 |
 |
Verso l’oblio: la memoria, i versi, l’oblio
Claudio Gamba |
|
|
 |
Superato qualche iniziale imbarazzo ho alla fine preso la decisione di rendere pubblica questa raccolta di versi, composta da Paolo Gamba (che amava firmarsi con lo pseudonimo «Paolo da Novara») tra il 1969 e il 1970, lasciata incompiuta o meglio interrotta nel 1971, quando, perso ogni appetito alla vita, decise di togliersela. Il mio imbarazzo non era certo dovuto a questa fine tragica, ma al fatto che, in genere, è poco elegante scrivere su un parente; viene spontaneo nel lettore, anche in quello privo di malizia, almeno un sorrisetto di perplessità. Eppure in questo caso lo scrupolo poteva essere superato, per due ragioni. La prima, il non aver mai conosciuto mio nonno, essendo lui morto un paio d’anni prima che io nascessi. La seconda, l’aver molto esitato e valutato sul da farsi, l’aver letto e riletto queste sue poesie e l’aver poi dovuto ammettere quasi controvoglia una qualche loro bellezza, una qualità intrinseca, non dettata da condizionamenti, un valore effettivo e non affettivo. Nessun elemento di memoria personale, nessuna contaminazione emotiva mi ha indotto a riesumare queste carte. Ho affrontato Paolo Gamba da storico, come uno storico farebbe con un personaggio del passato, del quale gli capita di rinvenire un incartamento di inediti, che, semplicemente, ritiene degni di essere sottratti all’oblio.
Successivamente si è aggiunto un altro motivo: la produzione poetica di Paolo Gamba è nata in concomitanza, spesso in modo complementare, con l’attività di pittore e scultore. Finalmente reintegrata insieme quella duplice, o triplice, attività diventa più chiara, leggibile, comprensibile. Improvvisamente l’enigma di certe sue figurazioni liricamente astratte diventa intelligibile. Lo sguardo socchiuso e perso di un suo Autoritratto in terracotta appare ora intento a fissare qualcosa di meno indeterminato, è lo sguardo diretto a fissare dritto «verso l’oblio» (come s’intitola una delle sue poesie, che abbiamo scelto per dare nome a tutta la raccolta). Una sua tempera intitolata Baratro acquista ora una pregnanza di significati, di implicazioni esistenziali e autobiografiche che prima non erano immaginabili. Il contorcersi e aggrovigliarsi di molte sue sculture in legno o in creta, sono il corrispettivo di quella inquieta e insoddisfatta ricerca di felicità e di pace che trapela in ogni suo verso. Ma si badi, la sua poesia non spiega nulla, non ha intento di formulazione teorica di un’estetica, non è l’esposizione prosastica della sua ricerca artistica (testi teorici che pure egli elaborò per presentare le sue due personali). La modellazione della parola e la grammatica della materia plastica e pittorica, procedono su binari paralleli, come parallele sono la ricerca figurativa e quella astratta (o astratto-concreta che dir si voglia), che viaggiano insieme tenute strette dal comune denominatore onirico. I temi del sogno, dell’apparire, dello svanire, del ricordare, della nebbia, dell’oblio, del pentimento, dominano questi versi e si ritrovano in modo coincidente ma autonomo nelle sculture e nei dipinti. Alla fine è la coerenza e l’unità della ricerca a dare ancora più valore a questi suoi oggetti di carta, di legno e d’argilla.
Tanto più appare ricca e multiforme la sua attività se si tiene conto che si svolse nel breve giro di un lustro, o poco più, perché Paolo Gamba arriva molto tardi a convogliare la sue pulsioni creative verso l’uso di pennelli e scalpelli. La sua parabola artistica esplode e si consuma in tempi strettissimi, dopo una vita che pur piena di un’ingegnosa passione inventiva non aveva manifestato particolare propensione artistica: inizia come scultore verso il 1964-65, quando è già più che cinquantenne; nel luglio ’66 e poi nell’ottobre-novembre ’67 tiene le sue due personali a Roma, alcune foto di opere sono pubblicate, ottiene alcune recensioni, infine nel marzo ’68 vince il terzo premio Unesco (ex-aequo con lo scultore F. Falla) e le sue sculture sono esposte alla Galleria Club Attico. Nel 1969-70 compone le poesie che qui pubblichiamo e un romanzo breve, non datato e rimasto inedito, decisamente meno riuscito e un po’ indecifrabile nella sua fumosa astrazione psicologica; è probabile che il romanzo sia stato abbandonato prima di passare alla scrittura delle poesie, che ne costituisca il terreno d’elaborazione, che le preceda come un accumulo di temi e parole che trovano poi finalmente una più compiuta elaborazione e sintetica tensione nella scrittura dei versi.
