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Manager e sindacalisti uniti nella lotta | |
In fondo a questa pagina trovate un articolo che è tratto dal quotidiano il manifesto dell’8 luglio 2005, nel quale si illustra un caso particolare di quell’insieme di danni inferti alle aziende a vario titolo da manager scatenati (con il loro seguito d’impiegatucci in carriera) e sindacalisti. Poiché il caso è particolare, il quadro presentato non può essere considerato probante nei riguardi dell’assunto racchiuso nel titolo di questa pagina (ohibò, non saremo noi a incorrere nella fallacia di generalizzazione indebita!) ma presenta il vantaggio, per la vivacità dei suoi colori, di rimanere bene impresso nella memoria del lettore, come rappresentativo della miriade di casi analoghi. Se volete, potete cominciare la lettura proprio di qui, basta fare “clic” sul collegamento ipertestuale. | |
Importanza dell’esempio, quando sia memorabile
| Proponendo l’esempio tratto dal quotidiano il manifesto in realtà non facciamo altro che attenerci alla precettistica antica sull’arte di corroborare la memoria, secondo la quale occorreva escogitare immagini da associare alla cosa da ricordare, la cui caratteristica principale doveva essere la vivacità.[1] |
Miseria della conduzione manageriale | Per avere una dimostrazione dell’assunto racchiuso nel titolo di questa pagina, riguardo alla miseria della conduzione cosiddetta manageriale delle aziende a danno della proprietà delle medesime e di tutta l’economia nazionale, è sufficiente aprire gli occhi, osservare la realtà delle cose e ragionare (ragionamento induttivo, sia per enumerazione, sia per eliminazione). Si veda anche, a questo proposito, la pagina dedicata al Leviatano aziendale. È importante osservare che i manager non riuscirebbero a fare tutti questi danni se: a) fossero strettamente sorvegliati dai “padroni” e dagli azionisti delle aziende; b) se non avessero stretto, più o meno tacitametente, un patto di non ingerenza con un sindacato rinunciatario e opportunista, arroccato nella difesa dell’esistente, senza una prospettiva a medio e lungo termine |
Carlo De Benedetti, | I casi più eclatanti sono ben noti. Per esempio quello dell’Olivetti, che l’ing. Carlo De Benedetti distrugge, ma poi ci vorrebbe far credere di averla trasformata in Omnitel, che sarebbe – a suo dire – «la più grande creazione di ricchezza che è stata fatta in Italia». La verità è che: 1) l’ineffabile finanziere riduce in polvere l’Olivetti, recando un danno gravissimo all’Italia; 2) l’Omnitel è una creazione finanziaria, resa possibile dalla distruzione dell’Olivetti come impresa industriale, un’operazione che ha arricchito soltanto l’ing. De Benedetti. Vi ricordate il tempo in cui Achille Occhetto, sembrava quasi aver vergogna della tradizione operaia del suo partito e financo della sua carica di segretario, e sembrava ambire a una carriera di product manager nell’Olivetti (ancora non annientata, ma che andava avanti per inerzia di truffaldine commesse statali)? E Carlo De Benedetti non è il promotore di “Libertà e Giustizia”, il movimento di riferimento per la borghesia “di sinistra”? Ma che! Questi non sono “di sinistra”, sono “de sinistra”. |
Un ragionamento induttivo | Ma, ancora una volta, si dirà che l’esempio dell’Olivetti non è probante. Giusto, allora ragioniamo scientificamente, ricorriamo al ragionamento induttivo. Tenendo conto della caratteristica di probabilità del ragionamento induttivo, assegniamo al caso dell’Olivetti un coefficiente di pesatura proporzionale all’importanza di questa azienda. Proseguiamo. Aggiungiamo la Fiat, che lo Stato italiano ha comprato tre volte di seguito, questi ultimi trent’anni: tanto ci è costata, e consideriamo che fine ha fatto. Assegniamo alla Fiat un coefficiente di pesatura adeguato. Proseguiamo. Aggiungiamo tutte le aziende citate nell’ottimo saggio di Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale (Einaudi, Torino 2003): oltre all’Olivetti e alla Fiat, le aziende del comparto chimico, dell’elettronica di consumo, del settore aeronautico ecc. Proseguiamo. Aggiungiamo