La Beata Candida di Milazzo

a cura del Dott.  Prof.  Salvatore  Italiano 

L’Urna di S. Candida M. custodita presso il Santuario  di  San  francesco  da  Paola i n   M i l a z z o

Relazione storico-agiografica    Milazzo   20 Dicembre 2008

 
 
 

 

 Lo scrivente dichiara di aver redatto il presente studio storico agiografico con il preciso intento di dirimere una questione di carattere culturale, a cui però sono legati inscindibilmente aspetti di ordine religioso e devozionale, e di aver operato in piena coscienza nel rispetto della verità storica e della sensibilità della pietà popolare, nonché della sacralità propria dell’argomento oggetto di indagine.   Tutti i diritti riservati.

 

Sommario

 TOC \o "1-3" \h \z \u Sommario.. PAGEREF _Toc305366194 \h 3La Beata Candida, il cui corpo è sito nel santuario, devota al Santo

Ratio operis. PAGEREF _Toc305366195 \h 4

La tradizione agiografica sulla “Beata” Candida a Milazzo.. PAGEREF _Toc305366196 \h 7

L’iscrizione sull’urna e il documento di autentica.. PAGEREF _Toc305366197 \h 13

Descrizione urna e contenuto.. PAGEREF _Toc305366198 \h 18

“Martiri inventi”  e  “corpi santi”. PAGEREF _Toc305366199 \h 21

Traslatio a Milazzo e  commistione della tradizione. PAGEREF _Toc305366200 \h 24

Conclusioni PAGEREF _Toc305366201 \h 26

Bibliografia.. PAGEREF _Toc305366202 \h 28

 

Ratio operis

Il culto delle reliquie è accuratamente disciplinato dalla Chiesa (cfr. CJC can. 1190) che offre alla venerazione dei fedeli i corpi dei Santi, considerandoli una realtà fisica che ha un rapporto speciale con la grazia: ogni santo ha vissuto nella sua persona la santità, operando giorno per giorno in comunione di grazia con Dio, e il suo corpo è stato abitato dalla stessa grazia in maniera esemplare. La reliquia trae il suo pregio dall’essere segno tangibile della presenza del Santo a cui appartenne e, in un certo senso, dall’essere ancora ricettacolo e veicolo della grazia santificante che fu elargita all’individuo che seppe uniformare la sua vita a Cristo, entrando in piena comunione con la sua natura umana e divina.

Per questo, sin dagli albori dell’era cristiana, nei luoghi di culto si conservano i corpi dei Santi ed in particolare dei Martiri o anche parti, più o meno significative ed importanti di essi. Va precisato anzi che i più antichi luoghi sacri coincidono con le sepolture dei martiri, intorno alle quali, successivamente, sorgono chiese e basiliche.

A seconda della loro natura le reliquie possono essere di prima, di seconda e di terza classe. Quanto rimane del corpo di un santo, mummificato o mineralizzato, si considera reliquia di prima classe. In funzione poi della sua importanza, la reliquia di prima classe può essere definita insigne, se ad esempio si tratta del corpo, della testa o di un arto. Le reliquie di seconda classe sono invece gli oggetti di uso quotidiano e gli indumenti usati dai Santi o anche gli strumenti del martirio. Le reliquie di terza classe sono infine le cosiddette “reliquie da contatto” e sono rappresentate da oggetti e soprattutto da tessuti venuti a stretto contatto con le reliquie di prima classe.

Le reliquie, sia ex corpore sia ex indumentis, vengono solitamente conservate in pregiati reliquiari, realizzati da maestri artigiani con l’impiego di materiali preziosi, e da sempre movimentano masse di pellegrini che si recano a venerarle nei Santuari, percorrendo in alcuni casi anche grandi distanze.

Sebbene il commercio di reliquie sia espressamente vietato, consistendo di fatto in una profanazione degli oggetti sacri, indebitamente ceduti ed acquistati a titolo oneroso, soprattutto in epoca medioevale si assistette ad una straordinaria “proliferazione” e “movimentazione” di reliquie insigni. Queste, portate in tutta Europa dai Crociati di ritorno dalla Terra Santa, si segnalarono soprattutto per il valore economico che venne loro riconosciuto, che le rese oggetto di scambio di importanti “favori” tra sovrani, componenti di rilievo di doti reali e di lasciti testamentari, termine di confronto monetario con altri oggetti sicuramente preziosi, ma non sacri. Non di rado, reliquie particolarmente importanti come i corpi degli Apostoli furono traslate a mezzo di fortunosi trafugamenti per fare la fortuna dei siti che le ricevettero: la città che poté vantare la grazia di ospitare questi celesti tesori vide accrescersi significativamente il proprio prestigio e la propria importanza civile e militare, acquisendo un ruolo predominante sulle città e sulle regioni viciniori.

Anche in epoca moderna e contemporanea le reliquie mantengono la loro attrattiva ed il loro interesse economico, che si traduce, però, nella capacità di attirare pellegrini verso il santuario che le custodisce e che da esse trae la propria importanza e la relativa fama.

La diffusione delle reliquie ebbe un significativo incremento con la riscoperta delle catacombe, di cui si cominciò uno scavo sistematico a partire dal tardo Cinquecento.

Si impose così la necessità di garantire l’autenticità delle reliquie custodite nei diversi luoghi di culto e la Chiesa predispose criteri sempre più precisi per procedere a questo adempimento, giungendo a formalizzare dei documenti a ciò deputati in forma di lettera ufficiale.

Occorre precisare che la Chiesa ha sempre avvertito la necessità di discernere e di assicurare la genuinità delle fonti agiografiche e di avere certezza della provenienza di tracce fisiche, monumenti e cimeli consegnati dalla tradizione. Di fatto, però, non di rado il dato storico è stato alterato dalle leggende popolari, sino a perdere ogni riferimento concreto con la realtà degli eventi, con la sostanza dei documenti e perfino con le testimonianze monumentali.

 

Dalla necessità di avere cognizione di causa di una particolare reliquia posta alla venerazione dei fedeli scaturisce il presente lavoro di ricerca, che ha per oggetto l’identificazione dell’insigne reliquia popolarmente venerata come “Corpo della Beata Candida”, custodita nella Cappella laterale del Santuario di San Francesco da Paola in Milazzo.

Nel 2006, lo scrivente, con la pubblicazione di un articolo sul periodico “La Voce di Milazzo”, trascrivendo di fatto l’insieme di racconti uditi sin dall’infanzia, pur con profonde perplessità, accettava di avallare la tradizione popolare milazzese, sostenuta da tutti gli appassionati di storia locale contemporanei, i quali, nelle loro guide della Città di Milazzo, sono concordi nell’affermare che il corpo in questione appartiene alla “Beata Candida”.

Tuttavia, il dubbio di allora ha sollecitato l’approfondimento della questione attraverso la lettura analitica dei pochissimi ma significativi elementi oggettivamente riscontrabili ed una osservazione critica della tradizione popolare. Per chi scrive è stato così possibile riuscire a non soggiacere all’influsso “affettivo” della memoria, per cogliere ogni dato nella sua reale dimensione storica.

