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| APPUNTI DELLE LEZIONI TENUTE DURANTE IL CORSO DI AGGIORNAMENTO PER DIRETTORI DI CORO DAL M°GUIDO CAMILLUCCI AREZZO-1966 | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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INDICE
1) Qualità essenziali del direttore di coro 2) Qualità essenziali, formazione e sistemazione di un coro 3) La respirazione e l'emissione del suono 4) La dizione 5) Il gesto 6) Il ritmo 7) Il fraseggio 8) L'intonazione 9) L'espressione 10) L'interpretazione 11) Consigli utili e pratici per prove, concerti, incisioni |
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Molte sono le qualità che un buono e completo Direttore di coro, non professionistico, deve possedere: riassumiamole, anche se molte di esse potranno sembrare ovvie, e classifichiamole in due gruppi fondamentali: qualità naturali e qualità culturali. Le prime sono quelle che l’uomo possiede fin dalla nascita: molte di esse si' possono però anche acquisire parzialmente o raffinare con lo studio e con l'esercizio. In primo luogo un buon orecchio musicale. Chi possiede l’orecchio "assoluto", e cioè quello che distingue qualsiasi nota senza bisogno di riferimento con altre note, ha ricevuto un grande dono dalla natura, ne potrà mai acquistar in altro modo. Ma anche un ottimo orecchio "relativo" sarà sufficiente corredo per un buon direttore di coro: egli potrà educarlo e potenziarlo maggiormente mediante esercizi di intonazione fatti senza l' ausilio di alcun strumento (e controlla ti poi. con uno strumento); potrà anche rendere più selettivo il suo orecchio seguendo sulla partitura una determinata parte di una composizione polifonica in riproduzione discografica o radiofonica o in audizione diretta. Il termine "orecchio” comprende ovviamente anche una buona sensibilità ritmica. Un'altra qualità' che il maestro di coro dovrebbe possedere è una buona voce: non occorre che sia una voce potente: basta che sia espressiva e bene intonata. L'ideale sarebbe che il maestro di coro uscisse da un complesso polifonico, nel quale avesse fatto il suo tirocinio come cantore: questa era la prassi del periodo aureo rinascimentale, nel quale tutti i grandi maestri avevano iniziato la loro carriera come "pueri cantores". Questa qualità è di somma importanza, perché il migliore insegnamento viene con l'esempio. Ancora fra le primissime qualità naturali occorre al maestro l'entusiasmo più fervido. Egli deve, come un vero innamorato, essere spassionatamente disinteressato: deve sapere che, con l' attività di direttore di coro polifonico, ben raramente si vive, data la. scarsa diffusione della musica corale nel nostro paese. Il maestro di coro sia anche buono psicologo: egli deve conoscere a fondo i suoi elementi, capirne e seguirne gli umori nei momenti più delicati sia durante le prove, che nelle esecuzioni; sia anche molto paziente:un cantore o una sezione che sbagliano non vanno terrorizzati ma educati con la persuasione. Certi moti di severa autorità si possono usare solo con dei professionisti. Il maestro deve essere fisicamente idoneo alla direzione: il suo gesto deve essere sciolto, spontaneo e sobrio e non deve mai trascendere o scivolare nell'istrionismo. Anche queste doti si possono acquisire oppure perfezionare con l'autocontrollo e con l'esercizio. Se il maestro non è dotato di quell' altro magnifico dono di natura, che è la sicura memoria, quella che si può definire fotografica, dovrà applicarsi pazientemente allo studio di ogni singolo particolare della partitura. Infine, fra le suo qualità naturali più spiccate, il maestro devo essere in sommo grado dotato di buon gusto artitistico e musicale, che è poi sempre la guida più sicura e più efficiente in ogni manifestazione d'arte. Il secondo gruppo delle qualità necessarie al direttore di coro si compendia nelle sue condizioni culturali. Egli dovrà aver approfondito lo studio della metrica, che regola per metà la struttura della composizione polifonica; possibilmente avere almeno una conoscenza elementare della lingua latina; conoscere abbastanza ampiamente i lineamenti della letteratura italiana: senza queste cognizioni gli sarà ben difficile penetrare e far penetrare i suoi cantori nei più intimi significati della composizione che deve essere eseguita. E questo per quanto si riferisce alla cultura letteraria. Buona. cultura nel campo della storia musicale sarà corredo indispensabile del buon maestro di coro. Come vedremo, ogni compositore va collocato nel suo tempo, nel suo stile, nella sua scuola. Infine, ma non per ultima in ordine di importanza, la sua cultura musicale, egli dovrà aver seguito un corso di armonia e, sopratutto, di contrappunto: senza queste cognizioni gli sarà impossibile approfondire appieno ogni singolo particolare della partitura polifonica, anche se moderna, né potrà cogliere eventuali errori di stampa o di trascrizione. |
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A un maestro di coro
può presentarsi l'occasione di assumere
la
direzione di un coro già costituto, oppure di doverlo
fondare
"ex nuovo". Nel secondo caso, che è il caso ideale,
dovrà
innanzitutto tener conto delle finalità che il complesso si
prefigge (coro polifonico, coro teatrale, coro folkloristico) nel
reclutare i nuovi elementi: in ogni caso
sceglierà sempre le voci più belle, ma non sempre
le
più potenti: certe voci educate (o destinabili al teatro,
immesse in un gruppo polifonico, generalmente creano più
difficoltà e imbarazzi che non vantaggi,
poiché a
causa del loro volume e del loro timbro, esse non riescono
a
far amalgama con le altre. Tuttavia, se il portatore di una di
tali voci desse affidamento di sufficiente intelligenza e
modestia,
egli potrà essere accolto nel coro; dopo
un paziente lavoro
di livellamento, potrà dare un notevole contributo. Il
problema
sarà quello di portare il livello del suo "piano" e
del suo
"forte" al livello delle altre voci. In un complesso ben proporzionato,
sarebbe auspicabile adunare un numero di tenori e di soprani
di
un terzo superiore a quello delle altre sezioni: e ciò
perché son queste le due voci che più comunemente
vengono
divise in due gruppi. In caso di divisione, conviene tener presente
che, se nel teatro i secondi tenori ed i secondi soprani, devono
affrontare tessiture più o meno ardue dei "primi",
nel
genere polifonico, invece, i due gruppi divisi sì
equivalgono perfettamente per tessitura e difficoltà vocali.
