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LE
IDEE POLITICHE DEI PATRIOTI MILAZZESI DEL
RISORGIMENTO di Bartolo Cannistrà
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(MilazzoNostra,
n. 22, febbraio 2009)
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Cominciamo
dal personaggio di maggiore spicco politico, colui che ricoprì le
cariche più alte, Domenico Piraino. Era
indipendentista nel ’48 e ancora nel ’56 continua nelle sue lettere
al Torrearsa a parlare della necessità di “agire in Sicilia”, di
cogliere “il momento propizio per liberarsi di Ferdinando di
Borbone”, e (poco fidando in un intervento delle grandi Potenze, anche
se preme sui suoi amici inglesi come Minto o Palmerston) si impegna per
una sottoscrizione che consenta di finanziare una spedizione di
volontari in Sicilia.
Ma,
in realtà, anche se mantiene un forte radicamento sicilianista, la sua
posizione di fondo è cambiata, pur restando ferma la sua pregiudiziale
antiborbonica, che è un portato dell’esperienza di vita, oltre che
una meditata scelta politica. Illuminante questa frase di una lettera al
Torrearsa: “Siamo Italiani se l’unità d’Italia è possibile; se
no Siciliani; non
mai Napoletani
”.
Come
si spiega questo sostanziale abbandono della opzione indipendentista?
Certamente c’è stata la lezione del ’49, cioè la consapevolezza
dell’impossibilità per
la Sicilia
di reggere da sola la controffensiva borbonica. Ma c’è anche
dell’altro: la preoccupazione per il disordine sociale che una
rivoluzione scatena. È dei primissimi tempi dell’esilio la sua
considerazione che “la libertà senz’ordine è un flagello”. Per
Piraino, come per gli altri patrioti milazzesi e, in generale,
per tutti i liberali moderati, può ben dirsi che l’approdo
all’opzione sabauda è motivato soprattutto dall’esigenza di una
“rivoluzione a tempo”, “pilotata”, per non aggiungere al
mutamento politico il sovvertimento dei rapporti sociali. E la tenuta di
questa direzione solo una monarchia ordinata come quella dei Savoia può
garantirla. Forse non è senza significato che Piraino
non accetti di assumere cariche nel governo garibaldino della
Sicilia, se non nel mese di settembre, quando la repressione di Bronte
ha già mostrato che non sarà tollerata una rivoluzione sociale e la
vittoria sabauda sui pontifici a Castelfidardo ha aperto la strada
all’arrivo di Vittorio Emanuele nel regno del Sud, per chiudere con
l’annessione la “fase rivoluzionaria”.
Sull’altra
rilevante personalità milazzese, Stefano Zirilli, il discorso è più
semplice. Siamo in presenza di un militare più che di un politico, di
un tecnico più che di un pensatore. La sua posizione antiborbonica
matura nel tempo e, potremmo dire dall’interno del regime. A
vent’anni, dopo essere stato allievo dell’Accademia militare della
Nunziatella, è ufficiale del Genio, ha davanti una carriera brillante,
riceve incarichi nell’amministrazione borbonica.
Ma, dieci anni dopo, lascia la carriera e si ritira a Milazzo. E da
allora –anche se c’è in mezzo una sindacatura nel ’46- diviene
uno dei perni del movimento antiborbonico: “sicilianista” nel ’48,
sostenitore di Garibaldi, in quanto corifeo dell’Unità sotto Vittorio
Emanuele, nel ’60. Sempre lontano, invece, come d’altra parte
Piraino, da tentazioni mazziniane.
Più
articolato il discorso che deve farsi sulle posizioni politiche di
Bonaccorsi e Piaggia, non perché il loro approdo sia diverso da quello
di Piraino e Zirilli, ma perché è più complesso l’iter attraverso
cui vi giungono. Basti pensare che, almeno fino al 1848, entrambi
aderirono all'idea repubblicana, ed anzi, proprio in quell'anno,
ciascuno di loro, da Palermo, indirizzò a Mazzini un
"appello"..