La motivazione dell’indagine di carattere storico-agiografico scaturisce infatti dal rilievo della coesistenza di elementi tra loro incompatibili, che vedono contrapporsi da un lato la devozione popolare che venera i resti come appartenenti alla figura di una mistica del XV secolo, e dall’altro la sussistenza di documenti ed indizi attestanti che i reperti ossei esposti presso il Santuario, composti in forma di corpo umano con sembianze muliebri, sono stati estratti da una catacomba romana.

Lo studio si prefigge pertanto di dare risposta al quesito che si pone in merito all’identità della “Beata Candida”, della quale si ha ampia attestazione nella tradizione popolare e puntuale riscontro nella devozione che si perpetra ancora oggi, ma di cui non si rinviene alcun atto documentale, in quanto la lettera di autentica conservata nell’Archivio del Santuario si riferisce al “Corpo di S. Candida M.”.

Di conseguenza risulta indispensabile fare chiarezza sull’attribuzione delle reliquie custodite nell’urna esposta nella Cappella laterale del Santuario.

La ricerca si articola quindi attraverso la valutazione dei seguenti elementi:

·        Collazione ed esame della tradizione agiografica locale.

·        Osservazione e ricognizione esterna delle reliquie.

·        Traduzione ed analisi del documento di autentica.

Il lavoro si conclude attraverso la formulazione di una sintesi critica che contiene la proposta di risoluzione della questione in oggetto.


 

La tradizione agiografica sulla “Beata” Candida a Milazzo

Una antichissima ed ininterrotta tradizione milazzese ci consegna la figura di Candida, popolarmente venerata con il titolo di Beata, il cui corpo si conserverebbe presso il Santuario di San Francesco da Paola, ove sarebbe stato rinvenuto intorno al 1770.

Candida, giovane milazzese vissuta nel XV secolo, sarebbe stata una delle prime discepole di San Francesco da Paola, avendo avuto il privilegio di conoscere il Santo durante il suo soggiorno a Milazzo, che, tradizionalmente datato tra il 1464 e il 1467, si sarebbe invece protratto tra il 1479 e il 1482, secondo quanto emerge da un più accurato studio delle fonti ed in primis degli atti e delle deposizioni dei testi del processo canonico che portò l’Eremita Paolano all’onore degli altari.

P. Paolo Raponi, Religioso Minimo, rileva che, mentre la tradizione fa risalire l’arrivo di San Francesco a Milazzo al 4 Aprile 1467, con permanenza sino ai primi mesi del 1468, in realtà, tali date devono essere riviste e spostate di almeno dodici anni, collocando la presenza di San Francesco in Sicilia e quindi a Milazzo tra il 1479 e il 1482.

In merito vale la pena ricordare che già il P. Roberti nella biografia del Santo, a proposito dell’arrivo di San Francesco in Sicilia, in una nota osserva: “La data tradizionale del 1464 è quella seguita da tutti i biografi del Santo. La seguo anch’io; devo però confessare quanto sia difficile accordarla con le deposizioni dei testi esaminati nei Processi. [1] E poi, lo stesso autore, notando l’assenza di lettere del Santo nell’arco del triennio 1464-1467 dalla Sicilia, annota: “Vi è però un’altra cosa che non si riesce a spiegare. Nella citata Centuria si trovano riportate non meno di sette lettere: a cominciare dalla XLIX, scritta il 29 Settembre 1464, fino alla LV, scritta il 1 Novembre 1467, le quali sono tutte dirette al signor Simone d’Alimena, e tutte sono spedite dal nostro luoco di Paola, tranne l’ultima, che porta l’indicazione dal nostro luoco di Spezzano.[2] Il P. Roberti lascia comunque insoluto il quesito, contentandosi di affermare: “Ma se della dimora di Francesco in Sicilia non ci rimane alcuno suo scritto, ci resta qualcosa di più notevole e di più prezioso: i frutti salutarissimi dell’opera sua.[3]

In tali “frutti salutarissimi” si iscrive a buon diritto la figura di Candida, per la quale è possibile supporre che, affascinata dalla parola e dalla coerenza al Vangelo del Fondatore dei Minimi, si sia ispirata al suo austero esempio di vita, consacrandosi “monaca di casa” per dedicarsi interamente a Dio nella preghiera, nella penitenza e nel soccorso dei più bisognosi.

Alla partenza del Santo dalla Città gli avrebbe chiesto un ricordo, ed il Taumaturgo Paolano avrebbe accondisceso a tale richiesta, imprimendo prodigiosamente la propria immagine sulla porta di casa di Candida. Detta tavola, impreziosita da un artistico rivestimento in argento che lasciava scoperto solo il volto della figura di San Francesco, era venerata sull’altare maggiore del Santuario, sino a quando non andò perduta nell’incendio del 1908.

Alla pia devota di San Francesco, spentasi in odore di santità nella seconda metà del XV secolo, fu data sepoltura presso il Santuario in una tomba isolata, dalla quale sarebbe stata estratta praticamente intatta dopo circa tre secoli dalla morte e quindi esposta alla venerazione dei fedeli in un’urna lignea munita di un pannello in vetro, nella quale si presenta distesa nella posa della dormitio.

Secondo un ramo fantastico della stessa tradizione la “Beata” Candida diverrà Santa quando compirà il miracolo di distendere la gamba destra, che attualmente si presenta flessa e quasi accavallata sulla sinistra.

Secondo un’altra versione la canonizzazione avverrà dopo la morte dell’ultimo discendente della famiglia a cui appartenne la Serva di Dio.

Secondo altri, infine, Candida avrebbe intenzione di mostrare un prodigio alzandosi dal suo giaciglio, dal quale si solleverebbe gradualmente rimanendo “sospesa”, per cui, di tanto in tanto, sarebbe necessario aggiungere o ispessire i cuscini su cui è adagiata, onde celare il fatto che sarebbe in grado di sorreggersi da sé stessa.

La causa della diffusione e della sussistenza di tali credenze, apparentemente prive di alcun significato e ancora oggi riscontrabili presso taluni “devoti”, è da ricercarsi nel fatto che la fantasia popolare è profondamente colpita dalla “mancata” canonizzazione della Serva di Dio che invece, a livello locale, gode di una forte devozione, perciò proliferano tali racconti “mitologici” a cui soggiace l’intento di fissare condizioni e termini, comunque imprecisati, per la glorificazione terrena della devota minima milazzese.

Le ipotesi della distensione della gamba e del sollevamento del corpo sono proiezioni fantastiche derivanti dal falso aspetto incorrotto del corpo e dalla posa articolata della dormitio, mentre la condizione della morte dell’ultimo parente è in un certo senso una giustificazione rassicurante della mancata canonizzazione, indicando che la discendenza di Candida sarebbe ancora tra i suoi concittadini, e ciò contribuirebbe a rendere migliore e privilegiata tutta la Comunità. Sotto un altro punto di vista, invece, un familiare della Santa, seppure così lontano nel tempo, avrebbe a inorgoglirsi per un simile onore toccato alla famiglia, commettendo un peccato. Tale prospettiva, nell’idea dei devoti che tramandano questo racconto, renderebbe accettabile alla stessa Candida il ritardo per il quale non si è ancora proceduto al riconoscimento delle sue virtù eroiche da parte della Chiesa.

Sino alla prima metà del ‘900, l’effigie di San Francesco si trovava nella stessa cappelletta che ancora oggi ospita le venerate spoglie della “Beata”, e nell’immaginario collettivo tale elemento ha confermato l’idea della vicinanza spirituale tra il Maestro e la Discepola.

