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Ceterae artes
Nugae
Negotium
  

Queste pagine di Internet sono tratte dal cap. 2 del libro di C. Piga, Storia dei modelli: dal tempio di Salomone alla realtà virtuale, Enel, Roma 1996.

Modelli per l’architettura

 

Indice

 

  1. Premessa
  2. Il modello del tempio di Salomone
  3. I modelli di Vitruvio
  4. Cattedrali senza modelli
  5. I modani
  6. I modelli dei secoli xiv, xv e xvi
  7. Un esempio: la cupola del Brunelleschi
  8. Due trattatisti: Alberti e Filarete
  9. Secondo esempio: il progetto per S. Pietro di Antonio da Sangallo il giovane
  
 

1.  Premessa

 

Certamente gli architetti greci e romani e, prima di loro, quelli sumeri ed egizi, usavano sottoporre i modelli delle costruzioni da realizzare all’approvazione dei committenti. Così facevano per convincere, secondo i casi, il consiglio degli anziani, l’imperatore o il sovrano. Altre due buone ragioni per cui gli antichi, con ogni probabilità, fecero ricorso ai modelli sono la verifica di progetto e la necessità di comunicare con le maestranze. Purtroppo nessuno dei modelli antichi ci è rimasto, e le notizie che ci sono state tramandate al riguardo sono piuttosto scarne: laddove se ne parla, si dà per scontato il fatto che i modelli esistano, poi si passa ad altro. I modelli, infatti, sono citati in un contesto il cui interesse preminente non è architettonico. Così Aristotele nella Costituzione degli Ateniesi ci informa che ad Atene il consiglio dei cinquanta richiedeva la presentazione dei modelli per giudicare il progetto delle opere pubbliche. Ma ad Aristotele interessa parlare della legge, non dei modelli.

I modelli dunque “non fanno cultura” più o meno fino al Rinascimento, quando assurgeranno a grande dignità culturale. Riguardo a questo periodo abbiamo i modelli e le teorizzazioni dell’Alberti e del Filarete; per i periodi precedenti dobbiamo contentarci di raccogliere le poche informazioni sparse nelle testimonianze scritte.

 

 

 

Fig. 1 - Ricostruzione del tempio di Salomone. Di fronte al tempio, nel cortile esterno (A), si trovano l’altare per gli olocausti (B) e la grande vasca per le purificazioni (C). Di lato, dieci vasche minori (D). Dopo aver varcato le colonne di bronzo (E), ci si trova nel “Santo” (F), dove sono l’altare dell’incenso, i dieci candelabri d’oro e la tavola dei pani. In fondo (G) si trova il “Santo dei santi”, dov’è custodita l’arca dell’alleanza.

 

 

2.  Il modello del tempio di Salomone

 

 

La Bibbia afferma che il Tempio di Salomone (x sec. a.C.) fu costruito sulla base di un modello (così viene tradotto il termine ebraico Tabnit, nella recente versione dei testi biblici originali curata dalla Cei[1]). La decisione di costruire il tempio risale a Davide: ma il Signore glielo impedì, perché Davide aveva fatto grandi guerre e versato troppo sangue. Il Signore stabilì che il tempio sarebbe stato costruito dal figlio, che Davide avrebbe avuto di lì a non molto: da Salomone, uomo di pace. Così, quando fu vecchio, Davide curò i preparativi della costruzione e predispose minuziosamente le cerimonie del tempio, prima ancora che fosse edificato. Convocò Salomone per esprimergli la sua volontà e quella del Signore: quindi gli consegnò il modello del vestibolo del tempio, delle stanze per i tesori e delle camere interne, e inoltre la descrizione di quanto aveva in animo, per fargli comprendere tutti i particolari del modello (Cronache, i). Il resto è storia abbastanza nota. Salomone pose mano all’opera che gli era stata affidata (fig. 1): per procurarsi il legname prese accordi con il re di Tiro e Sidone, che acconsentì al taglio dei cedri del Libano; la pietra fu portata in cantiere già squadrata, così durante i lavori non si udì rumore di martelli o di altri arnesi in ferro. Il tempio racchiudeva una cella, il Sancta Sanctorum (il Santo dei Santi: nella lingua ebraica è un superlativo, ed equivale a “Santissimo”) dove si custodiva l’arca dell’alleanza del Signore: la cassa di legno, cioè, contenente le tavole di pietra dell’alleanza che il Signore aveva stipulato con gli Israeliti, quando lasciarono l’Egitto. Il Santuario era rivestito d’oro purissimo. Il tempio fu edificato in sette anni: vi lavorarono settantamila operai addetti al trasporto del materiale e ottantamila scalpellini, senza contare gli incaricati preposti al comando delle maestranze. Il tempio fu distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., fu ricostruito dai rimpatriati negli anni 520-515 a.C., fu poi rimpiazzato da Erode con un altro grandioso edificio, raso al suolo dai romani nel 70 d.C.

