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Borghesucci, giù le mani da Jacques Brel!Un racconto politicamente scorretto
La casa in cui mi sono trasferito ormai da vent’anni, quando lasciai Pastrufazio (così C.E. Gadda chiama Milano, da pastrügn facere “far pasticci”) ha una cantina capiente, alla quale devo momenti di autentica felicità. Infatti, quando sento che la mente si rattrappisce, soprattutto in quelle giornate uggiose in cui «come un coperchio il cielo grave e basso pesa sull’anima»,[1] so che è venuto il momento di scendere in cantina. Rovisto tra le carte, qualche volta anche tra gli oggetti, aspettando che succeda qualcosa. Ebbene, non mi sono mai pentito di aver fatto quelle poche rampe di scale, perché il massaggio della memoria che ne segue evoca invariabilmente, e salda, imprevedibili frammenti di idee che diventano poi una nuova idea. Un’idea che prima non esisteva. E tanto basta per dare colore a una giornata grigia.
Una cantina come “stazione di quarantena”Ora, vero è che l’associazione d’idee è casuale: tutt’altro che casuale, però, è l’organizzazione della cantina, che ho progettato con cura, perché divenisse una macchina di produzione di “eventi mentali”. Il fatto è che questa cantina non è il posto dove si depositano le cose che non si ha il coraggio di consegnare nell’immediato alla discarica, ma che lì finiranno comunque, prima o poi. Infatti, ho l’abitudine, se compro un nuovo paio di scarpe, di buttar via un paio di quelle vecchie. E se ho acquistato un libro che si è poi rivelato una schifezza, non lo ripongo nella scaffalatura dello studio, e neanche in cantina: subito dopo che la sua indegnità si è palesata, me ne sbarazzo con gioia. La discarica è la fine che si merita. In altre parole, la mia cantina non contiene cose vecchie e inutili. Semmai, “forse inutili”. È una “stazione di quarantena”: cioè, gli oggetti che mi trovo a possedere, ma la cui utilità è dubbia, sono trasferiti in cantina, in attesa di essere esaminati dopo un congruo lasso di tempo: quaranta giorni, teoricamente, in realtà possono anche passare parecchi anni. A seguito dell’esame, che prima o poi verrà, gli oggetti possono essere ricuperati, oppure deportati in discarica. In questo sistema di transito e stazione delle cose (in cantina) c’è del metodo, come credo si sia capito, finalizzato alla produzione di idee indeterminate. Mi piace l’indeterminazione, perché dove c’è indeterminazione c’è libertà, che è un bene dei più preziosi (così penso, spero anche gli altri, che però possono opinare diversamente). Sarà per questo che quando sento uno che si vanta di essere “determinato”, mi vien fatto di commiserarlo come un’anima persa. Gli uomini liberi non sono determinati, nemmeno da se stessi, altrimenti quale libertà sarebbe mai la loro? Il giorno in cui scesi in cantina e ne riaffiorai con un grumo di felicità coagulata intorno al ricordo di Jacques Brel, precisamente il ricordo che mi portò a fare le riflessioni che riassumo qui di seguito, non era propriamente una giornata uggiosa. Al contrario, era una giornata in cui «il cielo di Lombardia è così bello, quand’è bello».[2] Ma ero rincasato tardi, la sera precedente, anzi il giorno stesso: albeggiava. Forse avevo bevuto un bicchiere di troppo. Insomma, la giornata principiava male. Capii allora che dovevo fare un salto giù in cantina. In fondo alla cantina si trovava, un po’ nascosto alla vista, ormai da parecchi anni, un pacco di riviste in attesa di verdetto. Me le aveva portate l’amico Angelo, perché gli dicessi il mio parere. Ricordo di avere espresso la mia opinione immediatamente e di averle subito dopo portate in cantina. Erano il giornale dell’Amministrazione comunale di Curno, quella precedente. Per chi non lo sapesse, Curno è quel paesone alle porte di Bergamo, per chi viene da Lecco. Ma è difficile che non si conosca Curno, per due ragioni: la prima è che ospita un alveare smisurato di cellule consumistiche (un centro commerciale tra i più grandi d’Italia, con tutti gli annessi); la seconda è che conta tra i residenti quell’Antonio Marsico che fu il culo di ferro del pool di “Mani pulite”, mentre oggi è un vulcanico uomo politico. Sfogliando i giornalini, notai che invariabilmente presentavano in terza pagina il pistolotto del sindaco, con tanto di fotografia. Finché mi capitò un numero senza foto e senza pistolotto. Pensai a un’improvvisa resipiscenza del sindaco, a una botta di understatement. O forse la pagina c’era, però mi era sfuggita, per aver sfogliato la rivista troppo velocemente. Cominciai daccapo, voltando con cura le pagine, dalla prima all’ultima. In effetti, la pagina del sindaco c’era, senza però il pistolotto nobilitato dalla fotografia: al posto della foto, c’era la riproduzione di un quadro di Matisse[3] e, al posto del pistolotto, gli auguri, veicolati da una poesia di Jacques Brel, della quale si riportava il testo, in italiano e in francese.
