Garibaldi a Milazzo: la battaglia

Alle madri dei generosi caduti pugnando sotto le mura di Milazzo nel luglio 1860 per l’unità e l’indipendenza d’Italia questa sua breve pagina l’autore consacra.

a cura del dott. Claudio Italiano, milazzese.

 

Il grande eroe Alessandro Pizzoli che rese possibili i fatti di Milazzo.

Dedicato agli amici di storia Patria di Milazzo ed al  prof. Bartolo Cannistrà.   vedi anche Le scuse di Garibaldi

Tratto da "Milazzo Nostra".               

Quella che pubblichiamo è la prima “ricostruzione storica” che sia stata fatta della vittoria del 20 luglio 1860, curata da Giuseppe Piaggia, insigne storico dei fatti milazzesi; non si tratta di uno dei resiconti giornalistici, spesso imprecisi o troppo di parte, né di una delle testimonianze di patrioti che avevano preso parte al combattimento ma, proprio per questo, potevano averne solo una visione parziale; è invece quello che oggi chiameremo un vero e proprio “ instant book” scritto e pubblicato “poco giorni dopo compiuti fatti” con l’obiettivo di farne un’opera storica, al di “sopra dello spirito di parte” e “senza cercarvi pascolo alla fantasia “ perché solo “immolando sull’altare della verità qualunque falso amor proprio.. gli uomini potranno riporre sulla santa cattedra qual maestra della vita la storia”.

 

E di vero, ogni cura noi ponemmo allora perché censura di brutta non ci colpisse. Noi ci recammo sul teatro dei combattimenti di Milazzo mentre quasi caldo era tuttavia il sangue che lo bagnava; fummo solleciti di prender le relative notizie da’ feriti accolti negli ospedali di Barcellona e di Milazzo; da per chi degli uffiziali delle due parti combattenti che più si distinsero e più degni giudicammo della nostra fiducia., e da’ campagnoli abitanti proprio nei luoghi delle azioni ; tutti avemmo sott’occhi i rapporti di questi avvenimenti che, o in forma officiale o in altra più degna di fede, furono allora da’ giornali pubblicati; e, sempre con l’altra diligentemente confrontammo, così che il vero dovesse apparire. … “ Vero è che sul cominciare del luglio fu pensato alla formazione di un campo in regola vicino a quel punto minaccioso. Il generale Medici, co’ due suoi reggimenti Simonetta e Malencini, in tutto 1800 uomini circa, sprovveduti di artiglieria e cavalleria, già si dirigeva dalla capitale della Sicilia per terra a quella volta; toccava Cefalù, indi Patti. Di là – pervenutogli annunzio che i borbonici ingrossavano a Messina e di essi un buon corpo occupava Gesso, col disegno di avanzarsi fino a Barcellona-, consentendo che i suoi non sforzassero la marcia per vie aspre e difficili, spingevasi innanzi col suo stato maggiore, a fin di riconoscere la natura del terreno scelto figgi a sua prossima dimora, e, il giorno 5, entrava in Barcellona, paese discosto da Milazzo sette chilometri circa, con indicibile gioja festeggiato da quella popolazione. Ed egli non appena arrivato si affrettava ad organizzare poche centinaja di volontarj, parte di Barcellonesi, parte Messinesi e parte abitanti de’ vicini paese – gente riunitasi colà molto prima della venuta del generale, ma senz’ordine e disciplina-; e minutamente informato da alcuni cittadini del luogo e di Milazzo della topografia di quel terreno, delle condizioni della vicina piazza d’arme, e provveduto di carte, e di piante e somiglianti cose, accompagnato da taluni di quei cittadini medesimi, recavasi prossimo a Milazzo, prendendo nota delle diramazioni delle vie, e il dì seguente ascendeva a S. Lucia, e l’altro ancora sulle alte montagne che Messina signoreggiano.

Dei fatti di Milazzo (ci troviamo nei pressi di Acqueviole, la via dei Molini).