Purtroppo, questi due registri di voci non sonoro facilmente
reperibili.
Anche nel caso in cui il maestro assuma la direzione di un
complesso già formato, gli si presenterà
l'occasione o la
necessità di sentire nuovi elementi: in
questo caso, si
renda conto dello stato psicologico dell'aspirante, che si presenta
all'audizione: questi sarà sempre intimidito e preoccupato
per
il confronto col maestro: occorrerà metterlo a suo agio con
un'accoglienza molto cordiale e facendogli affrontare, innanzi tutto,
un brano vocale che egli conosca con sicurezza (anche una canzone
popolare o una canzonetta moderna, purché di tipo melodico);
una
frase della stessa melodia, ripetuta più volte in
tonalità sempre più elevata di semitono in
semitono,
servirà a rendersi conto delle sue
qualità vocali.
A questo esperimento si potranno aggiungere i soliti
vocalizzi
per giudicare la capacità d'intonare e il senso ritmico
dell'aspirante. Un complesso di 24 voci sarebbe sufficiente per
esecuzioni anche di certe composizioni accompagnate dall'orchestra: le
antiche Cappelle musicali raramente superavano il numero di 24
clementi: ciò risulta dai libri paga delle Cappelle stesse.
Ma,
come avveniva in quelle, così anche a noi occorrerebbero 24
"ottimi" elementi, e tutti di ugual valore e, possibilmente, di uguale
scuola; tali condizioni essendo difficilmente realizzabili, i
direttori italiani sono costretti a sopperire alla qualità
con
la quantità. La disposizione del coro deve mantenersi
immutata,
nei limiti delle possibilità, in prova e in esecuzione: un
piccolo complesso, nel quale ogni sezione conti due, al
massimo
tre cantori, può disporsi su un'unica fila. Se le sezioni
saranno composte di 4, 5 elementi ciascuna, converrà
disporre il
coro su due filo; se composto di 6,8 o più cantori, si
consiglia
lo schieramento su quattro file: è sempre
sconsigliabile
allontanare troppo gli estremi dello schieramento: i cantori devono
sentirsi fra di loro il più possibile formare
massa
compatta ed omogenea.Sarebbe ideale la disposizione a ferro di cavallo
o ad anfiteatro: ma le sale o le chiese che
permettono tale schieramento sono quasi inesistenti: sarà
dunque
meglio
abituare il complesso a disporsi in prova come dovrà farlo
in
esecuzione. Taluni direttori preferiscono disporre alla propria
sinistra le
voci chiare, a destra lo voci scure; taluni adottano lo schieramento
opposto; altri formano una specie di cerchio: Bassi
Tenori oppure
Tenori Bassi
Soprani Contralti Contralti Soprani Quest'ultime disposizioni possono suscitare qualche perplessità: nello stile polifonico, le entra te dei tenori e dei soprani si identificano; e così avviene fra contralti e bassi: tenere le- due voci discosto potrà annullare il vantaggio di un mutuo suggerimento; tuttavia l'inconveniente è di gravità trascurabile. Nelle esecuzioni di composizioni a doppio coro, converrà formare appunto ben distinti e disposti ognuno nel modo consueto. |
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Respirare è un atto riflesso, vitale: ma, nel canto, la respirazione deve acquisire funzioni un po' diverse, più qualificate, in relazione con gli organi fonatori: deve essere più ampia, più coordinata. Essa può essere quindi oggetto di utili esercizi, i quali, oltre che ad ottenere scopi igienici, educheranno il cantore ad una emissione del suono più controllata; dal punto di vista igienico; porteranno ai polmoni una più ampia ossigenazione (nella normale respirazione essa è spesso insufficiente), e regoleranno il battito del cuore su un ritmo più calmo, quindi riposante. Nei riflessi della pratica del canto oltre che ad abituare alla posizione eretta del busto, insegneranno ai cantori quel modo di respirare che, da incontrollato, diverrà controllato, poi spontaneo si da consentire una maggior facilità di emissione e un miglior coordinamento con l'apparato fonatorio: il canto sarà, in tal modo, più facile, meno faticoso; e meno preoccupato. E' noto che sì può respirare in tre diversi modi: 1°) - Respirazione toraco-addominale: nella fase di inspirazione il diaframma, abbassandosi, costringe le pareti addominali a dilatarsi lasciando ai polmoni maggior spazio di espansione: le coste inferiori si sollevano distaccandosi, e così anche le medie e, parzialmente, le superiori. E la respirazione più redditizia nella pratica del canto. 