tutte le aziende che hanno sperimentato le meravigliose ricette manageriali grazie alle quali l’industria manifatturiera di dimensioni medie e grandi è tendenzialmente in via di estinzione e di fatto, e comunque, in recessione. «Uno di tali metodi» – sostiene Gallino – «consiste nel cedere le imprese stesse a imprese o gruppi esteri, meglio se a prezzo scontato. Un altro metodo richiede invece di smembrarle, vendendone le parti separate a diversi acquirenti». Proseguiamo. Aggiungiamo le aziende delle quali possiamo venire a sapere leggendo il Corriere della Sera o il Sole 24 ore (se non ci fa schifo leggere questo giornale che viene stampato perché centinaia di migliaia di impiegati possano leggere il giornale in ufficio, facendo le viste di lavorare). Però questi giornali dobbiamo leggerli tra le righe, dobbiamo ragionare. Ma, soprattutto, occorre prestare orecchio – tutte le volte che se ne abbia l’occasione – alla parte migliore del paese, ai non-garantiti, a coloro che guadagnano se lavorano, e se non lavorano tirano la cinghia. Loro hanno cose da raccontarci che non leggiamo in nessun giornale (giornali d’opposizione compresi). Il ragionamento induttivo – si sa – non finisce se non con l’enumerazione completa (ma in tal caso diventa un ragionamento deduttivo). Dunque andiamo avanti quanto possiamo nel ragionamento, o fermiamoci quando vogliamo. In ogni caso, via via che andiamo avanti, per quanto abbiamo correttamente – e onestamente – applicato il criterio baconiano dell’eliminazione, verificheremo facilmente che la sua conclusione nel senso dell’assunto iniziale – la miseria della conduzione manageriale – si fa sempre più probabile. Si continua a ripetere che non c’è futuro per un’Italia fatta di piccole imprese. È vero, non c’è futuro. Ma domandiamoci anche: perché, mentre le grandi imprese sono da tempo decotte, a parte quelle che hanno goduto di commesse e aiuti statali, le piccole imprese finora hanno funzionato, Cina permettendo? Perché non ci sono manager, o comunque perché i manager, se proprio ci devono essere, si sentono sul collo il fiato del “padrone”. |
Un caso esemplare: | Se poi si dovesse affrontare l’argomento della miseria manageriale nel lavoro culturale, non si finirebbe più: un argomento fin troppo facile, per quanto riguarda la dovizia di esempi. Si potrebbe cominciare dagli assessorucoli di paese che cercano il consenso facendosi essi stessi imprenditori di “eventi culturali” (puah!), salvo poi protestare a fianco del sindaco in fascia tricolore perché lo Stato non dà soldi ai comuni, e allora minacciare di non prestare più il servizio di assistenza agli anziani. E si potrebbe concludere con il manager Paolo Viti, approdato dall’Olivetti, dove era “direttore dell’immagine”, alla Fiat, più precisamente alla direzione di Palazzo Grassi a Venezia. Affidò l’allestimento della mostra I Greci d'Occidente a Gae Aulenti (architetto già di fede craxiana, oggi progressista, come Giuliano Amato, e membro del consiglio dei “garanti” nel summenzionato movimento debenedettiano “Libertà e giustizia”) e – quel che è peggio – ha abusato della fiducia del prof. Pugliese Carratelli, insigne grecista. La sapienza del prof. Carratelli, infatti, è risultata incastonata in una sequenza di svarioni; inoltre, se spulciate Internet, troverete tutta una serie di contributi a firma congiunta Paolo Viti e Giovanni Pugliese Carratelli. Bel colpo! Il ragionier Paolo Viti, abusando del potere di firma sui comunicati di Palazzo Grassi, non si è peritato di mettere il suo nome accanto a quello del prof. Pugliese Carratelli, vanto e decoro della cultura italiana: speriamo che il professore non se ne sia accorto! È probabile che abbiate sentito parlar bene di questa mostra (dove? sul Corriere della Sera, per esempio. E di chi è – o era – il Corriere della Sera?). Ma sentite il mondo della cultura, che dovrebbe pur contare qualcosa, almeno nelle cose della cultura: «Un guazzabuglio di oggetti alla rinfusa, sistemati senza amore, né cultura, né rispetto» (Emanuele Greco, ordinario di Archeologia della Magna Grecia all’Orientale