Certo anche questo improvviso e imprevisto dirottamento verso la letteratura appare sorprendente, perché non ci sono segni di sue precedenti prove di scrittore, è come se tutto insieme si liberi una necessità interiore trattenuta per decenni, le sue poesie sono scritte quasi tutte di getto e le date sui manoscritti permettono di verificare che sono spesso buttate giù in rapida successione in una stessa giornata, come se le avesse immaginate da sempre, come se le conoscesse a memoria, le avesse ripetute dentro di sé chissà quante volte. Trascrisse a macchina i suoi appunti ma non ebbe modo di limare e perfezionare i testi: i dattiloscritti non presentano correzioni tranne quelle compiute in corso di battitura e qualche minima rettifica a penna. Tutto insieme, infatti, la sua attività creativa si arresta: alla fine del 1970 le sue condizioni di salute peggiorano, la vista gli si offusca e l’umore si fa nero, viene ricoverato e poi dimesso, infine nel febbraio 1971, a poco più di sessant’anni, si suicida. Si può certo dire che non ebbe il tempo di portare avanti la sua ricerca, né di promuovere a sufficienza le sue creazioni. E d’altronde alla sua morte è calato su di lui un silenzio assoluto e ininterrotto; le sue poesie sono finite in uno scatolone e dimenticate in una polverosa soffitta; le sue opere d’arte sono andate in gran parte disperse (ne rimane tuttavia traccia nella serie di fotografie da lui stesso scattate a mo’ di catalogo); alcune, comunque, vendute dall’autore, dovrebbero ancora trovarsi in collezioni private.
Da storico mi ero proposto di riferire a un contesto non puramente lirico ed esistenziale la sua produzione poetica e artistica; non si può non tenere conto che la maggior parte delle sue poesie risale ai due anni subito successivi al Sessantotto. Di protesta certo qui non c’è traccia, anzi forse l’aspetto meno entusiasmante di questi versi è l’insistere sul tema del rimpianto, con toni un po’ decadenti, talvolta trasognati, talvolta egocentrici (non è un caso che tra i suoi libri si trovasse quel curioso romanzo surreal-reazionario che è il Gog di Papini). Non c’è traccia alcuna di contingenza storica, o politica, o cronachistica; in questi suoi versi tutto è avvolto nella rarefatta atemporalità di una ricerca solitaria e appartata; la parola poetica è come avvolta in un fumo leggero, immersa in quelle condizioni atmosferiche, tra nebbia e nuvola, ripetutamente evocate come metafora dell’inconsistenza della vita, dello svanire nel nulla, dello sprofondare nell’oblio. Forse tra le rare eccezioni si possono segnalare il tenero gioco della bimba vegliata dalla madre in Natale, la fanciullesca cantilena di Al mio micio (dove però il gatto diventa gioco che improvvisamente può farci del male, come la vita), ma soprattutto l’immagine degli effetti del boom economico degli anni Sessanta nel componimento intitolato Traffico, nel quale si addita la «gente impazzita» che sfreccia nelle proprie automobili «portata ad una parossistica tensione, / ubriaca, nevrastenica, sconvolta, folle», «gente che più non ragiona»; e le tensioni di quegli anni di forti conflitti ideologici e generazionali si possono cogliere nei versi che chiudono la poesia: «È una reciproca gara a spezzarsi i nervi / a distruggere la poca personalità che rimane / a rendere la vita sempre più triste e dura / a portare alla follia anche l’uomo più savio» (n. 32).
Se è vero che non c’è protesta, non si può però dire che ci siano serenità e accettazione; è questa una poesia del dolore, dell’angoscia ma anche del rifiuto del male, del rigetto della menzogna, della ricerca di una vagheggiata e irraggiungibile felicità, vi domina l’amaro riconoscimento dell’inutilità della vita, la tragica apparizione del vero e fatale destino dell’uomo: «il nero baratro che si è aperto / che ti inghiotte in una dolce / voluttà, per totalmente annientarsi, / per distruggersi, addormentarsi!» (n. 28). C’è, infine, un’altra, più forte, drammatica ragione, che rende questa poesia tutt’altro che acquietante, è l’esito ultimo che consegue alla scrittura dei versi. La verità di questa poesia sta nel gesto finale che la invera.
