LE IDEE POLITICHE DEI PATRIOTI MILAZZESI

LE IDEE POLITICHE DEI PATRIOTI MILAZZESI  DEL RISORGIMENTO

        di Bartolo Cannistrà        4

 

 (MilazzoNostra, n. 22, febbraio 2009)  

 

....  Cosa in comune, il ruolo che nella loro prima formazione ebbero i moti carbonari del 1821, ma è una affinità per modo di dire. È noto l'episodio che riguarda Mazzini: l'impressione che egli, giovinetto, ebbe nel vedere i proscritti dei moti piemontesi del 1820-21 costretti a prendere da Genova la via dell'esilio, contribuirà a segnare il suo destino di patriota. Anche nell’autobiografia di Bonaccorsi c'è un riferimento ai moti siciliani degli stessi anni e alla carboneria, ma qui il dramma è rovesciato in grottesca farsa, in linea, d'altra parte, con quanto accadde durante quei moti a Milazzo, che Piaggia raccontò con la cruda onestà dello storico. Ecco il breve quadretto dipinto da Bonaccorsi: “Io ricordo la passeggiata militare fatta a Milazzo dai carbonari nel 1821, a dimostrazione di quant'erano forti per numero. Mio padre, che non aveva voluto essere carbonaro, fece ascrivere me, di quattro anni, alla setta. In quella passeggiata i cugini (così si chiamavano), andavano a due a due col bravo fucile da caccia sulle spalle. A me faceva da fucile un pistolone, che di tanto in tanto il mio compagno mi toglieva dalla spalla per farmi riposare. Ad esso compagno io chiedevo ogni momento: quando spariamo? E’ beninteso che il pistolone non era carico ".
Ovviamente, non fu questo precedente a influire sulla formazione liberale di Bonaccorsi, che fu dovuta, invece, alla permanenza a Pisa, per gli studi, e che gli costò al suo ritorno in Sicilia il carcere. Da qui la sua decisione di andare in esilio prima a Marsiglia e poi a Londra, dove frequentò, oltre a Terenzio Mamiani, Francesco Carlo BonaccorsiCarlo Botta e il conte Pepoli, anche Giuseppe Mazzini. Nella sua autobiografia Bonaccorsi traccia un ritratto del grande Esule, da cui traspare una viva considerazione ed ammirazione: ”Il mio amico Pietro Leopardi, un abruzzese esule a Parigi, mi diede una lettera di introduzione al profeta della Italia futura, avvertendomi che quella relazione poteva compromettermi presso il governo borbonico nei cui domini io doveva fare ritorno. Onde, prima di picchiare al portoncino, io percorsi due volte la strada. (…)  Mazzini, di circa dieci anni maggiore di me, superava di poco la mia altezza che è l'ordinaria, aveva spaziosa la fronte, gli occhi incavati, intenti; era scarno, pareva un asceta ispirato.(…) L'amicizia fu presto fatta e mi parlò subito degli articoli che avrei letto sui giornali e che spiegavano ed illustravano i moti siciliani. Gli rivelai che ne ero l'autore ed alla sua volta egli mi rivelò il suo pensiero di noleggiare un vapore e scendere a Catania se la rivoluzione prendeva piede.(…) Le mie visite a Mazzini non furono mai interrotte per tutto il tempo che io stetti a Londra. Fu lui che mi fece leggere per la prima volta L'assedio di Firenze di Guerrazzi, che gli mandava i quinterni, a misura che si stampavano.
(…) Ebbi una volta il piacere di rendergli un servigio. Gli era stato offerta la direzione di un giornale politico da stamparsi a Londra in lingua francese. Egli era disposto ad accettare l'incarico, ma conoscendo la mia amicizia con un giornalista inglese, mi pregò di sentire da lui quali condizioni eque ed oneste poteva egli chiedere. Io feci meglio: gli condussi a casa il mio amico pubblicista Crowen, che gli diede tutte le informazioni desiderabili. L'amico inglese mi fu grato di avergli fatto conoscere di persona un uomo che conosceva per fama e la cui conversazione lo aveva palesato di alta mente e di grande dottrina. Mazzini era infatti bel parlatore, benché talvolta si sollevasse ai nebulosi ideali della filosofia tedesca di cui era ammiratore.”