Il terreno di coltura degli “arrabbiati”Jacques Brel! Ecco il ricordo che avrebbe dato colore alla mia giornata: Brel, il cantante dolce e arrabbiato. Sì, “arrabbiato”, perché quello era il tempo degli arrabbiati, che profeticamente avevano capito tutto. Avevano capito che saremmo tutti diventati idioti: anime in pena migranti da un ipermercato all’altro, avremmo ucciso Dio e adorato le merci. Avremmo calpestato l’onore e posto in cima ai nostri pensieri la carriera. Non saremmo più stati capaci di generare e educare figli. Le matrone – come al tempo di Giovenale – avrebbero trascurato i doveri del focolare per andare a leccare le ferite dei gladiatori, mentre i pater familias sarebbero andati alla ricerca di travestiti con tette siliconate e “coda salace”,[4] perfettamente funzionante. (A dire il vero, gli arrabbiati non erano arrivati a prevedere il mercato dei travestiti: com’è noto, la realtà supera l’immaginazione.) Avevano capito che non avremmo avuto vergogna di fiondarci compulsivamente, per esempio, nelle celle dell’alveare consumistico di Curno, provando gusto a barattare la mercede delle ore perdute e prostituite in qualche stramaledetto ufficio con oggetti inutili e di dubbio gusto, per giunta firmati (questa è la ciliegina sulla torta della nostra idiozia: le patacche non erano state previste dagli arrabbiati, per la solita ragione, la realtà che supera l’immaginazione). Così trascorre la nostra vita, ingurgitando schifezze, accumulando oggetti inutili, facendoci deportare come bestiame ai quattro angoli del mondo da operatori turistici e, quel che è peggio, da “operatori culturali”. Avevano capito tutto, gli arrabbiati del tempo di Jacques Brel, e avevano anche capito che non c’era niente da fare, la cappa dell’idiozia si sarebbe estesa, avrebbe coperto tutto, poi si sarebbe abbassata e avrebbe compenetrato tutto. Saremmo diventati dei mostri. Perciò erano arrabbiati, perché avevano capito l’ineluttabilità della cosiddetta prevalenza del cretino.
Jacques Brel, cantante e poeta, dolce e arrabbiatoCi furono i cantautori arrabbiati. Jacques Brel è uno di questi, tra i più amati, insieme a Georges Brassens e Fabrizio de Andrè. Non furono questi gli unici, ma i più sinceri, i più disinteressati, quelli che più di tutti spregiarono la società dello spettacolo, pur facendo spettacolo. Avevano il buon gusto di non fare spettacolo della bontà, perché la bontà è una cosa che si pratica, eventualmente. Invece la bontà predicata è roba da sporcaccioni. Le opere di questi cantautori sono attraversate da un filo rosso, per via dell’espressione letteraria, che di volta in volta prende la forma di una composizione di delicatissimo impianto trobadorico, di un’invettiva affilata, di una supplica, di una maledizione o – perché no? – di uno sberleffo. Brel, dunque, cantautore arrabbiato. Ma la sua è una rabbia ideologica, pulita, senza secondi fini, lontana le mille miglia dalla rabbia ringhiosa del piccolo manager in carriera. Perciò Brel è anche un uomo felice, capace d’intendere la bellezza della vita, il linguaggio dei fiori e quello delle cose che non hanno parola.[6] Tutto questo è espresso meravigliosamente nella canzone che s’intitola Le plat pays: che sarebbe poi il suo paese piatto, lassù nel Belgio. La canzone s’inizia triste con la descrizione di un paesaggio senza rilievi, dove le uniche montagne sono le cattedrali, l’acqua è dappertutto, il cielo è plumbeo. Ma non sarà sempre così: novembre è triste – è vero – ma verrà l’estate, con il biondo delle messi e il sorriso delle fanciulle. Al termine della canzone si avverte come un’esplosione di gioia, una fantasmagoria di colori evocati da una musica che ti costringe a scuoterti dal torpore, a saltare e abbracciare il prossimo.