Garibaldi a piedi che colpisce il comandante nemico, Giuliani. "Arrenditi" gli grida!"… L’estrema sinistra de’ borbonici, bersagliata dai volontarj che già guadagnavano la spiaggia e, a quando, minacciata dalla bajonetta, raccoglievasi per la marina verso il grosso dell’ala; ed ora già stava all’altezza dell’angolo dove il cannone minacciava per la via de’ Molini. Che mancava dunque perché in rotta fosse quell’ala intera? Che altro mancava se non la portentosa audacia di assaltare quel cannone? Or bene, siamo al punto di ricordare a’ posteri il nome di un eroe.

 

Il grande eroe Alessandro Pizzoli che rese possibile i fatti milazzesi.

Uno dei volontarj, Alessandro Pizzoli, rivoltosi ai suoi compagni, sommesso diceva: “ Appiattatevi dietro al muro a fianco il cannone; salterò io, solo, sulla via; l’affronterò io la mitraglia, io solo; sarò fulminato; ma, se ratti voi sarete a slarciarvi sugli artiglieri, il pezzo sarà vostro”.ed egli con la febbre nelle vene già piomba dal muro sulla via de’ Molini; stretto tien con la sinistra il fucile, il berretto con la destra; va i faccia ai nemici e “Assassini, grida, non uccidete i vostri fratelli!”

 

Un cannone dell'epoca garibaldina come quello che colpì il PizzoliE’ un genio che raccoglie tutta la potenza della vita; qual fulmine corre, e s’immola vittima preziosissima. Trae la bocca da fuoco; le schegge lo rendono in brani. Delle membra di tant’uomo non rimangono al suolo che parte dell’occipite, del busto e di un braccio. Degnissimi suoi compagni però si manifestarono chi doveano compiere la sua impresa; come leoni eglino si lanciarono sugli artiglieri nemici; guadagnarono il pezzo. Ecco in piena rotta la sinistra de’ borbonici. Di tutta corsa lungo la strada comunale che seconda la spiaggia, eglino confusamente si incalzavano verso Milazzo, parte gettandosi ciecamente fin dietro le onde del mare. Del Bosco che qui era in questo momento, insieme col capitano Fonseca e Purmann, comandante la batteria, tentava di valersi d’una porzione dei cacciatori che seco aveva tenuto come riserva, ma invano. Il colonnello Marra che li comandava, quasi fuori di sé, non di egli verun ajuto, ed egli ordinava a’ cacciatori a cavallo desser la carica onde riguadagnare il pezzo perduto, e per questi fattone il tentativo, volgevano tosto il tergo, davanti alla fuga.qual fosse il fragore delle salmerie e dei cavalli nella scappata è vano il dire sia detto bensì che parte dei fuggitivi non facevano sosta che poco più di settecento metri, giunti che furono poco prima del ponte, giusto ai magazzini d’una tonnara chiamata di Milazzo, e parte, tra fanti e artiglieri e cavalieri con munizioni e ambulanze, fin giunsero precipitosamente e confusamente ad entrare in città. Le grida festose intanto degli Italiani scoppiavano in modo inenarrabile. Imperocchè ristorata la sorte del combattimento in questo fianco, l’esitazione cessava, prendeva luogo la fede nella vittoria, al tutto cangia vasi la scena. La linea di destra – ed erano le ore 2 p.m. – in breve istante presentava una niova forma: quasi prendendo S. Pietro per perno, faceva una conversione a sinistra, togliendo al nemico la possibilità di ritirarsi verso Messina; e due compagnie del battaglione Dùnn mandante dalla sinistra, ed altre due dalla stesso battaglione spedite presso il centro, erano qui opportuno rinforzo. Ma era soprattutto la straordinaria abilità di Garibaldi nel dare inaspettati assalti al nemico che facea volger le sorti favorevoli. Il general dittatore, in tutti i punti presente, infaticabile, ora stava a dirigere le mosse dal centro, e presso S. Palino fatto abbatter cancelli, atterrar siepi, col gesto, con la parola e l’esempio incitava i suoi a lanciarsi innanzi. Audacissimo era lo sforzo in cui s’impegnava: assalire e respingere le intere forze nemiche quasi tutte agglomerate e ordinate nella linea brevissima della strada comunale dalla tonnara a porta Messina, ben difesa dalle artiglierie. E si, che accanito ricominciava il combattimento. Lo stesso Garibaldi sentiva il bisogno di avere quivi alcun cannone e ordinava gli fossero tosto recati i due di piccolo calibro lasciati al quadrivio e a Corriolo. Vicini alle mura della città, protetti dal cannoneggiare del castello, sotto la presenza de loro comandante, i borbonici ringagliardivano; e alla lor volta inferocivano i garibaldini. Il comandante Peard ardere, tra le fila degli ultimi, fiero de viso, con alle mani una carabina, saltava a grandi slanci per le vigne, in cerca del comandante in capo nemico e brontolava:”Se Del Bosco non cadrà per una palla in fronte, potete dire ch’io non sia stato nella mischia.” E cento e cento altri prodi, con lui, anelavano misurarsi alle mani con gli avversarj. Il terreno frattanto era sparso di sangue. Se molti feriti uscivano di combattimento dalle file borboniche, a centinaja ne venivano tratti fuori dalle italiane; e oltre ogni immaginare sarebbe la cosa riuscita fatale ai volontarj – è giusto ripeterlo- se il supremo lor duce non avesse eseguito uno di quei movimenti sol da lui conosciuti. Accompagnato con un drappello di circa cent’uomini, egli girava l’estrema sinistra de’ suoi nemici estesa fino alla tonnara, e presenta vasi sulla strada comunale; sbucando allora in pochi istanti da un canneto, appariva sulla stessa una compagnia al comando dl capitano Bronzetti, e questa valorosamente già guadagnava al nemico due pezzi d’artiglieria. Seguiva una carica di cacciatori a cavallo con l’intendimento di ripredergli; e lì aveva luogo, come la disse un romanziere che in ciò si apponeva al vero, una lotta da giganti.

