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Milazzo
Nostra - n. 26
LA DIFESA
DEI MILAZZESI,
a cura del prof.
Bartolo Cannistrà
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I contadini della Piana di Milazzo nell'800 di Stefano Zirilli
Le
idee politiche dei patrioti milazzesi del Risorgimento Lo
scrittoreFederico De Roberto, Milazzo e l'illusione La
battaglia di Garibaldi a Milazzo: la figura dell'eroe Alessandro Pizzoli
La
battaglia di Milazzo: Milazzo teatro di scontri o i milazzesi a fianco
di Garibaldi?
I
Milazzesi vennero ingiustamente accusati di aver parteggiato per i
Borboni durante la famosa Battaglia di Milazzo del 20 luglio 1860,
battaglia che sancisce di fatto l'inizio della unificazione del Regno
d'Italia. Appresso riportiamo, con grande onore per il privilegio avuto,
un saggio del prof. Bartolo Cannistrà. Claudio
Italiano
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A
questa accusa di avere combattuto accanto ai borbonici contro i
garibaldini entrati in città, i milazzesi risposero con dati di fatto
incontestabili: tutte le fonti dicevano che nella città non c'erano
stati combattimenti e, secondo la concorde testimonianza dei
memorialisti, i garibaldini entrando trovarono la città deserta.
Scrivendo poco dopo la battaglia, Piaggia -che, al solito, si è
documentato con scrupolo e non è aduso velare la verità per malinteso
"amor di patria- definisce quell'accusa "menzogna turpissima",
spiegando, appunto, che i garibaldini trovarono la città
"orrendamente deserta" e, fatte pocissime eccezioni, non
videro chi desse loro da bere né chi fasciasse le loro ferite". Il
più pronto a prodigare aiuti aggiunge- fu il presidente del Comitato,
Stefano Zirilli, mentre altri ‘diedero soccorsi, e larghi, solo dopo
allontanato del tutto il timore di poter seguire altri fatti d'arme".
Confermerà, una ventina d'anni dopo, Bandi: |
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"Certi novellieri
scrissero, e fu creduto vero per molto tempo, che la popolazione di
Milazzo ci accogliesse con l'oleo bollente e coi tegoli, e io non so
davvero come s'abbia potuto immaginare una fiaba tanto stupida, giacché
entrando in città nessuno de' pochissimi abitanti che vi erano rimasti
sì vide, e quelli che sbucaron fuori erano più rnorti che vivi".
Non sarà lusinghiero per i milazzesi, ci sarà magari un po' di colore,
ma resta il fatto che i garibaldini in giro non trovarono nessuno. E,
dall'altra parte politica, Giuseppe Buttà, cappellano militare della
colonna di Bosco, rimasto sempre fedele al Borboni, nella sua opera
pubblicata negli stessi anni, escluderà qualunque combattimento in città
perché, senza sapere che Bosco aveva riportato i suoi dentro il
castello, dapprima". I garibaldini rimasero più di un miglio lontani da
Milazzo- (fuori porta Messina, da cui l’artiglieria borbonica li aveva
tenuti distanti), e poi, "dopo che più di due ore che i borbonici
si erano ritirati, i primi garibaldini cominciarono a farsi vedere in
piccoli drappelli fuori delle mura e, vedendo che non si tirava contro
di loro, presero animo ed al calare nel giorno a poco a poco entrarono a
Milazzo".
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Dunque
nessun combattimento nelle strade di Milazzo. Ma restano due punti da
chiarire. Il primo: se non c'era nessun soldato borbonico in città chi
sparò dalle abitazioni private contro i garibaldini? Per rispondere
bisogna tener conto del fatto che i garibaldini, come dice Buttà, non
entrano tutti insieme, ma a poco a poco, e aggiungere che -stavolta a,
differenza di quanto egli dice- le fonti rivelano che entrarono non dopo
due ore, ma in momenti diversi e da parti diverse (dalla spiaggia di
levante, dove oggi c'è il porto, da porta Palermo, e in massa da porta
Messina), quindi in un lasso di tempo abbastanza lungo. Non è da
escludere che, almeno all'inizio, ci fossero ancora cecchini borbonici
rimasti a proteggere la ritirata della truppa, oppure, considerato che
alcune testimonianze dicono che a sparare erano dei "borghesi",
si può pensare a dei sorci, cioè a birri borbonici (e la donna che
avrebbe scagliato il famoso rnattone -ammesso che il fatto sia vero
potrebbe essere la moglie di uno di loro, come quella intercettata la
sera precedente dai garibaldìni mentre cercava di portare un messaggio
di Bosco a Clary).