Anche questa è arte, come disse un giorno il mio professore di filosofia, a proposito di Sixteen tons, una canzone dei Platters. Avevo sedici anni, gli ho creduto sulla parola, per quel suo eloquio pacato e ironico, per il suo nobile e nasuto profilo di hidalgo. Quando, dopo aver lasciato la cantina, sono andato a ripescare un vecchio 45 giri di vinile e ho ascoltato Le plat pays, ho pensato a lui.[7]
Per capire BrelMa il Brel evocato dal giornalino comunale è ancora quello il cui ricordo giaceva negli abissi della memoria, o è un altro? È sempre lui, non c’è dubbio. Però, se uno non conosce Brel, potrebbe pensare ch’egli sia un’anima bella. È facile ingannarsi, se si considera il contesto in cui è la poesia è inserita: un po’ sussiegoso, politicamente corretto, all’insegna della santa alleanza tra burocrazia e politica. Invece Brel è politicamente scorretto. Fanno bene le femministe a detestarlo, salvando tutt’al più certe sue canzoni, come Ne me quitte pas.[8]
Dopo aver fatto un pacco dei giornalini, tornato su al calduccio,[12] ho ripescato tra i vecchi dischi di vinile le canzoni di Brel. Ho ascoltato Le plat pays, ma ho anche ascoltato Les bourgeois. Ho anche ripescato una canzone di Gaber, che porta lo stesso titolo, I borghesi, contenente una citazione dai Bourgeois di Brel. Entrambe le canzoni vertono intorno allo stesso argomento, che può essere riassunto con l’antico detto: “Rivoluzionari a vent’anni, conservatori a quaranta, forcaioli a sessanta”. Ovviamente, non ci faremo trarre in inganno dalla connotazione professionale dei borghesi sbeffeggiati nella canzone di Brel. Qui i borghesi sono tipicamente notai, ed è naturale che sia così, se si pensa all’anno in cui la canzone fu composta. Il fatto è che allora non esistevano, o quasi, potenti uomini di sinistra che si compiacessero di essere borghesi. Dico “di sinistra”, perché se un borghese, in generale, può essere meritevole di sberleffo, ancora più meritevole è il borghese di sinistra. Tra gli uomini di sinistra (o “de sinistra”?) soltanto Eugenio Scalfari, che a quel tempo era un deputato socialista, osò dire a un vigile urbano, alla stazione ferroviaria di Milano: «Lei non sa chi sono io!», come se fosse Beatrice Borromeo. Ma era un’eccezione, a quel tempo chi era di sinistra aveva comportamenti, pubblici e privati, diversi da quelli borghesi. Trasportando la canzone al tempo nostro, i notai ai quali i giovinastri mostrano il culo, notai che ai loro verdi anni furono essi stessi giovinastri, potrebbero essere gli intellettuali che d’estate stazionano sotto gli ombrelloni dell’“Ultima spiaggia”, a Capalbio; potrebbe essere il presidente di una municipalizzata, il segretario di un premio letterario, un giornalista pieno di sé, o un direttore sanitario ecc. E che non mi si dica che negli anni ’60 del xx secolo si poteva mostrare il culo a un notaio, e che invece non lo si possa mostrare a un borghese del nostro tempo! Oltre tutto, i notai di Jacques Brel avevano letto Voltaire e l’Histoire de ma vie di Casanova (vedi le parole della canzone). I borghesi di oggi, nella migliore delle ipotesi, hanno seguito alla Bocconi miserabili corsi sull’etica d’impresa, in compagnia di Veronica Lario.
Les Bourgeois, di Jaques Brel (1961)
I borghesi, di Giorgio Gaber (1971)
Ah, dimenticavo. Il pacco dei giornalini di quel comune alle porte di Bergamo è stato portato in discarica. Devo riconoscere che, lì in cantina, sono serviti ottimamente alla bisogna: grazie a loro, ho passato un tempo bellissimo con Jacques Brel, il giovane Holden, John Osborne, George Orwell, Luciano Bianciardi, Marcello Lostia (il professore di filosofia al liceo). Ho parlato con loro, mi hanno consolato di certe amarezze. In fondo, non posso lamentarmi: essendo vissuto come loro mi hanno insegnato, le stesse ferite diventano motivo d’orgoglio. Devo ricordarmi, se ne avrò l’occasione, di ringraziare il sindaco di quel paese, per aver rinunciato, una volta tanto, a mettere la sua foto in terza pagina. Ottima decisione.
