Le opere dell'ing. Domenico Ryolo

ANNIVERSARI: dalla rivista MilazzoNostra, numero 21, dicembre 2008.

L'ing. Domenico Ryolo e le sue opere.

 

1940. Milazzo, Tindari e le Isole Eolie  

in Ospitalità Italiana (rist. in MilazzoNostra, 2002, n.3)

L'articolo, illustrato da foto del porto e del castello, ha un incipit lirico: "Milazzo è uno di quei posti dove il turista più facilmente sente il fascino delle bellezze della natura. Sul suo promontorio dall'infinità di angoli ed insenature, si svelano panorami di bellezza insuperabile. La simultanea visione dei tre vulcani, Etna Stromboli e Vulcano, è uno spettacolo veramente superbo ..." Dopo aver descritto le bellezze naturali e artistiche di Milazzo, e avere illustrato l'importanza della sua agricoltura e della sua industria, dando un interessante quadro della vita economica cittadina prima della guerra, Ryolo si sofferma sull'importanza turistica di Milazzo ed enumera le escursioni che i visitatori possono compiere nel retroterra (Novara, Randazzo, Castroreale, S. Lucia, Valdina, Rometta) e nelle isole.

 

Note sul latifondo siciliano

Tipografia Trinacria, Messina, s.d.

È la sua sola pubblicazione di carattere politico. Uscita, al più tardi, nei primi mesi del 1945 (si accenna alla pace come qualcosa ancora da venire) polemizza col fatto che "molti discorsi e programmi politici hanno prospettato la possibilità di risolvere nel giro di pochi decreti legislativi il cosiddetto problema del latifondo siciliano", mentre "per risolverlo è necessaria oculatezza nell'impostare le nuove forme di agricoltura da prescegliere nelle zone che saranno elette come bonificabili" perché "il problema è essenzialmente un problema di bonifica".

1950. Il Longano e la sua battaglia

in Archivio Storico siciliano

Questo "contributo alla toponomastica siciliana" è la sua prima pubblicazione di carattere storico, ed è molto più ricco e articolato di quanto dica il titolo: comprende, infatti, un'ampia descrizione del "mylaion pedion", un' appendice sui Mamertini e il testo di Diodoro Siculo (l'originale e la traduzione). Analizzando i testi di Polibio e di Diodoro, Ryolo identifica il luogo -e ricostruisce le fasi- della battaglia in cui nel 269 a. C. i Siracusani sconfissero i Mamertini, dimostrando che "il Longano del periodo greco non può individuarsi in altri torrenti che in quello denominato oggi di Rodì o di Termini". Conclude dicendo che "la migliore conferma potrà aversi il giorno in cui uno scavo sistematico darà migliori elementi probatori". È una sorta di profezia: lo scoppio della guerra impedirà la pubblicazione del saggio, e quando esso vedrà la luce nel 1950, da pochi mesi Ryolo e Bemabò Brea, proprio nel territorio di Rodi, hanno scoperto i resti dell'acropoli, delle mura, dell'abitato e della necropoli dell'antica città di Longàne (la cui esistenza era documentata solo da una moneta di argento ed un caduceo conservati nel British Museum di Londra, ma di cui "nessuno storico tramandò notizie"). Perciò Ryolo può scrivere nella premessa al saggio di dieci anni prima che la scoperta di Longàne "rende definitive le conclusioni del presente studio" (cioé che il Longano era il torrente di Rodì).

 

1955. Milazzo

in Rassegna Sicilia d'oggi (rist. in MilazzoNostra, 2002, n. 3)

Ryolo (che firma l'articolo con la sigla Dry) torna, a distanza di quindici anni, a descrivere la sua città, dandone un ritratto articolato e aggiornato, alla vigilia del boom edilizio e dell'avvento delle nuove grandi industrie. Comincia esaltando le bellezze panoramiche ineguagliabili dell'Aureo Chersoneso, prosegue riassumendo le recenti scoperte sulla preistoria milazzese e i momenti salienti della storia cittadina fino ai bombardamenti aerei del '43, e passa in rassegna i monumenti più significativi, dal castello alle chiese e ai palazzi. Segue la trattazione della vita economica cittadina, dalle ferrovie al porto, dall'agricoltura (col passaggio dal vigneto  all'ortofrutta e al vivaismo) all'industria (mulino, Montecatini, Metallurgica, estrazione dell'olio di sansa, estrazione L'ing. domenico Ryolodell'essenza di gelsomino, pastificio). Infine, la descrive la situazione  scolastica, culturale e sportiva, quella ospedaliera e i primi tentativi di decollo del settore turistico-alberghiero.

 

1955. Monumenti inesplorati del periodo medievale in provincia di Messina

 in Atti del VII Congresso di Storia

dell'Architettura, tenutosi a Palermo nel 1950

Nella breve relazione vengono descritte tre chiese di S. Marco d'Alunzio (chiesa dell'ex convento delle benedettine e S.Teodoro e) e di S. Fratello (chiesa normanna), di cui si segnalano "la singolarità di alcune soluzioni costruttive", come l'assenza di colonne o pilastri nella prima, le "cupole" della seconda e la coesistenza di due ordini costruttivi nella terza.

 

1963. Attualità di Milazzo

in Mezzagosto messinese (rist. in MilazzoNostra, 2002, n. 3)

Illustrato con foto del porto, della Marina, del Capo e dei nuovi lidi di Cirucco e Riva Smeralda, l'articolo ci offre una nuova istantanea di Milazzo negli anni in cui comincia la sua trasformazione in centro industriale e (nello stesso tempo, in modo contraddittorio) si rafforza la consapevolezza delle sue potenzialità turistiche. Alle consuete note sulla bellezza dei paesaggi, la ricchezza di miti, la scoperta della preistoria e la lunga storia della città, segue la descrizione delle attività economiche nel campo agricolo (ortaggi), in quello industriale (la nuova raffineria), commerciale e della pesca (le tonnare) e in quello turistico, per concludere sottolineando che la riapertura della biblioteca comunale "con le sue numerosissime e interessantissime opere fa rifiorire il movimento culturale".