 

 


E continua: “Egli aveva una grande passione per Ugo Foscolo e si occupò indefessamente dei suoi scritti tutto il tempo che stette a Londra. Nella stampa quasi completa fatta da Le Monnier degli scritti foscoliani, buona parte del merito ne viene a lui. E Mazzini, come nelle filosofiche e nelle scienze morali, era pure versato e di gusto squisito nelle materie letterarie.  (…) Quando io partii da Londra mi diede per il suo amico Ruffini una lettera aperta che cominciava così: “Ieri sera fui al Radical club di cui mi vollero socio ed indossai il panciotto che tu mi lasciasti.”
Ma nell’ultima parte del capitolo –scritto alla fine dell’Ottocento- il tono del discorso e il giudizio sul politico Mazzini cambiano radicalmente. Cerchiamo di capire perché.
Abbiamo visto che Bonaccorsi gioca un ruolo notevole nella rivoluzione del 48. Arrivato a Palermo come portatore di un messaggio e di una bandiera inviata dal comitato rivoluzionario di Milazzo, entra a far parte del circolo dei fratelli Amari, di Francesco Ferrara, di Torrearsa, ricopre incarichi di vertice in due ministeri, e, oltre a dirigere il "Giornale Officiale di Sicilia",  collabora al meno ingessato L’Indipendenza e la Lega , “organo di tutti i suoni", come lo chiamava il suo direttore Francesco Ferrara. Ed è su questo giornale che il 7 aprile appare l’articolo in cui Bonaccorsi “memore e onorato dell’amicizia fatta con l’apostolo durante la dimora in Inghilterra lo invita a venire in Sicilia salutandolo ‘Presidente degli Stati Uniti d’Italia’, “direttamente, senza passare per Canossa”, i Regni Sardi,  dove Carlo Alberto dagli esuli. pretendeva il giuramento impegnativo”.
Nella sua autobiografia Bonaccorsi – e l’omissione ci sembra significativa- non parla di quest'articolo, anzi scrive testualmente: “In politica io fui sempre per la Monarchia costituzionale con la dinastia di Savoia. La Repubblica sarebbe un assurdo e un’immensa ingratitudine per gli obblighi che hanno gli Italiani verso Casa Savoia. Senza di questa non si sarebbe fatta l’Italia”. Se della lettera abbiamo conoscenza, lo dobbiamo al fatto che essa è stata citata nello scritto "Milazzo dal 1848 al 60" pubblicato nel 1927 da Santi Recupero, il quale probabilmente aveva potuto consultare la collezione de L’Indipendenza e la Lega conservata nella biblioteca di casa Bonaccorsi in via G. Medici, prima che fosse distrutta dai bombardamenti del 1943.
L'articolo, uscito alcune settimane dopo l'elezione del Parlamento siciliano e di Ruggero Settimo a presidente del regno di Sicilia, precede di pochi giorni la delibera di decadenza dei Borboni e la proposta di scegliere un principe italiano adottate dal Parlamento. Alla proposta non segue però la scelta, anche se l'orientamento prevalente è per il duca di Genova, figlio di Carlo Alberto, contro il quale, ai primi di luglio, esce un attacco su L’Indipendenza e la Lega.
Bonaccorsi ricorda che subito dopo quell’articolo gli arriva, in quanto direttore del “Giornale Officiale”, una lettera di Mariano Stabile, il quale, dopo aver definito “per lo meno una solenne minchioneria” l'articolo, lo sollecita a far pubblicare sul suo giornale a Torrearsa una "professione di fede". Intanto l’11 luglio il Parlamento designa re di Sicilia il duca di Genova col nome di Alberto Amedeo (evidente il riferimento all'effimero regno di Sicilia di Vittorio Amedeo di Savoia nel 1713). Ma questi non accetterà. 