♣
[1] Baudelaire, Spleen iv. [2] Manzoni, I promessi sposi, cap. 17. [3] La danza, 1910, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo: si veda la riproduzione nel seguito dell’articolo. [4] Orazio, Satire, I, ii, 45-46: «Quin etiam illud accidit, ut quidam testis caudamque salacem demeteret ferro». [5] Sul piano politico ci fu in Italia il ’68, che da principio si propose come antagonista al Pci. Ma Claudio Petruccioli, allora segretario della Federazione giovanile comunista italiana, si adoperò per gettare un ponte tra il movimento e il partito. Il ’68 non era un movimento di arrabbiati, anche se qualcuno faceva finta di esserlo. I leader venivano infatti, quasi tutti, dalla grande borghesia: fecero la scelta movimentista un po’ perché annoiati, un po’ perché avevano capito che il ’68 avrebbe potuto essere utilizzato come una scorciatoia per sedersi sulle cattedre universitarie, senza troppi complimenti e senza più dover fare troppe riverenze ai “baroni” universitari. La militanza movimentista diventava inoltre un passepartout per dimostrare ai padri l’opportunità di un immediato inserimento nei consigli di amministrazione dell’azienda di famiglia (“mio figlio ci sa fare”). I politici pavidi stesero per i sessantottini gran-borghesi tappeti rossi che portavano diritto alla presidenza degli Enti di Stato e delle commissioni che contano: così i politici si coprivano a sinistra e garantivano la continuità del potere. Stesso discorso per la borghesia di fascia alta, con o senza figli sessantottini. D’altra parte non è la prima volta che la grande borghesia, soprattutto quella milanese, punta insieme sul rosso e sul nero. Al tempo della Repubblica Sociale Italiana, se in famiglia c’erano due figli maschi, uno stava con i fascisti, l’altro con i partigiani. I sessantottini medio-borghesi, non di fascia alta, ebbero anch’essi le loro soddisfazioni: erano richiestissimi, per esempio, come direttori del personale. Quanto alla piccola borghesia, la riforma Misasi le aveva aperto le porte dell’Università (per entrarvi, non era più necessario il diploma di maturità classica o scientifica), ma nessuno le aveva offerto ipotesi praticabili di ascesa sociale. Perciò, dopo gli esami di gruppo e le lauree estorte con la violenza, anche i posti di lavoro con stipendio fisso, scatti automatici e copertura sindacale furono conquistati a suon di occupazioni, dette anche sit-in, e di ope legis, cioè ancora mediante occupazioni e scioperi intesi a ottenere una nuova legge che rendesse legale quel che, in base a una legge precedente, sarebbe stato illegale. Per esempio, nel mondo della scuola, l’abilitazione all’insegnamento che in altri tempi si guadagnava superando un concorso approfondito e severo, era il risultato di una “lotta” scandita da scioperi e terminata invariabilmente da un ope legis. Si cancellavano i doveri, si acquisivano sempre nuovi diritti, che trovavano un limite solo nel principio: “Chi c’è, c’è; chi non c’è, peggio per lui”. [6] Charles Baudelaire, Élévation: «Hereux celui qui [...] plane sur la vie, et comprend sans effort // Le langage des fleurs et des choses muettes!». [7] Marcello Lostia scrisse, parecchi anni dopo, un libro sulla percezione musicale e i suoi effetti sulla personalità: M. Lostia, Musica e psicologia. Analisi del comportamento musicale, Franco Angeli, Milano, 1989. [8] Si veda in proposito quanto scrive una femminista intelligente, la quale non sopporta le interviste di Brel, che trova sopra le righe, non sopporta il suo machismo, non sopporta il suo “muso di sorcio”, ma non può fare a meno di apprezzare Ne me quitte pas. [9] Foscolo, Alla sera. [10] Infatti, la poesia è molto citata nei siti e nei blog che grondano buoni sentimenti. Si vedano per esempio i seguenti: Anima sensibile 1; Anima sensibile 2. [11] Questa è la lezione che ci viene, in campo pittorico, da Paul Cézanne, che nel dipingere i limoni non impiegava soltanto il colore giallo, più o meno intenso, ma non esitava a caricare la spatola di colore blu, che trasferiva sul giallo dei limoni. La luce del contesto condiziona la cromaticità propria dell’oggetto illuminato (sempre che esista una cromaticità propria). [12] Questo racconto è scritto in una fredda giornata d’inverno, in Italia settentrionale, nel gennaio 2010. [13] La parola francese con, qui sottintesa, deriva dal lat. cunnus, termine che si ritrova, pressoché uguale, in alcuni dialetti centro-meridionali d’Italia, con lo stesso significato proprio, talora anche metaforico, di persona da niente, spregevole. Nel Belli troviamo “cunna” (nel sonetto La madre de le sante), ma non ci risulta che il termine romanesco abbia il significato metaforico dell’equivalente francese. Invece aderisce perfettamente al traslato francese, ancorché di etimo diverso (e sconosciuto), il veneto mona. [14] La traduzione del refrain è di Gaber (vedi sotto). [15] Ho tradotto jeunes peigne-culs come “giovinastri”, perché non mi convince chi intende peigne-culs come “culattoni” o “leccaculo”. Infatti, vero è che queste traduzioni conservano il suono del “culo”, ma “peigne-cul” per quanto colorita, è un’espressione con la quale ci si limita a designare qualcuno che sia spregevole e male in arnese. Di qui a patire la sodomia ce ne corre. “Giovinastri” risponde meglio allo spirito della canzone e al modo con cui i benpensanti, specie se anziani, indicano i giovani. Si potrebbe anche dire “pezze ar culo”, come mi suggerisce un amico romano.
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Comminus eminus - febbraio 2010