 

1963. Milazzo

in Rivista Latina

La prima parte è dedicata alla preistoria di Milazzo e ai momenti più significativi della storia della città, mentre la seconda descrive la produzione vinicola e le altre attività agricole (ortaggi, fiori, vitigni) e industriali.

 

1963. Guida di Milazzo

Ed. Mediterranee Sicule

Le tre descrizioni di Milazzo (del 1940, del '55 e del '63) costituiscono la premessa della "Guida" che uscirà nell'autunno del `63, per una delle sigle editoriali di Peppino Pellegrino ("per iniziativa della Biblioteca comunale e della Pro Loco"). Ryolo ne motiva la pubblicazione col fatto che "della nostra città mancava una qualunque guida. I turisti dovevano contentarsi di quanto sommariamente era contenuto nelle grosse guide italiane e straniere". E, in un suo scritto successivo, la presenta con queste asciutte parole: "Vengono illustrati vari monumenti, località e tradizioni di Milazzo e insieme vengono precisate le datazioni e le forme architettoniche dei vari monumenti di Milazzo". In realtà, essa -risultato di decenni di ricerche, in cui era "andato annotando quanto gli era dato di leggere degli storici antichi e moderni"- è molto più che una "guida per turisti", e ottiene un immediato successo in città (già ad ottobre esce in una seconda edizione con "numerose e notevoli aggiunte"), diventando un "vademecum prezioso" per un primo approccio al patrimonio culturale della città e, con la sua articolazione in "itinerari", un modello per le guide che usciranno negli anni e nei decenni successivi. Si apre con "cenni" sulla storia, l'arte e le tradizioni di Milazzo, ed è chiusa da notizie "generali" ed "utili", anche di carattere turistico.

 

1967. Un errore di conio tra le monete mamertine

in Atti dell'Accademia Peloritana

In una moneta, databile 285-280 a.C. (con l'effige della testa di Ares coronato di alloro e un'aquila ad ali allargate su un fulmine) Ryolo nota una strana inversione di lettere che "per  lungo  tempo gli fa dubitare che si tratti di una moneta falsa, ma poi raffrontandola con numerosi pezzi da lui posseduti si convince della sua autenticità" e quindi attribuisce ad un errore del conio il fatto che "la legenda del campo destro, anziché essere "MAMER", è "MAMRE", con inversione della lettera R: un errore che si trova talora nella stampa dei francobolli, ma singolare e rarissimo nelle monete, specie nell'antichità, che, in caso di errori, venivano rinviate a nuova fusione.

 

1967, Longane citta sicana

in Biblioteca Longane

Il saggio viene pubblicato in occasione del XX anniversario dell'erezione di Rodì a Comune autonomo, quando a Ryolo viene conferita la cittadinanza onoraria, per la scoperta -compiuta nel 1950, insieme a Bernabò Brea- dell'antica città di Longane nel territorio di quel Comune, sul pianoro c cosparso di un'ingente quantità di cocciame e ceramiche rotte, che i contadini chiamano ancora "a citadi". Secondo Ryolo "Longane fu fondata quando, a causa della invasione dei Siculi, i vicini gruppi capannicoli fuggirono dalla zona pianeggiante, rifugiandosi sul monte Pirgo e costruendo successivamente (probabilmente fra il XIII nel XII secolo a. C.) un fortilizio megalitico sulla cima del monte Cocuzza, La città acquisì floridezza, giungendo ad avere importanti scambi commerciali con le popolazioni della Grecia e poi andò ellenizzandosi adottando usi greci come l'emissione di monete d'oro, la scrittura con caratteri greci e forse anche il linguaggio greco."

 

1968. L'espansione di Zankle sulla costa settentrionale della

Sicilia dalla metà dell'VIII sec. a. C. agli albori del V sec. a. C.

in Archivio Storico Messinese

Analizzando i diversi momenti della espansione di Zancle, Ryolo, in dissenso con la tesi di Bernabò Brea e Cavalier, nega la fondazione greca di Milazzo, tramandata da Strabone, sostenendo che le necropoli scoperte dimostrano che Milazzo fu città sicula dall'inizio dell'età del ferro sino alla fine del VII sec. a. C. "In tale periodo in essa non vi fu nessuna popolazione greca proveniente dalla cosiddetta colonizzazione greca. Poi, per motivi di cui non abbiamo notizia, gli Zanklei invasero il nostro territorio, sopraffecero i suoi abitanti e distrussero la loro "res pubblica", rendendo Milazzo una dipendenza di Messina", un suo avamposto fortificato.

1968. Sopravvivenze arabe in provincia di Messina

nella rivista Palladio

Lo studio elenca i ruderi e i monumenti arabi scoperti da  Ryolo in provincia di Messina e "segnala molte caratteristiche delle strutture costruttive arabe". I monumenti che Ryolo definisce arabi sono dodici: i castelli di Milazzo, Bauso, Rometta, Capo S. Alessio, Brolo, Montalbano, S. Agata Militello, le "torri saracene" di Roccalumera, S. Lucia del Mela e Piraino, la torre detta di Federico II a Castroreale, e la chiesa del SS. Salvatore sempre a Castroreale. Come "caratteri distintivi" delle costruzioni arabe, oltre a un caratteristico tipo di malta descritto con ricchezza di dettagli tecnici, Ryolo indica la tipologia della struttura muraria, la smussatura degli spigoli, l'impiego di pietra da taglio, le torri quadrate o circolari e le loro scarpate. Del Castello di Milazzo dice che è stato erroneamente attribuito all'epoca di Federico II, "mentre la parte più antica e fondamentale di esso è costruzione araba, quasi certamente del secolo XI".

