Garibaldi a Milazzo: la visione borbonica“Novità” sul contesto dei fatti del 20 Luglio 1860;il caso di una storia già scritta prima che si svolgessero gli eventi

 

a cura di Salvatore Italiano   

 

 

Salvatore Italiano, sposato e con un figlio, docente di lettere nei licei, Cavaliere dell’Ordine Costantiniano, Consigliere Comunale di Milazzo. È un cultore di storia del Cristianesimo, appassionato di storia patria e amante della storia dell’arte. Allergico alla prosopopea garibaldina, auspica un sussulto di autentico patriottismo nelle coscienze meridionali, sopite sotto la spessa coltre della piemontesizzazione, e nelle menti annebbiate dai fumosi incensi delle celebrazioni del 150° anniversario della proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d’Italia…

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Garibaldi a Milazzo

 

 

Un inedito documento originale del 14 luglio del 1860 riporta un’interessante caratteristica che costituisce una prova documentaria da cui si coglie una visione diversa delle circostanze in cui si svolse l’epopea garibaldina, ed insinua che forse non andò esattamente come da 150 anni si va ripetendo e celebrando. “Il generale egli stesso nelle sue memorie racconta l’ora critica in cui a Milazzo stettero in bilico le fortune. Critica, terribile ora. Perché Milazzo perduta voleva dire tutto a rifarsi, i nomi di Marsala, Calatafimi e Palermo dati inutilmente alla storia. On. Felice Cavallotti *1890* Combattente del 20 Luglio 1860”   Così Felice Cavallotti, giornalista, garibaldino e deputato del Regno d’Italia, sottolinea l’importanza decisiva della Battaglia di Milazzo, in una espressione riportata su una lapide che si trova affissa sulla facciata del Palazzo Comunale di Milazzo. Occorre precisare però che non tutti furono concordi nell’assegnare tale valenza alla battaglia, per cui, essendo risaputo che la storia è il racconto delle vicende secondo i vincitori, ed alla luce di sempre più copiosi documenti inediti, potrebbe essere lecito porsi qualche dubbio sullo svolgimento degli eventi che portarono all’Unità d’Italia. Qualche perplessità in merito la solleva già all’epoca dei fatti P. Giuseppe Buttà, testimone oculare delle vicende belliche del 1860, secondo il quale la capitolazione del Regno delle Due Sicilie non fu dovuta essenzialmente all’azione militare intrapresa da Garibaldi, ma si deve ricondurre ad altri fattori, invero ben poco patriottici, essendo frutto di interessi di altri stati europei, nonché di intenti di certo non nobili e del tutto estranei a principi di libertà, giustizia e lealtà. Nel suo scritto “Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta” il cappellano del 9° Battaglione Cacciatori descrive realisticamente le operazioni militari di cui è spettatore ed analizza con frizzante ironia i retroscena dei fatti narrati e i risvolti “psicologici” dei diversi attori, senza mai infierire, però, solo per partito preso su coloro che ritiene responsabili della deprecabile fine del Regno delle Due Sicilie. Il memorialista, in un certo senso, lascia alla realtà dei fatti descritti il compito di far emergere le motivazioni soggiacenti a comportamenti diffusi e persistenti o posti all’origine di singoli atti specifici, che concorsero a consegnare il Meridione d’Italia ai Savoiardi, in un quadro fosco di gelosie, tradimenti e cospirazioni massoniche. La conferma della fondatezza delle tesi lealiste del Buttà, già ampiamente provate dalla storiografia che si va via via affrancando dalle tare pregiudiziali post unitarie, trova un ulteriore riscontro in un interessante atto notarile datato 14 Luglio 1860, conservato nel fondo Milicia dell’archivio privato dello scrivente. In tale documento, avente carattere e forma legale, regolarmente rogato in Santa Lucia del Mela e ivi registrato il successivo 25 luglio, si legge:

 

“N° del Repertorio 162    In nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia

Il giorno quattordici luglio milleottocentosessanta 1860, inanti noi Francesco Alessi del fu Notaro Domenico Notaio residente nella Comune di Santa Lucia collo studio strada Santa Maria e degli infrascrivendi testimoni si sono personalmente presentati: i signori Donna Francesca Certo, del fu Don Liberante, vedova di Don Placido Donia, ed i fratelli Sacerdote Don Giuseppe e Notar Don Francesco figli dell’anzidetta signora Certo e del Detto fu Don Placido Donia, proprietarj. Ed il Signor Antonio Pitrone Reale del fu Domenico, proprietario. Tutti a noi notaro ben noti domiciliati nella Comune Sampiero Monforte meno del notar Donia perché domiciliato in Gualtieri Sicaminò, ed oggi tutti in detto Sampiero ritrovati, in casa del Signor Don Antonio Vermiglia sita nella strada sotto San Francesco di Paola ove noi notaro e testimoni pregati ci siamo conferiti. Detti comparenti, di loro libera volontà, addivengono a quanto segue. [omissis]”         ***********************************************************

 Per comprendere pienamente la particolarità dell’incipit del dettato notarile giova ricordare che il 20 Luglio 1860 si svolse a Milazzo la fatidica ed ultima battaglia tra Garibaldini (e affini) e Borbonici, evento a cui seguì la stipula di una convenzione tra Clary e Medici, con la quale si stabiliva la cessione di Messina, con l’eccezione della Cittadella che diveniva però neutrale, e l’abbandono delle altre roccaforti siciliane (Augusta e Siracusa) da parte delle truppe regie. Milazzo, dunque, nell’epopea garibaldina e secondo il Cavallotti, rappresenta lo spartiacque tra la vittoria e la disfatta: se i Borbonici avessero sbaragliato i Garibaldini, sarebbe stato in forse l’esito di tutta la famosa spedizione. Il reperto d’archivio, la cui origine è contestuale all’accadimento dei fatti, smentisce il Cavallotti e gli altri cantori del risorgimento savoiardo che sostengono la stessa tesi: il documento è infatti stilato “In nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia”, nello stesso comprensorio di Milazzo e già sei giorni prima della celeberrima battaglia, tre mesi prima del plebiscito del 21 Ottobre e otto mesi prima della dichiarazione del 17 marzo del 1861. Di fronte a tale circostanza non è possibile pensare ad una leggerezza commessa per precoce patriottismo o per condiscendenza verso l’invasore: il documento ufficiale è redatto da un notaio ed è sottoscritto da un altro notaio, che interviene quale persona interessata all’atto, nel quale figurano anche un sacerdote e diversi nobili, tutte persone di “sicura fede borbonica”. La rispondenza ai crismi di legge è assicurata inoltre dalla registrazione dell’atto, compiuta regolarmente qualche giorno dopo la stipula del documento. Date le ordinarie modalità di compilazione si può ragionevolmente presumere che il documento in questione non sia l’unico a presentare le caratteristiche suddette e ciò si potrà accertare con idonea ricerca su documenti dello stesso periodo, dai quali potranno scaturire ulteriori motivi e temi di approfondimento sulle circostanze che fecero da cornice alla “spedizione dei mille”. Si potrà così riconoscere più facilmente che, nonostante fosse ancora in corso il cosiddetto moto rivoluzionario, almeno per l’apparato burocratico, l’unità d’Italia sotto Vittorio Emanuele II veniva data ormai come un fatto compiuto ed assodato, proprio perché derivante da fattori indipendenti dai fatti bellici, usati talvolta come semplice copertura di altro genere di operazioni. Non resta che trarre le debite conclusioni e recuperare la necessaria equidistanza dalle narrazioni propagandistiche risorgimentali, riconoscendo almeno che il P. Buttà non aveva poi tutti i torti nell’affermare che nei “fatti maravigliosi di Garibaldi, compiti nel Regno delle Due Sicilie, ho notate moltissime inesattezze ne’ racconti militari, che s’odono ripetere da coloro che si credono saperli assai meglio degli altri. Ho letto storie, memorie, articoli di giornali, scritti da Garibaldini e da Borbonici; ed ho trovato sempre le stesse inesattezze e menzogne.

Salvatore Italiano

 

 

 

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