Milazzo Nostra - n. 26

LA DIFESA DEI MILAZZESI,

a cura del  prof. Bartolo Cannistrà

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I Milazzesi vennero ingiustamente accusati di aver parteggiato per i Borboni durante la famosa Battaglia di Milazzo del 20 luglio 1860, battaglia che sancisce di fatto l'inizio della unificazione del Regno d'Italia. Appresso riportiamo, con grande onore per il privilegio avuto, un saggio del prof. Bartolo Cannistrà.                           Claudio Italiano

Giuseppe GaribaldiA  questa accusa di avere combattuto accanto ai borbonici contro i garibaldini entrati in città, i milazzesi risposero con dati di fatto incontestabili: tutte le fonti dicevano che nella città non c'erano stati combattimenti e, secondo la concorde testimonianza dei memorialisti, i garibaldini entrando trovarono la città deserta. Scrivendo poco dopo la battaglia, Piaggia -che, al solito, si è documentato con scrupolo e non è aduso velare la verità per malinteso "amor di patria- definisce quell'accusa "menzogna turpissima", spiegando, appunto, che i garibaldini trovarono la città "orrendamente deserta" e, fatte pocissime eccezioni, non videro chi desse loro da bere né chi fasciasse le loro ferite". Il più pronto a prodigare aiuti aggiunge- fu il presidente del Comitato, Stefano Zirilli, mentre altri ‘diedero soccorsi, e larghi, solo dopo allontanato del tutto il timore di poter seguire altri fatti d'arme". Confermerà, una ventina d'anni dopo, Bandi:  Certi novellieri scrissero, e fu creduto vero per molto tempo, che la popolazione di Milazzo ci accogliesse con l'oleo bollente e coi tegoli, e io non so davvero come s'abbia potuto immaginare una fiaba tanto stupida, giacché entrando in città nessuno de' pochissimi abitanti che vi erano rimasti sì vide, e quelli che sbucaron fuori erano più rnorti che vivi". Non sarà lusinghiero per i milazzesi, ci sarà magari un po' di colore, ma resta il fatto che i garibaldini in giro non trovarono nessuno. E, dall'altra parte politica, Giuseppe Buttà, cappellano militare della colonna di Bosco, rimasto sempre fedele al Borboni, nella sua opera pubblicata negli stessi anni, escluderà qualunque combattimento in città perché, senza sapere che Bosco aveva riportato i suoi dentro il castello, dapprima". I garibaldini rimasero più di un miglio lontani da Milazzo- (fuori porta Messina, da cui l’artiglieria borbonica li aveva tenuti distanti), e poi, "dopo che più di due ore che i borbonici si erano ritirati, i primi garibaldini cominciarono a farsi vedere in piccoli drappelli fuori delle mura e, vedendo che non si tirava contro di loro, presero animo ed al calare nel giorno a poco a poco entrarono a Milazzo".

