Trivium

Comminvs

Eminvs

Quadruvium
Ceterae artes
Nugae
Negotium
 

 

Sulla beffa e il dovere civico di punire gli stolti
(almeno alcuni)

Parte 3

 

 

 

Indice

Parte 1: La beffa gratuita. La beffa finalizzata.

Parte 2: Il “motto”. La beffa moraleggiante. La beffa erotica. Il Galateo. La beffa come arma impropria.

Parte 3: La beffa animosa. La beffa socialmente utile.

 
 

 

 

La beffa animosa

Esempio: La cena delle beffe

In questa rassegna dei generi della beffa non possiamo certo trascurare la beffa animosa. In questo caso il beffatore più ancora che il suo piacere, ricerca il danno del beffato. Nella beffa animosa la componente di “sollazzo”, per usare ancora l’espressione di Giovanni della Casa, è inferiore a quella di compiacimento per il danno del beffato. È un intreccio di beffa e di scherno, con prevalenza del secondo. Non nasce necessariamente dall’incontro (e scontro) tra una personalità intelligente e una sciocca: anzi, la beffa animosa più che lo sciocco intende punire, costi quel che costi, il nemico: tanto più crudelmente, quanto meno quello è un soggetto idoneo alla beffa. Un esempio ci è dato di vedere nel film La cena delle beffe, girato nel 1941 per la regia di Alessandro Blasetti, tratto da un dramma di Sem Benelli (1909). Ecco la scheda del film, ripresa dal sito Cinematografo.it (con qualche lieve modifica):

Qui sopra, la locandina della Cena delle beffe.
Sotto, Amedeo Nazzari e Clara Calamai in una foto di scena .

Tra Neri Chiaramontesi (interpretato da Amedeo Nazzari) e Giannetto Melespini (Osvaldo Valenti) si trascina da anni, nella Firenze di Lorenzo il magnifico, una catena di dileggi atroci e spietati scherni. Per vendicarsi di un ultimo smacco subito da Neri, Giannetto attira, con il motivo di una cena di pace, Neri in casa di un suo amico e, aizzandolo nel suo amor proprio, lo induce a fare una bravata in una taverna malfamata. Nella bettola Giannetto ha fatto spargere la voce che il Chiaramontesi è uscito di ragione, onde al suo giungere tutti gli balzano addosso per impedirgli di nuocere. La notizia della pazzia si è sparsa per la città e Giannetto si reca da Ginevra (Clara Calamai), cortigiana preferita di Neri, sicuro di non avere sorprese. In un sotterraneo dove è stato condotto saldamente legato, il Chiaramontesi è esposto al ludibrio pubblico, ma con l’aiuto di una fanciulla mossa a compassione del suo stato, riesce a farsi liberare. Appena libero non pensa che a vendicarsi di Giannetto e aspetta la notte sicuro di trovarlo presso Ginevra. Ma questi che prevedeva la mossa del nemico, ha fatto in modo di far trovare nell’alcova il diletto fratello di Neri che verrà trucidato. All’atroce rivelazione Neri impazzisce veramente.

Non solo in questo film è atroce l’esito dell’odio innescato dalla beffa, ma la stessa beffa ha qualcosa di odioso. Senza voler indulgere al bon ton di Monsignor della Casa e dei suoi tristi epigoni, qui veramente si è passato il segno. Il Grasso legnaiolo, del quale abbiamo detto sopra, si meritava la beffa architettata dal Brunelleschi, infatti noi proviamo simpatia per il grande architetto fiorentino. Nel film invece non si prova simpatia per nessuno, se non per Amedeo Nazzari (l’interprete, non il personaggio interpretato) quando proferisce quelle famose parole: «Chi non beve con me, péste lo cólga!».

Val la pena osservare che il film racchiude a sua volta una beffa presente e le premesse di una beffa futura. La prima, che potremmo inscrivere anch’essa nel genere della beffa erotica, è quella tramata dal regista Blasetti ai danni dell’attrice Clara Calamai. Senza dir niente all’attrice, il regista aveva fatto sistemare le cineprese in alto nella camera da letto dove doveva essere girata la scena. Tutti i membri della troupe erano stati allontanati. Nel letto l’attrice aspetta di girare la scena, ed ecco che irrompe il protagonista Amedeo Nazzari, le strappa le vesti. Il seno della Calamai, impresso sulla pellicola soltanto per pochi secondi, diventa il simbolo della trasgressione e dell’erotismo cinematografico. Si dice che questo fosse il primo seno nudo del cinema italiano, ma non è vero: il primo fu quello di Vittoria Carpi, nel 1940, in un film diretto anch’esso da Blasetti, La corona di ferro.