1971

Nel 1971 Ryolo ha ormai 76 anni, e forse ritiene la sua parabola di uomo e di studioso prossima alla fine, tanto che -come prima non aveva mai fatto- inviare una copia dei suoi scritti alla Biblioteca universitaria di Messina, ma, quando, nella  primavera dell'anno successivo, viene chiamato a censire e schedare il patrimonio architettonico di Milazzo (committente il Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione generale BB.AA, che ha aderito al programma IPCE - Inventario Protezione Patrimonio Culturale Europeo- del Consiglio d'Europa).non si sottrae a un nuovo gravoso impegno, Il lavoro è complesso, e i tempi sono molto stretti: si devono inventariare, schedare e descrivere quasi una trentina di chiese, altrettanti palazzi e ville, i monumenti e le fortificazioni. Le schede prestampate richiedono per ciascuno degli edifici una planimetria della zona, alcune foto, una serie di notizie analitiche riguardanti la descrizione del sito, i dati catastali, la proprietà, la protezione esistente, lo stato di  conservazione della struttura e delle parti complementari, della copertura e dell'interno. Bisogna inoltre indicare i dati tipologici, quelli cronologici, quelli tecnici (materiali, interventi e prospettive di restauro), l'utilizzazione attuale e quella proposta. Il lavoro rischia di essere troppo stressante per un uomo più vicino agli ottanta che ai settant'anni, ma egli -che per quarant'anni, dopo aver raccolto tutte le notizie riportate dai testi storici, ha studiato quei beni, li ha osservati, schedati e fotografati nei suoi sopralluoghi - è l'unico che possa farlo. Comincia il suo lavoro a tavolino, utilizzando il materiale che già possiede: oltre alle schede e agli appunti che è andato redigendo negli anni, gli elenchi delle opere contenute nelle chiese di Milazzo redatti nell'agosto del 1921 dalla Soprintendenza alle Gallerie e ai Musei; quelli redatti fra il novembre del '35 e il marzo del '36, per il Museo Nazionale di Messina; altre note del giugno del '37; le brevi schede del "catalogo delle opere d'arte mobili" che, come Ispettore onorario, aveva inviato, fra il febbraio del '67 e il novembre del '69 alla Soprintendenza alle Gallerie ed Opere d'arte della Sicilia. Si tratta, però, di un materiale che ha bisogno di integrazioni, di foto, di piantine planimetriche, di indicazioni dettagliate. Deve quindi portarsi sui luoghi, e, se non è in grado di scalare Montetrino (la scheda di questa chiesetta, significativamente, è priva di foto), si sobbarca, però, la fatica di tornare ancora una volta in tutti gli altri luoghi che gli siano più accessibili, spostandosi con la sua inconfondibile vecchia Lancia Appia blu (detta in famiglia "l'Appia antica"), a osservare, schizzare, fotografare. Fra il 1 ° e il 18 aprile del `72 licenzia una trentina di schede -soprattutto chiese- poi, fra l'estate e l'autunno, tutte le altre. Alla fine di ottobre il lavoro è concluso: sono state censiti, schedati, descritti e fotografati 26 chiese, 26 fra ville e palazzi, quattro monumenti e cinque complessi di fortificazioni. Di gran parte di essi Ryolo aveva già scritto nella sua "Guida", ma altro è una trattazione discorsiva, in cui ai singoli edifici può essere dedicato uno spazio, più o meno ampio con maggiore o minore cura, altro è l'obbligo di una schedatura analitica, seguendo precise indicazioni, e sintetizzando tutto in poche righe. Da quel censimento sono passati quasi quarant'anni, e molte conoscenze si sono aggiunte a quelle di cui si disponeva Ryolo, consentendo di correggere datazioni e attribuzioni: non si può negare, quindi, che alcune schede mostrino i segni del tempo. Però esse non costituiscono affatto un reperto storico, e, per la loro completezza e l'autorevolezza del loro autore, sono ancora oggi un prezioso strumento di lavoro per ricercatori e studiosi. Come, d'altronde, ha rivelato l'interesse suscitato dalla loro pubblicazione, a partire dal settembre del 1999, sul settimanale milazzese "La Città".

 

1969. Notizie sulla venuta di S. Francesco di Paola a Milazzo e sulla sua chiesa e sul suo convento in Nuova Luce, PP. Minimi

Il breve scritto racconta le vicende della venuta del Santo; data, sulla base di documenti consultati "nell'Archivio del Comune", l'inizio della costruzione dell'attuale convento alla fine del sec. XVI; si interroga sulle caratteristiche della chiesa originaria e descrive quella attuale.

1971. Milazzo preistoria e protostoria

in Regioni

L'articolo dà notizia della "scoperta recentissima" - settembre 1970- di un villaggio neolitico sulla punta settentrionale di Capo Milazzo, risalente al 4500 a.C. coevo -come rivelano i frammenti di ceramica trovati- all'insediamento di Stentinello, in provincia di Siracusa e del Castellaro a Lipari. AMilazzo ha trovato tracce del neolitico in quattro località: al Capo, nel recinto del Castello, in contrada Scaccia e in contrada Badessa (insediamenti, questi ultini due, distrutti intorno al 3000 a.C. da smottamenti e trascinamenti di terreno provocati da importanti convulsioni climatiche). Ryolo definisce "singolare" l''esistenza di quattro agglomerati umani in un territorio esteso appena 2400 ettari e auspica ricerche nei territori degli attuali paesi circostanti. La presenza di una lama di quarzite e di schegge di ossidiana dice che questo popolo aveva relazioni e scambi commerciali con le Eolie, mentre la scoperta, al Capo, di un "nucleo" di ossidiana da cui erano state staccate due "lame" rivela "un'attività artigianale insospettata perché prima tutto faceva supporre che gli abitanti di Lipari barattassero solo utensili" e non la "materia prima".