Tante volte la poesia è servita per guarire dalla follia, come sollievo dalla disperazione, per imparare a non morire. Non in questo caso. L’esito finale di questa poesia è proprio la morte; non l’idea della morte come vagheggiata poetica della disillusione, come metafora dell’incompiuto, ma la morte come atto voluto e compiuto, identità di pensiero e azione, esito ultimo e inevitabile della ricerca poetica, morte inflitta a se stessi, suicidio: «fuoco bruciante che divora / ciò che è restato della mia vita: / vita inutile e vana, / che spinge l’anima mia / verso la fine / verso l’oblio» (n. 20). Una poesia preparatoria alla morte fisica, dunque, non solo una poesia dell’abbandono, del lasciarsi morire, ma dello scegliere di morire. E non tanto una poesia di confessione o d’esame di coscienza, non di bilanci e valutazioni prima del distacco ma di introspezione. Di cosa? Introspezione di quel che ardentemente si desidera (sguardi, carezze, baci, l’apparizione di bellezze muliebri), di quello che si vede dentro di sé nella propria amara solitudine, di quello che ci rimane al termine della vita, l’immagine di quello che si è stati, di quel che si è, di quel che si diverrà (il non essere più), in una sovrapposizione assoluta di ricordo, attesa, sogno, futuro. L’immagine che appare alla fine della vita è destinata ad accompagnarci nell’eterno nulla. La poesia precorre e costruisce un futuro che non esiste, lo disegna, lo prefigura e in qualche modo lo fa già accadere, sia pur solo nella successione di parole e pensieri. Si diverrà, con la morte autoinflitta, quello che il pensiero, con la sua incarnazione linguistica nella parola poetica, immaginerà che sarà il nostro dopo. Tratteggiando in decine di varianti il tema del nulla, dell’oblio, del morire, l’uomo-poeta decide in quale condizione vivrà il suo eterno destino, la sua dissoluzione nell’infinito. Nessuno di noi può sapere quale futuro ci attende, il chi o il cosa che ci aspetta oltre la soglia; tanto vale deciderlo subito da noi. La morte autoinflitta è l’atto necessario, indispensabile per dare compimento al proprio disegno. Nulla di più.
Da questo punto di vista la raccolta poetica non poteva che essere postuma, se l’autore l’avesse pubblicata in vita avrebbe neutralizzato la sua funzione preparatoria al decesso, sarebbe diventata, come tante volte è accaduto nella storia della poesia, un antidoto. Mentre, non rimedio, è veleno e morso di serpente questa poesia. La sua musa segreta è Cleopatra che si lascia sprofondare nel delirio finale e obliante con il morso dell’aspide.
Ma la ragione profonda di questa poesia, di tutta la poesia (e forse, estensivamente, di tutta la scrittura), è la volontà di permanere nella memoria, di vincere l’azione distruttrice del tempo; la poesia è la negazione dell’oblio, proprio di quell’oblio qui così ossessivamente nominato, percorso, descritto, invocato; la parola poetica è la traccia che rimane, è la materia che sopravvive, che sta lì, inerte, che attende di essere letta, di rivivere nel pensiero di un altro, di essere posseduta dagli occhi, dalla mente del lettore. La scrittura è preparazione al distacco, separazione di una parte di sé, quasi amputazione di un pensiero, privazione o uccisione di un frammento di identità, ma alla fine la scrittura è fatta per essere letta, per cercare avidamente il suo lettore, una vita in cui rivivere. Si scrive per il desiderio di donarsi all’altro e in fondo nel tentativo di possederlo venendo posseduti; talvolta si ricorre alla scrittura proprio nell’incapacità di trovare vere forme di donazione. Le «parole mai dette» possono finalmente essere espresse, venir scritte, essere scolpite nel verso, e spesso è la dura esperienza del dolore a permettere questa liberazione dei sentimenti: si vedano qui le parole di tardivo pentimento per l’inespresso amore coniugale, che riesce a emergere solo dopo la scomparsa della moglie: «Sotto la ruvida scorza delle apparenze / nascosto, giaceva, languiva un affetto: / il dolore lo doveva liberare» (n. 62).
La poesia è insieme una forma di altruismo e l’incapacità di esprimerlo in atti concreti, è una carità egoistica. Chi realmente compie atto di altruismo è il lettore (e ogni scrittore è anche un lettore), che riscatta la scrittura accogliendola dentro si sé, dandogli un senso di vera donazione. Del resto la parola scritta e non letta è qualcosa di atroce, doloroso, insopportabile, come l’amore trattenuto e nascosto, o forse come la reclusione e la tortura. La parola che non può essere più letta o che si decide di non volere più leggere, la parola che viene cancellata, distrutta, rimossa, censurata, è un atto di disumanità. Il lettore compie l’atto taumaturgico della resurrezione, il gesto pietoso di curare le ferite.
