Trivium

Comminvs

Eminvs

Quadruvium
Ceterae artes
Nugae
Negotium
  

La colonna infame di Milano e la sua “elegante latinità”

  

 

 

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Hic . vbi . hæc . area . patens . est

svrgebat . olim . tonstrina

 io . iacobi . moræ

qvi . facta . cvm . gvglielmo. platea pvbl . sanit . commissario

et . cvm . aliis . conspiratione

dvm . pestis . atrox . sæviret

lethiferis . vngventis . hvc . et . illvc . aspersis

plvres . ad . diram . mortem . compvlit

Hos . igitvr . ambos . hostes . patriæ . ivdicatos

excelso . in . plavstro

candenti . privs . vellicatos . forcipe

et . dextera . mvlctatos . manv

rota . infringi

rotæqve . intextos . post . horas . sex . ivgvlari

combvri . deinde

ac . ne . qvid . tam . scelestorvm . hominvm reliqvi . sit

pvblicatis . bonis

cineres . in . flvmen . pro iici

senatvs . ivssit

cv ivs . rei . memoria . æterna . vt . sit

hanc . domvm . sceleris . officinam

solo . æqvari

ac . nvnqvam . in postervm . refici

et . erigi . colvmnam

qvæ . vocetvr . infamis

idem ordo mandavit

Procvl . hinc . procvl . ergo

boni . cives

ne . vos . inpoelix . infame . solvm

commacvlet

mdcxxx . kal . avgvsti

 

 

 

Di una certa colonna eretta a Milano al tempo della peste tratta il Manzoni nella Storia della colonna infame, pubblicata in appendice all’edizione del 1840 dei Promessi sposi, quella definitiva. Già ne aveva ampiamente trattato nel 1777 Pietro Verri (suo zio, se è vero che Alessandro Manzoni è nato da una relazione della madre con Giovanni Verri) nelle sue pregevoli Osservazioni sulla tortura.

Al tempo in cui Pietro Verri scrisse il saggio, la colonna era ancora al suo posto, ormai dal 1630, a ricordo della pretesa infamia di Giangiacomo Mora, messo a tortura e reo confesso, ancorché innocente, di aver usato unguenti per spargere la peste a Milano. L’anno precedente la stesura del saggio (che peraltro fu pubblicato postumo, nel 1804, per volontà dell’autore che aveva preferito far circolare il suo scritto in una cerchia ristretta di intellettuali illuminati), nel 1776, l’imperatrice Maria Teresa aveva abolito la tortura in tutti gli stati ereditari. Nel 1778 la Colonna infame fu abbattuta, essendo ormai divenuta una testimonianza d’infamia non a carico del condannato, ma per i giudici che avevano comminato l’ingiustizia a Giangiacomo Mora. Non sappiamo dove siano finiti i rocchi della colonna. Avanza però la lapide che reca compiaciuta la descrizione della pena inflitta a Giangiacomo Mora, barbiere, e a Guglielmo Piazza, commissario di sanità: si trova in un cortile del Castello sforzesco di Milano, sotto il portico dell’Elefante.

L’antefatto è abbastanza noto. Comunque eccone un riassunto, che trascrivo da un articolo di Francesca Belotti e Gian Luca Margheriti, pubblicato su ViviMilano (8 aprile 2004), supplemento del Corriere della Sera, reperibile in rete (lo trascrivo, invece di fare un collegamento ipertestuale, perché non so per quanto tempo ancora sarà raggiungibile):

 

È il 21 giugno del 1630, una giornata di pioggia a Milano, dove, nei pressi della contrada della Vetra, Caterina Rosa e Ottavia Boni, due comari affacciate alla finestra già di primo mattino, notano un uomo coperto da un mantello nero con il cappello calato sul viso, camminare rasente una casa strofinando la mano destra contro il muro. Allontanatosi, le due donne si precipitano in strada per controllare i segni che, secondo loro, l’uomo ha lasciato sul muro e vedono, o credono di vedere, delle macchie di colore giallo. È allarme. La parte unta viene subito bruciata e coperta di calce. Il Capitano di giustizia, chiamato sul luogo per esaminarlo, conferma i timori della gente, scorgendo dei segni di unto, nonostante il muro fosse stato prontamente bruciato prima e imbiancato poi.

All’untore vengono presto dati un volto e un nome: si tratta di Guglielmo Piazza, commissario della sanità, che viene subito arrestato con l’accusa di aver sparso dell’unguento pestifero. Interrogato, l’uomo nega di essere coinvolto nell’accaduto, ma, dopo essere stato sottoposto alla tortura della corda (appeso, cioè, ad una fune con le mani legate dietro la schiena e lasciato, poi, cadere di colpo), rasato, purgato e cambiato di abiti, per il timore che potesse nascondere un amuleto in grado di proteggerlo dal dolore delle pene inflittegli, non solo confessa, ma fa anche, o meglio inventa, su promessa di impunità, il nome di un complice.

Lo sfortunato altri non è che il suo barbiere, tal Giangiacomo Mora, a cui proprio pochi giorni prima dell’accaduto, aveva chiesto di mettergli da parte un vasetto di olio curativo contro la peste. Dopo un’attenta perquisizione della sua bottega, che la presenza di alambicchi e fornelli induce gli esaminatori a considerare una vera e propria fabbrica di veleni, il barbiere viene arrestato e interrogato e, dichiaratosi estraneo ai fatti, viene torturato.