2°) - Respirazione toracica: impegna meno il diaframma e porta il ventre ad incavarsi anziché dilatarsi: : rende dunque assai meno della prima; è congeniale alle donne donne, forse a causa della costrizione che gli indumenti esercitano spesso sui loro spesso sui loro fianchi. La I respirazione è facilmente adottabile anche da esse. 3°) - Respirazione clavicolare: è propria degli stati di timore, di ansia, ed anche di chi siede ad un tavolo di scrittura o di lettura. In ogni senso è la meno redditizia, anzi si può chiamare difettosa: va quindi corretta con opportuni esercizi. Per il potenziamento della funzione respiratoria, fine a se stessa ed in relazione all' emissione del suono, si consiglia di praticare la seguente serie di esercizi di respirazione: certamente questi sarebbero più facilmente applicati nell' età infantile, ma gioveranno assai anche agli adulti, come una ginnastica vera e propria. Esercizi di respirazione: -Stando in posizione eretta col busto sia in piedi che seduti, rilasciare i muscoli del volto e, sopratutto, la mascella: le braccia distese lungo i fianchi o, sedendo, appoggiate alle cosce; spalle erette ed immobili, ma non contratte; indumenti il meno possibile aderenti e costrittivi: 1°) - Inspirare col naso e la bocca chiusa per quattro tempi, alla velocità approssimativa di metronomo q = 60; poi espirare con la bocca e col naso nello stesso periodo di tempo. 2°) - Ripetere lo stesso esercizio, ma trattenendo il respiro per altri 4 tempi di uguale durata, prima della espirazione. 3° e 4°) - Ripetere i due esercizi precedenti, tenendo la bocca semichiusa e lasciando fra i denti lo spazio di un dito; curare che la inspirazione sia fatta solo con le narici. Può essere utile far inspirare con una sola narice alla volta. 5°,6°,7° e 8°) - Ripetere gli stessi esercizi a velocità dimezzata. Per educare anche il senso ritmico degli allievi cantori, sarà utile allenarli ad eseguire tutti gli esercizi precedenti, prima battendo loro il tempo, poi senza battuta. Dopo questi primi esercizi si può cominciare ad aggiungere al respiro una nota: durante l'espirazione si canti un suono centrale ("Sol" perle voci acute "do" per le voci gravi). Si tenga presente che tutta l'aria che esce dai polmoni, deve trasformarsi in suono che fiato e suono devono essere un tutto inseparabile, che non deve esservi fuga di fiato né prima, né durante, né dopo emissione della voce. I polmoni non devono mai svuotarsi completamente: nella pratica del canto ciò potrebbe costringere a respiri affannosi ed a deformare poi le prime note della frase.Sarà opportuno inoltre educare il cantore fin dai primi esercizi a cessare l' emissione della voce senza chiudere la bocca, per non privare il suono delle sue naturali risonanze. Credo inutile esaminare qui la struttura anatomica dello organo vocale: basterà ricordare che il fiato, uscendo dai polmoni e poi dai bronchi passa per la trachea, percorre la laringe dove il suono si forma, grazie alle corde vocali, supera l' epiglottide ed entra nelle casse di risonanza (faringe, cavità orale e nasale, seni frontali, etmoidei, sfenoidali etc.). Nella sua struttura l'organo vocale può essere comparato ad uno strumento a fiato, ma le sue possibilità sono infinitamente superiori: infatti, con la nostra voce possiamo imitare il colore di strumenti, di voci animali, di suoni della natura: possiamo dunque modificare anche il "timbro", il che non è possibile ad uno strumento, costruito com' è di una sola materia. E' comunque improprio affermare che esistono tre diversi registri di emissione della nostra voce: l'organo generatore della voce' è uno e uno solo (le corde vocali nella laringe) ; soltanto che la laringe, .spostandosi in altezza produce suoni. più o meno gravi, che risuonano in parte anche al di sotto della laringe (il che porta alla definizione impropria di "note di petto"). Non si tratta di due registri, ma di uno unico, oppure i registri sono tanti quante sono le note. Quello che rende difficile il compito del maestro di canto o di coro, è che tutto questo complesso apparato è, per la massima parte, invisibile a partire dal diaframma fino alle casse risonanti: quindi il controllo si può fare con l'occhio solo sulle parti visibili (lingua, labbra, mascella) e con l'orecchio sulla qualità del suono: se la posizione del cantore è corretta, se la sua mascella è decontratta, se pertanto la sua voce si porta in avanti, risuonando il più possibile nelle casse superiori, essa sarà gradevole, facile alla fusione con le altre e pronta per essere piegata alla "espressione". |
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La corretta e precisa
dizione della parola assume, nella musica corale,
un'importenza fondamentale, forse pari a quella della emissione
vocale; ciò si verifica in particolar modo nell'esecuzione
di
musiche del periodo rinascimentale, ed è giusto e logico che
sia
così, perché in nessun'altra epoca della storia
della musica si
è perseguito ed ottenuto un più perfetto connubio
fra
musica e poesia. E' questo il solo periodo stilistico in cui troviamo
una concezione musicale a linea continua, infinita; subito dopo la
comparsa del "basso continuo" la frase tende a cristallizzarsi nella
formula binaria di 4 misure, nel periodo di 8, positivo o negativo.