 

1971. I bagni di Cefalà

in Sicilia Archeologica

Lo studio, pubblicato in una rivista edita dall'Ente Provinciale del Turismo di Trapani, vuole sfatare "la leggenda che i Bagni di Cefalà siano una costruzione araba e precisare le datazione delle loro varie strutture". Descritti l'ubicazione, il contenuto delle acque e l'edificio, riferito quanto gli storici arabi e moderni hanno scritto sulla questione, analizzate le caratteristiche architettoniche dell'edificio, Ryolo conclude che, in realtà, si tratta di una costruzione romana rimaneggiata più volte, anche da maestranze arabe.

1973. Quattro chiesette bizantine in provincia di Messina

in Atti dell'Accademia Peloritana

Ryolo illustra le ragioni per cui ritiene di avere identificato  quattro chiese che per le loro caratteristiche debbono essere ritenute anteriori all'età normanna, e quindi bizantine. Esse sono costituite da "un vano rettangolare formato da quattro muri perimetrali ricoperti da una volta piena a botte, ad arco a tutto sesto, impostata sui muri che costituiscono i lati lunghi" (più spessi di quelli corti per contrastare la spinta della volta), mentre "il muro di fondo ove trovano posto gli altari è triabsidato". Benché tutti gli edifici abbiano subito varie modifiche, la originaria forma può facilmente rivelarsi. La loro struttura ricorda a Ryolo quella del sepolcro bizantino da lui scoperto all'inizio della strada panoramica. Egli ritiene che si tratti di "Martyria", cioè di chiese costruite sulle tombe di un martire o di un fedele morto in odore di santità (da dove "i diavoli fuggono come tormento intollerabile") per cui i cristiani desiderano essere seppelliti vicine ad esse. Piccole e semplici in origine, talora diventarono importanti basiliche. Ryolo elenca tutte le caratteristiche (forma, copertura, tracce dell'altare triabsidato, reliquie sotto l'altare, scoperta -o voce tramandata- di sepolture nell'area circostante) presenti nelle quattro chiese -in particolare nelle due che si trovano a Milazzo: S. Caterina e S. Maria del Boschetto- e conclude datando la loro origine all'età bizantina.

1974. Guida di Milazzo

Sicilia Nuova Editrice, Milazzo

Nuova edizione della Guida del 1963, graficamente più curata (nuovo formato e illustrazioni a colori) e aggiornata con nuove notizie geologiche e archeologiche.

 

1975. Notizie sul territorio di Milazzo. Falda acquifera e storia

geologica, Rotary Club Milazzo, 1980.

Steso nel '75 -ma pubblicato cinque anni dopo- lo scritto rifonde in una trattazione unitaria gli appunti e le note che Ryolo era andato accumulando negli anni. È un'opera composita, resa possibile dall'intrecciarsi di diversi interessi e competenze: la prima parte descrive la falda acquifera della Piana (estensione, portata, fasi, ecc.); la seconda descrive le rocce e i terreni costituenti il territorio di Milazzo (zona  montuosa e zona pianeggiante); la terza è un "tentativo di storia geologica del territorio di Milazzo nel Quaternario" e illustra le variazioni di linea di riva, l'emersione del Promontorio, le trasgressioni e le regressioni che hanno interessato il nostro territorio e le convulsioni climatiche in età preistorica. Chiude il volumetto un'appendice di disegni e foto.

 

1976. Contributi alla conoscenza delle architetture paleocristiana

ed araba in Sicilia

in Bollettino del Centro di studi per la Storia dell'Architettura

Sintesi di una conferenza tenuta nel 1973 al Centro Studi di Roma. Dopo una premessa sulle malte usate degli arabi, descrive gli edifici pre-normanni della provincia di Messina (S. Venera a Barcellona, S. Pietro di Deca a Torrenova, chiese a Rodì, Rometta e S. Marco d'Alunzio), e poi, passando alle costruzioni arabe, si sofferma sul mastio di Milazzo, su cui annuncia la prossima uscita di una pubblicazione.

1980. San Marco d'Alunzio. Cenni storici e monumenti

Rotary Club di S. Agata Militello Aquesto antico paese "Ryolo -scrive nella prefazione Bernabò Brea- dedica da molti anni un amorevole e fattivo interesse più che ne fosse un figlio", un interesse quasi "pari a quello dedicato alla natia Milazzo". Dopo una rapida presentazione del paesaggio e della natura geologica di S. Marco, Ryolo ricostruisce i vari momenti della storia di questa cittadina -dai Greci ai Romani ai Normanni- e descrive in modo dettagliato le caratteristiche delle tre chiese del SS. Salvatore o dei Quattro Santi Dottori, di S. Teodoro e del SS. Salvatore alla Badia Grande. Segue un ricco apparato di note e quasi un centinaio di immagini fotografiche.

 

INEDITI

Appunti per la Storia di Milazzo, manoscritto di annotazioni

tratte dalla lettura di testi storici. Non datato, ma anteriore alle  scoperte archeologiche degli Anni Cinquanta.