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Il
secondo punto riguarda la
contraddizioni fra l'immagine della città "orrendamente
deserta" e altre descrizioni della piazza piena di gente, con una
signora che agita il tricolore, o degli ufficiali infastiditi perché i
rnilazzesi, offrendo "rinfreschi" ai garibaldini, li
distraggono dai loro compiti mentre ancora non è da escludere un
contrattacco borbonico. Ci pare che Piaggia e Bandi suggeriscano la
soluzione: all'inizio non c'è nessuno, poi i milazzesi, rassicurati dal
silenzio delle armi, escono fuori e cominciano a rifocillare i
combattenti e curare i feriti (la chiesa del Carmine viene trasformata
in ospedale, come Jessie White farà con la chiesa dei SS. Salvatore).
Fin qui
si è parlato solo delle accuse infamanti' ma in realtà alla
diffamazione della città si aggiungerà la sua spoliazione, anzi la
prima servirà a giustificare la seconda. Racconta, nel 1884, Stefano
Zirilli che quando i milazzesi protestavano per le ruberie si sentivano
rispondere insolentemente: -Birbanti realisti è questa la gratitudine
che dimostrate a noi venuti a liberarvi della schiavitù e darvi la
libertà?". E il discusso Ugo Forbes, nominato comandante della
Piazza di Milazzo, il 6 agosto per imporre una "tassa" di
cento scudi (da pagare entro sei ore) a Cumbo e Cassisi (significativa
questa scelta politica), "noti per le loro tendenze
borboniche", usa il pretesto che "il paese di Milazzo non si
è prestato alla causa italiana come si sono prestate le altre parti
della Sicilia".
Ben
diversa la posizione di Medici, che -a differenza di Forbes, arrivato a
Milazzo il 25 - era in zona dal 5 luglio e sapeva bene qual era stato il
comportamento dei milazzesi, e che infatti rimosse Forbes dall'incarico.
Ma
Garibaldí come la pensava? Una lettera di Antonino Zirilli, che
dovrebbe risalire a una quindicina di giorni dopo la battaglia,
riferisce che, nell'incontro di Torre Faro, fra una delegazione
milazzese e il "Dittatore", questi dapprima disse di ritenere
che "il popolo di Milazzo sia buono e patriottico come tutte le
altre città della Sicilia" ma che "si lasci influenzare da
pochi danarosi soliti a guardare donde spira il vento e piegarvisi a
tempo", ma alla fine anche per le parole del nuovo comandante della
Piazza militare col. Bentivegna, si convinse "pienarnente che la
popolazione di Milazzo non è inferiore a nessun'altra di Sicilia
nell'amore alla gran patria italiana e nell'odio alla dinastia che li ha
tiranneggiati". Questo, almeno, è quanto dice Antonino Zirilli.
Eppure, vent'anni dopo, Marco Antonio Canini, traduttore e
curatore italiano del Manuale di storia contemporanea di Giorgio Weber,
"Italianizzando" l'opera con inserimento di sue notazioni,
torna a parlare di "fiero combattimento per le strade di
Milazzo" e rilancia le solite accuse ai milazzesi. Stefano Zirilli
insorge, e, nel volumetto del 1882 Sulla conquista garibaldina di
Milazzo, confuta quelle accuse, utilizzando anche le testimonianze
contenute in lettere inviategli da garibaldini presenti a Milazzo il 20
luglio, come Cosenz, Archib, Adven, Montemajor. Manda il volumetto a
Weber, a Canini e all'editore Treves: gli ultimi due non rispondono
neppure, mentre Weber si limita a precisare che quelle di aggiunte lui
non può rispondere e che in una prossima opera approfondirà
personalmente la parte riguardante la storia italiana. Insomma Zirilli
non ottiene molto: potrà solo, dopo che sono usciti fra il 1882 e l'83
i libri di Bandi e Buttà, pubblicare nell'84 un'Appendice al primo testo, sotto forma di lettera a Weber, per
mostrare come i due diversi libri, nonostante le opposte idee politiche
dei loro autori, confermano le affermazioni che egli aveva fatto due
anni prima.
