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(tratto da
"Il pensiero
mazziniano")
cfr a cura si Luigi Celebre Gino Celebre e l'amore a Milazzo Gino Celebre e la guerra a Milazzo . . Archiviate con celebrazioni inferiori a quel che
meritavano i bicentenari della nascita di Mazzini (2005) e di Garibaldi
(2007), sta passando quasi sono silenzio il bicentenario della nascita
di Cavour. La commemorazione del 150° anniversario dell'epica,
leggendaria e gloriosa impresa dei Mille sta per concludersi, tranne
poche lodevoli eccezioni, anch'essa in tono minore ed accompagnata da
sterili ed antistoriche contestazioni. Non migliore fortuna pare sia
riservata al 150° anniversario dell'unità nazionale per il rifiorire
di vecchi campanilismi per veri o presunti torti subiti, dalla nascita
di formazioni politiche territoriali che rivendicano riparazioni per
malgoverno avvenuto nel lontano passato, senza alcuna proiezione per
il comune cammino futuro. È pacifico che la stona non si scrive con i
''se", né con le "ipotesi", come è evidente che la
politica deve guardare al futuro e che lo sguardo al passato, senza
nostalgie, serve soprattutto per evitare di ripetere errori. A
quanti, nella corsa di un esasperato campanilismo tendente a difendere
l'attuale maggior benessere economico, invocano purezza di razza mi
sembra opportuno offrire alla loro riflessione il seguente pensiero
dello storico inglese Edward Gibbon: "La miopia politica di
conservare senza interferenze straniere la primitiva purezza.
del sangue aveva frenato la fortuna e affrettato la rovina di Atene
e Sparta". Ed a quanti, in buona fede, sognano nuova entità
territoriali ed un federalismo egoista citando Cattaneo ritengo sia
utile rispondere con il seguente pensiero del Cattaneo: . "L'autogoverno locale è il cuore del patriottismo e dell'unità
della nazione, non un espediente per sottrarsi agli obblighi
comuni". Qualche accenno a
fatti di cronaca relativamente recenti può servire a rendere più
comprensibili le preoccupazioni e le censure sopra accennate. La
picconatura della lapide di una piazza,
intitolata a Garibaldi, ad opera di un sindaco del messinese, per
intitolare la piazza al ricordo di una battaglia navale del 4 luglio
1299 non tiene conto che Garibaldi con i suoi volontari, che
determinarono
la caduta del regno delle due Sicilie, erano animati da grande amor di
Patria ed era forte in loro l'anelito di libertà e di giustizia
sociale. Essi contribuirono in maniera decisiva e determinante a por
fine che l'Italia venisse considerata solo un'espressione geografica.
Per meglio conoscere l'evento del 4 luglio 1299 stralciamo da uno
scritto dello storico Massimo Gangi il seguente periodo: . "Ad attaccare erano le truppe di Giacomo II, già re di Sicilia che,
alla morte del fratello Alfonso III, aveva cinto anche la corona
aragonese, a difendersi erano le navi e le truppe di Federico III che
nel 1296, dal popolo siciliano era stato proclamato re, unico, solo e
indipendente di Sicilia". Per meglio
inquadrare i personaggi ed il contesto storico è bene non dimenticare
che Federico III era il fratello minore di Giacomo II e che entrambi
erano Aragonesi, quindi Spagnoli. Federico III aveva tenuto l'isola in
qualità di reggente e la sua designazione a re di Sicilia era stata
fatta dai magnati catalani, aragonesi, isolani e dai sindaci delle
comunità cittadine riuniti a Palermo. La decisione veniva confermata in
una riunione dei nobili e dei rappresentanti delle città regie, non
feudali svoltasi a Catania. Il
popolo siciliano era il grande assente perché si era in pieno
feudalesimo. L'identità nazionale che venne formulata dopo molti secoli
era sconosciuta ed i regnanti passavano da un regno ad un altro per
diritto di successione ereditaria, come se si trattasse del possesso di
un terreno o di un fabbricato. Si trattò di una guerra di dominio e di
conquista fra due fratelli. Era l'epoca, è bene non dimenticarlo, nella
quale i baroni avevano il "mero e misto Imperio" e cioè, per
essere più chiari il diritto di vita e di morte delle genti del loro
territorio, che a volte si traduceva fino allo "jus primae noctis".
Diametralmente opposta fu l'azione dei Mille, che non si batterono per
un signore o padrone ma per l'ideale di NAZIONE definito dopo la
rivoluzione francese. Se poi i regnanti ed i governi che seguirono
delusero le aspettative di libertà e di giustizia sociale è certo che
la colpa non può addebitarsi a Garibaldi ed ai suoi volontari. Nessuno ha
mai messo in dubbio le capacità militari, né la lealtà e fedeltà al
suo re del col. Bosco. Gli ignori autori del manifesto (nostalgici borbonici?) forse non si sono
resi conto che esaltando il Bosco hanno maggiormente esaltato il valore
dei garibaldini che, malgrado le gravi perdite (800 tra morti e feriti),
riuscirono a vincere superando tutte le difficoltà a causa delle
fortificazioni e del migliore armamento degli avversari. Battaglia nel
corso della quale Garibaldi rischiò la vita,
in occasione di un attacco della cavalleria borbonica che lo impegnò
ad un duello con la sciabola, (episodio eternato in una bella poesia di
Giovanni Pascoli). Tornando al tempo presente non di rado capita di
vedere fra i neo-federalisti e i neo movimenti autonomisti politici che
militavano in partiti, assertori e fautori del centralismo, che
ritardarono in venti anni la costituzione delle Regioni. Si sono
convertiti al federalismo? Mi auguro che la loro conversione sia sincera e non strumentale per seguire la moda del momento. A quei pochi che sognano irrealizzabili e dannose separazioni viene da chiedere, a parte tutte le considerazioni di ordine politico, se hanno valutato a quanto si ridurrebbe il loro peso politico di fronte alle grandi potenze che dominano la scena mondiale, ed a quanto quello economico in una società globalizzata. Lo sguardo al passato è necessario per trame insegnamento ed evitare così di ripetere gli stessi errori. Occorre guardare al domani e per il futuro la strada migliore è quella tracciata da Mazzini il 15 aprile 1834 con la "Giovane Europa" e cioè la creazione degli Stati Uniti d'Europa. Luigi
Celebre
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