Variazioni di linea di riva del territorio di Milazzo (dattiloscritto

datato 6 marzo 1955). Trattazione accurata poi utilizzata per le "Notizie sul territorio di Milazzo" pubblicate nel 1980

 Notizie storiche sull'urbanistica di Milazzo (dattiloscritto

datato 12 marzo 1962). Si presenta come abbozzo di uno studio da approfondire e organizzare meglio. Oscillando fra ricostruzione storica e analisi dell'ubicazione dell'abitato, descrive il territorio di Milazzo, traccia un quadro dei diversi insediamenti preistorici e dell'ubicazione delle diverse necropoli, e riassume, a grandi linee, le vicende storiche della città dal periodo greco e romano all'assedio del 1718-19.

Note illustrative su alcuni castelli compresi nel 26° viaggio di studio dell'Istituto Italiano dei Castelli, di cui Ryolo è socio (dattiloscritto non datato, ma posteriore all'inizio degli Anni Sessanta). I castelli sono quelli di S.Agata Militello, Brolo, Tindari, Milazzo, Villafranca Tirrena, S. Alessio. Di quello di Milazzo dice che la costruzione fu "originariamente araba, eseguita in tre momenti, quasi certamente nella prima metà del sec. XI. Col succedersi dei tempi molti tratti delle cortine murarie sia ad ovest che a sud furono diroccati o andarono in rovina e furono ricostruiti, probabilmente dapprima dai Normanni, poi certamente dagli Svevi, e infine dagli Aragonesi."

Diga sul Mela e problemi di Milazzo. Articolo pubblicato su

"La Tribuna del Mezzogiorno" il 6 e 7 aprile 1965, in cui espone "i pericoli, gli inconvenienti e l'inopportunità della costruzione della diga". Un po' di storia (dattiloscritto -senza data, ma posteriore al 1970- utilissimo anche perché indica con esattezza le date dei suoi ritrovamenti archeologici). Accurata trattazione, corredata di note, che dalla descrizione geologica del territorio passa alle scoperte archeologiche e arriva alla cosiddetta "fondazione greca" di Mylai. Si interrompe bruscamente, ma non è da escludere che in altre carte si possa rinvenirne la continuazione.

 

Il Castello di Milazzo (dattiloscritto forse incompleto; non datato, ma posteriore al 1976). Premesso che il Castello "non è stato sin oggi studiato né osservato, ma guardato superficialmente" (lo stesso Piaggia "non cita documenti a sostegno" delle sue tesi) e che egli è di opinione diversa da quella del prof. Agnello che attribuisce all'età sveva il maschio, dice di proporsi " di esaminare le diverse parti del Castello, cercando di trarre elementi probanti per giungere ad una datazione delle varie opere murarie" La descrizione analitica delle varie parti del maschio è particolarmente curata ed interessante, per le misure, la lettura delle stratificazioni, la trascrizione di scritte e le indicazioni fornite, ma il dattiloscritto si ferma prima di approdare ad una proposta di datazione, se si eccettua questa osservazione finale: "Le uniche manifestazioni dello stile svevo in tutto il maschio sono delle applicazioni seeguite in età sveva a porte preesistenti". Da notare che sulla base delle sue osservazioni Ryolo esprime la convinzione che sul fronte sudest della cinta del mastio "doveva esistere una quarta torre, che venne in seguito demolita". Di essa non erano rimaste tracce visibili, ma i restauri del decennio scorso hanno portato alla luce questa torre, proprio nel luogo in cui Ryolo ne aveva ipotizzata la presenza.

Il titolo di "don" in Sicilia e nel Napoletano, "memorietta" -come egli la definisce- di cui il 25 marzo 1982 invia all'ing. Roberto Colonnello le bozze corrette per la pubblicazione non sappiamo su quale rivista.

Note sparse -non datate- su vari argomenti: sull'Artemisio (tempio certamente di età greca, cui si riferisce una una moneta di bronzo -che faceva parte della sua collezione, e fu poi trafugata- con la testa di Apollo e sul retro l'effigie di Artemide); sul Nauloco ("piccolo rifugio di navi in prossimità di Spadafora"); sui vigneti della Piana (dall'età antica a quella medievale e moderna), sulla geologia, archeologia e storia antica di Milazzo (bozza di conferenza -non datata, ma posteriore al 1970), appunti sugli scavi e i ritrovamenti degli Anni Cinquanta, bozza di una lettera sulle celebrazioni del centenario dei Mille. In un elenco dei suoi lavori del 1982 cita "Homo faber", bozza di una conferenza su cui non abbiamo trovato altre notizie. Fra le sue carte dovrebbe trovarsi anche la relazione che lesse nell'incontro sugli "scavi archeologici del 1950-54 e la preistoria di Milazzo" (organizzato dal Liceo classico Impallomeni nell’84), che costituisce l'ultimo suo scritto, oltre che l'ultima sua presenza in un convegno. Raccogliere in unico fondo tutte le pubblicazioni, i testi inediti, le note e gli appunti lasciati da Ryolo consentirebbe di datare meglio le singole carte, integrarle e completare molti degli scritti che appaiono incompleti.

