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Sulla beffa e il dovere civico di punire gli stolti | |
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IndiceParte 1: La beffa gratuita. La beffa finalizzata. Parte 2: Il “motto”. La beffa moraleggiante. La beffa erotica. Il Galateo. La beffa come arma impropria. Parte 3: La beffa animosa. La beffa socialmente utile. | |
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![]() J. William Waterhouse, A Tale from Decameron, Lady Lever Art Gallery, Port Sunlight, UK. Qui Waterhouse [1849-1917] interpreta le giornate del Decameron secondo i canoni caratteristici del preraffaellismo inglese. | Molti sono i generi della beffa e numerose sono le sue finalità, in relazione più o meno stretta con i generi, o anche in relazione del tutto lasca, nel caso estremo della beffa gratuita. E se Quintiliano rivendicava all’ingegno romano – con orgoglio forse non del tutto legittimo – il genere della satira (Inst. Orat., X, i, 93: «Satura quidem tota nostra est, in qua primus insignem laudem adeptus Lucilius…»), noi italiani abbiamo buone ragioni per rivendicare alla nostra tradizione una notevole dimestichezza con la beffa. Non ne abbiamo l’esclusiva, è vero, e non necessariamente dobbiamo esserne orgogliosi (dipende dalla beffa), ma l’importanza della beffa nella cultura e nel costume degli italiani è innegabile. Fondamentale è la beffa nel Decameron del Boccaccio [1313-75], tanto da essere il tema di ben due delle sue giornate, la seconda e l’ottava (per un totale di venti novelle), senza contare le altre beffe sparse nell’opera. Anzi, sarà proprio il Boccaccio ad aiutarci a fare una classificazione della beffa. La quale, tanto per cominciare, può essere gratuita o finalizzata. |
La beffa gratuita | La beffa gratuita ha una sua magica e necessaria scaturigine naturale, tutte le volte che uno sciocco incappa nella ragnatela di una persona intelligente e beffarda. Possiamo anche dire, prendendo a prestito un’immagine della fisica, che lo sciocco è come una particella dotata di carica negativa che, qualora transiti nel campo di forza determinato da una carica positiva, interagisce necessariamente con quella, trascinata dalle forze del campo elettrico. |
| La novella di Calandrino e dell’elitropia | Un esempio significativo di beffa gratuita è quella subita dal pittore Calandrino, per opera dei suoi colleghi Bruno e Buffalmacco (Decameron, viii, 3). La storia è nota, ma può essere così riassunta: Calandrino, «uomo semplice e di nuovi [cioè, singolari] costumi» frequentava Bruno e Buffalmacco, «uomini solazzevoli molto, ma per altro avveduti e sagaci», i quali «della sua semplicità sovente gran festa prendevano». Perciò gli fanno credere che esita una pietra, l’elitropia, che ha la proprietà di rendere invisibile chi la porti con sé, e che questa pietra possa trovarsi nel greto di un fiume, non lontano da Firenze. Calandrino già si figura il guadagno che potrebbe fare dall’essere invisibile, per esempio sottraendo le monete dai banchetti dei cambiavalute. È proprio Calandrino che propone ai due beffatori di andare a cercare l’elitropia lungo il fiume. Mentre Calandrino si carica di pietre d’ogni genere, Bruno e Buffalmacco simulano di averlo perso di vista. Calandrino, che invece li vede a pochi passi da sé, “capisce” che fra le pietre che ha raccolto c’è l’elitropia! Si sente già ricco e, senza dir niente agli amici, decide di tornarsene a Firenze. I due si dicono sconcertati per il tradimento dell’amico e, con vari pretesti, cominciano a scagliargli delle pietre, come se le lanciassero a vuoto. Calandrino, che si ostina a voler essere invisibile, subisce i colpi ai calcagni e alle reni, e così fa ritorno a Firenze, senza nemmeno essere interpellato dai gabellieri, fatti partecipi della beffa da Bruno e Buffalmacco. In preda a delirio di onnipotenza, Calandrino torna a casa, ma viene subito riconosciuto dalla moglie, che da lui viene aspramente battuta, essendo colpevole della rottura dell’incantesimo. Bruno e Buffalmacco, dopo un po’ si fanno vivi a casa di Calandrino e gli dicono che se non è più invisibile, la colpa è sua, che si era presentato alla moglie, pur sapendo – o dovendo ben sapere – che le donne fanno «perdere vertù alle cose». Senza contare che aveva pensato di ingannare i compagni. Dunque aveva avuto il fatto suo, e male, anzi malissimo, aveva fatto a battere la moglie. Così dopo molte parole e avendo «non senza gran fatica la dolente donna riconciliata con essolui, e lasciandolo malinconoso con la casa piena di pietre, si partirono». |
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La beffa finalizzata | Numerosi sono i generi della beffa finalizzata. Per esempio la beffa può servire per vendicare un torto, eventualmente un’altra beffa, subita da uno che, non essendo uno sciocco, non meritava certo di essere beffato. |
| La beffa di castigo e di vendetta Esempio: La novella dello scolare