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Dunque nessun combattimento nelle strade di Milazzo. Ma restano due punti da chiarire. Il primo: se non c'era nessun soldato borbonico in città chi sparò dalle abitazioni private contro i garibaldini? Per rispondere bisogna tener conto del fatto che i garibaldini, come dice Buttà, non entrano tutti insieme, ma a poco a poco, e aggiungere che -stavolta a, differenza di quanto egli dice- le fonti rivelano che entrarono non dopo due ore, ma in momenti diversi e da parti diverse (dalla spiaggia di levante, dove oggi c'è il porto, da porta Palermo, e in massa da porta Messina), quindi in un lasso di tempo abbastanza lungo. Non è da escludere che, almeno all'inizio, ci fossero ancora cecchini borbonici rimasti a proteggere la ritirata della truppa, oppure, considerato che alcune testimonianze dicono che a sparare erano dei "borghesi", si può pensare a dei sorci, cioè a birri borbonici (e la donna che avrebbe scagliato il famoso rnattone -ammesso che il fatto sia vero potrebbe essere la moglie di uno di loro, come quella intercettata la sera precedente dai garibaldìni mentre cercava di portare un messaggio di Bosco a Clary). I Mille a Milazzo, al CastelloIl secondo punto riguarda  la contraddizioni fra l'immagine della città "orrendamente deserta" e altre descrizioni della piazza piena di gente, con una signora che agita il tricolore, o degli ufficiali infastiditi perché i rnilazzesi, offrendo "rinfreschi" ai garibaldini, li distraggono dai loro compiti mentre ancora non è da escludere un contrattacco borbonico. Ci pare che Piaggia e Bandi suggeriscano la soluzione: all'inizio non c'è nessuno, poi i milazzesi, rassicurati dal silenzio delle armi, escono fuori e cominciano a rifocillare i combattenti e curare i feriti (la chiesa del Carmine viene trasformata in ospedale, come Jessie White farà con la chiesa dei SS. Salvatore).   Fin qui si è parlato solo delle accuse infamanti' ma in realtà alla diffamazione della città si aggiungerà la sua spoliazione, anzi la prima servirà a giustificare la seconda. Racconta, nel 1884, Stefano Zirilli che quando i milazzesi protestavano per le ruberie si sentivano rispondere insolentemente: -Birbanti realisti è questa la gratitudine che dimostrate a noi venuti a liberarvi della schiavitù e darvi la libertà?". E il discusso Ugo Forbes, nominato comandante della Piazza di Milazzo, il 6 agosto per imporre una "tassa" di cento scudi (da pagare entro sei ore) a Cumbo e Cassisi (significativa questa scelta politica), "noti per le loro tendenze borboniche", usa il pretesto che "il paese di Milazzo non si è prestato alla causa italiana come si sono prestate le altre parti della Sicilia".

 

Ben diversa la posizione di Medici, che -a differenza di Forbes, arrivato a Milazzo il 25 - era in zona dal 5 luglio e sapeva bene qual era stato il comportamento dei milazzesi, e che infatti rimosse Forbes dall'incarico.  

Ma Garibaldí come la pensava? Una lettera di Antonino Zirilli, che dovrebbe risalire a una quindicina di giorni dopo la battaglia, riferisce che, nell'incontro di Torre Faro, fra una delegazione milazzese e il "Dittatore", questi dapprima disse di ritenere che "il popolo di Milazzo sia buono e patriottico come tutte le altre città della Sicilia" ma che "si lasci influenzare da pochi danarosi soliti a guardare donde spira il vento e piegarvisi a tempo", ma alla fine anche per le parole del nuovo comandante della Piazza militare col. Bentivegna, si convinse "pienarnente che la popolazione di Milazzo non è inferiore a nessun'altra di Sicilia nell'amore alla gran patria italiana e nell'odio alla dinastia che li ha tiranneggiati". Questo, almeno, è quanto dice Antonino Zirilli.  stampa antica che raffigura Garibaldi a MilazzoEppure, vent'anni dopo, Marco Antonio Canini, traduttore e curatore italiano del Manuale di storia contemporanea di Giorgio Weber, "Italianizzando" l'opera con inserimento di sue notazioni, torna a parlare di "fiero combattimento per le strade di Milazzo" e rilancia le solite accuse ai milazzesi. Stefano Zirilli insorge, e, nel volumetto del 1882 Sulla conquista garibaldina di Milazzo, confuta quelle accuse, utilizzando anche le testimonianze contenute in lettere inviategli da garibaldini presenti a Milazzo il 20 luglio, come Cosenz, Archib, Adven, Montemajor. Manda il volumetto a Weber, a Canini e all'editore Treves: gli ultimi due non rispondono neppure, mentre Weber si limita a precisare che quelle di aggiunte lui non può rispondere e che in una prossima opera approfondirà personalmente la parte riguardante la storia italiana. Insomma Zirilli non ottiene molto: potrà solo, dopo che sono usciti fra il 1882 e l'83 i libri di Bandi e Buttà, pubblicare nell'84 un'Appendice al primo testo, sotto forma di lettera a Weber, per mostrare come i due diversi libri, nonostante le opposte idee politiche dei loro autori, confermano le affermazioni che egli aveva fatto due anni prima.