Alla pia mistica milazzese è stata finanche attribuita una precisa famiglia d’origine, i Leonte, in funzione dello stemma presente sul pavimento nel vano di accesso dell’ambiente in cui si trova. Appare evidente come quest’ultima indicazione sia una forzatura priva di alcun riferimento, stante il fatto che l’urna ha subito diversi spostamenti all’interno del Tempio, trovandosi così in prossimità di lastre tombali con stemmi di famiglie diverse di volta in volta.

L’agiografia locale annovera numerose figure di pie mistiche, vissute tra la fine del XV secolo e gli inizi del XVIII, cadute però in totale oblio, la cui vita sarebbe un esempio di santità conquistata tra digiuni, cilici e aspre penitenze d’ogni tipo ricercate per amore dello “Sposo Mistico”, che corrisponde con effluvio di soavissimi profumi e prodigiose moltiplicazioni di pani e d’olio. A differenza di queste donne, di cui fanno memoria gli scrittori di storia religiosa milazzese come il P. Francesco Napoli, il ricordo di Candida, figlia spirituale di Francesco, si è sottratto agli stereotipi della narrazione miracolistica tipica del pietismo post tridentino, ed è pervenuto alla devozione popolare contemporanea senza però che vi sia traccia negli scritti dei secoli precedenti.

Il culto locale non è supportato da alcuna celebrazione liturgica espressamente dedicata dalla Chiesa alla mistica devota di San Francesco, poiché non vi fu mai alcun processo canonico che potesse condurla all’onore degli altari, previa beatificazione. Pertanto la “Beata” milazzese non figura nel novero dei beati del Martirologio Romano.

Ciononostante tutti gli storici locali, nella seconda metà del XX secolo, le attribuiscono tale titolo e ne riconoscono le spoglie in quelle custodite nella cassa esposta nella Cappella laterale del Santuario di San Francesco in Milazzo.

In merito, il Ryolo, nella sua “Guida” del 1963, segnala: “Presso l’ingresso, di fronte alla Sacrestia vi è il corpo della beata Candida, onorata di culto popolare[4].

Il Micale, in una pubblicazione del 1974, parla del “corpo della Beata Candida Leonte, vergine milazzese, discepola di San Francesco di Paola, morta in fama di santità sul finire del XV secolo[5], e successivamente, nel 1996, precisa che “in una antica artistica bara in legno e vetro, è esposto il corpo imbalsamato della “Beata Candida” Vergine milazzese discepola di S.Francesco da Paola, morta in fama di santità nel 1470 e della quale la Sacra Prefettura Apostolica ufficializzò la venerazione delle sacre reliquie con atto datato Roma 14 giugno 1784. Apparteneva alla famiglia patrizia dei Leonte e lo stemma gentilizio è riprodotto in marmo sul pavimento della Cappella.[6].

Il Chillemi, pur usando il condizionale nel dare notizia della scoperta dei resti della “Beata” in occasione di lavori effettuati all’interno del Santuario, e trattando l’argomento in modo più oggettivo, non dimostra alcun dubbio sull’identità delle reliquie, affermando: “…protetta da un vetro, è sistemata la beata Candida: si tratta di un personaggio legato al soggiorno milazzese del Santo, i cui resti sarebbero stati scoperti nei lavori di trasformazione del tempio e offerti al pubblico culto. I resti mortali del personaggio risultano celati all’interno di un fantoccio con parti anatomiche visibili in cera e rivestito da un abito bianco riccamente decorato secondo il gusto del tardo Settecento, sistemazione chiaramente anacronistica ma di grande effetto. Una lastra tombale nel pavimento della cappellina reca lo stemma dei Leonti. Un antico crocifisso completa l’altare.[7].

Anche il P. Felice Margarita, Rettore del Santuario, redigendo un opuscolo di guida al Santuario pubblicato nel 1995, dichiara che le spoglie appartengono alla devota milazzese che ebbe il privilegio di conoscere San Francesco da Paola, ma le riconosce solo il titolo di “Venerabile”. Scrive infatti: “corpo incerato di una monaca di casa, contemporanea di S. Francesco e dal lui conosciuta, di nome Candida; il Vescovo del tempo concesse il culto di «venerabile»; fu una pia serva del Signore. La pia serva di Dio chiese a S. Francesco un ricordo, prima che se ne tornasse in Calabria; il Santo, nel giorno seguente, le fece trovare dipinto il suo volto sulla porta di casa; la tavola, su cui il Santo dipinse il suo proprio volto, rimase esposta sull’altare fino a quando l’incendio del 1908 la bruciò; ampolla del sangue della pia venerata Candida.[8].

Come P. Felice, anche gli altri suddetti autori menzionano l’episodio dell’effigie miracolosamente dipinta dal Santo sulla porta di casa di Candida come immagine acherotipa.

Benché l’oggetto non sia più esistente, essendo andato distrutto nell’incendio del 10 maggio1908, gli storici locali hanno avvertito l’importanza di quella che veniva considerata una reliquia molto particolare, poiché, secondo la tradizione, non solo rappresentava la vera effigie di San Francesco, ma ne era in un certo senso l’autoritratto, realizzato inoltre in modo miracoloso e per lasciare un ricordo ad una persona cara e a lui legata nella Fede.

In più, in tale vicenda, si avrebbe un ruolo attivo della “Beata” Candida, a cui si dovrebbe riconoscere il merito di aver “sollecitato” uno dei tanti miracoli compiuti dal Taumaturgo.

Il Ryolo, però, non fa riferimento a Candida quale “destinataria” del cimelio: “Prima del 1908, al posto della statua era l’immagine di S. Francesco, da lui stesso miracolosamente dipinta. Essa lasciava in vista solo il viso e per il resto era ricoperto da una lamina d’argento sulla quale in bassorilievo apparivano le forme del corpo, il vestiario e l’atteggiamento del Santo col caratteristico bastone. L’incendio del maggio 1908, tra le tante pitture distrusse pure tale preziosa immagine, di cui conservasi una piccola riproduzione nella cassetta per le elemosine.[9].

Il Micale, invece, oltre a riportare il particolare secondo cui il dipinto sarebbe stato realizzato con erbe, attribuisce il cognome alla discepola di San Francesco: “La nicchia superiore […] occupa il posto del dipinto del Santo che vi campeggiava ed andato distrutto nell’incendio del 10 maggio 1908. La tradizione vuole che il Taumaturgo da Paola, prima di lasciare Milazzo (1467) avesse prodigiosamente dipinto con delle erbe il proprio ritratto su uno sportello della discepola mistica Candida Leonte. Nel 1650 l’immagine era stata in gran parte coperta da una lamina d’argento ad imitazione delle sacre “icone” ortodosse.[10].

Il Chillemi, come già il Ryolo, dà notizia della sussistenza di una piccola riproduzione dell’immagine andata distrutta cento anni or sono: “Fino all’incendio del 1908 vi era sistemato il dipinto su tavola raffigurante S. Francesco di Paola, che secondo la tradizione lo stesso Santo avrebbe miracolosamente dipinto sul battente della porta di casa della beata Candida. Il vetusto cimelio, ricoperto da una manta in argento, è andato perduto nell’incendio e ne rimane una piccola riproduzione nella cassetta delle elemosine.”[11].