La seconda beffa appartiene al genere della beffa animosa, proprio come nel film: il beffatore in questo caso è la storia, i beffati sono Osvaldo Valenti (Giannetto nella finzione cinematografica) e Luisa Ferida (che nel film interpreta Fiammetta, un personaggio minore). Poiché, come vedremo, vi si consuma una vendetta, è forse questa una beffa di vendetta, come quella boccaccesca dello scolare, della quale si è detto sopra? Direi di no, perché anche qui – come nel film – manca il “sollazzo”, non riusciamo a simpatizzare per nessuno. Dunque è una beffa animosa. La storia è questa: Osvaldo Valenti e Luisa Ferida sono compagni, oltre che nel cinema, anche nella vita. Nel 1943, dopo la caduta di Mussolini, la coppia si trasferisce al Nord, dapprima a Venezia, dove dovrebbe nascere la nuova capitale del cinema, più tardi a Milano. I due, simbolo del cinema di Salò, sono belli, trasgressivi e cocainomani. Frequentavano a Milano, tra l’agosto e il settembre del 1944, la famigerata Villa Triste, prigione di partigiani, nella quale, sotto la direzione di Pietro Koch, avevano luogo festini e torture. La banda Koch sarà poi sciolta dagli stessi repubblichini, i suoi componenti saranno imprigionati. Ma l’eco del male compiuto non poteva spegnersi. Nei giorni che seguirono la liberazione di Milano, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida furono arrestati da un comando partigiano. Una sentenza del Cln li condannò alla fucilazione per la loro attività a fianco della banda Koch.

La beffa socialmente utile

Ma torniamo alla beffa giocosa, in particolare a quel genere di beffa che ogni persona bennata vorrebbe praticare, o che fosse praticata, il più spesso possibile. Parliamo della beffa socialmente utile, ai danni dei pedanti, dei presuntuosi, di coloro che hanno trasformato la loro ignoranza e stupidità in un vantaggio e in uno strumento per arrivare a posizioni di potere. E che da queste posizioni pretendono di dettar legge, impancandosi a scienziati, fini intenditori delle arti, giudici di buone maniere, campioni di onestà ecc. Uomini siffatti sono sempre esistiti. Come abbiamo visto, già Poggio Bracciolini si era proposto di dir loro il fatto che si meritavano. Ma il punto è, come leggiamo nel Giorno della civetta di Leonardo Sciascia, che l’umanità è composta da: «gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà». Purtroppo i quaquaraquà aumentano con tasso di crescita esponenziale, impediscono agli uomini (quelli veri) di vivere, sottraggono loro ogni possibilità di sviluppo: se potessero, in una società scientificamente basata sulla stupidità, li soffocherebbero fin nella culla. Per usare le parole di don Mariano nel romanzo di Sciascia:

Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre.

Il fatto è che oggi, rispetto a soli trenta-quarant’anni fa, per non parlare dei secoli passati in cui fiorivano in Italia le arti e le scienze, non ci sono reti di protezione, concorsi da superare, licenziamenti, punizioni per chi sbaglia. Invece dei mecenati abbiamo gli assessori alla cultura; invece degli scienziati, abbiamo gli epistemologi che pretendono di stabilire che cosa sia scienza e che cosa non lo sia, o – peggio ancora – abbiamo coloro che si occupano di “etica della scienza”; invece di direttori responsabili abbiamo manager irresponsabili; e così via. Perciò i quaquaraquà imperversano. L’unica arma che rimane ai pochi uomini superstiti è la beffa. Applicata ai quaquaraquà, la beffa è dunque un’arma impropria, ma è soprattutto socialmente utile, perché tende al progresso morale e civile della nazione.

 

Esempio: Il concerto d’organo a S. Alessandro in Colonna, Bergamo

Come esempio di beffa socialmente utile racconterò quella che fu macchinata il 13 giugno 1986 da un gruppo di amici della musica, intenditori autentici e di orecchio finissimo, costituiti in una brigata finalizzata a dimostrare che i “professionisti della critica musicale” in realtà non capiscono niente di musica. E poiché questi professionisti facevano tutt’uno con la Curia di Bergamo, che per parte sua non poco si adoperava per tarpare le ali dei giovani più intelligenti della città, architettarono la beffa in modo da trafiggere in un colpo solo professionisti della musica e ambiente curiale. Ma ecco come Vittorio Feltri, giornalista bergamasco allora in servizio al Corriere della sera, commenta l’accaduto, non senza compiacimento:

È successo che qualche giorno fa il quotidiano L’eco di Bergamo (di proprietà della Curia vescovile, da quarantotto anni diretto da un prete, monsignor Andrea Spada, cinquantamila copie di tiratura, cioè una in ogni casa cattolica) ha pubblicato sotto un castigato titolo a due colonne (“Questa sera concerto di un organista tedesco / In Sant’Alessandro in Colonna”) una serie di sconcezze, genere graffiti da toilette pubblica, da far rizzare i capelli a incalliti frequentatori di caserme.