Ma come
erano nate queste dicerie che nessuna confutazione puntuale sembrava rìuscire
a mettere a tacere definitivamente? Abbiamo vìsto che sono s ate
attribuite a rivalità municipali stiche, e qualcuno aggiunge a "gelosia
e invidia" per il ruolo che illustri milazzesi avevano
rivestito nel governo borbonico. Naturalmente, le "gelosie e
invidie municipalistiche" sono un elemento che non si può
escludere, ma bisogna onestamente ammettere che certe diffidenze
sembravano fondate su un dato inequivocabile. Dopo il '48, quando
nell'isola la popolarità dei Borboni aveva toccato il suo punto più
basso, fu fra i milazzesi che la dinastia aveva cercato non uno,
ma addirittura tutti e tre i suoi ministri per gli Affari di Sicilia. Ci
doveva pur essere una ragione se la monarchia borbonica, dalla
repressione del '49 alla perdita del regno nel '60, aveva ritenuto di
affidarsi soltanto e ininterrottamente a milazzesi (che, però, per gli
alti incarichi che ricoprivano, da decenni erano lontani dalla città
natale). Dapprima il ministro era stato Giovanni Cassisi (dal '49 al
'59); poi, dal 24 luglio 1859, -quando, alla morte del padre, Francesco
Il rinnova il suo governo- è Paolo Cumbo; infine, dopo la caduta del
ministero Filangieri, il 18 aprile 1860 viene nominato Pietro
Ventimiglia.
Stefano
Zirilli fece giustamente notare che la carica di ministro non era
attribuita dal Borboni sulla base dì motivazioni politiche, ma
costituiva una sorta di compimento della carriera per i più alti
magistrati: insomma erano "ministri tecnici". E, infatti,
Cassisi era stato un illustre giurista ai vertici della Corte suprema di
giustizia di Palermo, poi Consultore di Stato a Napoli, e quindi -nel
'48 della rivoluzione indipendentista Commissario civile per la Sicilia.
Cumbo, anche lui in fama di grande giurista, aveva ricoperto le più
alte cariche della magistratura in Sìcilia e a Napoli, fino ad essere,a
partire dal 185 1, presidente della Consulta di Stato in Sicilia.
Ventimiglia, a sua volta, era stato presidente della Suprema Corte di
Palermo e poi, dal '59, procuratore generale della Corte dei Conti
siciliana. Dunque, per un altissimo magistrato il passaggio alla carica
di ministro per la Sicilia era quasi naturale, non costituiva certo un
salto.
Tuttavia
-a parte il fatto che, in ogni caso, pur essendo tecnici, i ministri
adottavano decisioni politiche rimane la stranezza che, con tanti
giuristi esistenti in Sicilia, tutti e tre questi "tecnici"
provenissero da Milazzo. Perfino Antonino Zirilli ammetteva che proprio
per questo si cominciò "a dire che Milazzo era città di
realisti", perché sembrava assodato il carattere borbonico e
reazionario della città da cui quei ministri provenivano, e che da loro
aveva ricevuto benefici, come il -restauro del porto- (di cui però lo
stesso Zirilli ricorda l'utilità "non tanto a Milazzo, quanto alla
navigazione in generale") oltre che "Impieghi di poco conto ad
alquanti suoi congiunti- (anche allora!).
Si
trascurava, però, il fatto che Milazzo non aveva dato uomini solo al
governo borbonico, ma anche -come vedremo più avanti- alla rivoluzione
sielliana e al governo del '48. E soprattutto non si affrontava la
questione centrale: ma veramente i tre ministri milazzesi erano stati
fedeli esecutori di una politica di repressione, strumenti obbedienti dì
un regime di polizia forcaiolo e nemico della Sicflia?
Precisato
che quello per gli Affarì di Sicilia era un dicastero che non aveva
competenze di polizia, sarà opportuno ricordare che per quanto
riguarda, ad esempio, le prerogative storiche della Sicilia, la difesa
della Legazia Apostolica da parte di Cassisi era non solo sgradita al
Papa, ma anche non in linea con la politica di Ferdinando 11. E, per
quanto riguarda il suo atteggiamento verso il liberalismo, Francesco
Carlo Bonaccorsi -certo non sospettabile di esser tenero col governo
borbonico- definì Cassisi "avverso alle esorbitanze della
polizia", e Stefano Zirilli, pur ricordando che, in quanto Ministro
l'era tenuto quale borbonico, o come allora dicevasi sorcio", lo
definì "decoro della siciliana magistratura".