In effetti, ancora oggi, presso il Santuario si conserva una piccola cassetta per le elemosine, che riporta una riproduzione della miracolosa effigie del Santo.

Tale oggetto consente di prendere atto della evoluzione della secolare tradizione che si incentra sulla figura di Candida e sul suo legame a San Francesco: a partire dal 2000 circa, una persona nota allo scrivente ha messo in giro la notizia secondo cui il piccolo pannello ligneo su cui è riprodotta l’immagine del Santo sarebbe un frammento della porta di Candida e quindi, a sua volta, una “reliquia”.

L’oggetto, di fattura ottocentesca, è invece assimilabile alla categoria degli ex voto, ed è molto probabilmente preesistente alla distruzione della tavola della porta originale, di cui, pertanto, non può essere una reliquia nel senso etimologico del termine.

Del resto sarebbe stato assolutamente inammissibile il riutilizzo di un frammento superstite di un oggetto di tale importanza per la realizzazione di un utensile di uso quotidiano ed estraneo al culto come una cassetta per le elemosine.

Molti sono però, purtroppo, i devoti che, ignari dell’inganno originatosi per stupidità ed “eccesso di devozione”, prestano fede a tale infondata diceria, priva di alcun riscontro documentale ed alla quale si oppongono palesemente elementi concreti ed inequivocabili.


 

L’iscrizione sull’urna e il documento di autentica

Le spoglie contenute nella cassa custodita presso il Santuario presentano un chiaro problema di identificazione: leggendo attentamente il cartiglio metallico apposto sulla stessa urna si rinviene l’iscrizione “S. Candida M.”, il che indica che si tratta delle reliquie attribuite non ad una Beata, ma ad una Santa, e precisamente ad una Martire.

La circostanza è confermata dal documento di autentica delle reliquie a firma di Fr. Xaverio Cristiani, Vescovo di Porfiria, datato 19 Giugno 1784. Il Vescovo, in qualità di Prefetto del Sacrario Apostolico, appose i sigilli all’urna in legno e vetro in cui ancor oggi si conserva il corpo, che quindi sarebbe assai più antico di quanto comunemente si crede, essendo riconducibile al massimo al primo decennio del IV secolo, e per di più sarebbe di una Santa Martire, morta nelle persecuzioni.

Di seguito si riproduce la copia dell’autentica e se ne propone il testo sia nella versione in latino, sia nella traduzione letterale, con la ricostruzione delle parti vergate a mano, distinte mediante trascrizione con carattere corsivo.

 


 

F r .   X a v e r i u s    C  r  i  s  t  i  a  n  i      Ord. Eremit. S. Augustini

Dei ,  e t   a p o s t o l ic ae S e d is    g r a t ia       E p is c o p u s   P o r p h y r i e n.

sacrarii  apostolici  p  r  ae  f  e  c  t  u  s

praelatus domesticus, et pontificio solio assistens.

Universis, et singulis praesentes literas nostras visuris fidem indubiam facimus, quod Nos ad majorem Omnipotentis Dei gloriam,  Sanctorumque  quorum  venerationem,  ex  sacris Reliquiis de mandato SSmi D.N.PP. è Coemeterio Cyriaca  extractis, & a Sacra Congregatione Indulgentiarum , sacrarumque Reliquiarum recognitis , &  approbatis dono dedimus  Sacrum  Corpus S. Candidae mart. cum vase sanguinis nobilibus vestibus rubri coloris indutum collocat  in  urna lignea marmoreo colore depicta ab anteriori parte cryst. munit. a posteriori vero victa rubro firmat. bene clausa, nostroque parvo Sigillo obsignata & omnibus ad quos spectat, ut praedicta Sacra  Reliquia  apud  se  retinere, aliis donare,  &  in  quacumque Ecclesia , Oratorio, seu  Capella  publicae venerationi  exponere valeant  facultatem in Domino concessimus, absque tamen Officio, & Missa, ad formam Decreti Sac. Congregationis Rituum editi die 11.  Augusti  1691.  In quorum fidem Has praesentes literas manu nostra subscriptas, nostroque Sigillo firmatas per infrascriptum nostrum Secretarium expediri jussimus.

Datum  Romae die 19    Mesis  Iuniy  Anno  1784

Fr. Xaverius Cristiani

Gratis ubique omnia

            Reg.   lit.  C                                                                           Philippus **************

 

F r a   X a v e r i o    C r i s t i a n i   Ordine Eremitico  di S. Agostino

Per Grazia di Dio  e della Sede Apostolica   V e s c o v o   d i  P o r f i r i a

P r e f e t t o   d e l   S a c r a r i o   A p os t o l i c o

Prelato Domestico, e  Assistente al Soglio Pontificio

Assicuriamo a tutti coloro i quali leggeranno la presente nostra lettera, che Noi per la maggior gloria di Dio Onnipotente, e per la venerazione dei suoi Santi, dalle sacre Reliquie estratte dal Cimitero di Cyriaca su mandato del SS. Signor Nostro Pontefice, e dalla Sacra Congregazione delle Indulgenze e delle sacre Reliquie riconosciute ed approvate, abbiamo dato in dono     il Sacro Corpo di S. Candida mart. con un vaso di sangue, rivestito con nobili vesti di colore rosso,  collocato in urna lignea decorata con colore marmoreo nella parte anteriore munita di cristallo nella posteriore invece legata in rosso firmata  ben chiusa, e contrassegnata dal nostro piccolo Sigillo e a tutti coloro a cui spetta trattenere presso di loro o donare ad altri la predetta Sacra Reliquia, e in qualunque Chiesa, Oratorio, o Cappella si avvalgano della Facoltà che nel Signore abbiamo concesso di esporre alla pubblica venerazione, tuttavia senza l’Ufficio, e la Messa, conformemente al decreto della Sacra Congregazione dei Riti pubblicato il giorno 11 Agosto 1691.   In fede delle quali abbiamo ordinato che questa presente lettera, sottoscritta di nostra mano, e firmata con il nostro Sigillo, fosse spedita attraverso il sottoscritto nostro Segretario.

Dato a Roma il giorno  19  del Mese di  Giugno   Anno  17 84

Fr. Xaverius Cristiani

Gratis dovunque tutto

   Reg.   lit.  C                                                                           Philippus **************


 

Dall’esame della lettera di autentica si evince innanzitutto che si tratta di un modello prestampato, su cui campeggia lo stemma papale di Pio VI, al secolo Giovanni Angelo Braschi, che fu Pontefice dal 15 Febbraio 1775 al 29 Agosto 1799.

Lo stemma, in verità poco leggibile per la difficoltà di riprodurre i caratteristici tratteggi indicanti smalti e colori in immagini di dimensioni ridotte, si blasona come segue: “Di rosso, alla pianta di giglio fiorita e fogliata al naturale, piantata su di una pianura di verde, curvata dal soffio d’argento del vento Borea di carnagione e movente dal cantone destro del capo; col capo d’argento caricato di tre stelle d’oro a otto punte”. L’arma pontificia si legge invece immediatamente, essendo caratterizzata dalle estremità delle chiavi decussate e dalla tiara che sovrasta lo scudo.