(Corriere della sera, 1 luglio 1986)

Seguono, nell’articolo di Feltri, la descrizione della meccanica dello scherzo, una presentazione ragionata di alcuni brani del comunicato stampa, lo sconcerto dei beffati e l’ilarità della cittadinanza. Ma ecco, per intero, l’annuncio dato dall’Eco di Bergamo:

 

 

Certo, se fin dall’inizio si sa che questa è una beffa, è fin troppo facile sorridere della Passacaglia in do minore Bmw 524, si è tentati di anagrammare il nome del maestro Erdam, qualche dubbio viene sul nome di quell’autore, W.C. Net, per non parlare di quell’altro, O. Réjon (che, tradotto dal bergamasco in italiano, suona “orecchione”), soprattutto in relazione al titolo della composizione. Ancora, è evidente, o dovrebbe essere evidente, almeno per un bergamasco, che il titolo “tedesco” di quell’altra composizione Du Kall Grosse komm du was, mein Herr!, deve interpretarsi come l’espressione di uno stato d’impaziente sofferenza: “Due calli grandi come due vasi, mio Signore!”. Eppure l’articolo passò, come spiega Feltri, grazie a uno stratagemma. La sera precedente, si era presentato in redazione un signore distinto che chiese di parlare con il responsabile dei servizi culturali. Gli consegna una busta contenente il comunicato stampa, su carta intestata della Curia, insieme con le scuse per il ritardo della comunicazione, ma con preghiera di pubblicazione. Ogni desiderio della Curia per L’eco di Bergamo è un ordine, così il comunicato stampa, completato del titolo e delle necessarie indicazioni di editing (punteggiatura, nomi degli autori in corsivo ecc.), passa in tipografia tal quale.

Lo scherzo sembrerebbe finito, ma la pubblicazione è soltanto la prima parte della beffa, quella dedicata al giornale della Curia. Sotto certi aspetti, il bello deve ancora venire, con la seconda parte, quella dedicata agli esperti. I quali, nonostante la loro militanza di cultori delle Muse, non si accorgono di niente e, naturalmente, non vogliono mancare un appuntamento così importante. Eccoli dunque alle 21, e anche prima, aspettare l’arrivo del maestro Erdam che, ancora una volta, farà risuonare le volte della chiesa delle note di quell’organo magistrale, costruito nel 1781, un capolavoro dell’organaria bergamasca, opera della bottega dei fratelli Serassi. Ecco gli esperti assembrati, anche loro, fra cento e più persone, come le vecchie babbione che ognora e sempre più numerose vediamo assiepate davanti ai musei: non c’è niente che le fermi, hanno incorporate le pile Duracell. Poiché i brani proposti all’attenzione del pubblico sono stati riscoperti dallo stesso maestro Erdam «nel corso della sua intensa attività musicologica», non manca fra gli astanti il grande intenditore che, attrezzato con le costosissime apparecchiature Nagra per la registrazione in alta fedeltà, intende incidere tutto il concerto. Questo materiale gli verrà utile per le sue noiosissime conferenze. Ma il maestro Erdam non si vede. Il parroco di Sant’Alessandro in Colonna ha aperto la chiesa, naturalmente, ma è molto contrariato: se intendono organizzare un concerto nella sua chiesa, che lo avvertano per tempo, possibile che non si abbia un po’ di riguardo! Cammina avanti e indietro nervosamente. Ma anche gli altri cominciano a diventare nervosi, e solo a tarda sera rientrano a casa, con le pive nel sacco. Questi non sono scherzi da fare, diamine, loro sono persone importanti. Dicono “scherzi” e non sanno che è stata una beffa. Lo sapranno ben presto e, da questo punto in poi, non faranno più menzione di quel concerto.

Di questa beffa scrissero i giornali di tutta Italia, ne scrisse anche il Times di Londra. Se ne parla ancora oggi, a Bergamo. Ma gli autori non sono mai venuti allo scoperto. Dalla Curia trapelavano propositi di vendetta, avrebbero perseguito i colpevoli in ogni parte d’Italia, in qualunque Università (i sospetti si erano appuntati sull’ambiente studentesco): non sarebbero mancati i mezzi per indurre quei teppisti al pentimento, così pare che dicessero. Gli “esperti” invece, pur sognando in cuor loro di vendicarsi, tacevano: manifestando il loro sdegno, avrebbero fatto sapere a tutti di esser stati beffati. Che ne sarebbe stato del loro prestigio? Ma la brigata ha saputo conservare il silenzio, lo conservano tuttora, adesso che la Curia è un po’ meno potente e che gli esperti si sono sganciati dalla Curia. Non si sa mai, gli uomini quanto più sono stupidi, tanto più sono cattivi.

  
 

Fine

 

Comminus eminus, 25 ottobre 2005