Troviamo questa formula ormai definitivamente affermata nel melodramma
e anche nella stupenda fioritura del "Lied", costruito anch'esso
generalmente in frasi binarie. Inoltre, sia il "Lied" che il
melodramma accettano la stroficità o, almeno, il
mutamento di concetti sulla medesima idea musicale: ciò nel
madrigale ben raramente avviene. E' vero che anche talune forme
rinascimentali (canzonetta, villanella,
balletto) anticipano queste due tendenze: la simmetria della frase e la
ripetizione strofica, ma si tratta sempre di composizioni di origine
popolaresca o di impronta ritmica derivata dalla danza. Del resto,
esaminandole, ci accorgiamo subito che l'idea originale del musici
sta si accoppia con la prima strofa: le altre strofe sono talvolta
persino ineseguibili perchè il testo non si adatta alle
linee
melodiche. Nello stile madrigalistico, che si identifica
praticamente con quello della Messa e del Mottetto, ogni nota
è
dunque concepita come stretta funzione poetica, metrica, espressiva
della sillaba corrispondente: infatti la stesura è
essenzialmente sillabica. I frequenti vocalizzi, nei loro varii
aspetti, si accompagnano, comunque, quasi esclusivamente con la
sillaba accentata, confermandone il valore
metrico. Più
tardi,
agli albori del sec. XVII, il vocalizzo diventa elemento di
virtuosismo; esso si accoppia però sempre a
necessità
estetiche e di linguaggio; non sarebbe dunque coerente con tali
atteggiamenti di stile trascurare l'appropriata pronunzia del
testo, la forbita ed elegante dizione della parola. Nella nostra
lingua si contano apparentemente cinque vocali: in realtà
esse
sono almeno 7 (trascurando le vocali proprie dei diversi dialetti): A,E
aperta, E chiusa, I,0 aperta, O chiusa, U. Ora, siccome è
sulle
vocali che si canta, ad esse attribuiremo primaria importanza e diritto
di precedenza: osserveremo che la loro fonazione è
dipendente
dalla posizione più meno elevata della laringe,
dall'apertura della cavità orale, dalla posizione della
mascella
inferiore; delle labbra, e della lingua. Mentre la mandibola deve
sempre esse e rilassata, la
bocca e la laringe, che sono tra loro strettamente interdipendenti, a
seconda della loro maggiore o minore apertura e della loro posizione
producono l'emissione delle vocali nell' ordine che abbiamo esposto.
Purtroppo in Italia oltre ai dialetti, o in
conseguenza degli stessi, anche la lingua madre si presenta sotto
aspetti ben diversi da regione a regione e da città a
città. E' inutile cercare di stabilire una versione
ufficiale:
nessuno la accetterebbe, e poi quale sarà la più
corretta pronunzia? Non quella senese non quella umbra, pure
esse
pervase da influssi dialettali; forse neppure quella
convenzionalmente adottata dagli artisti di prosa! Un bravo e colto
maestro
di coro deve dunque cercare sempre almeno di correggere le troppo
smodate caratteristiche fonetiche dialettali dei suoi cantori. Ferma
restando la regola fondamentale "si canti come si parla",
occorrerà però sforzarsi di fare. emettere
più
morbide, più scure, più rotonde le
vocali che
talvolta nella lingua parlata tendono all'estremo limite della loro
posizione: la A tenderà insensibilmente alla O, le due E
alla EU
francese , la I alla U francese (ü tedesca); tutto
ciò
sempre con molta moderazione, senza forzature. Del resto chi canti con
la
mandibola decontratta, appoggiando il più in avanti
possibile
i
suoni, finirà per trovare spontaneamente la corretta
versione.
Molta cura occorre nella pronunzia dei dittonghi, sia interni alla
parola, sia creati dalle elisioni. Se di due vocali
consecutive;
la
prima è accentata naturalmente su questa si
eserciterà
il maggior appoggio: il valore della nota sarà diviso senza
rigidità in due parti uguali, o, occorrendo, in quattro o
anche
più parti, a seconda del valore della nota, tenendo conto
anche
della necessità di contemporaneità delle voci; la
seconda vocale andrà scurita e alleggerita. Se,
di due
vocali, è la seconda che porta l'accento, la loro
pronunzia seguirà la cadenza della parola parlata. In ogni
caso,
occorre ricercare la massima naturalezza e
spontaneità. Maggiori difficoltà si devono
affrontare
negli incontri di tre o più (raramente) vocali: se tali
successioni coincidono con note di breve valore, le reciteremo
una
dopo
l'altra spontaneamente, come parlando. In latino le vocali sono sempre
divise fra 1oro, e danno
luogo a sillabazione propria; fanno eccezione la J (vera
consonante), la U che segue alla A (tramutata in O italiano: es.
Laudamus), la U che segue alla Q (quoniam). Ma determinarne la
posizione è compito del revisore. Le consonanti che
compongono
il nostro patrimonio linguistico, apparentemente, in un
alfabeto
di 21 lettere,
sono 16. In realtà, trascurando anche la H, che non
ha un
valore fonetico è le. Q, che non ha un suono
suo proprio esse sono almeno 21: B,C (a), C(i),
D,F,G(a),
G(i), L,M,N,P,R,S(enza), (sorri)S(o)T,V, Z(anzara), (maz)Z(a)
più tre fonemi combinati: GN,GL,SC. Potremmo classificarlo
in
diversi modi: esplosive, dentali, labiali,
ecc.oppure: gutturali,palatali, dentali, labiali, a loro volta ancor
meglio suddivise. Ma ciò che a noi maggiormente interessa
stabilire è se su tali consonanti il suono continui o si
spezzi,
e cioè se esse siano cantabili o mute. Le prime sono assai
poche: la L, la M, la N, i fonemi GN, GL, o scarsamente sonore
la, R e la V. Le altre sono tutte mute. Le
consonanti cantabili hanno il vantaggio di non recidere la
continuità della melodia: esse assumono il suono della
vocale
precedente; le altre interrompono tale continuità: ma la
legge universale è quella di pronunciarle nello stesso tempo
che si impiega a pronunziarle nella parola parlata,spostandole sempre
in
modo che si uniscano alla vocale seguente, anche se doppie o
triple.