 

Garibaldi a piedi affronta il capitano Giuliani, a cavallo.

Ferito il cavallo di Garibaldi, e’ slanciarsi innanzi a piedi con un pugno di audaci, raggiunge la compagnia Bronzetti, una compagnia del battaglione Dùnn e là in messo spicca esempio nobilissimo il valore. Ma la cavalleria attacca impetuosamente, ed a’ volontarj riesce difficile sostenerne l’urto. Ed essi in due righe si raccolgono a’ fianchi della via, e quando in mezzo a loro è già il nemico, gettansi alla bajonetta. La mischia è petto a petto, è oltre ogni crudele. Menano le mani i borbonici; dan prova di grandissima audacia. Giuliani, loro capitano, fassi incontro al generale dittatore, tenta colpirlo; ma ratto ghermendo l’imperterrito la briglia del cavallo: ”Arrenditi” gli grida e, vibratogli un colpo di sciabola alla gola, lo fa piombare morto a’ piedi. Altri tre cavalieri uccide col suo revolver MIssori, altro ne cade per mano di Dùnn. Della cavalleria nemica impegnata in questo conflitto non son molti che scampano la vita. Eppur questo stesso, ancorchè fortunato, fu un momento che fece palpitare i cuori de’ volontarj. Quasi sparito in mezzo al fitto della mischia Garibaldi, spargersi la voce di esser caduto prigioniero. Ll’esitazione ne’ combattenti italiani istante per istante si accresce, divampa. “Garibaldi è vittorioso in Milazzo!” esclama però con quanto ha di voce il general Medici; e a questo grido riaccesi i volontarj d’entusiasmo, irrompendo su mucchi di cadaveri, si precipitano verso il ponte.

Il Piaggia, fortemente colpito per l'eroismo del Pizzoli, propose al Consiglio Comunale di Milazzo dell'epoca che i resti dell'eroico caduto,  fossero inglobati in un monumento ai garibaldini. A Milazzo sorge per l'appunto una statua delle Libertà, dedicata alla battaglia del 20 luglio 1860, a cui è anche nomata una famosa via d'accesso, quella che conduce agli imbarcaderi del porto. Dei resti del povero Pizzoli rimasero, a detta dello storico, solo pochi brandelli di carne, un pezzo dell'osso occipitale e parte del braccio destro. Questo scriviamo perchè non si perda l'importanza ed il significato dell'unità d'Italia per i posteri.

vedi anche la pagina su garibaldi al link garibaldi

Claudio Italiano

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