Ma come erano nate queste dicerie che nessuna confutazione puntuale sembrava rìuscire a mettere a tacere definitivamente? Abbiamo vìsto che sono s ate attribuite a rivalità municipali stiche, e qualcuno aggiunge a "gelosia e invidia" per il ruolo che illustri milazzesi avevano rivestito nel governo borbonico. Naturalmente, le "gelosie e invidie municipalistiche" sono un elemento che non si può escludere, ma bisogna onestamente ammettere che certe diffidenze sembravano fondate su un dato inequivocabile. Dopo il '48, quando nell'isola la popolarità dei Borboni aveva toccato il suo punto più  basso, fu fra i milazzesi che la dinastia aveva cercato non uno, ma addirittura tutti e tre i suoi ministri per gli Affari di Sicilia. Ci doveva pur essere una ragione se la monarchia borbonica, dalla repressione del '49 alla perdita del regno nel '60, aveva ritenuto di affidarsi soltanto e ininterrottamente a milazzesi (che, però, per gli alti incarichi che ricoprivano, da decenni erano lontani dalla città natale). Dapprima il ministro era stato Giovanni Cassisi (dal '49 al '59); poi, dal 24 luglio 1859, -quando, alla morte del padre, Francesco Il rinnova il suo governo- è Paolo Cumbo; infine, dopo la caduta del ministero Filangieri, il 18 aprile 1860 viene nominato Pietro Ventimiglia.
Stefano Zirilii

Stefano Zirilli

Stefano Zirilli fece giustamente notare che la carica di ministro non era attribuita dal Borboni sulla base dì motivazioni politiche, ma costituiva una sorta di compimento della carriera per i più alti magistrati: insomma erano "ministri tecnici". E, infatti, Cassisi era stato un illustre giurista ai vertici della Corte suprema di giustizia di Palermo, poi Consultore di Stato a Napoli, e quindi -nel '48 della rivoluzione indipendentista Commissario civile per la Sicilia. Cumbo, anche lui in fama di grande giurista, aveva ricoperto le più alte cariche della magistratura in Sìcilia e a Napoli, fino ad essere,a partire dal 185 1, presidente della Consulta di Stato in Sicilia. Ventimiglia, a sua volta, era stato presidente della Suprema Corte di Palermo e poi, dal '59, procuratore generale della Corte dei Conti siciliana. Dunque, per un altissimo magistrato il passaggio alla carica di ministro per la Sicilia era quasi naturale, non costituiva certo un salto.Tuttavia -a parte il fatto che, in ogni caso, pur essendo tecnici, i ministri adottavano decisioni politiche rimane la stranezza che, con tanti giuristi esistenti in Sicilia, tutti e tre questi "tecnici" provenissero da Milazzo. Perfino Antonino Zirilli ammetteva che proprio per questo si cominciò "a dire che Milazzo era città di realisti", perché sembrava assodato il carattere borbonico e reazionario della città da cui quei ministri provenivano, e che da loro aveva ricevuto benefici, come il -restauro del porto- (di cui però lo stesso Zirilli ricorda l'utilità "non tanto a Milazzo, quanto alla navigazione in generale") oltre che "Impieghi di poco conto ad alquanti suoi congiunti- (anche allora!).

Si trascurava, però, il fatto che Milazzo non aveva dato uomini solo al governo borbonico, ma anche -come vedremo più avanti- alla rivoluzione sielliana e al governo del '48. E soprattutto non si affrontava la questione centrale: ma veramente i tre ministri milazzesi erano stati fedeli esecutori di una politica di repressione, strumenti obbedienti dì un regime di polizia forcaiolo e nemico della Sicflia?   

Precisato che quello per gli Affarì di Sicilia era un dicastero che non aveva competenze di polizia, sarà opportuno ricordare che per quanto riguarda, ad esempio, le prerogative storiche della Sicilia, la difesa della Legazia Apostolica da parte di Cassisi era non solo sgradita al Papa, ma anche non in linea con la politica di Ferdinando 11. E, per quanto riguarda il suo atteggiamento verso il liberalismo, Francesco Carlo Bonaccorsi -certo non sospettabile di esser tenero col governo borbonico- definì Cassisi "avverso alle esorbitanze della polizia", e Stefano Zirilli, pur ricordando che, in quanto Ministro l'era tenuto quale borbonico, o come allora dicevasi sorcio", lo definì "decoro della siciliana magistratura".   

