Giuseppe Piaggia

 GIUSEPPE PIAGGIA E MILAZZO

 di BARTOLO CANNISTRA’

 

Il lungo ed operoso amore che Giuseppe Piaggia ebbe per Milazzo fu un amore non ricambiato. Egli, in fondo, poteva dirsi milazzese soltanto perché a Milazzo era nato (da madre milazzese, che però perse quando era in tenera età), perché vi aveva trascorso i suoi primi quattro anni, perché vi era tornato ripetutamente, e sempre con grande gioia anche se per brevi periodi. Ma la sua vita la trascorse quasi tutta lontano da Milazzo: a Palermo, dove la famiglia paterna risiedeva da tre secoli. Eppure, si sentì tanto milazzese da dedicare alla ricostruzione della storia e alla descrizione dell'economia, della società e dei costumi di questa città, il tempo più fecondo e operoso della sua vita: sedici anni, assorbiti esclusivamente da quest'opera, durante i quali non troviamo, nella sua vita e nella sua produzione, traccia di altri interessi significativi, tanto che ogni volta che un impegno inderogabile lo costringeva ad allontanarsene, se ne liberava alacremente per tornare a quelli che chiamava "i miei studi".  Nella sua Autobiografia così è descritto il momento in cui, ormai stanco, scrisse l’ultima pagina dell’opera maggiore, Memorie della città di Milazzo, portando finalmente a termine il lavoro che aveva intrapreso a 28 anni: "Mi inginocchiai nella mia stanzetta e ringraziando Iddio che mi aveva dato da vivere fin là, esclamai: Ora, o morte, puoi liberamente colpirmi".

 

E a questa sorta di nunc dimitte servum tuum, fa riscontro un altro passo significativo: “Sciolto il voto, mantenuto l'impegno che avevo contratto di fronte a me stesso, nessun nuovo incenso ho arso dal 1866 fino a questo mese di giugno dell'anno 1870 sull'altare delle lettere e delle scienze. Alla mia famiglia, ch’è il cor mio, saranno consacrati gli ultimi giorni che mi saranno concessi“. Questo costante amore e questa lunga fatica produssero un risultato che non solo costituisce il fondamentale punto di riferimento per ogni conoscenza della storia di Milazzo, ma che ha in sé una validità culturale tale da farne un’opera il cui interesse e la cui valenza non sono condizionati dalla dimensione della città di cui si occupa, tanto che storici come Thiers e Renan, Capponi e Tommaseo, Cantù e Amari, per citare solo qualche nome, scrissero che Milazzo aveva dato alla cultura siciliana una storia cittadina che poche grandi città potevano vantarsi di avere. Per limitarsi al giudizio di uno solo di loro, basterà ricordare gli elogi di  Michele Amari alla prima stesura dell'opera –peraltro poi ripudiata dall’autore col proposito di migliorarla- per la “precisione critica, la larghezza di idee e la dirittura di intenzione. Ci vogliono cinquant'anni di lavoro speciale e accurato come questo –dice Amari- prima di raccogliere gli elementi di una storia generale dell'isola.” E quando poi recensì -positivamente- un volumetto di poesie del Piaggia si augurò, ricordandosi di quella precedente opera storica, che le “passeggiate in Parnaso“ non gli facessero dimenticare “quel genere di lavori di cui diede così splendido saggio nel libro su Milazzo”, aggiungendo che “quello studio di uomini, di pietre, di antichissimi avanzi di civiltà, di costumi, di vizi, di virtù o disposizione a virtù, di errori, di condizioni economiche, deve servire a base di grandi meditazioni ed a pubblica utilità. Ci vogliono una cinquantina d’anni, di lavori speciali ed accurati come questo, prima di raccogliersi gli elementi d’una storia generale dell’isola.“ Piaggia, in verità, non trascurò mai il suo “studio di uomini e pietre, vizi e virtù” della sua città, e le Memorie della città di Milazzo, pubblicate nel 1866, ne costituiscono il monumento compiuto, cui arrise un così unanime coro di giudizi favorevoli da non lasciar dubbi sulla validità e il carattere innovativo dell’opera. Ne diamo un rapido florilegio. Nicolò Tommaso scrisse che “chi nella vita del municipio considera la vita dell'intera nazione e nelle memorie di quello le leggi ordinatrici di tutta l’umana società, amplia il proprio pensiero e l’altrui, e con ciò appunto evita il pericolo di rettoricamente amplificare le piccole cose “. E Gino Capponi: “E’ bello avere passato la vita guardando con amore alla città sua e di là stendendo e ampliando il pensiero, anzi il Giuseppe Piaggiapensiero di per sé anplio condensare su questa sua città:” Il giornale milanese Perseveranza (6 aprile 1867) notò che “questa che leggiamo è una storia municipale che, fra noi almeno, è principio di un nuovo modo di trattazione delle cose storiche (specialmente se ne levi le città regine come Firenze, Venezia ecc.). E’ una monografia che tiene conto di tutti gli elementi della vita del popolo milazzese, e che, per un sistema che un francese chiamò dell'emboitement, rientra nella storia generale umana. (L’autore) biasima le alterazioni che il romanzo fa della storia. Ma descrive minutamente come Walter Scott. Si potrebbero i suoi quadri della vita milazzese ridurre in romanzi, si potrebbe cavarne quadretti fiamminghi. Alcune sono di un realismo eccessivo, ma l'autore ha voluto esser vero: non ha adulato il modello.” Significativo l'incipit della recensione pubblicata dalla rivista fiorentina Il diritto: “Se tutti i baroni tanto numerosi nelle province meridionali volessero una bella volta lasciare i loro ozi beatissimi e superbi e sull’innanzi del nostro Piaggia occuparsi di utili e seri studi, quelle popolazioni si conoscerebbero meglio, ed invece di chiedere con sterili grida miglioramenti al governo, li domanderebbero a sé medesimi ed a quanti fra loro sono eminenti per dovizia, per sapere, e per educazione. Per questo il barone Piaggia  ha fatto un libro utilissimo e interessante.” Non è un giudizio di maniera, perché ci sono anche critiche puntuali: ”Lo diremmo bello se non fosse diffuso. Minor prolissità in molte parti, più castigatezza d'immagini e meno tuono oratorio ne avrebbero resa più piacevole la lettura.” Ma il giudizio complessivo è altamente elogiativo:  “Ad ogni modo è un buon lavoro il suo, e vi è di che debbano essergli grati, non diciamo i suoi concittadini soltanto, ma quanti ancora si pregiano del nome d'italiani.  Noi salutiamo con vera gioia l’apparizione di queste storie municipali, nelle quali, quando son condotte a dovere, trova un’eco tutta la storia generale del paese. Leggendo i nostri storici insigni voi guardate l'Italia viaggiando: leggendo il nostro Piaggia, voi ne guardate moltissima parte senza muovervi di un passo.” Per molti versi simile è il giudizio della “Nazione”di Firenze (7 agosto 1867): “