I fogli dattiloscritti di queste poesie giacevano lì come un corpo ferito che da oltre trent’anni se ne stava in attesa di uno sguardo pietoso, di un lettore che li salvasse dal silenzio, dal buio, dal nero oblio. Si doveva salvare questa raccolta di versi, recuperarne la memoria, interromperne la muta agonia. Con tale spirito abbiamo deciso di far risorgere queste parole di morte e d’oblio per restituirle alla vita, a chi ha il potere di ridargliela, al lettore. | |
|
 |
|
 |
| Paolo Gamba, Autoritratto, terracotta |
|
|
 |
|
 |
 |
|
 |
Si pubblica qui per la prima volta il testo integrale delle 61 poesie inedite di Paolo Gamba, noto anche con lo pseudonimo Paolo da Novara. L’insieme dei testi si trova raccolto in una cartella segnata con l’indicazione “Poesie”, all’interno della quale è un fascicolo di fogli dattiloscritti, sciolti ma numerati progressivamente (tuttavia con alcuni salti), e altri tre fascicoli con copie delle stesse poesie ma in versione incompleta, come se si trattasse di vari tentativi di disposizione dei materiali o di una possibile loro riduzione, o infine semplice materiale doppione, dovuto al diverso numero di copie di ogni poesia. Si tratta sempre, infatti, di veline ottenute in più copie con cartacarbone; i numeri di pagina sono in alcuni casi aggiunti a penna o a matita oppure battuti a macchina. Un altro fascicolo contiene invece, in foglietti sparsi di diverse misure, i manoscritti delle poesie, talvolta difformi rispetto al testo dattiloscritto. I fascicoli non recano alcuna indicazione sul titolo da adottare per la raccolta, quello qui utilizzato è stato scelto dal curatore e ripete il titolo della poesia numero 3: Verso l’oblio.
Nel fascicolo più completo, insieme con le poesie, sono conservati due fogli prestampati (del tipo per il conteggio di entrate e uscite), sui quali sono riportati i titoli delle poesie accanto a un numero, che corrisponde a quello sui dattiloscritti. La numerazione va da 1 a 100, ma i titoli si fermano al n. 88 e non tutte le righe sono occupate, sembrerebbe anzi che l’autore avesse intenzione di riempire quei vuoti con testi che rientrassero in un preciso svolgimento tematico e che in attesa di comporli abbia lasciato lo spazio vuoto. Altre quattro righe, numeri 89-90-91-92, recano solo un trattino che rimanda alle ultime quattro poesie, numerate ma senza titolo, il cui testo è presente solo nel fascicolo con i manoscritti e che evidentemente l’autore non fece in tempo o non volle trascrivere a macchina. Anche per la loro non facile decifrazione si è deciso di non inserirle.
Si è deciso di pubblicare integralmente le poesie nella versione più completa e di mantenerne l’ordine esatto, riportando, dopo il titolo e tra parentesi quadre, anche il numero assegnato al testo dall’autore, numero che permette di distinguere le poesie con identica titolazione. Dai 63 fogli (in realtà 66, perché uno dei testi, il lungo Meriggio marinaro n. 53, è formato da 4 fogli spillati insieme) sono stati eliminati solo due doppioni, cioè due testi che forse nell’attesa di una collocazione definitiva comparivano due volte, anche nell’elenco dei titoli (esattamente sono Un sogno, nn. 64 e 69; e Al mio micio, nn. 74 e 79). Nella loro collocazione si è scelto di scartare la copia numericamente più avanzata.
Il testo n. 33 intitolato Malinconia è in controparte in tutte le copie delle veline, cosicché è possibile leggerlo solo mettendo il foglio in controluce, non è chiaro se questo sia dovuto a un errore (il posizionamento rovesciato della cartacarbone) oppure sia intenzionale, ipotesi da non scartare visto che l’autore avrebbe potuto benissimo ribattere il testo prima di proseguire e visto anche che il foglio è riportato sempre (cioè anche nelle altre copie del dattiloscritto) rigirato dal lato non scritto. Tuttavia non potendosi riproporre questo artificio e rimanendo il dubbio, si è deciso di convertirlo al dritto. Malinconia è anche il primo dei dattiloscritti in cui compare, in fondo, la data (11-6-1969); tuttavia per fissare l’arco cronologico della composizione dei testi si può ricorrere ai fogli manoscritti, che spesso recano una datazione poi soppressa nella trascrizione a macchina. Il primo foglio datato è il n. 10, composto il 16 maggio 1969. Gli altri dattiloscritti datati sono il n. 50, il n. 75, e gli ultimi tre, nn. 86-88, tutti datati 24 giugno 1970, mentre le ultime quattro poesie manoscritte arrivano fino al 22 settembre, che va intesa come la data di interruzione del lavoro sui testi; già nell’agosto del 1970 l’autore aveva infatti accusato un progressivo offuscamento della vista, poi alla metà di ottobre viene ricoverato per un malore: è in stato confusionario, ha difficoltà motorie e di articolazione delle parole. Viene poi dimesso. Si toglierà la vita il 19 febbraio 1971.
