emigrazione è anche interna: molte famiglie, negli anni ’20, emigrano nel bresciano, di là del lago, dove la terra è più fertile. Negli anni ’40, invece, si va soprattutto nel milanese. Nel 1902 Sarnico viene collegata a Bergamo con il tram. Nel 1920 cominciano a Vigolo gli allacciamenti dell’energia elettrica; nel 1921 le vie principali del paese sono illuminate. Durante la prima guerra mondiale 150 vigolesi prestano servizio militare: i caduti sono quattordici, quattro i mutilati, due i decorati. Durante la seconda guerra mondiale si registrano a Vigolo tre caduti e tre dispersi; inoltre si contano tre vittime civili. Al tempo della Repubblica Sociale Italiana, il 24 novembre 1943, tre partigiani della zona di Vigolo si trovano in paese per rifornirsi di viveri, presso il negozio del Bettoni. Entrano tre carabinieri, si spara da una parte e dall’altra. Il brigadiere dei carabinieri resta sul posto ferito gravemente. Gli abitanti di Vigolo temono il peggio, una rappresaglia, perciò molti abbandonano il paese. Infatti il pomeriggio si ha la visita di 45 militi, fra carabinieri e militari repubblichini: fortunatamente, si limitano a prendere informazioni presso le autorità locali e il parroco. Una settimana dopo c’è un rastrellamento vero e proprio, che termina dopo poche ore, non essendosi trovato alcun partigiano. Nel frattempo si apprende che a Lovere sono stati uccisi il podestà e il segretario politico del partito fascista, e che i responsabili sarebbero i partigiani di Vigolo. Dieci giorni dopo ci sarà un altro rastrellamento, anche questo con esito negativo: ma proprio per questo i tedeschi e i repubblichini portano con sé alcuni ostaggi, che saranno rilasciati solo un mese dopo. L’ultimo rastrellamento è del 22 marzo 1945, quando si teme addirittura la distruzione del paese, come rappresaglia per l’appoggio che i partigiani riceverebbero dai vigolesi. Ma anche questo pericolo viene felicemente scongiurato. Negli anni ’50, la popolazione aumenta, fino a 1300 anime. Si ha perciò una ripresa dell’emigrazione esterna, questa volta in Svizzera, principalmente verso il Canton Ticino: per la fienagione, i lavori nei campi e nell’industria delle costruzioni. L’emigrazione è dovuta anche all’abbassamento del prezzo di vendita della seta (a causa della concorrenza della produzione asiatica), che determina la chiusura delle filande. Quanto all’emigrazione interna, la meccanizzazione delle attività agricole determina uno svuotamento delle cascine lombarde e la ricerca di nuovi posti di lavoro nei centri di produzione industriale.
[1] Gabriele Rosa, nato a Iseo, è scrittore, giornalista, poeta dialettale ma soprattutto studioso della storia della sua terra, della sua gente e dei suoi dialetti. È un patriota autentico, che paga di persona (a differenza di altri intellettuali salottieri), con la reclusione nello Spielberg, la sua militanza politica contro la dominazione austriaca. [2] G. Rosa, Guida al lago d’Iseo ed alle valli Camonica e di Scalve, 1886. [3] «Causa autem cur Galli in Italiam venerint haec fuisse describitur. Dum enim vinum degustassent ab Italia delatum, aviditate vini inlecti ad Italiam transierunt. […] Centum milia quoque Gallorum, quae in Italia remanserunt, Ticinum Mediolanumque Bergamum Brexiamque construentes, Cisalpinae Galliae regioni nomen dederunt. Istique sunt Galli Senones, qui olim urbem Romuleam invaserunt» (Pauli Historia Langobardorum). Cioè: «Per quanto riguarda la causa della loro venuta in Italia, si dice che fosse questa: avendo gustato del vino che era stato portato loro dall’Italia, si trasferirono in Italia per avidità del suo vino. […] Inoltre i centomila Galli che rimasero in Italia, avendo fondato Pavia, Milano, Bergamo e Brescia diedero il loro nome alla Gallia cisalpina. E sono proprio questi quei Galli Senoni che in altri tempi invasero la città di Roma». [4] Ricordiamo che il sistema elettorale romano è basato sulla suddivisione dei cittadini aventi diritto di voto in tribù. All’inizio avevano diritto di voto i soli cittadini romani, che erano divisi in quattro tribù urbane e 26 (poi 31) tribù rustiche. Via via che la cittadinanza viene estesa agli