 

Abbiamo noi studiato le condizione del nostro popolo? quali libri ce ne rivelano l'indole e le abitudini? Di questi difettiamo, eccetto il libro del barone Piaggia, non abbiamo nulla. Nella stessa storia che si dice d'Italia abbiamo il racconto de’ governi delle invasioni, delle guerre, delle paci, delle virtù strepitose, non delle istituzioni e del popolo, delle virtù che splendono nelle pareti domestiche, poca o nessuna cosa.  La storia d'Italia è ancora negli archivi, né può venire intera se prima non si fa quella di ciascun Municipio “. L’indugio nel riferire giudizi di studiosi e riviste non siciliani si giustifica con la necessità di mostrare che non nasce da angusta visione campanilistica la nostra sollecitazione alla città perché onori questo suo figlio, che non solo le ha rivelato la sua stessa storia, ma ne ha illustrato il nome con un’opera che trascende per importanza, significato e validità, Milazzo e la stessa Sicilia. Se questo è quanto (o, come vedremo, una parte di quanto) Milazzo deve al Piaggia, dobbiamo chiederci che cosa, a sua volta, la città abbia dato al suo storico. Non ci si riferisce qui alla gioia che egli ricevette ogni volta che vi tornò e salutò la bellezza dalla sua natura e la ricchezza da sua storia, ma ai riconoscimenti che a Piaggia avrebbero dovuto essere tributati  -e che non ebbe mai dai milazzesi- per quel lungo e operoso amore che portò alla loro città. Nella sua Autobiografia racconta quale “glorioso nome“ egli si conquistò nel suo paese per le ricerche da cui nacque la sua prima opera, Illustrazione di Milazzo: “Imperocché questa o quell'altra erba o pietra o conchiglia fossile ecc. raccogliendo in luoghi difficili e pieni di pericoli, e a trascrivere questa o quella iscrizione apposta o sull'alto di una muraglia o del frontespizio d'una Chiesa, ascendendo su infedelissime scale, non era contadino, né plebeo che non giurasse ch’io avessi diggià perduto l'uso della ragione. Ne più né meno: camminando per le strade di Milazzo, io stesso udiva, con le mie orecchie, come taluni che pure non appartenevano alla plebe, additandomi dicevano ‘u pacciu’. Per buona fortuna, però, a me poco caleva di codeste ingiurie.“ Quando poi l’opera venne pubblicata, fu ancora peggio. Dai più cospicui cittadini e dal sindaco stesso di Milazzo era stato “premurato e incalzato in mille modi perché tempo non frappronesse a dar forma al lavoro “. E così –come poi racconterà con rammarico- egli, cedendo ad una stolta impazienza, andò al trotto e al galoppo, e il lavoro vide la luce, nel 1853, senza subire la necessaria opera di lima. A Palermo ricevette calde felicitazioni dai primi lettori, “ma –dice- codesti encomi non mi erano di altissima lusinga: ce n'era qualche altro ch’io ambiva davvero, era quello che poteva venirmi dalla città alla quale avevo consacrato i miei studi e offerto porzione della vita mia. Gittandomi su un vapore pervenni a Milazzo. In essa città il numero degli associati alla mia opera era esteso non poco, e fu necessario l’invio di una cassa ben grande di esemplari. Io ero già a Brigandì, e non appena i suddetti esemplari furono messi in circolazione, le corone di alloro cominciarono a gravare sul mio capo.”  Quali corone? “Nemico acerrimo di ogni adulazione, io nel mio libro avevo detto il vero e non per offendere una classe qualunque dei Milazzesi, bensì per additare la via onde potevano esserne corretti taluni sconci costumi antisociali, carissima essendomi la terra dove ebbi i natali. E dunque i trionfi che sono riservati a chi ha il coraggio di dire franca la verità, dovevano senza fallo onorarmi. Due giorni dopo che il libro andò in giro, un biglietto anonimo mi giunse: ‘Scroccone del Milazzese, lascia la penna e prendi la zappa.’ Un giorno appresso un frate smontava da cavallo a Brigandì e arrossendo mi diceva: Ieri sera i signori decisero di bruciare domenica prossima verso il tramonto l’opera pubblicamente, innanzi al casino di conversazione”.  