Nella trascrizione dei testi ci si è attenuti fedelmente al dattiloscritto, rispettando sostanzialmente la spaziatura delle strofe e la disposizione dei rientri, ma tenendo conto che l’autore non ebbe il tempo di una attenta revisione, si è deciso di uniformare il rientro di prima riga, presente solo in alcune poesie, e l’uso delle maiuscole all’inizio di ogni verso (che compare in modo del tutto casuale e immotivato). In tutti i casi di evidenti errori grammaticali e di battitura sono state apportate le opportune correzioni (ad esempio la negazione “né” priva di accento, o “tracce” scritto sempre “traccie”). In caso di cancellature che rendevano le parole di difficile decifrazione e in qualche altro caso particolarmente oscuro si è ricorsi al manoscritto originale.
Un’ultima annotazione sull’uso dello pseudonimo. Insieme alla cartella “Poesie” è conservata una seconda cartella, che reca l’indicazione “Romanzo” e contiene i manoscritti e il dattiloscritto di un romanzo breve, pure esso inedito, nel quale sul primo foglio viene indicato il titolo Illusioni nel buio e l’autore “Paolo da Novara”, pseudonimo già adottato per la mostra del 1966. Si è pertanto ritenuto, nonostante le poesie non rechino nessuna indicazione in proposito, che l’uso dello pseudonimo fosse più indicato, più vicino alle volontà dell’autore, per firmare la sua produzione artistica e poetica.
C.G. |
|
|
 |
|
 |
|
 |
 |
|
| Lo scultore Paolo Gamba,
Ritaglio da “La Vedetta d’Italia”, 1968 |
|
|
 |
|
 |
PAOLO GAMBA
Cesara (Novara), 28 dicembre 1909
Roma, 19 febbraio 1971 |
|
 |
| Paolo Gamba è nato in provincia di Novara nel 1909, è stato impiegato presso un notaio a Borgomanero e un commercialista a Novara (1931-37), ha poi lavorato alla Società Coloniale Italiana e alla Chimicomit (1937-44), nel 1944-45 ha compiuto studi ed esperimenti sullo sfruttamento del legno per la produzione di materie concianti e prodotti chimici; dopo la guerra è stato impiegato presso il Magazzino ricambi autoveicoli dell’UNRA e presso l’ARAR di Roma con l’incarico di organizzare la vendita delle parti di ricambio degli automezzi ceduti dagli alleati al Governo Italiano; è infine diventato funzionario alla Ragioneria Generale dello Stato. Dalla metà degli anni ’60, usando lo pseudonimo Paolo da Novara, ha iniziato la sua produzione artistica, soprattutto come scultore, esponendo in due personali nel 1966 e 1967 ed ottenendo vari riconoscimenti (tra cui nel 1968 il 3° premio Unesco e l’ammissione all’Accademia Tiberina). Dopo la scomparsa della moglie Giuseppina, nel 1968, ha iniziato la stesura di un romanzo e di una raccolta poetica, rimasti incompiuti. Si è suicidato, a Roma, nel febbraio del 1971. |
|
|
 |
|
 |
| Paolo Gamba, Ritratto di Giuseppina, terracotta. |
|
|
|
ACHILLE …Verrà il giorno che saremo cadaveri. Che avremo tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.
PATROCLO Non serve pensarci
ACHILLE Non si può non pensarci
Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, 1947 | |
 |
|
 |
SELEZIONE DELLE POESIE DI PAOLO GAMBA
LA NOTTE
[n. 1]
Il silenzio circonda ogni cosa,
il buio si fa più profondo,
la vita rallenta il suo ritmo,
il cielo si punteggia di stelle;
L’anima mia si svuota:
tutto il calore degli affetti
è inghiottito dal buio profondo,
dal freddo, inesorabile nulla.
L’ALBA
[n. 2]
Dal buio della notte
le stelle piano piano
si dissolvono in un tenue
chiarore rosato che si fa
lentamente più vivo.
Il velo che avvolge l’anima
la protegge dai colpi sinistri
dei grigi fantasmi volanti.
Lo spirito tormentato dai tristi ricordi
tenta sottrarsi alla sferza
della luce sempre più cruda
che mette a nudo le sue doloranti ferite;
Il sole implacabile avanza
bruciando senza pietà
la mia anima martoriata.
VERSO L’OBLIO
[n. 3]
L’attesa per un ritorno impossibile
per un ritorno alle antiche sensazioni,
il pensiero di un’alba che non attende
che non lascia fuggire il tempo
nel suo muto ed inesorabile divenire:
Una tensione verso uno stato
di riposo assoluto, di calma greve,
un urlo nel silenzio più cupo,
un lampo nel buio assoluto:
addormentarsi, sognare, fantasticare invano
senza la speranza di un pur breve ritorno.
Il corso dei pensieri si snoda lento
nella calma di una profonda apatia
verso le cose che ci circondano
un anelito verso la fine, la conclusione
di una vita senza scopo, verso una fine
senza rimpianti.