Questo
ovviamente non vuoi dire che Cassisi fosse un liberale, tuttavia ci
sembra significativo che agli amici antiborbonici (con cui non
interruppe mai i rapporti, e questo sarebbe abbastanza singolare se
fosse stato un cieco reazionario) raccomandasse di non esporsi a
pericoli e persecuzioni, insomma, di essere prudenti, più che di essere
sudditi fedeli: un consiglio magari poco commendevole sul piano etico,
ma che certo non indice di fanatismo (e forse neppure di ostilità
pregiudiziale). Forse era veramente solo un '1ecnico- che considerava
fra i suoi doveri di alto funzionario (la cui dirittura morale fu
riconosciuta anche dagli avversari) il lealismo verso la dinastia, senza
percepire il significato politico che questo atteggiamento
inevitabilmente assumeva. Non sembra proprio che meritasse, la sera
della battaglia, il saccheggio vandalico della sua casa milazzese,
descritto non solo dal cappellano borbonico Buttà, ma anche da liberali
milazzesi e da memorialisti garibaldini.
Anche
dell'altro giurista milazzese, Paolo Cumbo, che subentrò a Cassisi dopo
l'ascesa al trono di Francesco 11, non può dirsi che fosse un
reazionario forcaiolo: neppure lui ovviamente può definirsi un
liberale, anche se è stato detto che introdusse qualche "modesto
tratto di liberalismo", ma la sua rapida sostituzione sembra
indicare un suo non allineamento con una certa linea politica della
Corte. Infine il terzo giurista mílazzese nominato ministro, Pietro
Ventimiglia, non accettò neppure la nomina: era il 18 maggio 1860,
Garibaldi era già sbarcato a Marsala, ed anzi aveva vinto la prima
battaglia a Calatafimi; quindi Ventimiglia poté permettersi di
rifiutare la carica (per prudenza, vista l'incipiente crisi militare del
Regno, o forse per sentimenti liberali).
Vorremmo
a questo punto riproporre la domanda sulle idee e sulla linea politica
tenuta dai tre ministri in una nuova formulazione: Se la monarchia
borbonica avesse voluto in Sicilia ministri reazionari per una politica
repressiva, alla Maniscalco o alla Del Carretto, si sarebbe rivolta a
uomini come questi, chìaramente moderati? Non è più verosimile che le
scelte dei due re nascessero dalla volontà di non inasprire i contrasti
con i siciliani e, scegliendo dei moderati, cercassero -senza però
cambiare la linea politica che li aveva condotti a que1 punto- di
stabilire rapporti migliori?
E se
-come sembrerebbe- le cose stessero così, la città da cui quei
ministri provenivano sarebbe giusto considerarla una reazionaria
"città borbonica", una sorta di Vandea siciliana o -come fu
detto- di nuova Sperlinga?
Però ai
sospetti sulla classe dirigente milazzese derivanti dalla nomina dei tre
ministri se ne potrebbero aggiungere altri nati dal fatto che i tre più
illustri liberali milazzesi avevano, nei primi mesi dell'Impresa dei
Mille, rifiutato di assumere cariche pubbliche. Possono questi rifiuti
considerarsi una prova di tiepido patriottismo, anche nei patrioti
milazzesi più in vista, della tendenza pusillanime a non schierarsi
prima che sia chiaro -per dirla con Garibaldi- da quale parte soffia il
vento? Certo, è vero che il 4 luglio Piraino rifiutò per motivi di
salute la carica di governatore di Catania offertagli da Garibaldì,
mentre poi, il 17 settembre, quando la situazione si era definita,
accettò la nomina a segretario di Stato agli Affari Esteri. Ma (a parte
le ragioni di salute che c'erano veramente, tanto che l'anno dopo non
potè accettare la carica di prefetto del Regno che gli veniva
confermata) sembra corretto attribuire il primo rifiuto non a prudente
attesa del risultato felice dell'Impresa, quanto ' a perplessità sugli
ancora incerti sbocchi politici di essa: si sarebbe mantenuto l'impegno
espresso col motto “L’Italia e Vittorio Emanuele", o avrebbero
prevalso le---teste calde- del partito d'azione? Per quanto Francesco
Carlo Bonaccorsi, rifiutò la nomina a presidente della municipalità di
Milazzo ma è il caso di ricordare
che egli era viceconsole del regno di Sardegna e che ritenne di poter
essere, in questa veste diplomatica, più l'utile
alla causa", a seconda della direzione che avrebbero preso gli
eventi. E infine, se è vero che Stefano Zirilli rifiutò la carica di
ministro nel governo dittatoriale, è anche vero che preferì restare a
Milazzo perché qui la sua azione sarebbe stata più produttiva, come
poté constatare Medici, che se ne giovò mostrò sempre di apprezzarla
molto. Certo,
furono rifiuti che, per il periodo in cui furono espressi, potevano far
nascere sospetti, ma c'erano anche valide motivazioni razionali che
potevano spiegarli.