Le consonanti sottrarranno però sempre una piccola frazione
di
valore alla vocale precedente. La corretta e precisa pronunzia.delle
consonanti, specie se doppie o triple, contribuisce
alla precisione del ritmo e della accentuazione. In latino
talora
avviene l'incontro di due consonanti mute, una terminale ed una
iniziale di parola (per es.: dixit Dominus): poiché questi
fonemi non hanno autonomia di emissione, essi siano pronunziati
continuativamente c senza interruzioni, distinguerli darebbe
luogo ad una vocale supplementare inesistente (Dixit(e) Dominus). Se
la loro dizione è difficoltosa, la prima consonante si
ammorbidirà fino a somigliare quasi alla seconda
(Dixid Dominus). In latino e, raramente, anche in italiano le
consonanti finali di una parola, se seguite da pausa, devono coincidere
con l'inizio della pausa stessa. Insomma, il buon cantore deve cantare
come il più raffinato
cantante da camera, e deve "dire" come il più forbito attore
di
teatro di prosa, ma sottoponendosi alla disciplina collettiva. In ogni
caso di dubbia realizzazione, la soluzione, l'ispirazione, l'indirizzo
si trovano sempre nell'imitazione della parola parlata. |
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In un'esecuzione corale, come orchestrale, in concerto come in prova tutto dipende direttamente del gesto del direttore. Il suo gesto deve esprimere ogni singolo elemento tecnico ed artistico della esecuzione ritmo (e cioè l'agogica) il volume del suono, entrate e uscite delle parti come quelle degli esecutori attenti, convergono sulla sua mano, egli tiene la bacchetta magica (anche se dirige senza bacchetta) dalla quale si sprigiona tutto il miracolo dell'esecuzione musicale, di quest'arte tutta astratta e misteriosa, che si può anche, volendo, ridurre a schemi grafici e a formule fisiche , ma che sfugge nella sua reale estrinsecazione ad ogni controllo strumentale (v. il "tocco" del pianista). Il direttore di coro deve dunque essere il centro dell'attenzione generale e quindi costituire in se stesso uno spettacolo nello spettacolo auditivo (da "spectare"). La sua mano deve, caso per caso, disegnare, dipingere, plasmare, scolpire il concetto estetico; egli deve saper trasfondere negli esecutori i suoi trasporti, le sue emozioni, la sua sensibilità, addiritura; ma nello stesso tempo deve sapersi controllare con la massima freddezza, perché corre il pericolo di creare dentro di se l'esecuzione come la sente spirituamente non come la ode in modo reale con orecchio, perdendo così il completo controllo della massa cantante. Il gesto può essere spontaneo o studiato, ma deve essere il più possibile simile in prova e in esecuzione. Ogni occhio dunque si rivolge al direttore che, durante l'esecuzione, mima il contenuto espressivo del pezzo, come una danzatrice che crea passi e movenze su concetti musicali. ma nel caso del direttore di coro avviene il contrario: è la musica che nasce dalla sua mimica. Occorre dunque che il Direttore gestisca con somma eleganza, ma con gestire sobrio, limitando il suo gesto al minimo necessario in ampiezza a seconda delle esigenze, col busto eretto (e ciò anche per suggestionare i cantori a mantenersi in posizione corretta), limitando anche ad un pizzico quel po di istrionismo al quale, talvolta si è tentati di abbandonarsi. Il movimento del braccio si limiti all'avambraccio: l'omero resti rilassato ed elastico, non incollato al corpo, perché lo stesso omero potrà intervenire in qualche caso per un attacco in evidenza , per un volume di suono più ampio per un'eventuale apertura delle braccia rivolta ad atrarre l'attenzione di parti situate in posizione estrema. Anche il busto deve essere elastico per permettere flessioni, talvolta necessarie, in avanti o anche laterali, che però non devono mai arrivare all'angolo retto (posizione goffa): piuttosto ci si può aiutare con lievi spostamenti di tutto il corpo sui piedi. Ma al direttore non devono bastare le braccia: egli dispone di altri organi per guidare il complesso. Con un lieve o energico cenno del capo egli potrà dare un attacco, se le mani sono diversamente impegnate; a volte basta un moto delle sopracciglia ad ottenere un certo risultato e sopratutto col viso egli deve assumere quell'espressione che il concetto musicale esige, per trasformarla per imporla ai cantori, onde ottenere una compattezza anche espressiva. Anche la bocca può servire magnificamente da guida, aiutando la parte in difficoltà, e sopratutto in certi passaggi isoritmici sillabati è drammaticamente o intensamente declamati. Dunque: disponiamo di braccia, viso, capo, labbra. Ma le due braccia conviene siano indipendenti l'una dall'altra, perché molto spesso si può dare un attacco, o richiedere una variazione dinamica: in più o in meno, o una posa accentuativa, o una vibrazione espressiva col braccio più efficace (sinistro o destro), continuando a dirigere con l'altro braccio, per quanto sia sempre più lineare mantenere la battuta con la destra. Per ottenere l'indipendenza espressivo: sempre più nettamente fermandosi negli estremi, secondo la qualità del fraseggio e cioè a seconda che l'accentuazione debba essere più o meno scandita : questa norma vale anche per il semi-legato e lo staccato. Il gesto sarà anche più o meno ampio secondo il volume e l'incisività della frase: al massimo può arrivare al di sopra