IL SOGNO
[n. 4]
Veniva lieve lieve
come brezza primaverile
che in un dolce mattino
ti sfiora i capelli,
ti bacia le gote;
Visione soave,
il suo passo è più lesto
del più puro pensiero,
il suo profumo
più dolce del nettare;
Il suo labbro si posa
sul mio,
il suo bacio tutto
mi annulla nell’estasi,
trepidante, dolcissimo, infinito.
La mia bocca è come di fuoco,
le mie braccia paralizzate,
i miei occhi sono annebbiati
dal desiderio che mai sazia.
Con uno sforzo supremo
cerco ed annaspo per toccare
quel volto di sogno
ma tutto si dissolve,
ripiomba nel nulla!
Non era altro che sogno!
DISSOLVENZA
[n. 6]
Annientarsi in un dolce oblio,
Navigare tra nuvole bianche,
Ovattate, lucenti, splendenti:
Dimenticare quello che è stato
Quello che doveva essere;
Aspettare quello che deve venire!
Una nebbia che vela lo sguardo,
Lontananze infinite, ricordi, rimpianti;
Tutto vibra, si spegne e non resta
Che la pena di una inutile vita
che è passata, si è dissolta, tra tanto dolore.
ATTESA
[n. 12]
Fino a quando,
fino a dove,
questa attesa di una parola sola,
continuerà a tenere il mio cuore
in questa straziante tensione?
Dolce tensione, a momenti,
triste presagio di crudeli parole:
dubbio atroce che sorge
dalle profondità recondite
dell’anima mia:
attesa della parola FINE;
o dell’altra parola mai detta,
impronunciabile,
se non dalle tue dolci labbra!
Parola attesa, temuta,
indovinata e desiderata
quando scenderai nel mio cuore
a placare l’assillo che lo divora?
IL FUTURO
[n. 14]
Una barriera impenetrabile
e, nello stesso tempo fluida
sta davanti a noi:
Dall’altra parte c’è tutto:
tutto quello che sarà di noi
nel tempo che inesorabilmente
in una sola direzione, scorre.
Non è dato a nessuno
oltrepassare la barriera
né con il pensiero né con lo sguardo:
Da sola indietreggia
col ritmico fluire del tempo;
l’attraversano gli eventi
che si spostano dal futuro
al presente
per passare nello stesso istante
nel regno del passato.
VERSO LA FINE
[n. 20]
Gocce di rugiada son le tue carezze
che cadono dolci sulla mia sete:
gocce di fuoco son le mie lacrime
che sgorgano dal pianto senza fine
fuoco bruciante che divora
ciò che è restato della mia vita:
vita inutile e vana,
che spinge l’anima mia
verso la fine
verso l’oblio:
che spegnerà finalmente la mia sete.
VISIONE
[n. 21]
Hai brillato per un attimo
nel buio profondo della mia vita,
evanescente chimera,
e sei svanita!
È rimasto solo il rimpianto
dei tuoi baci,
dei miei baci!
Il velluto della tua pelle,
la morbidezza del tuo seno
il calore del tuo amore
tutto si è dissolto
in un ricordo che rimane,
in un rimpianto senza fine
che fa terribilmente soffrire!
INCUBO
[n. 22]
Abissi misteriosi, profondità buie,
in cui si dibattono fantasmi,
in cui si aggrovigliano pensieri,
dalle quali escono torme di mostri,
popoli di mondi che ancor non esistono!
Il segno lanciato e non raccolto,
il grido acuto, stridente, che libera
i fantasmi dal buio mistero
dal quale si dipana inesorabile
la trama della vita!
Il respiro resta come sospeso
il cuore palpita e trema
nell’attesa dell’evento crudele
che spezzerà il legame con la vita,
con questa vita inutile e vana!
DESOLAZIONE
[n. 23]
Il sole abbagliante penetra inesorabile
nei più segreti recessi dell’essere
brucia sulle piaghe nascoste dell’anima
non lascia né tempo né spazio
perché le lagrime di chi ci ha compreso
possano lenire il dolore,
i baci di chi ci ha amato
possano ricostruire la devastazione,
ricomporre le macerie ammucchiate.
Non c’è più tregua all’assillo cocente
all’insulto del tragico destino
alle memorie più care e più sante.
Tutto è crollato, dentro, in un desolato squallore,
in un muto, atroce dolore:
l’anima lacerata e stanca
non attende che il colpo finale,
la spinta verso il fondo più oscuro,
verso il dissolvimento totale.
LA CHIAMATA CHE NON VERRÀ
[n. 24]
Nebbia impalpabile che tutto circonda,
buio, silenzio, apatia, assenza di sentimenti;
pensieri latenti che non riescono
a prendere forma definita;
attesa di una chiamata, sintomo di liberazione;
liberazione dall’incubo di ciò che potrebbe avvenire.
