Benché
accusata, soprattutto da qualche centro vicino, di essere una “città
borbonica”, in realtà Milazzo diede al Risorgimento siciliano, sia
nel ‘48 che nel ‘60, un contributo rilevante per qualità, come
forse nessun altro centro delle sue dimensioni. Durante la rivoluzione
del 1848 le quattro personalità di maggiore spicco del movimento
liberale milazzese (Piraino, Zirilli, Bonaccorsi e Piaggia) rivestirono
cariche di alta responsabilità nel governo dell’Isola, e nel ’60 li
troviamo ancora, in ruoli diversi, impegnati a dare un supporto prezioso
all’iniziativa garibaldina.
Domenico
Piraino (che aveva alle
spalle anni di carcere e di vessazioni poliziesche, e che nel 1847 aveva
redatto con Settembrini e Poerio la celebre “Protesta del Popolo delle
Due Sicilie”), dopo essere stato eletto dai suoi concittadini, nel
marzo del ’48, deputato al Parlamento di Sicilia, fu nominato da
Ruggero Settimo Commissario del Governo per
la Provincia
di Messina, diresse la sfortunata difesa della città, e poi prese la
via dell’esilio (Malta, Torino, Parigi, Londra) sempre propugnando la
causa siciliana, finché, nel settembre del ’60, fu nominato da
Garibaldi Segretario di Stato agli Esteri nel governo della Sicilia
liberata. Eletto deputato al primo Parlamento d’Italia nel ’61, fu
nominato, qualche mese dopo senatore del Regno.
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Stefano
Zirilli, che nel ’42 aveva abbandonato, a trent’anni, una brillante
carriera di ufficiale del Genio nell’esercito borbonico, nel ’48
presiedette il Comitato rivoluzionario milazzese, ottenne la
capitolazione del castello, e quindi, chiamato a Palermo, diresse il
Ministero della Guerra (rifiutando la carica di ministro che gli era
stata offerta),
la Scuola
militare per allievi ufficiali e la “Rivista di scienze militari”.
Arrestato dopo la vittoriosa reazione borbonica,
imprigionato e quindi sottoposto a domicilio coatto, quasi un
decennio dopo si vide offrire dal governo borbonico -che cercava di
coinvolgere anche tecnici di idee liberali- l’alto incarico di
Direttore generale dei Lavori pubblici del Regno, ma rifiutò. Nel ’60
rinunciò alla carica di direttore del Ministero della Guerra offertagli
da Garibaldi, per contribuire, collaborando con Giacomo Medici, alla
preparazione della vittoria del 20 Luglio. Dopo l’Unità fu eletto più
volte presidente della Provincia.
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Francesco
Carlo Bonaccorsi, dopo essere stato dal governo borbonico incarcerato e
costretto all’esilio (in Francia, Inghilterra, Algeria, Tunisia,
Malta), nel ’48, andato a Palermo come rappresentante della sua città,
fu nominato dapprima direttore del “Giornale Officiale di Sicilia”
e, poi, direttore del Ministero della
Pubblica Istruzione. Fu incaricato di scrivere, insieme a
La Lumia
, la “Memoria storica sui diritti politici della Sicilia”. Repressa
la rivoluzione riparò a Milazzo. Nel 1860 lo troviamo più defilato,
ma, come vice-console del Regno di Sardegna, può assistere i
garibaldini feriti o catturati, e il giorno della battaglia è fra
quanti accolgono i garibaldini, ospita Medici nel suo palazzo, e a
ottobre redige l’indirizzo di omaggio a Vittorio Emanuele che una
delegazione milazzese –di cui egli fa parte- porta al nuovo re
d’Italia.
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Giuseppe
Piaggia (cfr anche Giuseppe
Piaggia e Milazzo) nel ’48 si arruola nella Giovane Guardia, a Palermo, scrive
sui giornali rivoluzionari, e viene chiamato a succedere a Bonaccorsi
nella carica di direttore del “Giornale
Officiale di Sicilia”. Dopo che la rivoluzione è stata soffocata, per
sfuggire alla repressione borbonica, si rifugia a Milazzo, deluso
dall’opportunismo dei voltagabbana, ma anche dai contrasti fra i
patrioti. Non si occuperà più di politica attiva ma solo di studi
storici; tuttavia le sue pagine saranno vibranti di sentimenti
antiborbonici e liberali. Nel ’60, subito dopo la battaglia di
Milazzo, accorre per raccogliere notizie di prima mano sul suo
svolgimento e scrive una sorta di instant book sulla giornata del 20
Luglio, descritta quasi in diretta: la prima ricostruzione documentata
della battaglia. Nel ’63 viene nominato dal governo Ispettore (carica
onorifica non retribuita) delle Scuole superiori della Sicilia
occidentale.
Questo
il contributo che i quattro patrioti milazzesi di maggiore spicco (non
gli unici, però) diedero al Risorgimento. Ma, a parte il comune spirito
anti-borbonico, qual era la posizione politica di ciascuno di loro? E
queste posizioni rimasero immutate nel periodo che va dal ’48 al
’60? O, se mutarono, quali
ragioni li spinsero a passare dalla rivendicazione dell’indipendenza
della Sicilia, che fu il motivo ispiratore della rivoluzione del ’48,
all’accettazione del progetto unitario e sabaudo, di cui fu
esplicitamente portatrice, da Salemi in poi, l’Impresa garibaldina,
condotta in nome del motto “Italia e Vittorio Emanuele”? Se
Milazzo può essere detta "città garibaldina" per la
battaglia decisiva che qui Garibaldi vinse, ma anche per la
partecipazione dei patrioti milazzesi alla preparazione e all'esito di
essa, potrebbe dirsi che, in qualche modo, essa fu, seppur per un certo
periodo, magari in parte, una "città mazziniana"?
Quest’ultima
non è una domanda oziosa perché, subito dopo l’Unità, come Messina
elesse suo deputato Mazzini, così Milazzo mandò alla Camera un
mazziniano, Agostino Bertani, che era stato con Cattaneo a Milano nel
1848, e nel ’49 con
Mazzini nella Repubblica romana. E’ vero che dal
1853 in
poi aveva abbandonato la posizione rigidamente repubblicana,
avvicinandosi a quella di Garibaldi e partecipando poi fattivamente
all’organizzazione della Spedizione dei Mille, ma, pur non mettendo in
discussione l’opzione
monarchica garibaldina, egli non tradì la sua matrice repubblicana e
–come d’altronde Mazzini, cui restò vicino fino alla morte- cercò
di opporsi all’annessione incondizionata del Sud al regno sabaudo e di
premere perché si proseguisse verso la liberazione di Roma dal dominio
pontificio.
.
Certo,
il fatto che la sua elezione fosse raccomandata ai milazzesi anche da un
moderato come Domenico Piraino, mostra che essa fu dovuta al contributo
che egli aveva dato alla caduta del regime borbonico, e non alle sue
posizioni democratiche e alle sue frequentazioni mazziniane. Questo non
basterà a far definire Milazzo “città mazziniana”, ma può essere
sufficiente per concludere
che non c’erano, almeno nel decennio dell’unificazione, così
forti pregiudiziali da impedire l’elezione di un uomo che con Mazzini
aveva collaborato e condiviso -e in parte condivideva ancora- idee e
progetti repubblicani.