della testa, ma quasi mai il braccio dovrà distendersi completamente. Nel p. e nel pp. basta il riquadro [ ] spalle-vita. Non si deve suddividere che in caso di necessità (nei rallentando, nelle entrate molto difficili in sincope o in controtempo) altrimenti tutto diventa pesante e la declamazione perde la sua spontaneità. Utile risulta la suddivisione sillabica nei passi isoritmici declamanti. Movimenti del braccio nel legato semi-legato e staccato in tempo binario, ternario, quaternario tetico: l'ultimo tempo sempre in alto e lievemente a sinistra. Movimenti del braccio nelle frasi inizialmente anacrusi che in tempo binario, ternario, quaternario di carattere legato ed espressivo: l'attacco è dato con un lieve accenno sul tempo principale precedente la nota di inizio e poi con un cenno di attacco in giù. Il cenno preparatorio sarà tanto più esatto ed energico quanto più sarà il peso dinamico della nota seguente. Se la anacrusi comincia su una suddivisione, il cenno preparatorio sempre essere secco ed energico ma sempre proporzionato alla dinamica della nota iniziale. Nei tempi composti a ritmi veloci non occorrono suddivisioni; nei tempi semplici e composti più lenti, si può e conviene suddividere lievemente ogni singolo tempo, raddoppiando ogni cenno della mano. Nel tempo quinario semplice, si può scomporre la misura in due parti: 2 + 3 oppure 3 + 2 col gruppo ternario accennato con movimento circolare più lento. Nel tempo settenario piuttosto veloce si può scomporre la misura coi seguenti schemi: 3 + 2 + 2, 2 + 3 + 2, 2 + 2+3 senza suddivisioni, accennando il gruppo ternario con lievi movimenti della mano o con movimento circolare più lento: nei movimenti lenti, si può suddividere: 3 + 4, oppure 4 + 3: ![]() |
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Si suole dire che la natura è tutta basata su un ritmo universale e regolatore: in realtà sono ritmo il volgere delle stagioni, del giorno e della notte, delle maree, regolate dal moto degli astri, il trascorrere dell'acqua in un torrente, lo stillicidio di una goccia, e, nell'essere vivente, il battito del cuore, il passo, il batter delle ciglia e delle ali, il canto monotono di certi uccelli; e possiamo definire ritmo anche la simmetria geometrica di certi cristalli di carbonio, strutturalmente conformati con Simmetrica esattezza, i cristalli di acqua congelata che formano il fiocco di neve. Ma la perfetta ed esatta continuità dei suoni o la rigorosa simmetria della materia non sono dell'essere vivente. Tutti i ritmi naturali, tutte le simmetrie naturali sono sottoposte ad infinite variazioni dovute a cause contingenti e occasionali, per cui possiamo affermare che il ritmo assoluto è dell'infinita mente piccolo o dell'infinitamente grande, elementi che sfuggono per la più gran parte all'osservazione dell'uomo; oppure del meccanismo costruito dall'uomo, quindi di uno strumento. Nell'essere vivente lo simmetrie e le continuità delle cadenze ritmiche sono sottoposte a moti psichici e psicologici che giungono dall'esterno, o che riproducono emozioni esterne o interne; l'uomo respira regolarmente, il suo cuore batte con assoluta regolarità solo durante il sonno, cioè in stato di incoscienza. Ma basta una variazione della temperatura o della pressione (agenti fisici) o un sogno conturbante perché tale regolarità di ritmo si rompa con accelerazioni o rallentamenti. In natura organica ed inorganica, quella che determina la disposizione della materia è la legge del "locus minoris resistentiae", che costruisce l'albero, come l'animale come l'uomo genericamente simmetrico, ma metricamente costituito in modo irregolare (basti, per l'uomo, l'osservazione della fotografia del viso o il viso altrui visto nello specchio). Insomma: la regolarità diffusa in natura è praticamente sempre fantasiosa,libera nella sua simmetria, ricca di infinite variazioni. I pochi casi di cronometrica regolarità pertengono a meccanismi naturali (come il moto della terra, ad es.) o artificiali, e cioè costruiti dall'uomo. La danza è la manifestazione più spontanea nell'individuo uomo, e la danza porta con sé il concetto di ritmo. Ma ecco che quanto più l'uomo si civilizza acquistando la capacità di moti spirituali più intensi e profondi, tanto più la base ritmica perde la sua fondamentale importanza per cedere il passo al suono, regolato ma non dominato dal ritmo ma piuttosto più dal raziocinio o, meglio, dai moti spirituali. Il ritmo ossessivo del selvaggio, del resto sottoposto quasi sempre ad accelerazioni graduali, si tramuta progressivamente in espressione lirica di diversa natura: il ritmo resta come regolatore di accenti più o meno sottolineati,ma perde quel predominio che originalmente aveva nell' espressione anche il tam-tam dei popoli meno progrediti è espressione musicale, ma è formato più da rumori che suoni. Quando il suono si sovrappone al ritmo, quasi sempre il rigore di quest'ultimo si attenua o, almeno, passa in sottordine (v. Danze della "suite" Walzer di Chopin). Tutto questo preambolo per arrivare al concetto che anche in musica il ritmo non può o non deve essere assoluto, all'esercizio tecnico che occorre per formare l senso della cadenza regolare degli accenti ma anche nell'esecuzione d'arte deve essere sì non dimenticato non ignorato ma sottoposto a quelle sfumate variazioni che il gusto estetico