Un indefinito, indefinibile caos,
una tremenda incertezza avvolge ogni pensiero:
viene a mancare, (è mai esistito) il punto
da cui partire verso l’oblio promesso, intravisto
tra la bruna caligine delle fugaci parole
sussurrate, afferrate, custodite nel ricordo.
Ogni volontà si annulla nell’aspettare
ogni pensiero risulta vano, vuoto e senza senso:
i contorni delle cose si slabbrano come
masse di ovatta lacerate, sfioccate dal vento.
Il vento del desiderio che non dà tregua,
che assilla, dissolve ogni fremito dell’essere.
ABBANDONO
[n. 29]
Languida attesa di ciò che forse
mai verrà per colmare il vuoto,
il nero baratro che si è aperto
che ti inghiotte in una dolce
voluttà, per totalmente annientarsi,
per distruggersi, addormentarsi!
Ogni energia è sfibrata
dissolta in un tremore
appena percepito, gustato,
che piano piano ti addormenta.
Il ricordo di ciò che è stato,
ancora sopito in fondo all’anima,
si desta lentamente contrastando
l’abbandono in cui tutto l’essere
si dilegua: muto inutile richiamo
alla vita, all’azione, alla speranza.
L’anima stanca si abbandona
rinuncia alla lotta e si dissolve.
LIBERAZIONE
[n. 30]
Nuvole bianche, nuvole leggere,
fuggitive, trascinate dal vento;
vento impetuoso che le divora
lasciando sulla loro scia
bioccoli bianchi, dispersi, lacerati.
Come il mio cuore dalla bufera
trascinato, attraverso la foresta
del grande tormento che strappa
bioccoli insanguinati di vita
li dissemina, crudele, sul suo cammino.
Le ninfe del bosco leggere,
passando, si voltano a guardare
quei bioccoli sanguinanti,
si affacciano dall’antro umido e buio
in cui sono state gettate.
La dolce loro voce invitante
sembra alquanto lenire la mia pena
ma tosto la feroce bufera
rinnova la sua furia crudele
e mi strappa anche l’ultima speranza.
Dove troverà finalmente il mio cuore
sbattuto, lacerato dalla furia del vento
sperduto in un buio profondo
in una solitudine immensa,
la calma, la pace cui tanto anela?
Quando tutto il mio essere
si sarà consumato, si sarà dissolto
sotto i colpi feroci della bufera,
verrà finalmente lo stato di grazia
che nel nulla, nel vuoto, tutto placherà.
LA CREAZIONE
[n. 31]
Forme misteriose affiorate
da una ancora più misteriosa
zona dell’anima, attraverso
sensazioni appena percepite:
Zone d’ombra oscure, accenti
brillanti di masse evidenziate
dalla materia muta ed amorfa
rivelanti la sua intima struttura;
Armonioso rapporto tra pieni e vuoti,
dissonanze di linee contorte,
correnti di pensiero fluente,
ininterrotto, spezzato, distrutto e vinto.
Un urlo che lacera il tetro silenzio;
un grido che spacca le fibre;
una crepa nel legno che fu già vivo
libera e dissolve il pensiero che crea.
Sotto l’influsso di forze occulte
la materia domata, non vinta,
esprime il pensiero più nascosto
non ancora interamente rivelato.
Il buio e la luce fulgente,
il silenzio ed il rombo potente
son trasformati in viva materia
che forgia le masse facendole vibrare.
Una nuvola bianca, un senso di pietà
velano l’ombra, spezzano una linea
trasformando, dando vita alla materia
più inerte, più aspra, più tormentata.
L’eterno pensiero che guida ogni cosa,
il soffio che spinge la vita
l’anima ignara di ciò che si nasconde
affiora dall’ombra più densa della psiche.
TRAFFICO
[n. 32]
Caotico susseguirsi di strepiti, di guizzi,
fulmineo sfrecciare di bolidi, bianchi, rossi, neri;
rombo di motori portati alla massima tensione
urla di sirene impazienti, impazzite, furibonde.
Preso nel vortice di masse d’acciaio sfreccianti
vieni travolto, sospinto incessantemente;
sempre avanti, sempre in moto, non è possibile
neppure un attimo di sosta nel furioso andare.
Manca spazio e tempo per fare una sosta,
non è possibile fermarsi pena essere travolto,
schiacciato, sospinto e gettato nel vortice
di una pazza corrente di masse metalliche:
di gente impazzita, richiusa nelle scatole,
portata ad una parossistica tensione,
ubriaca, nevrastenica, sconvolta, folle:
di gente che più non ragiona.
È una reciproca gara a spezzarsi i nervi
a distruggere la poca personalità che rimane
a rendere la vita sempre più triste e dura
a portare alla follia anche l’uomo più savio.