Questo ovviamente non vuoi dire che Cassisi fosse un liberale, tuttavia ci sembra significativo che agli amici antiborbonici (con cui non interruppe mai i rapporti, e questo sarebbe abbastanza singolare se fosse stato un cieco reazionario) raccomandasse di non esporsi a pericoli e persecuzioni, insomma, di essere prudenti, più che di essere sudditi fedeli: un consiglio magari poco commendevole sul piano etico, ma che certo non indice di fanatismo (e forse neppure di ostilità pregiudiziale). Forse era veramente solo un '1ecnico- che considerava fra i suoi doveri di alto funzionario (la cui dirittura morale fu riconosciuta anche dagli avversari) il lealismo verso la dinastia, senza percepire il significato politico che questo atteggiamento inevitabilmente assumeva. Non sembra proprio che meritasse, la sera della battaglia, il saccheggio vandalico della sua casa milazzese, descritto non solo dal cappellano borbonico Buttà, ma anche da liberali milazzesi e da memorialisti garibaldini.   

Anche dell'altro giurista milazzese, Paolo Cumbo, che subentrò a Cassisi dopo l'ascesa al trono di Francesco 11, non può dirsi che fosse un reazionario forcaiolo: neppure lui ovviamente può definirsi un liberale, anche se è stato detto che introdusse qualche "modesto tratto di liberalismo", ma la sua rapida sostituzione sembra indicare un suo non allineamento con una certa linea politica della Corte. Infine il terzo giurista mílazzese nominato ministro, Pietro Ventimiglia, non accettò neppure la nomina: era il 18 maggio 1860, Garibaldi era già sbarcato a Marsala, ed anzi aveva vinto la prima battaglia a Calatafimi; quindi Ventimiglia poté permettersi di rifiutare la carica (per prudenza, vista l'incipiente crisi militare del Regno, o forse per sentimenti liberali).   

Vorremmo a questo punto riproporre la domanda sulle idee e sulla linea politica tenuta dai tre ministri in una nuova formulazione: Se la monarchia borbonica avesse voluto in Sicilia ministri reazionari per una politica repressiva, alla Maniscalco o alla Del Carretto, si sarebbe rivolta a uomini come questi, chìaramente moderati? Non è più verosimile che le scelte dei due re nascessero dalla volontà di non inasprire i contrasti con i siciliani e, scegliendo dei moderati, cercassero -senza però cambiare la linea politica che li aveva condotti a que1 punto- di stabilire rapporti migliori?  

E se -come sembrerebbe- le cose stessero così, la città da cui quei ministri provenivano sarebbe giusto considerarla una reazionaria "città borbonica", una sorta di Vandea siciliana o -come fu detto- di nuova Sperlinga?

 Però ai sospetti sulla classe dirigente milazzese derivanti dalla nomina dei tre ministri se ne potrebbero aggiungere altri nati dal fatto che i tre più illustri liberali milazzesi avevano, nei primi mesi dell'Impresa dei Mille, rifiutato di assumere cariche pubbliche. Possono questi rifiuti considerarsi una prova di tiepido patriottismo, anche nei patrioti milazzesi più in vista, della tendenza pusillanime a non schierarsi prima che sia chiaro -per dirla con Garibaldi- da quale parte soffia il vento? Certo, è vero che il 4 luglio Piraino rifiutò per motivi di salute la carica di governatore di Catania offertagli da Garibaldì, mentre poi, il 17 settembre, quando la situazione si era definita, accettò la nomina a segretario di Stato agli Affari Esteri. Ma (a parte le ragioni di salute che c'erano veramente, tanto che l'anno dopo non potè accettare la carica di prefetto del Regno che gli veniva confermata) sembra corretto attribuire il primo rifiuto non a prudente attesa del risultato felice dell'Impresa, quanto ' a perplessità sugli ancora incerti sbocchi politici di essa: si sarebbe mantenuto l'impegno espresso col motto “L’Italia e Vittorio Emanuele", o avrebbero prevalso le---teste calde- del partito d'azione? Per quanto Francesco Carlo Bonaccorsi, rifiutò la nomina a presidente della municipalità di Milazzo ma è il caso di ricordare che egli era viceconsole del regno di Sardegna e che ritenne di poter essere, in questa veste diplomatica, più l'utile alla causa", a seconda della direzione che avrebbero preso gli eventi. E infine, se è vero che Stefano Zirilli rifiutò la carica di ministro nel governo dittatoriale, è anche vero che preferì restare a Milazzo perché qui la sua azione sarebbe stata più produttiva, come poté constatare Medici, che se ne giovò mostrò sempre di apprezzarla molto. Certo, furono rifiuti che, per il periodo in cui furono espressi, potevano far nascere sospetti, ma c'erano anche valide motivazioni razionali che potevano spiegarli.