Piaggia seppe trovare la forma giusta per  replicare. Mandò a quei signori un biglietto: “So da buona fonte che domenica prossima saranno rinnovati gli auto da fé per la mia opera. Vogliate degnarvi indicarmi l'ora precisa dello spettacolo perché io sarei lietissimo di assistere ad un avvenimento che farà parlare di me tutta l'Europa. E così -conclude- il mio libro ricevette l'alto onore di non essere bruciato pubblicamente.” Perché, ci chiediamo oggi, tanta ostilità per questa sua opera che, seppur in modo ancora incompleto, ridava alla città la memoria del suo passato? Forse perché certi spocchiosi e gretti notabili locali non potevano accettare che un barone, come Piaggia (il quale nell’Autobiografia ricorderà la morte di un suo colono con le stesse parole di dolore usate per la morte dei suoi familiari, e che, durante l'epidemia di vaiolo, non aveva esitato a entrare nelle case dei contadini per cercare di aiutarli a curarsi)  trattando di “morale e costumi dei villani del territorio di Milazzo” scrivesse che “i villani coi quali conversava” gli parevano “degnissimi di commiserazione“ e ne descrivesse, con tanto potente realismo, animato da profonda commozione e intensa partecipazione, la vita grama, le miserie, le malattie, la morte, e, nello stesso tempo, denunciasse l’indifferenza dei proprietari e l’avida rapacità del clero. È facile immaginare come potessero suonare alle loro orecchie frasi di questo tipo: “Ecco tutto ciò di cui un colono potrebbe fruire. Quella povera gente, in specialità allorquando abbia della numerosa famiglia, non può vivere di essi…Così vanno essi, quei miseri villani, raminghi di qua e di là, a non far perire dalla fame la consorte, i figli. Ma quale sarà il lucro tratto da intera una lunga giornata di travaglio? La fame fa misurare i tozzi che porgono ai lacrimosi figli… La loro fatica sta sotto le tenebre d'una pazienza senza tempo tinta. Questa pazienza è mesta, è pesante, è la rigidezza della morte. Forse un altro avrebbe sdegnato a scendere a questi minuti dettagli: io no.” Evidentemente sembrò che un barone non dovesse scrivere cose come queste, soprattutto se accompagnate da un tentativo di analisi dell’inadeguatezza dei metodi di conduzione economica della proprietà terriera, e da una cura, che doveva apparire incomprensibile, nel ricercare e annotare quanto pochi fossero i contadini che sapevano leggere o che possedevano terre e animali. E, dunque, al rogo un simile libro ! Piaggia dovette soffrire, e molto, del fatto che proprio la sua città giudicasse con tanto ostilità la sua opera. Lo comprendiamo dalla cura con cui raccolse tutti i giudizi che su di essa erano stati espressi da personalità del mondo della cultura e della politica, e dalle parole con cui li lasciò, come la sua migliore eredità, ai figli: “l'unico frutto che abbia ricevuto dagli studi onde fui allettato a nudrire la vita”. L’eco di questa ostilità paesana dovette giungere alla vicina Messina, se Felice Bisazza, nel novembre del 1855 scriveva sul Tremalcoldo: “Snuda nobilmente l'autore molte miserie e mostra aperto che la vera carità della patria nello scrittore generoso è dissonatrice, leale, riprenditrice dei mali! Questa non crediamo mai onesta ragione perché si tirino addosso di chi scrive le pietre della lapidazione, ma all’opposto perché se ne benedica la franchezza, anzi scriviamo tanto questo lavoro del Piaggia che vorremmo dalla sua città riconoscente coniata a lui una medaglia“. Ma questa medaglia non fu mai coniata, né Piaggia ebbe dal Comune alcun aiuto finanziario quando nel 1866 pubblicò, interamente a sue spese, le Memorie alla città di Milazzo  “dopo -dice- considerevoli dispendi che avevo dovuto sostenere per le ricerche “. Solo a parecchie settimane dalla sua morte, e dopo che la stampa siciliana aveva ricordato gli elogi che studiosi ed enti italiani ed europei gli avevano tributato, e sottolineato “il posto onorevole che gli spettava tra gli scrittori di cose patrie e di filosofia della storia “, solo allora la sua città si ricordò di lui, e l'Amministrazione comunale diede l’incarico di tenerne l’elogio funebre a Francesco Carlo Bonaccorsi -patriota e scrittore milazzese, tanto amico del Piaggia che questi,  prima di morire, da Palermo a lui aveva scritto una lettera di estremo saluto. Bonaccorsi lesse il suo discorso –del quale ci è pervenuto il testo- nella Chiesa del Carmine, quasi un mese dopo la scomparsa del Piaggia, il 10 maggio 1971. Cominciò definendo quella morte una “sciagura domestica per quanti qui siamo membri della milazzese famiglia”. Ricordò la lunga, paziente e faticosa ricerca storica di Piaggia e i suoi meriti letterari, e aggiunse due altri elogi: perché ne I fatti d'arme del 1860 aveva difeso la città accusata “di versare olio o acqua bollente sui volontari garibaldini”, e perché, quando si stava costituendo la Biblioteca comunale, “era prontamente intervenuto da Palermo, lanciando in quella città una sottoscrizione che aveva ottenuto 800 libri per la biblioteca dalla sua città”. Dopo quell’elogio funebre, però, non ci fu null'altro. Qualche anno dopo il fratello Antonino, benedettino cassinense, donò alla Biblioteca comunale un ritratto a olio dello storico, da lui stesso dipinto. Nel 1907, il figlio Francesco Antonio pubblicò a Palermo, con la prefazione di Ugo Antonio Amico, l'Autobiografia che il Piaggia aveva lasciato manoscritta. E poi ancora il silenzio fino a che, nel 1941, il Comune di Milazzo con delibera podestarile 196 del 15 ottobre decise di intitolare al Piaggia la parte iniziale dell'attuale Via Tenente La Rosa, ma la delibera rimase inattuata. Risollevato il problema nel 1963, per dissensi all'interno del Consiglio comunale, la proposta non venne neppure presa in esame. Con la revisione toponomastica del 1981, Milazzo diede alle sue strade, antiche e nuove, nome di piante e di erbe, di stelle e di costellazioni, di fiumi e di città, di politici, scienziati e militari italiani e stranieri, anche di grandi milazzesi del passato, ma per onorare colui che aveva conservato e tramandato il nome e l’opera di questi milazzesi, e degli eventi e della civiltà di Milazzo non trovò una piazza o un viale, e neppure un vicolo. Solo qualche decennio fa il nome di Piaggia fu dato a un plesso scolastico, quello di via Cumbo Borgia, per iniziativa del presidente di quel Circolo didattico, l’ing. Carlo Catanzaro, e del direttore Alberto Magliarditi. E forse è giusto che sia una scuola la prima cosa che a Milazzo porta il suo nome, perché Piaggia aveva sempre considerato il problema dell'educazione dei ragazzi  fondamentale per migliorare la struttura stessa della società, e lo aveva esplicitamente indicato come primo obiettivo della sua ricerca, prima ancora di quello da ricostruzione storica, fin da quando, nel 1849, cominciò i suoi studi su Milazzo. Non si può, dunque, non concludere che Piaggia ha dato tanto a Milazzo, mentre Milazzo non gli ha dato in cambio quasi niente. C’è da chiedersi, allora, perché, sebbene sin dall'inizio quest'amore fosse apparso così poco ricambiato, Piaggia volle dedicare praticamente tutte le sue ricerche a questa città, invece che ad altre, come la Palermo in cui risiedeva e che avrebbe potuto più facilmente dargli un’ampia notorietà. Eppure, le ricerche su Milazzo non erano affatto più agevoli, e –soprattutto dopo l’esperienza delle reazioni alla prima opera- non poteva sperare in guadagni o in altri riconoscimenti. Perché, dunque, dedicare a questa città, per altri dieci anni, un così “long et obstiné travail”, come lo definì il Thiers? C'è un che di misterioso nell'amore per Milazzo di quest'uomo che solo fino un certo punto poteva dirsi milazzese. In verità, il mistero comincia dalla sua data di nascita, che, sulla scorta di quanto egli scrive nella sua Autobiografia, viene fissata al 28 ottobre 1822. Ma nel registro degli atti di nascita del nostro Comune la nascita di Giuseppe Piaggia, figlio del barone Pietro Piaggia e della baronessa Anna Marullo è registrata alle ore due antimeridiana del 29 ottobre 1821, e non 1822. E la data trova conferma nell'atto di battesimo, conservato nell'archivio parrocchiale di Santa Maria Maggiore, nella cui via, accanto alla Chiesa, “nella casa di un Cumbo”, il nostro Piaggia scrive di esser nato. I Piaggia non erano milazzesi: fin dal 1528, quando vi si erano trasferiti dalla Liguria,  abitarono a Palermo, dove nel 1652 ottennero il titolo di baroni di Santa Marina (località del territorio di Partitico, e non nella nostra Piana). La loro presenza a Milazzo si potrebbe spiegare col fatto che il padre del nostro storico, Pietro Giovanni, era stato giudice del circondario di Milazzo (prima di diventare giudice del Tribunale di Siracusa e quindi alla gran Corte civile di Catania) e vi aveva sposato Anna Marullo dalla cui dote forse gli derivò la proprietà di Brigandì, che il figlio amò tanto da datare le sue lettere non da Milazzo ma da “Villa Brigando”.  