italici, questi sono ascritti alle tribù rustiche. Ognuna delle tribù deve fornire un numero di centurie proporzionato alle classi di censo, in pratica secondo le disponibilità economiche dei cittadini iscritti nelle liste della tribù. [5] È la politica cosiddetta del divide et impera, che più o meno tutti i governanti praticano (o praticavano), anche se non sempre è enunciata in termini espliciti. Un’eccezione – lodevole, da questo punto di vista – è fatta da Carlo IX, re di Francia, che affermava la necessità di diviser pour régner. [6] Si pensava allora che i Reti fossero degli Etruschi imbarbaritisi: «Alpinis quoque ea gentibus haud dubie origo est, maxime Raetis, quos loca ipsa efferarunt, ne quid ex antiquo praeter sonum linguae – nec eum incorruptum – retinerent»; cioè: «La stessa origine [etrusca] hanno indubbiamente anche le popolazioni alpine, soprattutto i Reti, i quali dai luoghi che abitavano furono imbarbariti, tanto da non conservare niente delle loro antiche caratteristiche, a parte la pronuncia, ma anche quella corrotta» (Livio, Ab Urbe condita, V, 33, 11). [7] Con queste parole Anchise, nel VI libro dell’Eneide di Virgilio, sintetizza quello che sarà il modo di gestire la potenza caratteristico dei romani: «parcere subiectis, debellare superbos». [8] «Multum adhuc verecundiae, frugalitatitis atque etiam rusticitatis antiquae retinet». [9] Così scrive Cesare nel De bello Gallico: «omnis civitas Helvetia in quattuor pagos divisa». [10] Paolo Guerrini, La pieve di Sale Marasino, Esine 1979 [1932]. [11] G. Rosa, Guida al lago d’Iseo ed alle valli Camonica e di Scalve, 1886. [12] Il suo mome, Tabernula, significa “piccola bottega”: in origine, si pensa, doveva esserci uno spaccio con uso di locanda e un deposito delle merci trasportate via lago. [13] Il re longobardo Liutprando (712-744) fece donazione al papa Gregorio II, anzi ai SS. Apostoli Pietro e Paolo, del castello di Sutri, che costituirà il primo nucleo del futuro Stato della Chiesa. La Chiesa, in realtà, faceva risalire questo potere alla “donazione di Costantino” ma, come dimostrò – con argomenti filologici – l’umanista Lorenzo Valla nel suo trattato De falso credita et ementita Constantini donatione (1440), l’atto di donazione era un falso confezionato nel medioevo. [14] Pipino il Breve accrebbe enormemente il patrimonio dello Stato della Chiesa, alla quale cedette le terre che già furono dei bizantini, e che erano passate ai Longobardi: l’Esarcato (Romagna), la Pentapoli (Marche), il Ducato di Perugia e il Ducato Romano. [15] Analogamente, i diritti regi della Valtellina sono ceduti all’Abbazia di St. Dénis di Parigi, come «atto di gratitudine verso l’Onnipotente», per aver concesso la vittoria sui Longobardi. [16] È la corona conservata nel Duomo di Monza, utilizzata per incoronare i re d’Italia, dal medioevo in poi, fino a Napoleone. Dovrebbe esser chiamata, più propriamente, “corona del ferro”, perché in realtà è d’oro: il “ferro” è, come vuole la tradizione, uno dei tre chiodi della croce di Cristo. [17] Nel 1042 «un barone, ucciso un plebeo, si offerse a pagar la multa dell’omicidio, giusta il prezzo che il sangue dell’ucciso aveva nella tariffa feudale. Ma il popolo fremendo si armò, e uccise tutti i signori che incontrò per via; trovò un capo in Lanzone, che lo condusse a diroccare le torri delle case feudali, fra gli orti dell’ampia città» (C. Cattaneo, Notizie naturali e civili su la Lombardia, Milano 1844). Oltre i nobili, costituisce oggetto dell’ira popolare anche il vescovo Ariberto d’Intimiano, che esce dalla città con i nobili e l’assedia. Lanzone si reca allora in Germania e chiede l’intervento dell’imperatore Enrico III. A questo punto i nobili, temendo il peggio nel caso di un intervento diretto dell’imperatore, trovano un accordo con il popolo. [18] I ghibellini prendono il nome dal castello di Weiblingen, uno dei feudi svevi. [19] I guelfi prendono il nome da Welf, capostipite della casa di Baviera. [20] Perciò Federico II, dopo essersi impossessato sul campo del carroccio dei confederati, lo manda a Roma: una sfida per il papa, che si è fatto protettore dei comuni. [21] Ma l’ipotesi più probabile