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Cominciamo
da Giuseppe Piaggia. Benché il padre fosse un alto magistrato
conservatore, fedele ai Borboni, il figlio, di idee liberali, nel 1848
non esitò a prendere subito parte attiva alla “Primavera di
Palermo”, anche se presto l'entusiasmo della sua adesione venne
frustrato dalla delusione per i tatticismi della politica, le
insufficienze dei protagonisti di quegli eventi (o -come egli ritenne-
dei "tradimenti"). Scriverà vent’anni dopo che nel ’60
non aveva partecipato alla vicenda politica promossa dall’iniziativa
garibaldina perché, “dietro i
non pochi esempi che offrirono i sedici mesi della rivoluzione
siciliana, sarei per dire che gli eroi mi facevano paura”. Da allora
in poi, si dedicò esclusivamente agli studi senza più partecipare
attivamente alla politica, anche se i suoi scritti storici mostrano il
permanere delle sue posizioni liberali, antiborboniche, anticlericali, e
il suo accorrere a Milazzo dopo la battaglia per darne una descrizione
accurata rivela, comunque, una intensa partecipazione affettiva alla
vicenda. E questa sua distanza dalla politica si accrebbe man mano che,
raggiunta l’Unità, la
prosa della gestione del nuovo Stato subentrava alla poesia degli
Ideali, e quindi cresceva la sua delusione e la persuasione che
la Sicilia
non fosse ancora in grado di vivere compiutamente un regime liberale.
Finì –racconta il suo amico Bonaccorsi- col non leggere neppure più
i giornali, lui che per tanti anni vi aveva scritto.
Da
giovane era stato di idee repubblicane, e fedele a queste idee continua
a dichiararsi ancora nel momento in cui scrive a Mazzini, il 22 giugno
1848, ma le ragioni repubblicane del cuore sono messe a tacere dalle
ragioni del realismo politico, fondato sulla gratitudine per i
"piemontesi" intervenuti in Lombardia, ma anche sul
riconoscimento dei pregi che attribuisce all’istituto monarchico. E
basta quest’ultimo elemento a mostrare che, in realtà, Piaggia deve
essere avvicinato, più che alla posizione dei democratici
"convertiti alla monarchia”, a quella dei liberali moderati,
benché il moderatismo -è doveroso sottolinearlo- non abbia mai
appannato i tratti più propriamente e nobilmente liberali del suo
pensiero ed egli sia stato sempre sensibile alle esigenze popolari,
tanto che da suscitare la reazione della classe nobiliare milazzese,
quando, nel 1853, pubblica la sua “Illustrazione di Milazzo”, che
concede ampio spazio e partecipe
attenzione alla descrizione delle condizioni di vita dei contadini della
Piana.
Nella
sua autobiografia, scritta quando era ormai gravemente malato (fra il
1870 e l'inizio del ’71), conservata fra le carte della Società di
storia patria di Palermo e pubblicata dal figlio Francesco Antonio nel
1907, Piaggia si limita ad accennare al fatto che, nel pieno della
rivoluzione siciliana del ’48, aveva pubblicato due lettere, una
diretta al Mazzini e l'altra al Gioberti, ma del loro contenuto non dice
nulla, limitandosi a sottolinearne i limiti stilistici perché –e
questo mostra quanto poco egli senta la politica in questa fase della
sua vita- “se spirano vigore ed impeto e per qualche lato parvero
pregevoli, non sono scevre di difetti", in quanto "tutt'altra
che quella dell'uomo di lettere era la vita che io menava allora ".
Dal
loro autore, dunque, non sapremmo nulla di più, a parte questo giudizio
letterario, ma una di queste lettere ci è pervenuta perché pubblicata,
quasi mezzo secolo dopo, dal
figlio Francesco Antonio che l’ha trovata nella Miscellanea della
Biblioteca Comunale di Palermo. Comincia così: "La nuova che
trovavasi in Milano un foglio periodico sotto i torchi a direzione di
Giuseppe Mazzini era già corsa tra noi e.....
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