L’intestazione, bipartita dallo stemma pontificio, identifica in Fr. Saverio Cristiani, Prefetto del Sacrario Apostolico, l’autorità religiosa che attesta la provenienza e l’autenticità delle reliquie, di cui si fa una breve descrizione e si precisano i termini, le condizioni e le modalità del culto.

Il documento è stato compilato con l’indicazione del cimitero da cui sono state estratte le reliquie e dalla descrizione delle stesse reliquie e della cassa che le contiene.

Per decifrare le integrazioni vergate a mano in corsivo si è reso necessario un laborioso lavoro di interpretazione. È stato utile procedere alla comparazione con altri moduli compilati in modo simile, di cui viene talvolta proposta la traduzione. Ad onor del vero occorre precisare che le traduzioni rinvenute non sono mai esenti da grossolani errori di grammatica e sintassi, che, impedendo la corretta resa del testo latino in italiano, ne compromettono irrimediabilmente il significato, e palesano gli orientamenti e gli intendimenti soggiacenti alla traduzione “ad sensum”. Proprio per questo costituiscono un ulteriore motivo di interesse, offrendo oltre a precise indicazioni di usi particolari, la cui concessione si fa risalire all’autorità religiosa, anche una chiave di lettura della devozione popolare locale, riservata ai diversi “corpi santi” venerati presso le varie Comunità religiose.

Il testo di traduzione proposto osserva scrupolosamente la sintassi del dettato latino ed evita qualsiasi interpolazione, modifica o diversa costruzione, che, anche a beneficio di una più immediata comprensione, avrebbe avuto l’effetto di alterare il documento originale.

Il primo elemento utile è rappresentato dalla indicazione del luogo di provenienza delle reliquie: si precisa infatti che il corpo è stato estratto dal “Cimitero di Ciriaca”, altrimenti noto come Catacomba di San Lorenzo, che si trova in Roma, nella zona del Verano. Il luogo di sepoltura, sul quale sorge la Basilica di San Lorenzo fuori le mura, trae la doppia denominazione da un lato dalla titolare del terreno su cui insiste il cimitero, una cristiana di nome Ciriaca, dall’altro dalla deposizione del corpo del Martire Lorenzo, secondo la tradizione proprio a cura di Ciriaca, nello stesso ipogeo, che accolse anche numerose altre spoglie di cristiani e martiri.

Le parole “nobilibus vestibus rubri coloris”, vergate in corsivo dal compilatore del documento, appaiono tagliate da un unico segno continuo che, seppure non molto evidente, sembrerebbe essere stato apposto per cancellare l’espressione sottostante. Rispetto a tale descrizione, infatti, il corpo contenuto nell’urna presenta una incongruenza di rilievo: non è rivestito con indumenti di colore rosso, ma bianco-avorio, leggermente rosato.

Tale circostanza potrebbe essere facilmente spiegata ipotizzando che la nuova veste sia stata apposta successivamente alla redazione della lettera di autentica, in occasione di una nuova ricognizione delle reliquie, probabilmente dopo l’arrivo dell’urna presso il Santuario. Nel contempo, data la consuetudine di rivestire i copri dei martiri di abiti purpurei , non si può escludere nemmeno che il documento sia stato “precompilato” con la solita indicazione, che fu poi necessario correggere, sbarrando la parte di descrizione risultata impropria.

La seconda ipotesi, supportata dal fatto che il tratto di correzione sembrerebbe stato apposto dal medesimo compilatore del documento, denuncerebbe una certa superficialità nel processo di autentica, vizio purtroppo non estraneo ai vari passaggi di cui si compone l’intera prassi di estrazione dei “corpi santi” dalle Catacombe. Queste procedure, come anche il “confezionamento” delle urne contenenti le reliquie, sembrerebbero prodotte in serie, secondo canoni pratici ed estetici, ma, purtroppo, senza il dovuto discernimento, la necessaria accuratezza e l’indispensabile rigore storico scientifico.

Nel documento, con riferimento al Decreto della Congregazione dei Riti dell’undici Agosto 1691, si precisa che si concede la venerazione delle reliquie “tuttavia senza l’Ufficio e la Messa”, senza, cioè, che si potesse celebrare una memoria dedicata, il “proprio” del martire, stante l’assenza di riscontro nel Martirologio. Ciò pone un ulteriore problema in merito al giorno più opportuno da dedicare al culto delle reliquie descritte. Infatti non si ha assolutamente memoria della data di arrivo delle reliquie in Città, anche se, in assenza di dati agiografici, tale elemento assume comunemente una importanza fondamentale, non solo per gli aspetti storici ma anche per gli adempimenti rituali. In tutti gli altri casi riguardanti il trasferimento di “martiri inventi” la data della solenne traslazione viene tenuta come termine di riferimento per le celebrazioni in onore dei Santi, spesso eletti come nuovi Patroni dalle Comunità che li accolgono, e di cui, però, il Martirologio Romano non fa menzione.

La data della lettera di autentica, indicata nel 19 Giugno 1784, rappresenta ovviamente il terminus post quem a cui far risalire l’epoca della traslazione delle reliquie a Milazzo.

Infine, si può affermare che l’unico dato certo offerto dal documento esaminato concerne la provenienza delle spoglie dal cimitero ipogeo di Ciriaca, per cui è presumibile che l’urna conservata a San Francesco contenga realmente le reliquie di una Santa Martire, a cui è stato attribuito il nome Candida.


 

Descrizione urna e contenuto

L’urna, come specificato anche nella lettera di autentica, si compone essenzialmente di una struttura lignea in forma di cassa, munita di un pannello di vetro nella parte laterale sinistra. Presenta pianta rettangolare, ma la base risulta leggermente più corta della parte superiore, poiché le due pareti più lunghe hanno forma di trapezio rovesciato.

La chiusura appare realizzata sul lato lungo opposto al frontale in vetro, mediante apposizione di pannello ligneo, con inserimento a scorrimento dall’alto, tra due guide ricavate sui bordi dei lati corti della cassa.

Sul ripiano superiore, nel margine latistante la chiusura, campeggiano tre sigilli in ceralacca ancora integri, due alle estremità ed uno al centro, riportanti uno stemma ecclesiastico non più leggibile.

La parte lignea a vista non presenta più la caratteristica decorazione “a falso marmo”, coperta da una successiva mano di vernice marrone da cui sono state risparmiate le cornici dorate. All’interno, sullo sfondo rossiccio, campeggiano stelle argentee a otto punte.

I resti ossei sono contenuti in un simulacro che, attraverso l’imbottitura con ovatta delle vesti, riproduce la figura di una giovinetta aggraziata, sebbene non esile e di bassa statura, adagiata nella tipica posa della dormitio.

La fanciulla si presenta rivestita di un prezioso abito serico, damascato, di colore bianco-avorio, leggermente tendente al rosa. La veste è riccamente adornata con applicazioni metalliche fitomorfe rosse e verdi, pietre semipreziose e in pasta vitrea, perle al naturale e dorate, corallo, trine, passamanerie e finiture dorate. Tra le fastose decorazioni del corpetto, quasi confuso dal sottostante cordoncino aureo intrecciato in forma di corona, è poggiato un crismon, realizzato in lamina metallica dorata.