è che il nome di Franciacorta derivi da “Franca Corte”: cioè, contrada esente da dazi. [22] Giovanni di Boemia, figlio dell’imperatore Enrico VII, viene in Italia con il favore del papa Giovanni XXII, che progetta di suddividere la penisola in tre regni, quello settentrionale di Giovanni di Boemia, appunto, quello centrale del papa e quello meridionale di Roberto d’Angiò. Poi però si forma una lega alla quale aderiscono, fra gli altri, Milano, Verona, Mantova, Ferrara e Napoli. Bergamo e Brescia, invece, chiedono di avere come signore Giovanni di Boemia: per questa ragione cadono in mano di Azzone Visconti, quando Giovanni di Boemia è scacciato dall’Italia. Si deve a Giovanni di Boemia la costruzione della rocca di Bergamo, poi completata da Azzone Visconti (1336). [23] Bisogna dire che il Carmagnola aveva aiutato in precedenza Filippo Maria Visconti a riconquistare il Sebino, Brescia e Bergamo, che erano caduti in possesso di Pandolfo Malatesta. Poi però era passato al servizio di Venezia. Dunque non era nuovo a imprese di ribaltamento del fronte politico, e il sospetto dei veneziani aveva qualche fondamento. Com’è noto, il Manzoni scrisse la tragedia Il conte di Carmagnola, che sviluppa in particolare il tema dell’accettazione religiosa della morte da parte del condottiero, del quale, nelle Notizie storiche che precedono la tragedia, sostiene l’innocenza. [24] Sono i conti Gisalbertini che si stabiliscono nel territorio di Calepio (oggi Castelli Calepio) nel secolo XII e che in seguito prenderanno il nome del luogo. [25] Carlo Borromeo, fra l’altro, redige il Catechismo del concilio di Trento – un estratto della Professio Fidei Tridentinae – e riorganizza la struttura ecclesiale del milanese, ricorrendo all’opera dei gesuiti. Ad essi affida la gestione dei seminari e dei collegi fondati per educare la nuova classe dirigente laica ed ecclesiastica, in sintonia con lo spirito controriformista. Per questo istituisce il seminario maggiore e quello elvetico di Milano, il collegio di Brera e il collegio Borromeo di Pavia. [26] Nella stessa relazione leggiamo, inoltre, che si contano a Vigolo 223 bovini, 30 muli e 400 ovini, e che c’è un “follo”, cioè una vasca per lavare i panni. [27] Nel 1606 si introducono lungo le rive del Sebino i primi gelsi per l’allevamento dei bachi da seta. [28] La carmagnola è la canzone e il ballo dei rivoluzionari francesi. Questo nome deriva dalla giubba (la carmagnole) che indossavano i federati rivoluzionari di Marsiglia, ai quali servì di modello la veste degli operai piemontesi immigrati, originari del paese di Carmagnola. [29] Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli. [30] Dell’Austria si ricorda spesso la gravosità del regime di imposizione fiscale, ma si trascura che molto di quello che l’impero toglieva ai cittadini, poi tornava ai cittadini stessi: solo così si può spiegare il progresso morale e civile della Lombardia sotto il dominio austriaco. Basti pensare al catasto voluto da Carlo VI nel 1718, entrato in vigore con un dispaccio sovrano della regina Maria Teresa (e che perciò viene chiamato “teresiano”). Esso nasce da necessità pratiche, di ordine finanziario, ma costituisce anche «un’opera di riordinamento e perequazione dei tributi, ricordata come la più innovatrice e la più feconda di positivi risultati di tutto il secolo» (L. Chilò, E. Malara, Campagna e città: risorse per il futuro, Venezia 1981). Un’altra cosa che si dimentica è l’esosità delle altre amministrazioni, che gravavano i cittadini di tasse senza dar loro niente. L’imposizione fiscale della Repubblica Italiana (quella di Napoleone) raggiunse livelli insopportabili, tanto che il ministro delle finanze Giuseppe Prina, trovandosi per le vie di Milano un giorno di pioggia, riconosciuto dalla folla, fu trucidato a colpi d’ombrello. [31] Commediografo ateniese (342-291 a.C.). [32] A dire il vero, questa non è una novità in terra di Bergamo: basta considerare i “camalli” che prestano la loro opera nel porto di Genova, in gran parte di origine bergamasca, costituiti in corporazione fin dal 1340.
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Comminus eminus - 15 maggio 2005