Da questo momento la posizione di Bonaccorsi cambia radicalmente e, in tre articoli pubblicati il 19, 20 e 23 luglio, sempre su L’Indipendenza e la Lega , abbraccia a causa monarchica cui resterà sempre fedele, fino al punto da essere –come abbiamo visto- dal 26 giugno 1860 vice console del regno di Sardegna a Milazzo e nell'ottobre dello stesso anno estensore dell'indirizzo di omaggio di Milazzo a Vittorio Emanuele II.
Il passaggio nello schieramento monarchico e moderato sarà consolidato successivamente dal turbamento provato per il saccheggio della sua villa di S. Marina ad opera di una squadra di sbandati fuorusciti da Messina, nel ’48, e dall’impressione per i saccheggi delle chiese e dei palazzi dei notabili milazzesi la notte del 20 luglio. Questo lo allontanerà sempre più dal “popolo” e porterà a dire che vi sono due tipi di tirannia, quella dei re, certo, ma anche quella, ancora più “laida” delle plebi in rivolta, e per questo esprimerà uno sferzante giudizio sulla Comune parigina.
Anche il suo atteggiamento nei confronti di Mazzini cambierà profondamente, e, nell'autobiografia si trovano a coesistere quasi nella stessa pagina espressioni di ammirazione dettate dalle frequentazioni londinesi col grande Esule e pesanti giudizi e persino insinuazioni sul Mazzini politico.
Ecco la parte finale del capitolo di cui prima abbiamo citato quella iniziale. In essa non solo taccia di "insania" il programma politico di Mazzini ma -ingenerosamente e ingiustamente- raccoglie tutte le insinuazioni su sue responsabilità in vicende in cui la storiografia ha mostrato che egli non aveva responsabilità. Comincia affermando che per decisione del “Sinedrio riunitosi in casa di Mazzini” era stato mandato in Italia qualcuno “per sopprimere Carlo Alberto”, e aggiunge: “Perché quella sentenza non sia stata né eseguita né tentata i soli componenti di quel sinedrio avranno saputo”. Continua affermando che "della folle impresa dei fratelli Bandiera e della strage che di quei giovani eroi fece Ferdinando II, fu data colpa da tutta Italia a Mazzini”, e che “nessuno pose neppure in dubbio che fosse opera sua l'attentato di Felice Orsini contro Napoleone III”. E dopo aver descritto Mazzini come un istigatore di azioni sanguinose, sottolinea che se attentati come quello contro l'imperatore dei francesi fossero riusciti, l'unità d'Italia si sarebbe fatta mai.
Le conclusioni che ne trae sono durissime: ”A Mazzini fu concesso da Dio di vivere e rivedere, dopo un trentenne esilio, la sua adorata Italia libera ed una … ma agli occhi di Mazzini non trovò grazia l'Italia monarchica e nei 12 anni che passò in Italia, morendo a Pisa nel 1872, egli volle (sic!) vivere appartato, fremente, come straniero, come nemico, perché l'Italia, anziché in repubblica (sogno di tutta la sua vita) si era costituita in monarchia. Egli non volle capire che l'Italia si fece mercé l'esercito italo-francese, mercé Garibaldi e i suoi volontari combattenti per Italia e Vittorio Emanuele, che egli Mazzini con 100 Garibaldi e un milione di volontari combattenti per la repubblica, senza cavalli e senza cannoni non avrebbe in un secolo snidato lo straniero d'Italia e che contro questa repubblica da lui voluta sarebbero accorse le potenze d'Europa, come accorsero nel 1849 per distruggere la fantastica repubblica romana creata da lui stesso, Fantasio, come l'appellò Ruffini (nel romanzo “Il dottor Antonio”). Aberrazioni colossali inesplicabili! Nullum magnum ingenium sine insania: nessun grande ingegno senza una dose di follia!”
 
(per gentile concessione dell’Editore)

 

 

 

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