Però, in realtà, il giudice Pietro Giovanni non era affatto il primo Piaggia ad essere venuto a Milazzo: dal 1727 al 1732 era stato membro della Confraternita del Santissimo Sacramento di Milazzo un Giovanni Piaggia, e dal 1782 al 1796 della stessa confraternita era stato governatore Gaetano Piaggia. C'era, dunque, un antico rapporto tra i Piaggia e Milazzo, e ci fu una sorta di fascino della città cui il nostro storico non si sottrasse mai. In essa abitò stabilmente solo quattro anni, che però furono quelli successivi alla sua nascita; poi la lasciò  e non vi ebbe mai più la residenza, anche se vi ritornò parecchie volte. Sempre per brevi periodi, ma sempre in momenti per lui particolari, che gli resero quei soggiorni singolarmente significativi. La prima volta fu nell'autunno del 1836, quando aveva 15 anni e aveva finalmente cominciato a studiare con gusto a Palermo, dopo le prime esperienze di scuola che dovevano essere state terribili, se il suo rancore per i cattivi insegnanti riemerge anche negli scritti della tarda maturità. Vi giunse di sera, e Milazzo gli apparve buia, certo piccola e squallida dopo Palermo. Restò in città due giorni presso uno zio Marullo, poi si trasferì a Brigandì per la vendemmia e poi per raccolta delle ulive. E qui scoprì la natura, la libertà, la gioia di vivere. Ecco cosa scrive: “Fortunatamente fui a Briganti della Piana. Qui a saltare su asini, a correre come un pazzo, a vegliare sulla vendemmia di olive, né a libri pensai né a studi, lasciando un nome di celebre cifaro, quanto dire capo-diavolo”. Due mesi dopo dovette ripartire per Palermo, ma Milazzo gli restò nel cuore, con la nostalgia per la “libertà della campagna” e l’insofferenza per il  “brusco passaggio ai sistemi opprimenti della città”. Il secondo soggiorno a Milazzo, anzi a Brigandì, cade due anni dopo, nell'autunno del 1838. Egli ha ormai 17 anni e la campagna gli suscita sentimenti diversi, gli regala “esperienze diverse”. Piaggia descrive così suoi sentimenti all’arrivo: “Mandai un sospiro di gioia alla vista di tanti cari oggetti che non si erano dileguati mai dalla mia mente, ma non sentiva più in me quel brio, quell'ardire giovanile, ma un che di sentimentalismo si era sviluppato nel mio cuore, che cangiava agli occhi miei le apparenze della campagna.” È pronto per il primo amore  -un amore tutto platonico- che ha il volto di una giovinetta romana di 15 anni, Adelaide, alla quale non ha il coraggio di rivelarlo, e di cui gli rimane solo il ricordo di un fazzoletto che si agita da un balcone della Marina mentre la nave che lo porta via si allontana nella sera verso Palermo.  Per amore di lei, che non vedrà più, “con la morte del cuore” si butta a approfondire il latino, a imparare il greco e l'inglese, a leggere i classici francesi e italiani. Sono gli anni in cui si forma sui libri: prima di tutto Machiavelli, le cui Storie fiorentine trascrive su un quaderno e la cui traccia rimane nel suo stile severo e arcaicizzante; poi, Vico e Romagnoli, che costituiscono, soprattutto il secondo, il vero sostrato filosofico della sua opera. È  una specie di studio matto e disperatissimo che lo conduce quasi alla follia. Dal suo terrore di non riuscire ad essere più sicuro di nulla, neppure di esistere, lo salvano la scoperta del cartesiano “cogito ergo sum” e un nuovo provvidenziale soggiorno, il terzo, a Brigandì. È l'autunno del 1840: niente più studi, ma caccia, equitazione, delizie campestri; Brigandì come luogo di ristoro per lo spirito. Poi, il nuovo ritorno a Palermo, l'approfondimento e l'affinamento della sua cultura, le sue prime opere: traduzioni dall'inglese e dal greco, composizioni in dialetto e in italiano, tentativi poetici, e un poema di proporzioni colossali, rimasto, conseguentemente, incompleto: “I pontefici e i re davanti al giudizio universale”. Ma soprattutto tanto amore di patria -focoso, disinteressato, idealistico- che in quel momento è amore per la libertà della Sicilia. Con questo spirito partecipa alla rivoluzione siciliana del ‘48, come volontario della Giovane Guardia e poi come direttore del Giornale Officiale di Sicilia, succedendo ad un altro milazzese, Francesco Carlo Bonaccorsi, mentre un terzo, Stefano Zirilli, è direttore del Ministero alla guerra. Poi, la delusione per il fallimento e i cedimenti, il disprezzo per i vincitori, il disgusto per gli opportunisti. Il padre, giudice fedele ai