 

PERCHE' FU ABBANDONATA LA CITTA’ DI MILAZZO

Domenico PirainoAbbiamo detto che la miglior difesa dei milazzesi dall’accusa di aver combattuto per i borbonici contro i garibaldini stava nella constatazione che questo non potè avvenire perché quasi tutti gli abitanti –tranne i patrioti- avevano lasciato la città. Ma anche questo poteva essere un elemento da usare per dimostrare quanto “poco patriottica” fosse Milazzo. Così dovettero pensarla molti garibaldini, paragonando il silenzioso deserto che trovarono a Milazzo all'entusiasmo con cui erano stati accolti a Barcellona (quando arrivò Garibaldi, le signore pur essendo ancora mattina presto e "non essendo ancora abbigliate si affacciarono al balconi per gettare fiori" sulla carrozza di Garibaldi) e attribuendo ad ostilità l'abbandono della città da parte della popolazione. Non pensavano che Barcellona non aveva sulla testa una guarnigione di 1400 uomini e i cannoni di una fortezza, E soprattutto non sapevano che quell'abbandono non era avvenuto prima del loro ingresso, il 20 luglio, ma cinque giorni prima, all'arrivo delle truppe borboniche di Bosco.  Infatti, il 20 luglio 1860 per i milazzesi cominciò verso mezzogiorno del 15, quando seppero che alcune migliaia di armati si stavano avvicinando alla città, e si resero conto che, arrivando dalla strada di Messina, non potevano essere i volontari di Giacomo Medici, da una decina di giomi insediati a Barcellona e poi a Merì, ma truppe borboniche che venivano a presidiare Milazzo, aggiungendosi alla guarnigione del Castello. Questo significava che la battaglia era imminente e che sarebbe stata combattuta -come in realtà poi non avvenne- dentro la città, o che comunque l'avrebbe coinvolta, esponendo i suoi edifici e la sua popolazione al tiro dell'artiglieria del castello. Era domenica, quel 15 luglio, all'incirca l'ora del pasto, e la gente era in casa; quindi bastò rnezz'ora –scrisse Piaggia- perché la città fosse abbandonata da quasi tutti gli abitanti, eccetto la deputazione comunale e i membri  del Comitato rivoluzionario, fra cui Bonaccorsi e Zirill' (ed anche la moglie, come si apprende da una testimonianza relativa alla sera del 20 luglio) -entrambi certamente fra le fonti di Piaggia- oltre a quei popolani che nei giorni successivi raggiunsero -come vedremo- il campo garibaldino per portare viveri e per arruolarsi, o che, come Matteo Nardi ed altri, accolsero le Camicie Rosse al loro ingresso in città.

 Tutti gli altri fuggirono, in fretta e furia, per lasciare la città prima dell'arrivo delle truppe di Bosco. Ma per rifugiarsi dove? Evidentemente dalla parte opposta al presumi bile teatro della battaglia, al Capo, dove i nobili e i proprietari poterono installarsi nelle loro ville o case, mentre la gente comune si dovette accampare sotto gli ulivi, lungo il pendio della costa, sulle anguste spiagge, o cercar rífugio nelle grotte o rimanere a bordo della flottiglia delle imbarcazioni e sulle barchette dei pescatori. I milazzesi di un secolo e mezzo fa fecero, insomma, quello che quasi un secolo dopo, avrebbero fatto i loro discendenti, per sfuggire ai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. La condizione degli sfollati, almeno di quelli che non avevano provviste cui attingere né un tetto sotto cui ripararsi, era drammatica: al Capo non si trovavano in quella stagione prodotti della terra, come ci sarebbero stati nella Piana: perfino per i fichidindia era ancora presto. Né il comando militare borbonico, irritatissimo per quella fuga. permetteva che arrivassero risorse dalla città, anzi aveva steso un cordone militare alla porta del Capo. Inoltre erano giornate di caldo afoso, il 18 ci fu anche un acquazzone estivo con "pioggia copiosissima", e perfino un eclisse di sole. Insomma, furono dieci giomi d'inferno, prima che la fine degli eventi bellici -con la partenza dei borbonici, fino ad allora padroni del castello, da cui si controllava la strada del Capo consentisse di rientrare in città. Ma queste, intanto, erano state aperte e saccheggiate, anche le più modeste, tanto che furono rubati perfino i poveri attrezzi di lavoro dei pescatori.   