 

Luigi Bernabo Brea, Il contributo di Domenico

Ryolo alla scoperta della preistoria di Milazzo,

intervento -trascritto di Giacomo Scibona- al Convegno dell'11 novembre 1984 organizzato dal Liceo classico di Milazzo (pubblicato in "Le necropoli di Mylai", Rebus edizioni, 2002). Perché tutto questo si conosce? si sa? si è salvato? Perché c'è stato Ryolo. La Soprintendenza aveva cinque province quando sono arrivato, più Comuni che giorni dell'anno. Io teoricamente, da Siracusa, avrei dovuto amministrare tutto questo territorio... quindi non poteva essere alla Soprintendenza, da Siracusa, promuovere le ricerche. La Soprintendenza andava dietro a quella che era la ricerca locale di chi aveva una base di cultura tale da poter identificare subito il materiale, da poter riconoscere quello che era un coccio insignificante da quello che era il pezzo importante: è questa la grande opera che faceva Ryolo. Io ho conosciuto Ryolo, e siamo diventati ottimi amici, fin dal primo momento in cui sono stato chiamato a reggere la Soprintendenza alle Anti-chità della Sicilia orientale, nei tempi difficilissimi dei primi anni della guerra. Allora non si facevano che gli interventi di salvaguardia, per proteggere le antichità dai bombardamenti … La nostra amicizia, e naturalmente la nostra collaborazione, ha poi prosperato. I nostri rapporti sono diventati molto stretti, molto più quotidiani nel momento in cui, finita la guerra, finiti i primi riassestamenti, la Soprintendenza ha potuto cominciare una nuova attività di ricerca sul terreno. In quest'orientamento, in questa ricerca, naturalmente io come studioso almeno, se non come Soprintendente, sono stato attirato proprio verso Milazzo, verso le isole Eolie, verso questa zona, perché c'era Ryolo, perché ho trovato qui un grande fervore di ricerca sul terreno e di preparazione. Io allora andavo sovente alle Eolie. Allora per raggiungere le Eolie non c'era che il piroscafo della mattina, alle otto, quindi bisognava arrivare la sera. Cenavamo sempre insieme, discutevano insieme tutti i nostri problemi, lui mi faceva vedere tutte le scoperte, mi riferiva tutte le voci che aveva raccolto, non solamente con grande entusiasmo, ma anche con senso critico. Questo è l'importante, perché erano segnalazioni sulle quali io potevo sempre basarmi. Cenavamo insieme ed elaboravamo quei programmi che, a poco per volta, nei limiti del possibile, cercavamo di sviluppare. Quindi il grande merito, in fondo, di avere suscitato quest'interesse, di avere portato qui direttamente l'azione della Soprintendenza, di aver portato in primo piano, nel complesso della sua attività, oltre che le Isole Eolie, anche Milazzo e tutta la zona all'intorno, Longane, Tindari ecc., è in massima parte merito di Ryolo che ci ha continuato a rappresentare, per decenni e decenni, come un Soprintendente locale, perché avevo in lui l'assoluta e totale fiducia. Non solamente la fiducia come amico, ma come tecnico, come persona che conosceva i problemi. Sapevo che quando lui scriveva una cosa, quella era, basta!, decisa come se l'avessi vista io. È cosa che, vi assicuro, capitava molto raramente nel mio vastissimo territorio. Qui invece si lavorava, e si lavorava con successo, con soddisfazione perché le cose venivano fuori…Dobbiamo dire che, oltre a tutte le cose relative alla ricerca sul terreno, Ryolo, come ingegnere, è stato il nostro direttore in una quantità di lavori fatti dalla Soprintendenza. Lo stesso è per i restauri. I primi restauri di tutti gli edifici del castello di Lipari, che abbiamo trovato semidiruti o come locali di caserma da adattare a museo, il primo impianto del parco di Lipari, sono stati fatti dalla Soprintendenza con la progettazione e direzione dei lavori di Ryolo. A Ryolo avevo affidato la direzione tecnico-contabile degli scavi di Tindari insieme al progetto e alla direzione dei lavori dell'Antiquarium. Di più, a Tindari stessa con Ryolo abbiamo fatto la prima parte del restauro di quello straordinario edificio che è la Basilica... ora tutto questo lavoro tecnico è stato eseguito dalla Soprintendenza sotto progettazione e direzione tecnica di Ryolo, impegnato quindi in un lavoro di "ingegneria archeologica", di restauro di monumenti di grosso impegno, di grossa responsabilità...

 

L. Bernabò Brea e M.Cavalier, Mylai,

Novara, 1959, pp. 34, 83, 100

Nell'ottobre del 1950 per la posa di tubi della rete di distribuzione idrica dell'acquedotto comunale di Milazzo si scavò una trincea che seguì dapprima il margine nord della piazza Roma… Dirigeva i lavori l'ing. Domenico Ryolo, Ispettore onorario alle antichità di Milazzo, che teneva ben presente la possibilità che altre tombe analoghe a quelle scoperte dal Griffo (nel dicembre 1938, durante gli scavi per la costruzione della Chiesa madre, era stata rinvenuta un'urna cineraria, ndr) potessero venire in luce. Infatti egli venne a sapere che gli operai durante lo scavo avevano trovato un vaso nel tratto di trincea antistante le ville Cambria e Lorenzini ma che, allettati dalla speranza di un tesoro, si erano affrettati a fracassarlo. Conosciuto ciò, Ryolo ebbe la costanza di presenziare all'intero lavoro di scavo. Così alla sua presenza nello scavo della trincea lungo il primo tratto della via XX.  Già nell'Ottocento si erano avuti ritrovamenti  casuali in vari punti del territorio milazzese (ne riferisce anche il Piaggia), ma è solo nel Novecento che nasce l'archeologia milazzese. Anzi solo nel secondo Novecento ,a partire dalle scoperte degli Anni Cinquanta, quelle dovute alla sagacia di Domenico Ryolo, e studiate in modo impareggiabile da Bernabò Brea e Madeleine Cavalier. Ripercorriamo brevemente i ritrovamenti fortuiti anteriori e gli scavi sistematici posteriori all'attività di Ryolo.

1924. Durante i scavi per la costruzione del monumento di piazza Roma, l'architetto Geraci rinviene un'urna di impasto di colore nero e l'affida a Stefano Mirenda (che nel 1937 la mostra all'ispettore onorario Saverio Magistri).