Borboni e ostile alle sue scelte politiche, gli fa lasciare Palermo per evitare la repressione. Così torna, per la quarta volta, a Brigandì, passando fremente attraverso i sospettosi controlli e le arroganti ammonizioni dei borbonici tornati al potere. A Milazzo, nel Quartiere spagnolo dove ha sede il comando della piazza d'armi, il maggiore Cirillo, accompagnato dal giudice Proto, riconosciutolo come figlio di un alto magistrato, lo intrattiene ammonendolo sottovoce di tagliarsi quella barba a pizzetto che gli dava un aspetto rivoluzionario in contraddizione con il lealismo borbonico della sua famiglia. E Piaggia, che ha -oltre che un forte senso della sua dignità- un temperamento bollente e improvvisi scatti d’ira, assicura al maggiore che non può  “non sottoporsi alla legge”,  e quindi “ritorce con ambo le mani la mosca”, se la mette tra i denti, la strappa e la sputa per terra. Poi –così racconta- scappa come un fulmine, monta sull’asino che un contadino gli ha portato, e galoppaverso Brigandì. La casa di Brigandì, nelle campagne di Milazzo“Era la prima volta che vedevo la campagna in primavera: tanti odori di vergini piante e fiori di siepi” scrive. Ed è la natura della Piana che  ancora una volta lo salva. Dalla rabbia, stavolta. La notte galoppa lungo la spiaggia di levante, da Acqueviole a Corriolo; il giorno contempla la campagna, parla coi contadini, osserva quel mondo laborioso e miserabile insieme, squallido, quasi bestiale per le sue condizioni, eppure umanissimo, anzi addirittura ricco di poesia nelle sue canzoni e nei suoi modi di dire, che egli trascrive con cura. È qui il primo germe della sua opera. Colpito, egli decide di “ritrarre la vita di tutta quella gente infelice“, ed entra nei tuguri degli affamati, li aiuta curarsi quando c'è il vaiolo, annota tutto sul suo taccuino, suscitando in tal modo sospetti che lo fanno apparire –e, un po’ da goliarda, lui ne gode- misterioso come un mago, un maliardo, o, come si dice nella Piana, un maiaro. Ma intanto annota tutto quanto può aiutarlo a ricostruire “l'indole e i costumi di questi miseri proletari“ e, anche dopo che sarà tornato a Palermo per la morte del fratello maggiore, continuerà lo studio, che però man mano va prendendo un’estensione ben maggiore, finché decide “di riunire in una sola opera quel lavoro e le memorie della città in una sola opera”. Nuovo soggiorno, ed è il quinto, a Brigandì nel 1851, per sorvegliare l'ampliamento del villino (molto probabilmente la costruzione che resta ancora, accanto a un ristorante), per compiere ricerche negli archivi del Comune di Milazzo ed in quelli delle città viciniori, per trascrivere le epigrafi nelle chiese, sulle mura e sui palazzi e procurarsi il nomignolo di pacciu. Da queste ricerche nasce l’Illustrazione di Milazzo e studj sulla morale e su’ costumi dei villici del suo territorio, prima esperienza che porterà al più complesso lavoro della maturità le  Memorie della città di Milazzo e nuovi principj di scienza e pratica utilità”.  L'Illustrazione viene pubblicata nel 1853, ma Piaggia, insoddisfatto per la stesura affrettata, ricomincia da capo il lavoro, muovendosi sempre sulla linea Tucidide-Machiavelli-Vico-Romagnosi, e anticipando gli studi di Giuseppe Pitré, vent’anni prima che questi cominci a pubblicare la sua Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Il contenuto e il taglio che Piaggia darà alla sua nuova opera, le “Memorie”, è di una modernità sorprendente: in esse, seppur con le debite proporzioni riguardanti soprattutto l’oggetto della trattazione, si colgono elementi che  anticipano, oltre che gli studi sul folclore siciliano, anche il successivo interesse della storiografia per l’antropologia, la geografia umana, la storia della mentalità e della quotidianità. Di quest’opera, dunque, non si può non dare una valutazione positiva per queste sue caratteristiche e per la completezza del disegno storico, l'accuratezza della ricerca delle fonti, la sicurezza con cui i vari elementi vengono incastrati nel discorso storiografico e il respiro che esso così assume, la capacità di scomporre diversi piani e di intrecciare i vari filoni (anche se bisogna anche ammettere che quest’ultimo metodo “narrativo” non ne rende sempre agevole l’uso). Eppure, anche senza gli indiscutibili meriti di quest’opera, e -si potrebbe