Il volto è riprodotto da una maschera di materiale plastico policromo che si continua sino al collo e alla parte alta del petto; il capo, cinto da una corona di fiori, è dotato di un lungo velo celeste, ornato da piccole stelle argentee a sei punte e bordato da una passamaneria argentata, che copre per intero la parte destra della figura e sporge anche sotto il fianco sinistro; la maschera è realmente sovrapposta alla testa, presenta infatti alcune crepe dalle quali è possibile intravedere il teschio, nonché una scalfittura sulla fronte da cui fuoriesce un fiocco di ovatta.

Il capo è sorretto da due alti cuscini color rosa antico riccamente bordati in oro, dotati di nappe anch’esse dorate, poggiati su un materassino recante le medesime finiture. La ricchezza delle vesti e la presenza di cospicua imbottitura non consentono di individuare distintamente tutti i distretti corporei, anche se è presumibile che le ossa, verosimilmente ben conservate, siano state distribuite all’interno della figura secondo un ordine sistematico, volto ad osservare, per quanto possibile, la disposizione anatomica.

L’elemento che suggerisce che l’intero apparato scheletrico si trovi in buono stato di conservazione, e possa essere anche completo, è rappresentato dall’ottimo stato in cui si osservano le ossa dei piedi, contenute nei sandaletti “alla romana”. I piedi, essendo “a vista” come il volto, erano ricoperti di uno strato di cera che ne riproduceva le fattezze. Tale rivestimento risulta oggi ampiamente lacunoso e consente di scorgere distintamente le ossa, mantenute in situ da una retina bianca.

Il braccio destro, disteso sopra la figura, si presenta piegato verso sinistra, e termina con un guanto in retina metallica argentata. La mano destra, recante una tozza palma forse lignea, appare aperta e disarticolata. Parimenti inguantata, ma composta e distesa lungo il fianco, si presenta la mano sinistra, al cui anulare è stato posto un anello con una perla.

L’osservazione delle mani, e soprattutto dell’avambraccio destro, suggerisce che al di sotto dei tegumenti vi sono realmente le ossa dei relativi distretti corporei, presumibilmente senza lacune. La gamba destra appare leggermente flessa e parzialmente sovrapposta alla sinistra, che invece è distesa.

All’altezza del ginocchio sinistro, su una basetta circolare dorata, ornata da un braccialetto di perle, è collocato un contenitore rossastro sormontato dal crismon, recante inoltre un cartiglio metallico con l’iscrizione “VAS SANGUINIS”, ovvero “Vaso del Sangue”.

Tale contenitore appare composto da diverse parti di materiale differente: il crismon dovrebbe essere metallico; la base, il coperchio e le anse sono verosimilmente di legno, saldati con colla e stucco al corpo centrale dell’oggetto, che potrebbe essere di terracotta. Non si distingue la rima del coperchio, che sembrerebbe costituire un corpo unico con il vaso. Una coroncina di perline dorate, con un sottostante grumo di ceralacca, segna la circonferenza del punto in cui il corpo si innesta sul piede, il quale, a sua volta, poggia su una basetta quadrangolare i cui angoli sono colmati da quattro pietre dure incastonate in metallo. Le anse del vaso sono decisamente atipiche: sottili, squadrate e a sezione rettangolare, risultano peculiari degli oggetti metallici e non certo di contenitori in terracotta e ne denunciano l’interpolazione. Una fascetta di tessuto in cattivo stato di conservazione, decorata con applicazioni metalliche, orna la parte alta del collo del vaso. Dalle lacune della fascetta si scorge un filo metallico che cinge anch’esso il collo del vaso, e, scendendo sino alla base nella parte retrostante, serve ad assicurarlo al simulacro.

Il contenitore, che nel complesso si presenta in forma di piccolo trofeo, sembra il prodotto di una operazione di recupero e riadattamento del piccolo vaso in terracotta, unico elemento forse di epoca paleocristiana, da cui ha avuto origine il “nuovo” oggetto mediante l’aggregazione di elementi posticci. Il risultato è un ibrido assemblaggio, che si configura come ingenua creazione di gusto vagamente neoclassico, compatibile con l’epoca di redazione del documento di autentica.


 

“Martiri inventi”  e  “corpi santi”

Occorre precisare che il martirio dei primi Cristiani comportava “automaticamente” la canonizzazione di chi subiva la morte o pativa tormenti pur di testimoniare la propria adesione a Cristo e quindi, anche in assenza di un regolare processo canonico, i Martiri sono universalmente considerati Santi. Anzi, i primi Santi sono quasi tutti martiri, e il loro corpi, straziati dai carnefici, sono stati da subito venerati nelle catacombe, utilizzate però come normalissimi cimiteri anche per le sepolture di cristiani non santi, o anche di non cristiani.

Dal XVI secolo vere e proprie squadre di cercatori di reliquie, i “corpisantari”, che oggi definiremmo “tombaroli”, sotto la direzione di qualche prelato e con il consenso del Pontefice, si dedicarono al saccheggio delle Catacombe dell’Urbe, identificando come reliquie di un santo martire le spoglie celate da una lastra tombale, anche priva di iscrizione, su cui fosse però impressa la croce, la palma, le lettere Alfa e Omega o qualche altro simbolo cristiano, e che fossero accompagnate da un’ampolla che avrebbe dovuto contenere il sangue del campione della fede. In realtà tali riscontri sono indizi, ma non prove inequivocabili del martirio, come non può esserlo neppure la presenza di un unguentario, elemento base di qualsiasi corredo funebre dell’antichità. Inoltre, in assenza dell’iscrizione del nome, si provvedeva ad assegnare una identità ex novo al corpo rinvenuto, attingendo liberamente al catalogo dei nomi della Catacomba, ovvero assegnando quello del papa regnante, di un alto prelato o del Santo del giorno in cui si era compiuta l’estrazione delle reliquie. Pure in presenza di iscrizione, soprattutto se frammentaria o poco leggibile, non è raro il caso di clamorosi errori, che condussero ad assegnare ai resti il nome del dedicante in luogo del dedicatario, che diedero luogo alla creazione di nomi alterati, o che fecero sì che un aggettivo che indicava le qualità del defunto ne divenisse il nome proprio.

Scorrendo l’elenco dei nomi più comuni dei “martiri inventi” si può procedere ad una loro precisa classificazione: si rileva facilmente come Adeodato, Donato, Teodoro, Doroteo, indicano il fatto che il martire, e in questo caso il suo corpo, è uno speciale “dono di Dio;

Agape, Agapito, Benedetto, Celeste, Celestino, Clemente, Cristiano, Pio, Liberato e Pellegrino sono epiteti che si addicono in verità anche ai confessori, essendo scaturiti da aggettivazioni riconducibili ai caratteri generici di qualsiasi santo;

Eufemio, Felice, Feliciano, Fruttuoso, Gioioso, Fausto, Faustino, Fortunato, Crescenzio, Prospero, Vitale, Vitaliano, Valente, Valentino, Valentiniano, hanno una spiccata valenza benaugurale per la Comunità che ha fatto richiesta del dono del “corpo santo”;

Costante, Costanzo, Candido, Innocente, Innocenzo, Giusto, Giustino, Massimo, Massimiano, Vincenzo, Vittorio, ben si addicono al carattere eroico del martire, che, ingiustamente condannato, patisce terribili tormenti rimanendo saldo nella Fede.