1928. Il Soprintendente alle Antichità della Sicilia orientale Paolo Orsi compie una rapida ricognizione nel territorio del nostro Comune, alla ricerca di tracce di insediamenti di età classica, ma, nell'articolo dal titolo "Necessità di esplorazioni archeologiche a Milazzo", deve concludere così: " Dove sarà stata la necropoli di Mylae? La mia affannosa ricerca a nulla approdò. Per Mylae tutto è da fare."

1934.Viene trovato nel convento di San Francesco di Paola un pavimento romano a mosaico che P. E. Arias attribuisce all'età degli Antonini.

1937. Saverio Magistri dà notizia del  ritrovamento di un'urna cineraria (simile a quella di Piazza Roma) venuta alla luce, insieme a una fibula metallica e a una lama, nel sito dell'antico Teatro comunale dove si stanno compiendo scavi per la costruzione della nuova Chiesa madre.

1937-39. L'archeologo Pietro Griffo compie (per incarico del Soprin-tendente alle Antichità Giuseppe Cultrera) un'attenta esplorazione archeologica nel territorio di Milazzo e di Olivarella, ma a Milazzo non ottiene risultati, e approda alla "certezza che il territorio di Milazzo è archeologicamente sterilissimo, ove si escluda qualche sporadico caso".

1943. Bernabò Brea -allertato da Ryolo- segue uno scavo nella Grotta di Polifemo dove devono essere posizionati dei cannoni, ma, almeno al livello dello scavo, anche questo terreno si rivela archeologicamente sterile.

1972. Luigi Bernabò Brea lascia - per raggiunti limiti di età- la Soprintendenza alle Antichità della Sicilia orientale.

1976. Nuovi ritrovamenti (che continueranno negli anni successivi) di tombe proto-villanoviane e proto-greche durante lo scavo delle fondamenta di edifici in via XX Settembre, e poi davanti S. Papino. Ne dà notizia il nuovo Soprintendente Giuseppe Voza. I reperti saranno portati a Siracusa ed esposti al Museo archeologico "P. Orsi", ma non vi saranno nuovi studi approfonditi come quelli di Bernabò Brea e Cavalier.

1988. Cominciano i ritrovamenti e gli scavi diretti da Gabriella Tigano, della sezione archeologica della Soprintendenza di Messina, cui -dopo la riforma delle Soprintendenze- è passata la competenza sul territorio di Milazzo. Vengono trovati, in particolare, resti di strutture abitative dell'età del bronzo in viale dei Cipressi (con una capanna ovale della civiltà di Capo Graziano), di necropoli dell'età greca - dalla fine dell'VIII al VI sec. a. C.- nelle contrade Ciantro e S. Giovanni, di abitazioni e strutture per la lavorazione del pesce di età romana a Vaccarella, di tombe tardo-imperiali e bizantine in via Cumbo Borgia.

2002. Viene inaugurato l'Antiquarium "D. Ryolo" dove sono esposti i reperti delle necropoli greche di Mylai, che non erano stati più portati fuori Milazzo, ma sono stati custoditi, con gli altri reperti, nel Deposito archeologico di cui Milazzo si è dotata grazie all'impegno del notaio Andrea Alioto, Ispettore onorario. Intanto si comincia a recuperare l'ala orientale del Quartiere spagnolo per adibirla a sede del Museo Archeologico per cui tanto si era battuto, col sostegno di Bernabò Brea, Domenico Ryolo.

Prima e dopo Ryolo

Settembre tra la piazza Roma e il villino Marino apparvero altri vasi. Informato del nostro prossimo passaggio dal Milazzo, il Ryolo, anziché curare egli stesso il recupero di tali vasi, fece sospendere in quel tratto lo scavo per darci la possibilità di assistere al loro recupero. Si trattava almeno in parte, di tombe ad incinerazione del tipo di quelle che erano state segnalate dal Griffo (…) La necropoli Milazzo ci appare costituita da due tipi nettamente distinti di tombe: le une preelleniche, del tipo protovillanoviano, le altre greche, pur esse ad incinerazione. Anziché di una sola necropoli potremmo in un certo senso parlare di due necropoli che si sovrappongono nella medesima area, l'una preellenica e l'altra greca … Assistiamo al passaggio dal rito dell'inumazione rannicchiata entro pithos (dal vecchio rito, cioè, di lontana origine anatolica, di cui la necropoli del podere Caravello ci aveva attestato la diffusione nella media età del bronzo) al rito nuovo della cremazione...

L. Bernabò Brea e M.Cavalier , Mylai, cit, p. 3. e Gli scavi preistorici di Milazzo (1951-52) rivisti quarant'anni dopo, in "Archeologia a Milazzo. Convegno 29

maggio 1993", Geo-Archeologia, 1994)

