Dossier Sudan

Darfur: storia, cause e prospettive

Il Sudan s’avvia alla conclusione d‘una guerra civile lunghissima, che dal 1956 a oggi ha avuto solo una decade di tregua. Dal confine occidentale (regione del Darfur) si alza tuttavia l’allarme per l’ennesimo disastro umanitario, una grave crisi in crescendo dal 2003 che condanna le speranze di pace dei sudanesi.
(Massimiliano Zanghì)

Equilibri.net (20 marzo 2004)

La lunga guerra

Il Sudan è un Paese popolato da due principali culture: quella araba musulmana e quella nera cristiano-animista. E’ necessario sottolineare, però, che le etnie sono in numero ben maggiore: in realtà esse sono centinaia, organizzate secondo schemi tribali e caratterizzate da differenze di tradizione, lingua, religione che rendono molto difficile una loro amalgamazione.
Nel nord la stragrande maggioranza delle persone hanno origine araba, vivono nei grandi centri urbani, ed ammontano a circa 22 milioni. La popolazione resta comunque scarsamente compatta, poiché comunque suddivisa in diverse comunità d’origini differenti tra loro.
Nelle regioni meridionali, il numero degli abitanti scende a 6 milioni, principalmente cristiani e animisti distribuiti nelle aree rurali e organizzati secondo uno schema sociale tribale ed economico di sussistenza. Inoltre, la frammentazione etnica e culturale qui è molto maggiore rispetto al settentrione.
La grande divisione riscontrabile in Sudan è dovuta al fatto che prima della conquista egiziana (1820-1821), l’area era una costellazione di piccoli reami e principati. L’autorità straniera ha avuto una certa efficacia nell’imporsi solo al nord, culturalmente più vicina agli arabi conquistatori, mentre il sud, difeso da un terreno paludoso e malsano assai ostile, ha potuto mantenere un’ampia autonomia di fatto, pur permanendo formalmente sotto il controllo del Cairo.
Verso la fine del XIX secolo, il leader religioso Muhammad ibn Abdalla si autoproclamò “al-Mahadi” (“l’Atteso”, una sorta di “prescelto”) e guidò una sollevazione nazionalistica, avvantaggiata dal malgoverno del decadente Impero Ottomano. Nel 1885 Khartoum cadde in mano ai seguaci di Abdalla (famoso è l’episodio della battaglia di Khartoum, con la morte di Gordon Pashà), la cui eredità ideologica è recepita dall’attuale partito politico Umma Party.
L’indipendenza tuttavia durò pochi anni, poiché già nel ’98 forze combinate anglo-egiziane occuparono il Paese, avviando un’amministrazione congiunta che tuttavia si rivelò subito una scelta di facciata, visto che ordini e quadri amministrativi provenivano praticamente solo da Londra.

Tutto rimase pressoché immutato fino al 1953, quando la Gran Bretagna e l’Egitto concessero l’autogoverno al Sudan, aprendo di fatto un periodo di transizione verso l’indipendenza, raggiunta formalmente il 1° gennaio del 1956.
Paradossalmente, è da questo momento che il popolo sudanese non avrà più pace.
Il governo centrale, di matrice araba, infranse le sue stesse promesse, ritirando il progetto di federalizzazione dello Stato garantito alle forze politiche del meridione.
Come reazione a questo, l’esercito si spaccò secondo criteri sostanzialmente etnico-religiosi: da una parte i lealisti arabi musulmani, dall’altra gli ammutinati neri di altra fede.
Era l’inizio di una guerra civile che durerà 17 anni, in cui ex-ufficiali delle forze armate e i loro reparti si trasformeranno in guerriglieri, conducendo una lotta senza tregua contro Khartoum, di volta in volta rivendicando autonomia o secessione.

Nel 1972, dopo ben 500.000 morti, lo stato di cronica insurrezione, sopravvissuto anche grazie ai contatti che i ribelli avevano maturato in Israele, Congo e altri Paesi della regione, terminò a seguito degli “Accordi di Addis Abeba”, patto che riconobbe agli insorti il diritto ad un’amministrazione autonoma per molte importanti materie.
Iniziarono così dieci anni di tregua per la martoriata popolazione sudanese, gli unici senza violenze dalla proclamazione d’indipendenza.

