Pensiero Mazziniano

Il cancelliere dott. Gino Celebre

Anniversari, riletture, revisionismi

Il pensiero mazziniano

 

Gino Celebre e l'amore a Milazzo

Gino Celebre e la guerra a Milazzo

a cura si Luigi Celebre 

E' ormai quasi una moda che ad ogni anniversario importante (cinquantenario, centenario, ecc.) seguano puntualmente delle riletture del pensiero e delle azioni che, non di rado, sfociano in un revisionismo di contestazione e di condanna frutto di convinzioni ideologiche. È quasi una moda perché, per alcuni, è un vezzo per apparire intellettuali e storici. Alcune riletture e revisioni non sono frutto di ricerche storiche documentate ed hanno il difetto di trarre delle conclusioni dall'esame di fatti isolati, avulsi dal contesto storico, e quel che è peggio sono frutto di mitizzazioni di "leggende metropolitane".

 

 Archiviate con celebrazioni inferiori a quel che meritavano i bicentenari della nascita di Mazzini (2005) e di Garibaldi (2007), sta passando quasi sono silenzio il bicentenario della nascita di Cavour. La commemorazione del 150° anniversario dell'epica, leggendaria e gloriosa impresa dei Mille sta per concludersi, tranne poche lodevoli eccezioni, anch'essa in tono minore ed accompagnata da sterili ed antistoriche contestazioni. Non migliore fortuna pare sia riservata al 150° anniversario dell'unità nazionale per il rifiorire di vecchi campanilismi per veri o presunti torti subiti, dalla nascita di formazioni politiche territoriali che rivendicano riparazioni per malgoverno avvenuto nel lontano passato, senza alcuna proiezione per il comune cammino futuro. È pacifico che la stona non si scrive con i ''se", né con le "ipotesi", come è evidente che la politica deve guardare al futuro e che lo sguardo al passato, senza nostalgie, serve soprattutto per evitare di ripetere errori. A quanti, nella corsa di un esasperato campanilismo tendente a difendere l'attuale maggior benessere economico, invocano purezza di razza mi sembra opportuno offrire alla loro riflessione il seguente pensiero dello storico inglese Edward Gibbon: "La miopia politica di conservare senza interferenze straniere la primitiva purezza. del sangue aveva frenato la fortuna e affrettato la rovina di Atene e Sparta". Ed a quanti, in buona fede, sognano nuova entità territoriali ed un federalismo egoista citando Cattaneo ritengo sia utile rispondere con il seguente pensiero del Cattaneo:
"L'autogoverno locale è il cuore del patriottismo e dell'unità della nazione, non un espediente per sottrarsi agli obblighi comuni". Qualche accenno a fatti di cronaca relativamente recenti può servire a rendere più comprensibili le preoccupazioni e le censure sopra accennate. La picconatura della lapide di una piazza, intitolata a Garibaldi, ad opera di un sindaco del messinese, per intitolare la piazza al ricordo di una battaglia navale del 4 luglio 1299 non tiene conto che Garibaldi con i suoi volontari, che determinarono la caduta del regno delle due Sicilie, erano animati da grande amor di Patria ed era forte in loro l'anelito di libertà e di giustizia sociale. Essi contribu­irono in maniera decisiva e determinante a por fine che l'Italia venisse conside­rata solo un'espressione geografica. Per meglio conoscere l'evento del 4 luglio 1299 stralciamo da uno scritto dello storico Massimo Gangi il seguente periodo: 
"Ad attaccare erano le truppe di Giacomo II, già re di Sicilia che, alla morte del fratello Alfonso III, aveva cinto anche la corona aragonese, a difendersi erano le navi e le truppe di Federico III che nel 1296, dal popolo siciliano era stato proclamato re, unico, solo e indipendente di Sicilia". Per meglio inquadrare i personaggi ed il contesto storico è bene non dimenticare che Federico III era il fratello minore di Giacomo II e che entrambi erano Aragonesi, quindi Spagnoli. Federico III aveva tenuto l'isola in qualità di reggente e la sua designazione a re di Sicilia era stata fatta dai magnati catalani, aragonesi, isolani e dai sindaci delle comunità cittadine riuniti a Palermo. La decisione veniva confermata in una riunione dei nobili e dei rappresentanti delle città regie, non feudali svoltasi a Catania. Il popolo siciliano era il grande assente perché si era in pieno feudalesimo. L'identità nazionale che venne formulata dopo molti secoli era sconosciuta ed i regnanti passavano da un regno ad un altro per diritto di successione ereditaria, come se si trattasse del possesso di un terreno o di un fabbricato. Si trattò di una guerra di dominio e di conquista fra due fratelli. Era l'epoca, è bene non dimenticarlo, nella quale i baroni avevano il "mero e misto Imperio" e cioè, per essere più chiari il diritto di vita e di morte delle genti del loro territorio, che a volte si traduceva fino allo "jus primae noctis". Diametralmente opposta fu l'azione dei Mille, che non si batterono per un signo­re o padrone ma per l'ideale di NAZIONE definito dopo la rivoluzione francese. Se poi i regnanti ed i governi che seguirono delusero le aspettative di libertà e di giustizia sociale è certo che la colpa non può addebitarsi a Garibaldi ed ai suoi volontari. Nessuno ha mai messo in dubbio le capacità militari, né la lealtà e fedeltà al suo re del col. Bosco. Gli ignori autori del manifesto (nostalgici borbonici?) forse non si sono resi conto che esaltando il Bosco hanno maggiormente esaltato il valore dei garibaldini che, malgrado le gravi perdite (800 tra morti e feriti), riuscirono a vincere superando tutte le difficoltà a causa delle fortificazioni e del migliore armamento degli avversari. Battaglia nel corso della quale Garibaldi rischiò la vita, in occasione di un attacco della cavalleria borbonica che lo impegnò ad un duello con la sciabola, (episodio eternato in una bella poesia di Giovanni Pascoli). Tornando al tempo presente non di rado capita di vedere fra i neo-federalisti e i neo movimenti autonomisti politici che militavano in partiti, assertori e fautori del centralismo, che ritardarono in venti anni la costituzione delle Regioni. Si sono convertiti al federalismo?
Mi auguro che la loro conversione sia sincera e non strumentale per seguire la moda del momento. A quei pochi che sognano irrealizzabili e dannose separazioni viene da chiedere, a parte tutte le considerazioni di ordine politico, se hanno valutato a quanto si ridurrebbe il loro peso politico di fronte alle grandi potenze che dominano la scena mondiale, ed a quanto quello economico in una società globalizzata. Lo sguardo al passato è necessario per trame insegnamento ed evitare così di ripetere gli stessi errori. Occorre guardare al domani e per il futuro la strada migliore è quella tracciata da Mazzini il 15 aprile 1834 con la "Giovane Europa" e cioè la creazione degli Stati Uniti d'Europa.

                                      Luigi Celebre

 


 

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