dire addirittura- anche se essa non fosse mai stata scritta, Milazzo dovrebbe ugualmente gratitudine al Piaggia. Infatti, che cosa era stato scritto e tramandato su Milazzo prima di lui? C’erano le pagine che le avevano dedicato il Fazello, il Maurolico, Vito Amico e pochi altri studiosi, che, a loro volta si rifacevano ai testi latini e greci in cui si faceva riferimento all’antica Milazzo, ma non riportavano quasi nulla di decreti, diplomi, croniche, atti dei giurati, che riguardavano il periodo medievale e moderno. E poi c'erano, sparsi nelle biblioteche milazzesi di nobili o di conventi, un paio di opere stampate, alcuni testi manoscritti, qualche tentativo abortito di trattazione storica. Ebbene, gli originali di questi ultimi lavori sono quasi tutti andati perduti e oggi non ne resterebbe più traccia, se Piaggia, dopo averli cercati, trovati, studiati, citati nella sua opera, non li avesse trascritti e lasciati in copia alla Biblioteca comunale di Palermo (al tempo, non esisteva ancora quella di Milazzo). Ci mancherebbero, insomma, se egli non le avesse salvate,  fonti preziose -anche se, ovviamente, non sempre attendibili- per ricostruire la storia la città nell’ultimo millennio. La ricorrenza del 190° anniversario della nascita e 140° della morte, che ricorrerà fra due anni, può offrire l’occasione per una  riparazione tardiva, dopo tanta, e tanto lunga, disattenzione: l'inizio di un interesse nuovo della città, delle sue associazioni culturali, e -auspichiamo- dell’Amministrazione comunale, verso questo nostro grande concittadino; l’inizio di un nuovo impegno volto a valorizzarne la figura, farne conoscere l'opera, continuarne l’impegno. Il primo obiettivo dev’essere quello di stamparne l'opera principale, ormai quasi introvabile, in una nuova edizione, corredata di un'introduzione critica, e di quant’altro -quadri sinottici, planimetrie, indici analitici dei nomi, dei luoghi, degli avvenimenti-  è indispensabile per rendere più facilmente fruibile, da parte di tutti, un'opera ricchissima, quasi enciclopedica, ma complessa, e talora anche farraginosa per il suo impianto strutturale. Restituire alla città questa sorta di autobiografia che essa ha scritto per mano di un suo grande figlio significa offrire un prezioso strumento di lavoro alla scuola milazzese che -per l'impegno solitario e spesso ignorato di tanti insegnanti- sta contribuendo a dare alle nuove generazioni la coscienza delle loro radici mediante la conoscenza del patrimonio di storia, civiltà, arte, tradizioni di cui è ricca loro città. L'Amministrazione comunale dovrebbe cominciare a testimoniare la sua gratitudine a Giuseppe Piaggia dandone il nome a una strada o una piazza di rilevante interesse, anche se questo dovesse comportare una modifica della toponomastica esistente. Ma il modo migliore per rendere omaggio a figure illustri e benemerite di uomini di cultura, come quelle di Giuseppe Piaggia, ma anche di Polidoro Carrozza, Stefano Zirilli, Francesco Carlo Bonaccorsi, Domenico Ryolo, sia un’attenzione nuova per l’animazione della vita culturale cittadina, fornendo ad essa gli strumenti indispensabili per il recupero della memoria storica, per la formazione di una coscienza civica e per un’elaborazione culturale che disegni una prospettiva di crescita civile della nostra comunità. In particolare, nel nome di Piaggia, è doveroso un impegno fattivo in tre settori: la cura dell’archivio storico del Comune, dove Piaggia fece le sue accurate, lunghe ricerche; il rilancio della Biblioteca comunale, alla cui nascita Piaggia tanto contribuì; l’apertura del museo archeologico, per esporvi i reperti venuti alla luce nell’ultimo mezzo secolo, rivelando quanto ne sia ricca la nostra città, come Piaggia dovette sospettare, considerato che diligentemente riportò le notizie che era riuscito a raccogliere sui molti ritrovamenti sparsi e casuali. Se è vero che, come un uomo non è solo corpo ma soprattutto coscienza di sé, memoria di ciò che è stato ed ha fatto, così una città, se non vuole ridursi a un gomitolo di strade e un susseguirsi di muri, ha bisogno di memoria storica per poter disegnare il suo futuro. E ogni volta che la nostra comunità cittadina si volgerà indietro per riappropriarsi della sua lunga storia, non potrà che tornare, prima di tutto, all’opera di Giuseppe Piaggia.