PERCHE' FU ABBANDONATA LA CITTA’
Abbiamo
detto che la miglior difesa dei milazzesi dall’accusa di aver
combattuto per i borbonici contro i garibaldini stava nella
constatazione che questo non potè avvenire perché quasi tutti gli
abitanti –tranne i patrioti- avevano lasciato la città. Ma anche
questo poteva essere un elemento da usare per dimostrare quanto “poco
patriottica” fosse Milazzo. Così dovettero pensarla molti
garibaldini, paragonando il silenzioso deserto che trovarono a Milazzo
all'entusiasmo con cui erano stati accolti a Barcellona (quando arrivò
Garibaldi, le signore pur essendo ancora mattina presto e "non
essendo ancora abbigliate si affacciarono al balconi per gettare
fiori" sulla carrozza di Garibaldi) e attribuendo ad ostilità
l'abbandono della città da parte della popolazione. Non pensavano che
Barcellona non aveva sulla testa una guarnigione di 1400 uomini e i
cannoni di una fortezza, E soprattutto non sapevano che quell'abbandono
non era avvenuto prima del loro ingresso, il 20 luglio, ma cinque giorni
prima, all'arrivo delle truppe borboniche di Bosco. Infatti,
il 20 luglio 1860 per i milazzesi cominciò verso mezzogiorno del 15,
quando seppero che alcune migliaia di armati si stavano avvicinando alla
città, e si resero conto che, arrivando dalla strada di Messina, non
potevano essere i volontari di Giacomo Medici, da una decina di giomi
insediati a Barcellona e poi a Merì, ma truppe borboniche che venivano
a presidiare Milazzo, aggiungendosi alla guarnigione del Castello.
Questo significava che la battaglia era imminente e che sarebbe stata
combattuta -come in realtà poi non avvenne- dentro la città, o che
comunque l'avrebbe coinvolta, esponendo i suoi edifici e la sua
popolazione al tiro dell'artiglieria del castello.
Era
domenica, quel 15 luglio, all'incirca l'ora del pasto, e la gente era in
casa; quindi bastò rnezz'ora –scrisse Piaggia- perché la città
fosse abbandonata da quasi tutti gli abitanti, eccetto la deputazione
comunale e i membri del
Comitato rivoluzionario, fra cui Bonaccorsi e Zirill' (ed anche la
moglie, come si apprende da una testimonianza relativa alla sera del 20
luglio) -entrambi certamente fra le fonti di Piaggia- oltre a quei
popolani che nei giorni successivi raggiunsero -come vedremo- il campo
garibaldino per portare viveri e per arruolarsi, o che, come Matteo
Nardi ed altri, accolsero le Camicie Rosse al loro ingresso in città.
Tutti gli
altri fuggirono, in fretta e furia, per lasciare la città prima
dell'arrivo delle truppe di Bosco. Ma per rifugiarsi dove? Evidentemente
dalla parte opposta al presumi bile teatro della battaglia, al Capo,
dove i nobili e i proprietari poterono installarsi nelle loro ville o
case, mentre la gente comune si dovette accampare sotto gli ulivi, lungo
il pendio della costa, sulle anguste spiagge, o cercar rífugio nelle
grotte o rimanere a bordo della flottiglia delle imbarcazioni e sulle
barchette dei pescatori. I milazzesi di un secolo e mezzo fa fecero,
insomma, quello che quasi un secolo dopo, avrebbero fatto i loro
discendenti, per sfuggire ai bombardamenti durante la seconda guerra
mondiale. La condizione degli sfollati, almeno di quelli che non avevano
provviste cui attingere né un tetto sotto cui ripararsi, era
drammatica: al Capo non si trovavano in quella stagione prodotti della
terra, come ci sarebbero stati nella Piana: perfino per i fichidindia
era ancora presto. Né il comando militare borbonico, irritatissimo per
quella fuga. permetteva che arrivassero risorse dalla città, anzi aveva
steso un cordone militare alla porta del Capo. Inoltre erano giornate di
caldo afoso, il 18 ci fu anche un acquazzone estivo con "pioggia
copiosissima", e perfino un eclisse di sole. Insomma, furono dieci
giomi d'inferno, prima che la fine degli eventi bellici -con la partenza
dei borbonici, fino ad allora padroni del castello, da cui si
controllava la strada del Capo consentisse di rientrare in città. Ma
queste, intanto, erano state aperte e saccheggiate, anche le più
modeste, tanto che furono rubati perfino i poveri attrezzi di lavoro dei
pescatori.