| Cominciamo dunque dalla beffa di castigo, o anche di vendetta, secondo che il male della beffa pareggi o superi l’offesa. È questo il caso della novella settima dell’ottava giornata del Decameron: uno «scolare», cioè uno studente universitario, ama una vedova giovane e molto bella che, pur disponendo di un drudo al quale abitualmente concede le proprie grazie, si compiace tuttavia di osservare «chi con diletto la riguardava». Ma è decisa a non tradire l’amante, tanto più che questi comincia a provare gelosia (è stata lei stessa, per vanità, a parlargli del nuovo spasimante). Per dimostrare al suo amante quanto in realtà gli sia fedele, invita lo studente a casa sua, per la sera successiva a quella di Natale. La cameriera lo fa entrare in un cortile e gli dice di aspettare, sotto la neve. Passa il tempo, poi la cameriera si fa nuovamente viva, chiedendogli di pazientare: il fratello della vedova si è presentato inopinatamente per cena, ma se ne andrà, lo studente abbia solo un po’ di pazienza. Poi, dopo mezzanotte, scende la vedova in persona, parla con lo studente dall’uscio che dà sul cortile, ma non può farlo entrare, perché il rumore dei battenti – dice – insospettirebbe il fratello. Lei torna al caldo, lo studente rimane al freddo. Quindi si compiace di osservarlo da una finestrella, in compagnia dell’amante, con il quale un po’ amoreggia e un po’ si fa beffe del pretendente intrappolato e intirizzito. Il quale infine capisce il suo guaio, trasforma l’amore in odio e comincia a «trovar modo alla vendetta, la quale ora molto più desiderava che prima d’esser con la donna non avea disiato». Liberato finalmente il mattino seguente dalla cameriera, lo studente mostra di credere alle scuse riferitegli per incarico della vedova, e finge nel seguito di essere ancora innamorato. Ma ecco che arriva l’occasione di vendicarsi. Avviene, dopo qualche mese, che la vedova sia abbandonata dal suo amante che, più giovane di lei, le preferisce una coetanea. Disperata, la vedova domanda allo studente – sempre innamorato (apparentemente) – di poter essere ricongiunta all’amante per opera di negromanzia. In cambio della magia, se mai lui fosse capace di metterla in atto, gli concederebbe quel che lui avrebbe voluto. Lo studente non esita a professarsi esperto di arti magiche, avendole studiate a Parigi, e consiglia alla vedova un certo rituale riparatore per cui, di notte, lei dovrebbe salire nuda in cima a una torretta, in campagna, per recitarvi formule che sicuramente avrebbero sortito l’effetto che lei desiderava. Dopo di che, l’amante giovane della bella ma non giovanissima vedova sarebbe per certo tornato. Ormai si è a luglio, per fortuna a spogliarsi non c’è da patire il freddo. La vedova si reca al posto che le viene indicato, si leva le vesti e sale sulla torretta. Già, ma la consegna è di aspettare due damigelle, con le quali avrebbe completato il rito, e all’alba nessuno si è ancora fatto vivo. Allora decide di andarsene, ma non trova più la scala a pioli che aveva appoggiato alla parete. Quando lo studente si presenta, la vedova capisce che questa volta chi è in trappola è proprio lei: invano lo scongiura perché la faccia scendere. Non servono le lusinghe, nemmeno le promesse di quel piacere che così fortemente lui aveva cercato mesi prima. Lo studente se ne va, mentre il sole si fa sempre più caldo. Il caldo diventa torrido, il pavimento della torretta si arroventa. Poiché non tira un alito di vento, mosche e tafani accorrono per tormentare la carne delicata e sempre più piagata della vedova. Senza contare la fame, la sete e mille pensieri angosciosi. Lo scolare non si fa più vivo (anche se, a dir la verità, aveva predisposto un piano di salvataggio). Ma a salvare la vedova civettuola ci penserà un guardiano di porci, che passava di lì per caso, il quale la fa riportare a Firenze. Ma questa è una beffa di castigo o di vendetta? Lo studente, parlando con la donna, quando lei era sopra e lui ai piedi della torre, così aveva sentenziato: «tutto questo che io ti fo» non si può «assai propriamente vendetta chiamare, ma più tosto gastigamento, in quanto la vendetta dée trapassar l’offesa, e questo non v’aggiugnerà». Al solito, la beffa è l’esito di uno scontro tra stupidità e intelligenza. In particolare, in questa novella la vedova è punita perché è stata così sciocca da pensare di poter impunemente “frascheggiare con uno scolare”, «non sappiendo bene che essi, non dico tutti ma la maggior parte, sanno dove il diavolo tien la coda». Si noti che la beffa in Boccaccio si sviluppa idealmente in ambiente contadino o borghese. Gli spiriti eletti non fanno beffe, se mai proferiscono “motti”. Per esempio, nella novella nona della sesta giornata «Guido Cavalcanti dice con un motto onestamente villania a certi cavalier fiorentini li quali soprappreso l’aveano».
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Comminus eminus - 2 novembre 2005