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Le
necropoli di Mylai.
ricerca di Chiara
Italiano
vedi
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La ricerca archeologica a Milazzo
risale al dopoguerra ed è legata ai nomi di Ryolo, di L. Bernabò
Brea e di M. Cavalier. Essa si avvale della scoperta dei reperti
ritrovati nelle necropoli che si svilupparono in modo estensivo
nell’Istmo e nelle aree della Piana. La più antica risale alla tarda
età del Bronzo (XII-X sec. a.C.), un vero e proprio campo di urne
cinerarie che Bernabò Brea attribuì ad un nucleo etnico proveniente
dalla penisola italiana, gli Ausoni, che colonizzarono anche le
Isole Eolie. In contrada sottocastello venne esplorato un lembo di
una necropoli risalente alla media Età del Bronzo con tombe ad
enchytrismos (cadavere rannicchiato entro grande vaso) sotto
grandi tumuli di pietre.
Topograficamente distinguiamo
due grandi aree destinate al seppellimento, esterne alla città:
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Necropoli
meridionale, a Sud ed a Sud-Est: (fine VIII - prima metà
del III sec. a.C.
-
Necropoli
Orientale (III - I sec. a.C.).
La
necropoli più antica, Necropoli Meridionale, si definisce “urbana”
della Mylai greca, si estende in modo non uniforme per tutto l’istmo
fino all’innesto con la Piana (contrada S. Giovanni). I settori più
esplorati sono l’attuale Piazza Roma, XX settembre a Nord, ed a Sud
S. Giovanni, dove i singoli seppellimenti sono stati ritrovati a
testimonianza di quest’area usata come zona ad uso funerario, vicino
ad un abitato antico. Più tardi verso il VI sec. a.C. le sepolture
si espandono verso S. Giovanni (asse viario, Via Gitto Pietro e Via
Maio Mariano) probabilmente con la nascita di piccoli nuclei
insediativi, così come le strutture murarie in S. Papino, ai piedi
della Rocca, e gli scarichi di abitato affiorati nella Via XX
Settembre (fine VI sec- inizi V sec. a.C.).
Le tombe più antiche documentano il
rito dell’incinerazione secondaria; le ceneri erano raccolte entro
contenitori fittili, piccoli pithoi, situle e soprattutto
anfore da trasporto, hydriai, pentole ed olle o in materiale
deperibile come si è ipotizzato per le numerose tombe definite
“senza cinerio” ma ben indicate da pietre in allineamento ed agli
oggetti di corredo. A partire dal VI sec. a.C. alle inumazioni in
fossa, dove il defunto veniva coperto con frammenti di grandi
contenitori, si passò alla tipologia “alla cappuccina”. Il sarcofago
costruito con più filari di mattoni crudi sovrapposti è comune a
partire dal VI sec a.C., con varianti che riguardavano l’altezza
della cassa ed il tipo di copertura operato. In seguito alla prima
Età Ellenistica si assiste a modifica del rituale funerario.
L’incinerazione,
soprattutto primaria, ossia con bruciatura del cadavere dentro la
fossa, è ora molto comune. Per quanto concerne le tipologie tombali
compaiono in questo periodo le “sepolture a cassa” realizzate con
una muratura povera che ricorre a pietre non sbozzate o anche a
frammenti di laterizi sovrapposti a secco o allettati con poco
calce. Dalla fine del V secolo e poi nel corso del IV sec. a.C. era
usanza porre in bocca ai defunti un piccolo nominale in bronzo,
quale pegno pagato a Caronte, il “nocchier della livida palude,
dagli occhi di brage”. Si tratta di piccole frazioni di moneta di
basso valore ma che consentono di datare con estrema precisione le
tombe, stabilendo un terminus post quem. Le tombe del periodo
più antico sono espressione di una società con caratteri greci,
all’interno dei quali l’elemento indigeno è pressocchè sconosciuto.
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L’adozione della incinerazione è prettamente un’usanza greca, a
testimonianza di matrimoni misti. Dal VI sec. a.C al III secolo i
corredi delle tombe sono molto scarni a testimonianza del fatto che
le condizioni di vita non dovevano essere fiorenti, cosi come
avveniva in altre colonie.
La
Necropoli più recente, la Necropoli Orientale, si sviluppò lungo le
contrade della Piana a Sud-Sud/Est dell’Istmo. Essa fu in uso per
tutta l’Età Ellenistica, fino agli inizi dell’Età Imperiale. Il
settore più esplorato ricade nelle contrade di San Paolino-Ciantro.
La distribuzione topografica delle sepolture, indica un fitto
affollamento di esse nei pressi della Stazione Ferroviaria ed un
progressivo diradamento delle stesse nei lembi rintracciati più ad
Est. L’ipotesi più accettata è che la Necropoli urbana possa aver
avuto un limite ben preciso, tra la contrada S.Giovanni e la vecchia
Stazione Ferroviaria (contrada Albero, Leonti, San Paolino, Contura).
Le sepolture sono poveramente indicate da singole pietre confitte
nel terreno in corrispondenza del sepolcro. Rimane la tomba n° 8 di
Via Ciantro che documenta l’esistenza di epitymbia anche a
Milazzo, monumento costruito in muratura, a pianta quadrata,
gradonata che sigilla la tomba “a fossa terragna” con pareti
intonacate. Vari sono le tipologie ed i riti di sepoltura; prevale
l’inumazione e le deposizioni, sempre singole, sono contenute in
semplici fosse terragne, o in cappuccine di tegole piane, o
all’interno di grandi casse costruite con una muratura mista di
pietre e laterizi o con mattoni di terracotta posti su filari a
secco. Sembra esclusiva di Milazzo la tomba costruita con formelle
di mattoni crudi che si caratterizza per la copertura realizzata con
laterizi posti a coronamento della cassa in modo da reggere la
copertura – a doppio spiovente – retta da un caratteristico elemento
a chiave o piana e per l’accurata rifinitura delle parete interne
con uno strato di intonaco bianco. Nel corso del II secolo a.C. e
tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C., è documentato il rito
dell’incinerazioni, sia nella forma primaria (bustum) con
cremazione diretta del cadavere all’interno di un unico rogo e
conservazione in situ dei resti e quella secondaria (ustrinum)
con la bruciatura del defunto su di un ustrinum comune eretto in
un’area della metropoli e raccolta delle ceneri all’interno di una
cassa o di un contenitore fittile.
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