di Napoli). Il catalogo? «Dieci chili, ottocento pagine che, però, presentano studi e ricerche di quarant’anni fa: un’impostazione all’antica che non tiene conto della vita della gente, dei contesti, delle continue commistioni di quei primi secoli della civiltà» (Lorenzo Braccesi, docente di Storia greca a Padova). Questi sono i manager, quando si occupano con piglio decisionale di cultura. Roba da far rimpiangere l’assessore Niccolini, quello delle estati romane. Di Niccolini almeno si capiva a prima vista che era un istrione. Paolo Viti, che sa il tedesco, e che storpia le massime latine (“Per aspera ad astrum”! è una delle sue più famose) si presenta invece come come un difensore della cultura. |
L’industria editoriale | Infine, occorrerebbe spendere qualche parola sull’industria culturale per eccellenza, quella editoriale. Parlo di quella vera, perché – come sapete – c’è anche quella falsa: se uno ha le amicizie giuste, può sempre farsi commissionare (dalla Regione, dal Comune, da un Ente di Stato, da un’industria privata, se nell’industria privata c’è un manager che sta al gioco) un libro e la relativa stampa, pubblicare il libro con una tiratura di 200 esemplari (meno il libro si vede in giro e meglio è) e fare un mucchio di soldi. Naturalmente questi casi truffaldini non devono essere confusi con quelli di autentico mecenatismo. L’industria editoriale, quella vera e soprattutto quella di qualità, tutto sommato si è salvata dallo sfacelo del panorama industriale italiano, ma non è indenne dai guasti manageriali, corre anch’essa il pericolo di affondare. Chi vuole saperne di più vada, sempre su questo sito, alla pagina L’industria editoriale ieri e oggi:
Vorrei concludere con un auspicio. Si dice, spesso, che grande sarebbe il vantaggio che deriverebbe agli italiani dal far pagare le tasse agli evasori. C’è del vero in questo. Ma non si dice che ancora maggiore – incommensurabilmente maggiore – sarebbe il vantaggio se si riuscisse a rendere produttive le masse impiegatizie inerti. E non si dice neanche che molte aziende che rischiano il collasso potrebbero essere rivitalizzate grazie a una sana, opportuna e sacrosanta repressione – da parte dei padroni e degli azionisti delle aziende – nei confronti dei manager che finora li hanno turlupinati. In America qualcosa si sta muovendo in questo senso. Bene, è venuto il momento di dirlo, e di far seguire alle parole i fatti. L’alternativa non è, come si dice, il declino economico: fosse solo quello! L’alternativa, in Italia, è la guerra civile che opporrebbe i non-garantiti (la parte migliore del paese) ai garantiti manovrati – contro il loro autentico interesse di onesti lavoratori – da manager e sindacalisti interessati solo al proprio particulare. I manager sono perduta gente; quanto ai sindacalisti, quelli attuali sono un disastro, speriamo che ne compaiano all’orizzonte di nuovi: in ogni caso, manager e sindacalisti uniti nella lotta per la distruzione delle aziende sono oggi ciechi e sordi, egoisti, cialtroni, ignoranti e anche stupidi. Il mio sogno è questo, che un giorno Bertinotti, socialista utopico, si decida a mandare a quel paese le professoresse progressiste che pretendono aumenti di stipendio uguali per tutti, anche per gli asini, e orari di lavoro tendenti a zero, e organizzi lui seriamente i non-garantiti, se non altro per evitare che i non-garantiti si organizzino da sé, sotto bandiere oggettivamente reazionarie. Se riusciremo, in maniera non violenta, a mettere i garantiti nella condizione di fare un lavoro reale effettivamente corrispondente allo stipendio che percepiscono, se costringeremo i manager a pensare all’azienda e non a se stessi (e ci sbarazzeremo di quelli inutili), se nascerà un sindacato nuovo capace di stringere un patto con la parte migliore del paese, cioè con i non-garantiti, assisteremo finalmente alla rinascita del paese, se non altro sul piano economico. Ma non è detto. Abbandonate le ubbie manageriali e sindacalesi, se ci abitueremo a dire pane al pane e vino al vino, chissà, questo paese potrebbe cominciare ad avere una sua struttura morale.