 

 

3.  I modelli di Vitruvio

Se vogliamo sapere qualcosa sull’architettura dei greci e dei romani, la prima fonte da consultare è Vitruvio, l’architetto che ebbe un ruolo importantissimo nella ricostruzione di Roma sotto Augusto. Vitruvio era bilingue (parlava greco, come tutti i romani colti), ed era un profondo conoscitore delle tecniche costruttive greche non meno che di quelle romane. Nel suo trattato di architettura, due sono i passi dove troviamo traccia dei modelli, citati come strumento di persuasione del committente (piuttosto che come strumenti di verifica di progetto o di comunicazione con le maestranze). Il primo passo, a dire il vero, è controverso: ma val la pena ugualmente di farne menzione.

Nella prefazione al secondo libro del trattato (Vitruvii De Architectura libri x[2]) Vitruvio ci parla dell’architetto Dinocrate, che presentò ad Alessandro Magno un progetto di sistemazione del monte Athos: era prevista la costruzione di una grande città fortificata e di una cisterna che raccogliesse le acque di tutte le sorgenti che sono in quel monte. Dinocrate non si contentò di esporre le sue idee, ma portò anche un modello: Dinocrates sum – inquit – architectus Macedo, qui ad te cogitationes et formas adfero dignas tuæ claritati (“Sono Dinocrate – disse – architetto macedone, che ti porta idee e modelli degni di te, principe illustre”). Dinocrate – riferisce Vitruvio – dice di avere “modellato” il monte Athos in modo quasi da rappresentare una statua virile, così che la città corrisponda alla mano sinistra, e la cisterna (che doveva essere ben grande) a quella destra. Alessandro apprezzò il progetto, ma non ne fece niente: in compenso affidò a Dinocrate la costruzione di Alessandria, in Egitto. Si potrebbe obiettare che in questo passo la parola latina forma possa significare, invece che modello, progetto, o pianta (la forma urbis è la pianta della città di Roma). Ma altri punti del passo, dove ricorrono il verbo formare e il sostantivo formatio, e un po’ tutto il contesto, fanno pensare che Vitruvio alludesse a un modello. Così intende l’Amati, architetto neoclassico e umanista, nella sua pregevole traduzione dell’opera di Vitruvio (dell’Amati è il progetto della Chiesa di S. Carlo in Milano, la quale riecheggia le forme del Pantheon di Roma). L’Amati[3] considera che la pratica dei modelli doveva essere comune fra gli antichi: «Si può pertanto argomentare che talvolta gli Architetti facessero pur essi i modelli delle loro fabbriche. I giornalieri uffici dell’Architetto provano ad evidenza la necessità del disegno scenografico e dei modelli in rilievo, non solo per le invenzioni complicate, ma ancora onde porsi in grado di mostrare ai committenti, d’ordinario poco istruiti nelle geometriche precisioni, i possibili andamenti dell’edifizio. Nascono inoltre frequentissime circostanze, in cui l’inventore difficilmente sa sviluppare e rettificare la propria fantasia senza il soccorso dei modelli medesimi; massime allorché trattasi di armature di tetti e simili».

Il secondo passo dove Vitruvio fa menzione dei modelli si trova nel penultimo capitolo del libro x del trattato, dedicato alle difese delle città. Qui il riferimento ai modelli non può essere messo in discussione, e sbagliano coloro che traducono exemplum con “disegno”. Narra Vitruvio che si presentò a Rodi un architetto di nome Callia, che sottopose all’ammirazione delle autorità il modello di un muro attrezzato con una macchina comprendente un argano girevole, con la quale sarebbe stato possibile neutralizzare le torri d’assedio nemiche. Quando le torri si fossero avvicinate alle mura, sarebbero state catturate e portate all’interno, sottratte per sempre al nemico. Ora avvenne che Rodi fosse cinta d’assedio dal famoso Demetrio Poliorcete, che aveva fatto costruire una torre di grandezza inusitata. Fu chiesto a Callia di costruire immediatamente una macchina conforme al modello, e di mettere in atto quanto aveva promesso. Callia negò di poterlo fare, e spiegò perché. Disse che ci son cose che realizzate in grande, a somiglianza dei modelli, funzionano egregiamente: Sunt alia, quæ exemplaribus non magnis similiter magna facta, habent effectus. Altre appaiono verisimili se considerate nel modello, ma non resistono (“crollano”) se si aumenta il fattore di scala: Nonnulla vero sunt, quæ in exemplaribus videntur veri similia, cum autem crescere cœperunt, dilabantur. Da un punto di vista tecnico, Callia aveva ragione: la torre d’assedio di Demetrio Poliorcete era alta 37 m e una macchina da difesa come quella proposta da Callia, di dimensioni proporzionate a quelle della torre, non poteva essere costruita: i materiali avrebbero ceduto. Come vedremo in seguito, Galileo Galilei si sarebbe detto d’accordo con Callia. Quanto a noi, non sappiamo se dare ragione a Callia, perché ci sembra che sarebbe stato più onesto far partecipi i Rodiesi di queste considerazioni, fin dall’inizio. Ad ogni buon conto – ci informa Vitruvio – Callia fu rimosso dall’incarico.

 

 


 

[1] La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Roma 1989.

[2] Vitruvii De Architectura libri x, Loeb Classical Library, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1983.

[3] L’Architettura di Vitruvio nella versione di Carlo Amati, Alinea, Firenze 1988.

 

 

Comminus eminus - 6 agosto 2005