Ciò che lo attende è la legatura della canapa, ovvero una matassa con la quale si avvolge una mano e che viene girata fino a slogare il polso, tanto che questi finisce per ripiegarsi sul braccio stesso. Confessa, ma poi, cessato lo strazio, ritratta; sottoposto di nuovo al supplizio, tra grida di dolore e spasimi, ammette ciò che gli esaminatori sostenevano avesse fatto. Questa scena si ripete per giorni, finché il Piazza non fa il nome di una terza persona: Don Giovanni Gaetano Padilla, nobile spagnolo denunciato come l’ideatore del crimine. Al Mora viene chiesto di confermare la responsabilità di quest’ultimo personaggio nei fatti accaduti ed egli acconsente, ormai stremato dai tormenti della tortura (il Padilla fu poi assolto in virtù del suo rango).

Una sentenza del 27 luglio condanna a morte sia il Piazza che il Mora, nonostante le dubbie confessioni dei due, le continue e ripetute smentite del barbiere e l’assenza di una benché minima prova. Entrambi furono caricati su di un carro che li portò, prima, nel luogo che il Piazza aveva infettato, poi, davanti alla bottega del Mora, dove fu tagliata loro la mano destra e rotta l’ossatura; in seguito furono posti sulla ruota, i loro cadaveri bruciati e le ceneri gettate nel fiume. La casa del Mora fu demolita e al suo posto eretta una colonna, detta infame, e una lapide che recava la descrizione dei fatti accaduti, a memoria della giustizia compiuta nei confronti dei due principali imputati dell’epidemia di peste che si diffuse quell’anno a Milano.

 

Ora, se c’è una cosa che reca fastidio ancor oggi, leggendo al Castello sforzesco il testo dell’iscrizione, è proprio il suo bel latino, con i suoi arcaismi, la sua sonorità, la sua purezza (il Piazza viene latinizzato in Platea, che in latino – appunto – significa “piazza”). I presunti e mai dimostrati letiferi unguenti di Giangiacomo Mora sono terribili come l’ira d’Achille che “plurimos Achivis dolores fecit / multasque fortes animas Orco praemature misit” (Iliados I, 2-3: Latine reddidit Samuelis Clarke). Infatti, il Mora “plures . ad . diram . mortem . compulit”. Senza poi contare quella chiusa: “Procul . hinc . procul . ergo / boni . cives / ne . vos . inpoelix . infame . solum / commaculet”, così armoniosa e altisonante, com’è giusto che sia a coronamento di un resoconto pregnante del delitto esecrando perpetrato dagli untori, seguito dalla descrizione puntigliosa delle pene loro comminate prima della morte, più terribili della morte stessa. E poi quell’“inpoelix” invece di “infelix”, non è certo un refuso del lapidario, ma un effetto calcolato, una strizzatina furbesca dell’occhio indirizzata a chi il latino lo sa veramente, con il dittongo “oe” al posto della “e” perché l’accento cada correttamente sulla penultima, e quella “p” al posto della “f” per chissà quale ubbia glottologica che a quel tempo doveva essere di moda fra la gente di un certo tono, nella Milano che conta. Stupendo!

Già, stupendo, nel senso che c’è di che stupirsi. Ma anche infame. Ma, dico io, il resoconto di una sentenza infame dovrebbe essere scritto in un latino infame. Invece no, questo latinista esimio, guardate come ha messo bene il suo talento al servizio della mala giustizia. Non è difficile capire il Foscolo che, prima di lasciare per sempre Milano e l’Italia, diretto a Zurigo, scrisse (in latino) quel suo Hypercalypseos liber singularis, contro gli intellettuali milanesi che, a distanza di quasi due secoli, si dimostravano degni epigoni del latinista della colonna: uomini venali, senza tempra morale. Con l’aggravante che ve n’erano alcuni che si spacciavano per grecisti o quasi, sapendo ben poco di quella lingua che lui, il Foscolo, aveva cominciato a parlare da bambino. Meglio dunque l’esilio.

E, ancora, come non capire l’indignazione retrospettiva del Foscolo, ormai definitivamente esule a Londra, per chi si compiace di leggere il bel latino dell’iscrizione, senza darsi pena di capire, almeno quello! Così scrive il Foscolo in un frammento del Gazzettino del bel mondo: «Addison vide in Milano la colonna infame eretta nel 1630, a ignominia di un barbiere e di un commissario di sanità. […] La vide nel 1700, e ricopiando l’iscrizione, che gli parve di elegante latinità, narra bonariamente il fatto, come s’ei l’avesse creduto».

Questa era la posizione del Foscolo. E la posizione del Verri e del Manzoni? Leonardo Sciascia osserva giustamente che sia il Verri, sia il Manzoni sono inorriditi dal male consumato prima e dopo la sentenza capitale, con una differenza però: il Verri guarda all’oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni, mentre il Manzoni appunta la sua attenzione sulle responsabilità individuali. Dunque la critica del Verri, pur implacabile, dà adito all’ottimismo: basterà infatti riformare le leggi e le istituzioni, perché non si producano più aberrazioni del genere. Il Manzoni argomenta invece che la tortura data al commissario di sanità, dalla quale poi seguì tutto quell’insieme di infamie, era comunque iniqua, anche secondo le leggi (vedi anche a questo proposito il cap. iv del saggio del Verri: “Come il commissario Piazza si sia accusato reo delle unzioni pestilenziali, ed abbia accusato Gian-Giacomo Mora”). Dunque ben venga l’abolizione della tortura da parte della saggia e illuminata sovrana Maria Teresa d’Austria (decisione peraltro contrastata dal Senato di Milano), ma leggi migliori, da sole, non ci tutelano dal male, perché il male viene dagli uomini. Anche qui, come quasi sempre, è il fattore umano che conta. E Sciascia ha buon gioco a osservare che l’istruttoria del processo intentato a Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza era stata affidata a Monti e Visconti, uomini di cui tutta Milano vantava l’integrità. Questo tuttavia non impedì loro di farsi «burocrati del male» (sono le parole di Sciascia).

 

 

Comminus eminus - 12 dicembre 2005