Bartolo Cannistrà

 

 

 Brevi notizie bibliografiche

 

Giuseppe Piaggia nacque nel 1821 a Milazzo (“in un casa dei Cumbo, vicino S. Maria Maggiore”), dal barone Pietro -magistrato di famiglia palermitana, ma in quegli anni giudice a Milazzo- e da Anna Marullo. Pur avendo trascorso a Milazzo solo i primi quattro anni di vita e, successivamente, brevi e saltuari soggiorni  nella casa di Brigandì, si sentì per tutta la vita milazzese, tanto da dedicare a questa città i migliori anni della sua vita di studioso: quasi un ventennio di ricerche (dal 1849 al 1866) sulla storia, le tradizioni, la vita economica e sociale, i costumi, con particolare attenzione per quelli dei contadini, che descrisse con amore e spirito di partecipe solidarietà. Tra le opere pubblicate, oltre alla ricostruzione della battaglia del 20 luglio, Dei fatti d’arme di Milazzo nella guerra d’Italia del 1860 (1867; in realtà ristampa de La campagna di Milazzo nella guerra d’Italia dell’anno 1860, quasi un’instant book uscito poco tempo dopo la battaglia), spiccano l’Illustrazione di Milazzo (1853) e i Nuovi studi sulla città di Milazzo (1866), che ricevettero, fuori della città cui erano dedicati, ampi e lusinghieri riconoscimenti da parte di personalità del mondo culturale italiano ed europeo, per l’accuratezza della ricerca e il rigore del metodo storiografico. Ma non minore è l’importanza che l’opera riveste sotto il profilo degli studi etno-antropologici, di cui il Piaggia fu un autentico antesignano. Giuseppe Piaggia prese parte alla rivoluzione siciliana del 1848-49 e seguì con partecipe adesione le vicende dell’impresa dei Mille. Fu nominato Ispettore delle scuole secondarie della Sicilia occidentale. Morì a Palermo nel 1871.

 

  • Vedi anche le pagine dedicate a:

  • Luigi Rizzo per il 50° anniversario dalla sua scomparsa

  • Giorgio Rizzo

  • Federico De Roberto

  • La battaglia di Garibaldi a Milazzo: la figura dell'eroe Alessandro Pizzoli

  • ing. Domenico Ryolo, archeologo milazzese

  • Le opere dell'ing. Ryolo

  • S.Francesco di Paola, storia dei miracoli milazzesi