Romano, Urbano, Rustico, Rusticano, sono esplicito riferimento al luogo di rinvenimento delle spoglie, che può essere avvenuto in una catacomba romana, dell’Urbe appunto, o anche della campagna suburbana.

Nel caso in cui, invece, si ritenne possibile “identificare” le reliquie, di esse, nei documenti di autentica come anche nei cartigli apposti sulle urne, si specifica che appartengono a un Santo “cum hoc proprio Nomine”, precisando quindi che il Santo è stato rinvenuto “con questo nome proprio”.

Nel caso di specie, quindi, anche il nome Candida (pura, limpida, splendente), non è escluso che possa essere frutto dell’ignoranza di chi compì la ricognizione o dell’inventiva di chi la dispose, o più semplicemente che sia uno dei semplici aggettivi “propri” di un santo, divenuti nome per reliquie diversamente anonime.

Ai Santi dal nome “acquisito” viene procurata anche una precisa identità, spesso presa in prestito da omonimi di cui si è conservata una passio. Questa viene eventualmente “rivisitata” mediante rielaborazione dei soliti elementi leggendari e stereotipati, adattati singolarmente con l’aggiunta di qualche particolare che, però, ne denuncia il carattere fittizio. Non ci si stupirà pertanto di imbattersi, di regola, in giovani nobili, fanciulli, se non direttamente bambini, che, a dispetto della tenerezza dell’età, minacciando il giudizio divino, sfidano apertamente l’autorità che li perseguita, e dimostrano una incrollabile fermezza nel sopportare ogni genere di tormenti loro inflitti dai carnefici, i quali, colpiti dall’eroico ardore delle vittime e toccati dalla grazia, spesso si convertono a loro volta, per divenire anch’essi testimoni della Fede e quindi martiri.

A seguito di tale fioritura di tradizioni analoghe, i “martiri inventi”, sovente confusi con gli omonimi più noti, nelle diverse comunità locali sono onorati di culto solenne nelle date fissate dal martirologio, così da dar luogo, di fatto, alla moltiplicazione dei corpi di uno stesso santo martire, come anche alla comparsa di “duplicati” della stessa figura, da cui hanno origine diverse identità. Perfino antichi famosi documenti di riferimento non sono esenti da grossolani errori per cui un imperatore viene confuso col papa, singoli campioni della Fede divengono capofila di diverse schiere di eletti, personaggi “noti” al maschile sarebbero invece da intendersi al femminile e viceversa.

Pur in assenza, quindi, di dati agiografici veri e propri o comunque certi, a partire dal tardo Cinquecento le spoglie dei “corpi santi”, estratte dai loculi degli antichi cimiteri, cominciarono a diffondersi in Italia e in tutta Europa, disposte in urne di legno e vetro, in forma di simulacri a cui veniva data sembianza di fanciulle e giovanetti, adagiati nella posa della dormitio ed acconciati in ipotetiche vesti antiche, non prive di decorazioni anche preziose.

Frequente anche il caso di effigi che rappresentano giovani cavalieri romani, dotati di scettro o spada, intrepidi soldati di Cristo, uccisi dagli stessi commilitoni in odio alla Fede.

Immancabili i simboli del candore verginale e del martirio: il capo coronato da un serto di fiori e, nel caso delle fanciulle, adornato dal velo. In tutti i casi si rinviene la palma tra le mani e, contenuto in una sorta di calice, l’unguentario ormai ridotto in frammenti, a cui è stata attribuita, spesso erroneamente, la funzione di vaso di sangue.

Proprio in tal foggia si presentano i resti custoditi nell’urna di legno e vetro esposta nella cappelletta laterale del Santuario di San Francesco in Milazzo.


 

Traslatio a Milazzo e  commistione della tradizione

La presenza di un “corpo santo” presso il Santuario, in assenza di altre fonti documentarie e data l’epoca del documento di autentica, è spiegabile in relazione alla “nuova” importanza assunta a livello cittadino dal complesso monumentale con la realizzazione dei radicali lavori di ristrutturazione che vennero operati intorno al 1765 sull’edificio costruito da San Francesco da Paola durante la sua permanenza a Milazzo, che, come appare ormai storicamente accertato, si protrasse tra il 1479 e il 1482.

Nella seconda metà del Settecento si diede luogo alla inversione dell’orientamento dell’aula liturgica con la chiusura dell’antico ingresso frontale a Sud, in corrispondenza del quale venne realizzato il catino absidale. Fu eretta la maestosa e coreografica controfacciata sul versante Est, costruita a ridosso della parete di fondo dell’originaria abside quadrangolare, adibita quindi ad ingresso. Il Santuario assumeva così l’imponenza monumentale che tutt’ora detiene.

Per conferire ulteriore importanza all’edificio sacro, oggetto degli ingenti interventi architettonici suddetti, appare verosimile che il Superiore del prestigioso Cenobio Minimo abbia chiesto al Prefetto del Sacrario Apostolico il dono di un “corpo santo”, ottenendo l’invio delle spoglie di “S. Candida M.”, di cui si compì l’inventio e la ricomposizione secondo le consuete modalità.

Poiché non si conserva memoria della traslazione delle reliquie è possibile assumere quale data di riferimento quella contenuta nel documento di autentica, sottoscritto il 19 Giugno 1784, che può essere considerato il terminus post quem, rispetto al quale l’urna fu inviata in Sicilia.

Con la traslatio il corpo di Santa Candida Martire giunse quindi a Milazzo, ma alla elevatio dell’urna corrispose invece il “declassamento” nella memoria devozionale: l’omonimia giocò a sfavore della Santa, che venne surclassata dalla figura della “Beata”, alla quale la tradizione milazzese ascrisse perfino il “corpo santo”, proveniente invece dalle Catacombe romane.

Altro elemento ostativo alla diffusione del culto della Martire fu l’assenza di una passio e di qualsiasi altro dato utile a caratterizzarne la figura, così da fissarne il ricordo ed alimentarne la devozione presso i fedeli. Questi furono privati quindi del supporto agiografico, determinante ai fini della individuazione dei motivi di interesse dell’immagine di ogni santo, proposto ad esempio di perfezione evangelica ed offerto come tramite di intercessione, e ciò non permise che il culto potesse attecchire e perpetuarsi a livello popolare.

La fervidissima devozione a San Francesco da Paola impedì persino che si facesse memoria dell’arrivo del “corpo Santo” presso il Santuario e che si celebrasse la festa della martire nell’anniversario della traslatio, come del resto avvenne per quasi tutti gli altri Martiri estratti dalle Catacombe e “donati” a diverse Comunità che li elessero loro Patroni e che, ancora oggi, ne celebrano l’arrivo con grande solennità e devozione.

D’altro canto, tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600, il popolo milazzese aveva già relegato ad un ruolo secondario San Papino Martire, primo Patrono della Città dal IV secolo, ed ancora oggi lo stesso Santo Stefano Protomartire, proclamato Patrono Principale, non gode della stessa devozione di cui è onorato San Francesco da Paola, che invece è “soltanto” Compatrono di Milazzo.

Con il tempo la tradizione popolare cancellò qualsiasi riferimento alla Martire romana, continuando invece ad alimentare la devozione alla milazzese “monaca di casa”, Discepola del Santo Eremita Fondatore dei Minimi.