Questo abbandono repentino della città è stato poi rimproverato ai milazzesi come manifestazione di un orientamento fil o-borbonico: un'accusa a dir poco bizzarra, perché fuggire all'approssimarsi di truppe non può definirsi un atteggiamento favorevole ad esse. E infatti il comandante della colonna borbonica, Bosco, non la pensò così. E che ritenesse quell'abbandono un atto ostile al governo napoletano, e quasi un offesa a lui stesso, lo dimostrò decidendo lo stato d'assedio, bloccando la possibilità di andare e venire dal Capo alla città, pubblicando un proclama in cui assicurava alla popolazione che, "con la più decisa abnegazione della sua vita" l'avrebbe tenuta "sicura dalle insidie e dalle private vendette" ed avrebbe saputo tutelare "l'ordine e i beni degli onesti cittadini" (cosa che effettivamente fece, compatibilmente con le esigenze militari, e molto meglio di come riuscirono a fare poi i comandi garibaldini). Chiedeva perciò di accogliere "le sue parole di soldato con simpatia e fiducia" e di dargli '1a soddisfazione di vedere rientrare nelle proprie abitazioni i' pacifici cittadini".

 Quella "soddisfazione" i milazzesi non gliela diedero, ma, come la fuga non può essere ritenuta un appoggio ai borbonici, così questa non ottemperanza al pressante invito non può esser fatto passare per un atto patriottico, un rifiuto di collaborazione col governo napoletano. Patriottica fu invece la scelta dei membri del Comitato rivoluzionario di restare e di continuare a tenere i rapporti con Medici, anche ora che era diventato molto pericoloso.   

E molto pericoloso era restare, alla vigilia di una battaglia, in una città sovrastata dai cannoni dì un forte. Milazzo custodiva nella sua memoria collettiva un terrificante ricordo, tramandato da una generazione all'altra: le distruzioni di quasi un secolo e mezzo prima, durante il devastante assedio del 1718-19. Gli spagnoli avevano cercato dì riprendersi la Sicilia (perduta cinque anni prima col trattato di Utrecht) cominciando dalla cìttà che proprio essi avevano per secoli fortificato, tanto bene che, pur avendola distrutta per metà (l'altra metà la distrussero gli austriaci che la “difendevano"), non riuscirono ad espugnarla.

 Da allora non c’erano stati altri rilevanti eventi bellici che l'avessero riguardata: nel primo quindicennio del secolo, la presenza militare inglese durante il periodo di Napoleone, -di cui i vecchi conservavano vivo il ricordo aveva dato soprattutto benefici economici: i reggimenti di' stanza a Milazzo, consumando derrate alimentari e il generoso vino della Piana, avevano portato ricchezza ai proprietari terrieri, che avevano costruito ville al Capo, abbellito i palazzi in città, fatto sorgere nella Piana nuove case coloniche (spesso, a dire il vero, misere capanne, accanto alle stalle) .   

In quegli anni i milazzesi avevano avuto occasione di vedere nella loro città il Re, e di compiangerlo per il suo amaro destino: aveva dovuto lasciare Napoli al "giacobini alleati dei francesi, e rifugiarsi in Sicilia, sotto la protezione degli inglesi. 1 più vecchi raccontavano la commozione popolare nel vedere il povero sovrano in esilio, inginocchiato nel balcone di palazzo Proto, in piazza del Carmine, al passaggio della mesta processione del Venerdì Santo, in uno dei primissimi anni del secolo.

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