MALINCONIA
[n. 33]
Echi di parole mai dette,
di suoni misteriosi
che da distanze infinite,
da profondità inesplorate,
affiorano alla soglia della coscienza;
balenio di luci tra le nuvole,
tra le nebbie misteriose
della coscienza appena desta,
nel caldo mattino d’estate
quando il sole già brilla e già brucia.
Evanescenti figure sospese nell’aria
fluttuanti nel vuoto dell’anima,
desiderio di pace, di ristoro,
per un cuore dilaniato,
per un essere che sta naufragando.
Sospinta verso l’ignoto futuro
tutta l’anima si abbandona inerte
al corso fatale del destino:
ogni volontà di lottare, di sopravvivere
si dissolve in una nebbia inconsistente, vana.
11 / 6 / 69
NATALE
[n. 65]
Il nuovo bambolotto Felicino
dorme tranquillo nella sua culla:
sogna miriadi di scintillanti stelle
nella carezza affettuosa
della bimba
per scaldare un poco
la sua fredda esistenza di automa.
La bimba assorta
nell’incantesimo di un sogno
al lieve dondolio della cuna,
sperduta nel mistero
di una sensazione nuova,
attende la bocca della mamma
che posi sulla sua fronte
un dolce, affettuoso bacio.
Anche la mammina
guarda la bimba,
guarda il bambolotto:
le sue labbra sfiorano leggere
la bionda sognante testolina.
Un fremito l’assale
nella trepidante attesa
della nuova vita che verrà.
IL SILENZIO PRIMA DELL’ALBA
[n. 66]
Il martellante battito del cuore
s’ingigantisce,
nel silenzio che precede l’alba
sì da parere
rombo di tempesta.
Nel gran buio che tutto avvolge
è soffocata
nel silenzio che precede l’alba
anche l’ultima
voce di speranza.
La solitudine bruciante che tormenta
è sentita
nel silenzio che precede l’alba
sì da parere
urlo di bufera.
INVOCAZIONE
[n. 67]
Lasciatemi piangere da solo
la mia pena!
Lasciatemi
guardare ancora quel rosso tramonto
per rivedere il mio perduto amore.
Lasciatemi piangere da solo
la mia pena!
Lasciatemi sentir ancora la ruggente bufera
per ritrovar il tormento del distacco.
Lasciatemi piangere da solo
la mia pena!
Lasciatemi affondar nell’infinito oblio
per terminar piangendo questa vita.
AL MIO MICIO
[n. 74]
Micio, micino,
il tuo morbido pelo
lasciami accarezzare!
Micio, micino,
la tua lunga coda
lasciami tirare!
Micio, micino,
i tuoi baffi sottili
lasciami toccare!
Micio, micetto,
con i tuoi occhi di fuoco
non mi guardare!
Micio, micetto,
con le aguzze unghie
non mi graffiare!
DOLOROSA FINE
[n. 75]
Pensieri fuggenti
lacere membra
di un amore perduto:
brandelli di carne
residui di anima
martoriata.
Anime ed esseri
preda di atroce,
folgorante destino;
il sangue gocciola,
le lagrime sgorgano
per far soffrire.
Il grido lanciato
è stato raccolto,
percepito, invano;
il sogno si dilegua:
restano i segni,
restano le tracce.
Un muro opaco
sbarra la via,
toglie il respiro.
Nella sua gran corsa
verso la luce,
verso la pace,
l’essenza stessa
dell’anima mia
si è schiantata:
briciole, relitti
dispersi dal vento,
soli restan della mia vita!
21 / 9 / 69
TRITTICO
[n. 78]
La gran pace che mi scende nel cuore
quando la tua mano lieve mi accarezza,
la tua bocca mi bacia!
La speranza che mi sorge dal cuore
quando i tuoi occhi mi guardano,
la tua voce mi chiama!
Il gran vuoto che tutto mi avvolge
quando la bufera lontano ti porta,
più non sento la tua carezza!
IL BUIO
[n. 87]
Una goccia di rugiada abbandonata
su di una verde fogliolina
si ingrossa, oscilla e cade.
Sulla pietra si frantuma
lancia raggi di brillanti
contro il cielo, contro il buio.
Una lagrima che oscilla
per cadere nel gran vuoto
per bagnare, far soffrire
La gran piaga che il ricordo
tiene aperta, tiene viva,
da cui sgorga un dolore lancinante.
C’è un gran buio tutt’intorno
c’è un gran vuoto desolato
nella solitudine disperata!
Cerco invano un po’ di pace
brancolando nell’ignoto
implorando, sospirando e poi piangendo.
Anche la speranza, l’ultima speranza
di calmare il gran bruciore
si è dileguata, si è dissolta: svanita!
E son rimasto solo, solo, solo,
ad aspettar la fine, a soffrire ancora un poco
per ripiombare informe nel gran vuoto!
24 / 6 / 70 | |
|