La distinzione delle due figure continuò ad essere percepita dai Rettori del Santuario ancora almeno sino alla prima metà del ‘900, ed infatti il M.R.P. Matteo Cusumano o.m., milazzese, interpellato in merito alla vicenda, ha riferito di avere piena cognizione di causa sul fatto che le spoglie in questione non appartengono alla Discepola del Fondatore dei Minimi, essendo riconducibili a una Santa Martire.

Successivamente, essendo divenuta preponderante la figura della “Beata”, gli stessi Padri Minimi non ebbero più consapevolezza della provenienza romana del “corpo santo” ed accettarono integralmente la tradizione popolare, come comprovato dal defunto P. Felice Margarita, che la riporta nel suo opuscolo-guida del Santuario.


 

Conclusioni

Per quanto emerso ed esposto nel presente studio, si osserva dunque che, con la necessaria gradualità, indispensabile ad evitare di suscitare scandalo nei fedeli, è opportuno rendere edotti i frequentatori del Santuario, dando luogo alla distinzione tra la figura di Candida, discepola di San Francesco da Paola, la memoria della quale è radicata nel culto popolare e si perpetra da oltre cinquecento anni, e l’immagine della Santa Martire chiamata Candida, di cui si conservano le reliquie.

Si ritiene infatti che il livello culturale medio sia ormai sufficiente non solo a consentire la distinzione tra le due figure, ma a farla apprezzare, mantenendola nel tempo, onde proporre alla venerazione dei fedeli sia l’immagine della Vergine Consacrata che visse in penitenza nel XV secolo, sia quella della Cristiana che, per non rinunciare alla Fede, sacrificò la propria stessa vita agli albori del cristianesimo.

Dal punto di vista scientifico occorre precisare che, allo stato attuale, rimane comunque sconosciuta la personalità dell’individuo, probabilmente di sesso femminile, a cui appartengono le spoglie custodite nell’urna di cui in oggetto, che appare però identificabile con sufficiente sicurezza in una persona sepolta a Roma nel cimitero ipogeo di Ciriaca, meglio noto come Catacomba di San Lorenzo, entro la prima metà del IV secolo d.C..

Elementi utili potrebbero venire da una ricognizione canonica, effettuata con l’assistenza di un anatomopatologo, alla cui consulenza affidare la definizione dei principali caratteri quali sesso, età, statura, corporatura, etnia etc., nonché, ove desumibili, anche causa ed epoca della morte dell’individuo al quale appartennero le ossa oggetto di indagine.

Rilevantissimo sarebbe inoltre l’esito delle analisi chimico-fisiche da condurre sul contenuto, ove presente, del “vaso di sangue” che si trova all’interno dell’urna.

Dal punto di vista canonico i resti ossei appartengono al genere di reliquie di prima classe, e, trovandosi in buono stato di conservazione e costituendo verosimilmente l’intero apparato scheletrico di un solo individuo, rientrano nella categoria delle reliquie insigni.

Secondo il documento di autentica redatto il 19 Giugno 1784 a cura di Fra’ Xaverio Cristiani, Vescovo di Porfiria e Prefetto del Sacrario Apostolico, che impegna formalmente l’autorità della Chiesa, il corpo contenuto nella cassa lignea presso il Santuario di San Francesco da Paola in Milazzo appartiene a Santa Candida Martire, di cui, però, il Martirologio Romano non fa menzione.

Di contro, nonostante le indicazioni peculiari di qualche storico locale, affermate invero in modo almeno opinabile, data la palese insussistenza di riscontri e l’evidente errore di attribuzione del corpo, non è disponibile alcun elemento utile per meglio definire dal punto di vista cronologico, biografico ed agiografico la figura della devota milazzese contemporanea di San Francesco da Paola, ricordata in modo persistente dalla tradizione popolare ed ancora oggi presente nella devozione locale.

A proposito del culto, dalle testimonianze acquisite si è potuto appurare che, solo nel corso della seconda metà del novecento, sulla base della data riportata nella lettera di autentica, è invalso l’uso di celebrare la festa della “Beata” il 19 giugno di ogni anno. Nel contempo, varie e molteplici sono le attestazioni di devozione che le vengono riservate quotidianamente, che vanno dalla deposizione di fiori presso l’urna, alla richiesta di celebrazione di S. Messe di intercessione alla “Beata”, o di ringraziamento per grazia ricevuta. Molte sono infatti le giovani donne che ne impetrano l’intercessione per ottenere il dono di un figlio.

Onde procedere alla esplicazione e al consolidamento della distinzione tra le due figure della “Beata” mistica milazzese e della Santa Martire romana, appare opportuno fare memoria di ciascuna di esse in due diversi momenti dell’anno.

Mentre infatti il ricordo della Candida milazzese potrebbe essere effettuato il lunedì successivo alla seconda domenica dopo Pasqua, nel contesto dei festeggiamenti riservati a San Francesco da Paola del quale la Minima ante litteram continua ad essere la discepola più nota a Milazzo, la memoria della Santa Martire Candida potrebbe invece celebrarsi in concomitanza con l’anniversario di dedicazione della Chiesa, che ricorre il 25 di Ottobre, o nella domenica immediatamente successiva alla stessa data.

Il simulacro-reliquiario è soggetto alle disposizioni previste dal Codice di Diritto Canonico al Libro IV, parte seconda,Titolo IV Il Culto dei Santi, delle Sacre Immagini e delle Reliquie, Canoni 1186 – 1190.

Il dettato canonico, associando alla medesima funzione e alla stessa finalità sacre immagini e reliquie assegna ad esse pari trattamento e riguardo.

L’immagine, infatti, oggetto di culto come la reliquia, costituisce uno strumento didattico-didascalico che, attraverso i simboli in essa rappresentati, indica percorso e meta e rinvia alla certezza della fede, di cui i Martiri furono Testimoni con l’effusione del sangue.


 

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[1] G. Roberti, S. Francesco di Paola, Bari, 1985 (ristampa integrale della seconda edizione), n. 1, pag. 234.

[2] Op. cit. pag. 250.

[3] Op. cit. pag. 251.

[4] D. Ryolo, Guida storico turistica di Milazzo, terza edizione, Sicilia nuova Editrice, Milazzo, 1974, pag. 17.

[5] A. Micale, Milazzo guida turistico artistica, Arti Grafiche S.T.E.S. s.r.l., 1974, pag. 19.

[6] A. Micale – G. Petrungaro, Milazzo ritratto di una città, Edizioni “La nuova provincia”, Milazzo, 1996, pag. 104.

[7] F. Chillemi, Milazzo città d’arte, Edizioni GBM by GEM s.r.l., Messina, 1999, pag. 133.

[8] P. Felice Margarita o.m., Guida per la visita al Santuario S. Francesco di Paola in Milazzo, Tipografia Lombardo, Milazzo, 1995, pag. 31.

[9] D. Ryolo, Guida storico turistica di Milazzo, terza edizione, Sicilia nuova Editrice, Milazzo, 1974, pag. 17.

[10] A. Micale – G. Petrungaro, Milazzo ritratto di una città, Edizioni “La nuova provincia”, Milazzo, 1996, pag. 105.

[11] F. Chillemi, Milazzo città d’arte, Edizioni GBM by GEM s.r.l., Messina, 1999, pag. 134.

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