impone. In campo polifonico, poi, si è già più volte detto, l'elemento regolatore del fraseggio è la parola, la frase (che è un più composito raggruppamento di parole), nella quale più che della simmetria, l' ordine è dettato dall'accentuazione, e quest'ultima dalla esposizione naturale del discorso poetico sposato al discorso musicale. Per questo io affermo la superiorità del contenuto estetico dell'espressione polifonica del pieno rinascimento, lo svincolo dalla rigida simmetria, che si consoliderà nei secoli seguenti, con lo spostamento o l'accentramento dell'interesse discorsivo in una sola linea: nell'arte polifonica più raffinata non esiste una regola determinante nella formazione della frase,e, sopratutto, il punto focale si sposta continuamente da una voce all'altra , come si vedrà nelle future considerazioni sul fraseggio. Ma in quest'ultimo, assieme a punte di maggior gravitazione espressiva si alternano punte di maggior importanza accentuativa: il tutto con estrema elasticità, secondo regole inesprimibili di gusto e di sensibilità individuale. In questa elasticità ritmica, però, si deve ottenere il perfetto sincronismo delle voci, cosichè può accadere che ad una parte si debbano concedere leggere variazioni di ritmo per permettere alla parte, che in un certo istante è maggiormente in evidenza,di concludere con naturalezza il suo discorso. Ecco perché è incoerente un direttore di coro che batta il tempo col piede o sul leggio; ecco perché non si deve permettere al cantore di accompagnare l'esecuzione con l'ondeggiare della testa, o del piede, o della mano. Una più rigorosa condotta ritmica potrà essere consigliabile, però, nella fase di studio: occorre sviluppare il senso del ritmo rigidamente esatto per poter poi rompere tale continuità nell'esecuzione artistica. Ancora una volta faremo ricorso alla corretta ed elegante sillabazione del testo per ottenere una maggior scorrevolezza della frase: le consonanti non perfettamente pronunziate le doppie non marcate come si richiederebbe in un discorso in lingua ben declamata, ritardando le sillabe come abbiamo visto, tolgono alla vocale seguente il suo vigore (e spesso ad una doppia segue una vocale accentata): la pronunzia sorvolato biascicata toglie alla frase musicale anche la sua fisionomia ritmica. Quanto alla scelta del tempo, questa è una delle difficoltà più ardue da superare: molto spesso un'esecuzione che potrebbe essere buona, vivace, colorita, diviene pessima per colpa anche di poche linee di metronomo in più o in meno. La legge mia personale l'ho già esposta: la ricerca della sillabazione più naturale nella suddivisione più piccola. Questo però non significa che tale ricerca possa influire su tutta la composizione che si esegue: ogni singolo episodio, a questo riguardo, fa storia a sé: pertanto in mottetto o in madrigale possiamo aver bisogno di molte accelerazioni o di molti rallentamenti.E ciò costituisca anche elemento di varietà e correttore della monotonia; l'alternativa ed il logico susseguirsi di tali variazioni agogiche non possono essere codificate. Occorre sempre che il gusto e la sensibilità intervengano, guidate dalla comprensione e del del significato del testo poetico e dalla ricerca continua della volontà estetica dell'autore. Il gusto e la sensibilità del direttore e devono evitare stridori e bruschi contrasti nel passaggio da un episodio all'altro, oppure quando possa essere opportuno, crearli ad arte. Nella maggior parte dei casi, però, accllerazioni o rallentamenti vanno preparati nella clausola finale dell'episodio precedente. |
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Si intende per fraseggio quella maniera elegante di dare ad una frase melodica quella linearità ondulata, quella forma dinamica che corrispondono alla più forbita declamazione del verso sul quale la frase è costruita: la frase deve respirare , deve assomigliare idealmente al respiro umano: avere un suo inizio tenue, ampliarsi, distendersi, declinare e spegnersi con naturalezza. Questo è l'aspetto più frequente di una frase musicale nello stile polifonico: naturalmente; a seconda della necessità del testo poetico una linea melodica può anche avere uno sviluppo tutto ascendente o tutto declinante: ma nella maggior parte dei casi ciò non avviene. Una linea discorsiva può avere anche più di un vertice espressivo; generalmente però uno predomina particolarmente sugli altri: e su quello deve verificarsi il maggior appoggio dinamico e specialmente patetico. Ogni frase dunque, nello stile polifonico, ha uno o più vertici, uno o più punti di maggior gravitazione dinamica ed espressiva; ma contiene anche sillabe dall'accento secondario e sillabe decisamente deboli; tutte devono essere dosate con molta cura, in modo che la linea simbolica della frase assuma la forma di un grafico ondulato. Questo plasmarsi della frase non deve contenere forzature: tutta la frase deve essere limitata alla fascia dinamica che le si addice per la sua espressività, per la sua configurazione, senza che il volume di voce passi da uno strato di potenza all'altro. Ciò avviene raramente, ma non è da escludersi in modo assoluto; avviene di rado, perché la frase poetica racchiude quasi sempre in sé un unico concetto, una singola entità espressiva. In una partitura vocale polifonica trascritta in notazione moderna un accento