E adesso leggetevi, se già non l’avete fatto, l’articolo del manifesto.
§ § §
Scandali industrialiSesso, samba e bustarelle
il manifesto, 8 luglio 2005
Gli ingredienti sono quelli classici di un romanzo sull’alta finanza: tangenti, società estere di copertura, sesso, alti dirigenti, politici, sindacalisti, una modella brasiliana e prostitute di alto borgo. L’intreccio non è però il frutto dell’immaginazione di uno scrittore. Emerge giorno dopo giorno dalle indagini della magistratura tedesca sul conto di Helmuth Schuster, uomo di stretta fiducia di Peter Hartz, il direttore del personale della Volkswagen chiamato dal cancelliere Gerhard Schröder in persona a riformare il mercato del lavoro in Germania. Quello che viene a galla è il maggiore scandalo nella storia della Repubblica federale. È il 15 giugno quando Schuster si dimette dalla carica di direttore del personale della Skoda, ufficialmente di propria iniziativa. Tre giorni dopo i vertici della Volkswagen presentano al Tribunale di Braunschweig una denuncia nei confronti del loro ex dirigente, accusato di aver chiesto delle tangenti ai fornitori per favorirli nell’assegnazione delle commesse. L’episodio rimane sotto traccia fino a quando, giovedì 30, Klaus Volkert, potente sindacalista della IG Metall e artefice dei principali accordi aziendali siglati negli ultimi quindici anni a Wolfsburg, rassegna a sorpresa le proprie dimissioni dalla presidenza del consiglio generale di fabbrica del Gruppo. Per il sindacato si tratta di un normale turnover dovuto all’età avanzata di Volkert, che ha 62 anni. La stampa tedesca solleva però il sospetto che le dimissioni siano legate all’affare Schuster. Secondo alcune indiscrezioni filtrate dall’interno del Gruppo, i due sarebbero azionisti di una società, la F-Bel, in rapporti commerciali con la casa automobilistica a Praga. Ma la mazzata su Volkert arriva con l’accusa pesante di avere messo a carico della Volkswagen le spese per l’amante brasiliana (viaggi in prima classe, hotel e persino un versamento trimestrale di 20.000 euro quale compenso per una non meglio precisata collaborazione pubblicitaria). Non è l’unico colpo di scena della vicenda: le indagini della magistratura avrebbero accertato l’esistenza di una e vera e propria rete di società di copertura in India, Angola, Repubblica Ceca e Lussemburgo, controllate da una holding, la Impesa S.A., con sede a Neuchâtel (Svizzera), e costituite da Schuster e da Hans-Joachim Gebauer, altro dipendente dell’ufficio del personale, allo scopo di assicurarsi i ricchi contratti Volkswagen. Il consiglio di fabbrica – è quanto riferisce la Süddeutsche Zeitung – sarebbe stato messo a tacere con il pagamento ai sindacalisti di viaggi di piacere e persino incontri a luci rosse. Un esborso complessivo di 30.000 euro messo ancora una volta in conto alla casa automobilistica, con l’approvazione di Peter Hartz. Possibile che il direttore del personale fosse a conoscenza degli affari sporchi che si consumavano all’ombra di Wolfsburg? Le ultime indiscrezioni sul caso dicono che Hartz avrebbe messo a disposizione del consiglio di fabbrica un assegno in bianco per i viaggi di lavoro. Senza controllare l’effettivo utilizzo del denaro. Uno sprovveduto? Liberali e cristiano-democratici ne chiedono la testa. Del resto il suo ruolo politico, così come la sua amicizia personale con Schröder, sono evidenti. Attaccarlo significa colpire la coalizione rosso-verde nel pieno della campagna elettorale e affossare quel modello di cogestione aziendale che a Wolfsburg vede un legame strettissimo tra impresa, governo regionale (il maggior azionista della società) e sindacati. E alla fine – comunque andrà a finire questa storia – saranno proprio questi ultimi a pagare il prezzo più alto. Mario Bonaccorso
Vediamo per esempio che cosa si afferma in proposito nel trattatello, in passato attribuito a Cicerone, noto come Rhetorica ad Herennium, iii, 22:
Cioè:
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Comminus eminus - luglio 2005