Dopo che già una prima campagna di scavi era stata eseguita con soddisfacentissimi risultati nella necropoli protostorica e greco-arcaica dell'istmo, l'Ispettore Onorario alle Antichità della provincia di Messina barone ingegner Domenico Ryolo, convinto che il gruppo di tombe ivi identificato non potesse rappresentare da solo l'insieme nelle necropoli milazzesi, si propose il problema di identificare altre necropoli nelle zone circostanti a quello che rappresentava con evidenza il nucleo principale dell'abitato non solo di età storica, ma anche delle età preistoriche, e cioè il Castello. Le osservazioni sulla topografia del terreno lo indussero a ritenere che il sito più propizio per una necropoli avrebbe dovuto essere una breve piana che si estende immediatamente a nord della rocca e cioè la contrada "sotto il Castello" e verso di essa rivolse le proprie ricerche. Queste furono coronate da successo, perché proprio in quella zona, e precisamente nel terreno di proprietà di Caravello Domenica in Lavinio, poté raccogliere in superficie un buon numero di frammenti di ceramica di impasto, che apparivano subito molto più antichi delle età a cui apparteneva la necropoli dell'istmo. In seguito a tali osservazioni si decise di effettuare dei saggi che ebbero inizio il 10 marzo 1952, il giorno stesso cioè in cui si chiudevano gli scavi della necropoli dell'istmo e che furono proseguiti fino al 24 di detto mese. ... La sera stessa del 10 marzo alla profondità di soli metri 0,45 affiorarono tracce delle prime due tombe rovinatissime, ma comunque di buon augurio per il seguito delle ricerche…. ...Con una trincea serpeggiante fra grandi alberi di ulivo e con saggi minori ai lati di essa, si mise in luce la necropoli con inumazioni entro grandi pithoi, disposti orizzontalmente nel terreno, riferibili alla cultura del Milazzese (la penisoletta dell'isola di Panarea su cui si è scoperto un villaggio della media età del bronzo, ndr) databile fra la fine del XV e la prima metà del XIII secolo a. C. … La necropoli andrebbe oggi ripresa con un grosso cantiere di scavo, ritrovando la nostra prima esplorazione che dovremmo considerare sommaria, e ricercando ulteriormente con l'intendimento che lì ci possono essere non solamente delle tombe a pithos e un po' di pietrame disordinato… “I tempi apparivano maturi perché venisse riproposta la realizzazione di un museo a Milazzo, e Ryolo rinnovava il suo impegno, avvalendosi anche dell'autorevole appoggio di Bernabò Brea. L'indifferenza dall'Amministrazione dell'epoca, che si limitava ad assegnare un modesto locale e poi un vecchio edificio cadente, portava però la Soprintendenza alla determinazione di trasferire i vari reperti al museo di Lipari, alla cui realizzazione aveva collaborato lo stesso Ryolo. L'ing. Ryolo, tuttavia, nonostante le difficoltà e le disillusioni, non abbandonava l'idea del museo, e, sia pure in modo informale, approntava nel 1958 un progetto di ricostruzione di quello che restava del palazzo Carrozza. L'opera, che avrebbe comportato la spesa di cento milioni, come si evince dagli appunti di Ryolo, insiste nell'area del vecchio fabbricato Carrozza e parti annesse. Impegna un fronte di 37 m. x 24 su via Umberto I (ang. via Madonna del Lume), si articola su due piani ciascuno di mq 629 e prevede un salone di mq 132, aperto verso un ampio cortile, e dieci vani, oltre l'ingresso principale, al piano terra ed un altro salone con otto vani al primo piano. La parte più consistente nell'area prevista riguarda, come si è detto, l'ex palazzo Carrozza, ridotta ad un ammasso di ruderi (poi abbattuto), che rappresentava un pregevole esemplare d'architettura della prima metà del Settecento, donato dal rev. abate don Francesco Polidoro Carrozza (atto di donazione del 4 giugno 1778), affinché con il reddito ricavato dal suo uso un'apposita Fon-dazione (Comune ed Arcipretura) curasse l'istituzione di scuole pubbliche. Ryolo, intanto, preoccupato per le irrazionali proposte di utilizzazione dell'area del palazzo, invita la Soprintendenza a porre un vincolo, non senza chiarire che la ricostruzione della facciata è ancora possibile, posto che buona parte dei materiali erano conservati, mentre quelli mancanti potevano essere riprodotti sulla scorta di fotografie e di disegni."

“I tempi apparivano maturi perché venisse riproposta la realizzazione di un museo a Milazzo, e Ryolo rinnovava il suo impegno, avvalendosi anche dell'autorevole appoggio di Bernabò Brea. L'indifferenza dall'Amministrazione dell'epoca, che si limitava ad assegnare un modesto locale e poi un vecchio edificio cadente, portava però la Soprintendenza alla determinazione di trasferire i vari reperti al museo di Lipari, alla cui realizzazione aveva collaborato lo stesso Ryolo. L'ing. Ryolo, tuttavia, nonostante le difficoltà e le disillusioni, non abbandonava  l'idea del museo, e, sia pure in modo informale, approntava nel 1958 un progetto di ricostruzione di quello che restava del palazzo Carrozza. L'opera, che avrebbe comportato la spesa di cento milioni, come si evince dagli appunti di Ryolo, insiste nell'area del vecchio fabbricato Carrozza e parti annesse. Impegna un fronte di 37 m. x 24 su via Umberto I (ang. via Madonna del Lume), si articola su due piani ciascuno di mq 629 e prevede un salone di mq 132, aperto verso un ampio cortile, e dieci vani, oltre l'ingresso principale, al piano terra ed un altro salone con otto vani al primo piano. La parte più consistente nell'area prevista riguarda, come si è detto, l'ex palazzo Carrozza, ridotta ad un ammasso di ruderi (poi abbattuto), che rappresentava un pregevole esemplare d'architettura della prima metà del Settecento, donato dal rev. abate don Francesco Polidoro Carrozza (atto di donazione del 4 giugno 1778), affinché con il reddito ricavato dal suo uso un'apposita Fon-dazione (Comune ed Arcipretura) curasse l'istituzione di scuole pubbliche. Ryolo, intanto, preoccupato per le irrazionali proposte di utilizzazione dell'area del palazzo, invita la Soprintendenza a porre un vincolo, non senza chiarire che la ricostruzione della facciata è ancora possibile, posto che buona parte dei materiali erano conservati, mentre quelli mancanti potevano essere riprodotti sulla scorta di fotografie e di disegni."

 

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