debole può coincidere con la prima nota di una misura: su questo tempo, spesso, il cantore inesperto tende a produrre un accento: tale vizio va corretto. Si ricordi che, nel tempo rinascimentale, la battuta, che non era delimitata dalle stanghette odierne, aveva significato e contenuto puramente quantitativo, mensurale, e non accentuativo: fra note di eguale valore, una qualunque poteva corrispondere ad una sillaba accentata; ma le sillabe di importanza fondamentale erano accompagnate sempre da valori più lunghi, spesso da vocalizzi. Si cerchi dunque sempre nella parola la guida per la corretta dizione. Talora, per conferire il giusto accento alla parola, alla frase, può tornar utile al direttore di frammentare idealmente il discorso musicale in cellule binarie e ternarie (come spesso avviene nel gregoriano): queste suddivisioni della frase possono essere anche indicate col gesto ma naturalmente solo quando siano coincidenti in tutte le voci. Ancora, è difetto frequentissimo del principiante di accentare seccamente la sillaba debole che precede un rapido respiro: anche questo difetto è da combattere rigorosamente. Nei secoli seguenti al periodo rinascimentale, la coincidenza fra primo tempo della misura e sillaba accentata va diventando sempre più consueta. E ciò rende molto più agevole al cantore la corretta accentuazione: non dimentichiamo però che nel repertorio di un complesso polifonico la musica dei secoli aurei della polifonia dovrà aver sempre un posto preponderante; non altrimenti, nei programmi di concerti sinfonici, il '700 o 1'800 costituiscono il nucleo principale. La frase che accoppia il punto focale espressivo col vertice dinamico e specialmente con quello di elevatezza di suono, naturalmente aiuta il cantore a pronunciarla nel modo più aderente alla sua cantabilità, alla sua configurazione Però non è infrequente il caso di una linea che si porta discendendo verso il suo culmine patetico: in tal caso il direttore dovrà compiere un più grave sforzo per educare i cantori a modellarla con correttezza. Si tenga presente l'impostazione tecnica della partitura polifonica rinascimentale: le entrate si succedono in stretta imitazione, cosicché le punte espressive si alternano nelle diverse voci: occorre dunque anche per questo ondulare la linea melodica al fine di dare ad ogni voce il suo giusto rilievo; ad un vertice corrisponderà cosi un punto di minore intensità Specialmente quelle brevi o meno brevi code melodiche melismatiche, con le quali sovente si conclude una frase, devono essere accuratamente smorzate e scurite, perché ad esse quasi sempre si accompagna l'entrata della seconda coppia di voci: ciò conferirà anche maggior percepibilità al testo. Questi prolungamenti possono avere anche un valore melodico notevole, ma quasi sempre devono essere messi in stato di inferiorità rispetto alle nuove entrate. Si devono pur sempre sentire distintamente, ma solo con minor rilievo: occorre pertanto dosarle con la massima cura specialmente nel genere madrigalistico si incontrano casi di sillabazioni, che per adeguarsi con maggiore eleganza e maggior aderenza al testo, richiedono un uso sapiente del semi-staccato o dello staccato vero e proprio, che non deve comunque mai essere secco e rigido, ma sempre morbido ed espressivo. La completa dizione del testo non deve, mai essere trascurata neppure nel caso di più lieve staccato, soltanto che in queste figurazioni speciali la consonante va anticipata e le sillabe intercalate da pause ideali ![]() |
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Nel corso del fraseggio rivestono enorme importanza i vocalizzi. Abbiamo già visto che tali aspetti melodici si possono suddividere "grosso modo" in tre tipi: 1°) di continuità melodica accoppiata a funzione di completamento armonico e di prolungamento della frase per ottenere la sutura con le altre voci (più tipico della musica religiosa, meno sillabica); 2°) con carattere tipicamente madrigalistico: si, accompagna a parole significative od ispiratrici di atteggiamenti imitativi (vento, acre, aura, aria, fuggir, giro, nodo, cantar, ecc.). Questi due primi tipi di vocalizzo vanno eseguiti sempre legati ma con molta precisione, riemettendo il suono per combattere ogni tentativo di portamento, ma assolutamente senza soluzione di continuità nell'emissione; generalmente con colore più scuro o con volume minore (specialmente il primo tipo) perché la leggerezza dell'emissione agevola l'agilità e la scioltezza della voce. Non è esclusa una chiarezza di suono più o meno marcata, per effetti o aderenze estetiche più segnate. Il terzo tipo di vocalizzo ha carattere più spiccatamente virtuosistico ed è tipico del tardo '500 e del primo 600: è sempre più uniforme nella sua composizione ritmica, segue quasi sempre un moto di progressione e una fisionomia tecnica semi-strumentale: è quindi un po' più arido e meno significativo dei precedenti. In quest'ultimo tipo è generalmente consigliabile un'esecuzione picchettata più distintamente, prodotta da lievi impulsi del diaframma, senza che diventi simile al "martellato" di stile bachiano. Particolare importanza ha, data la sua frequenza, la nota anticipata, o "portamento". La sua esecuzione richiede massima eleganza e morbidezza; i cantori principianti tendono a |
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