Questo
abbandono repentino della città è stato poi rimproverato ai milazzesi
come manifestazione di un orientamento fil o-borbonico: un'accusa a dir
poco bizzarra, perché fuggire all'approssimarsi di truppe non può
definirsi un atteggiamento favorevole ad esse. E infatti il comandante
della colonna borbonica, Bosco, non la pensò così. E che ritenesse
quell'abbandono un atto ostile al governo napoletano, e quasi un offesa
a lui stesso, lo dimostrò decidendo lo stato d'assedio, bloccando la
possibilità di andare e venire dal Capo alla città, pubblicando un
proclama in cui assicurava alla popolazione che, "con la più
decisa abnegazione della sua vita" l'avrebbe tenuta "sicura
dalle insidie e dalle private vendette" ed avrebbe saputo tutelare
"l'ordine e i beni degli onesti cittadini" (cosa che
effettivamente fece, compatibilmente con le esigenze militari, e molto
meglio di come riuscirono a fare poi i comandi garibaldini). Chiedeva
perciò di accogliere "le sue parole di soldato con simpatia e
fiducia" e di dargli '1a soddisfazione di vedere rientrare nelle
proprie abitazioni i' pacifici cittadini".
Quella
"soddisfazione" i milazzesi non gliela diedero, ma, come la
fuga non può essere ritenuta un appoggio ai borbonici, così questa non
ottemperanza al pressante invito non può esser fatto passare per un
atto patriottico, un rifiuto di collaborazione col governo napoletano.
Patriottica fu invece la scelta dei membri del Comitato rivoluzionario
di restare e di continuare a tenere i rapporti con Medici, anche ora che
era diventato molto pericoloso.
E molto
pericoloso era restare, alla vigilia di una battaglia, in una città
sovrastata dai cannoni dì un forte. Milazzo custodiva nella sua memoria
collettiva un terrificante ricordo, tramandato da una generazione
all'altra: le distruzioni di quasi un secolo e mezzo prima, durante il
devastante assedio del 1718-19. Gli spagnoli avevano cercato dì
riprendersi la Sicilia (perduta cinque anni prima col trattato di
Utrecht) cominciando dalla cìttà che proprio essi avevano per secoli
fortificato, tanto bene che, pur avendola distrutta per metà (l'altra
metà la distrussero gli austriaci che la “difendevano"), non
riuscirono ad espugnarla.
Da allora
non c’erano stati altri rilevanti eventi bellici che l'avessero
riguardata: nel primo quindicennio del secolo, la presenza militare
inglese durante il periodo di Napoleone, -di cui i vecchi conservavano
vivo il ricordo aveva dato soprattutto benefici economici: i reggimenti
di' stanza a Milazzo, consumando derrate alimentari e il generoso vino
della Piana, avevano portato ricchezza ai proprietari terrieri,
che avevano costruito ville al Capo, abbellito i palazzi in città,
fatto sorgere nella Piana nuove case coloniche (spesso, a dire il vero,
misere capanne, accanto alle stalle) .
In quegli
anni i milazzesi avevano avuto occasione di vedere nella loro città il
Re, e di compiangerlo per il suo amaro destino: aveva dovuto lasciare
Napoli al "giacobini alleati dei francesi, e rifugiarsi in Sicilia,
sotto la protezione degli inglesi. 1 più vecchi raccontavano la
commozione popolare nel vedere il povero sovrano in esilio,
inginocchiato nel balcone di palazzo Proto, in piazza del Carmine, al
passaggio della mesta processione del Venerdì Santo, in uno dei
primissimi anni del secolo.
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