Nel settembre del 1983, in quanto tappa di un processo d’islamizzazione dello Stato, il presidente Nimeiri, al potere dal 1969 in conseguenza del colpo di Stato che guidò da colonnello, annunciò la sua decisione di incorporare nel codice penale sudanese le tradizionali pene corporali previste nella Sharia, ovvero la legge islamica. Tutti i cittadini vi sarebbero stati assoggettati, senza alcuna deroga per i non musulmani.
Questa politica autoritaria, che incontrò riserve tra gli stessi partiti islamici, unita ad altre abituali ingiustizie verso le regioni meridionali del Paese, riaccese il fuoco della guerra civile, la stessa che tutt’oggi non ha ancora trovato una definitiva via d’uscita.

Alle agitazioni che andavano accomunando indistintamente nord e sud, Gaafar Muhhamad Nimeiri reagì dichiarando lo stato d’emergenza, soprattutto al fine di garantirsi maggiore libertà d’azione per una più ampia e profonda diffusione della Sharia.
In tale periodo, amputazioni e flagellamenti pubblici furono provvedimenti assunti assai facilmente dai neocostituiti tribunali d’emergenza, specie a danno di ladri e possessori di bevande alcoliche che venivano riconosciuti colpevoli nei giudizi sommari.
Dopo alcuni mesi, nel settembre ’84, Nimeiri ritirò lo stato d’emergenza e chiuse tutti i tribunali speciali, pur di fatto trasferendo molte loro prerogative ai tribunali ordinari e scavando così un solco ancora più profondo nei confronti della componente cristiano-animista della società.

Il 1985 iniziò con la penuria di carburante e pane nella capitale, con l’intensificazione della guerriglia nelle regioni del sud e un crescente malcontento, causato della salita dei prezzi dei generi di prima necessità. Nel pieno di una grave siccità e con alle porte una devastante carestia, mentre le sommosse nelle strade si moltiplicavano, in aprile le forze armate insorsero e s’impadronirono del potere prima che l’instabilità giungesse ad un punto di non ritorno.
Lo Stato socialista di Nimeiri, che in quel momento si trovava all’estero, fu smantellato, e la stessa costituzione approvata nel 1983 fu sospesa. Le “Leggi di Settembre”, comprendenti l’applicazione della Sharia in tutte le province, però, non furono revocate.
Il nuovo governo militare, in stretto contatto con un’informale assemblea di partiti, sindacati e rappresentanze di categoria, concesse l’esercizio effettivo del potere ad un gabinetto formato interamente da civili.

Il 1983 è anche l’anno in cui fu creato il Sudanese People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A), principale protagonista della lotta autonomista contro il nord.
Il suo fondatore fu il tenente colonnello John Garang de Mabior, comandante di una spedizione inviata a sedare l’ammutinamento di 500 militari di stanza nella città meridionale di Bor, recalcitranti all’ordine di rientrare a nord. Invece di porre fine all’insubordinazione, Garang si unì alla guarnigione riottosa e lanciò un appello diretto a tutte le truppe di stanza al sud, incoraggiandole alla sollevazione sotto il suo comando.
Il colonnello Garang è un sudanese cristiano d’etnia Dinka, formatosi negli Stati Uniti dove ha studiato le discipline militari ed economiche.
La storia del SPLM/A è quella d’un movimento armato in costante ascesa di potere: se nel 1986 i suoi membri erano stimati attorno ai 12.500 uomini, armati di armi leggere e scarsa artiglieria di piccolo calibro, tre anni dopo erano presumibilmente più che raddoppiati, mentre in una stima del 1991 le forze inquadratevi erano un numero tra le 50.000 e le 60.000 unità.
Fin dall’inizio, comunque, il SPLM/A è da intendersi come una sorta di esercito federato, i cui membri sono in realtà tre organizzazioni distinte: quella principale di Garang, quella guidata da Carabino Kuany Bol (SPLA – Fazione Bahr-al-Ghazal) ed infine quella di Rick Machar (South Sudan Independence Movement - SSIM/A). Ovviamente, questa struttura non propriamente monolitica ha reso più intense le operazioni militari e più ostiche sia le iniziative di stabilizzazione, sia le relative negoziazioni.

Nel 1986 si tennero le libere elezioni e, come promesso, la giunta militare lasciò il potere. Il vincitore delle consultazioni fu Sadiq al-Mahadi, nuovo premier e leader dell’Umma Party, oltre che di una più ampia coalizione comprendente il moderato Democratic Unionist Party (DUP) e alcuni partiti regionali meridionali.
Il nuovo governo varò una politica di distensione che riconciliasse i rapporti tra Khartoum e le forze meridionali.
I successivi due anni si contraddistingueranno per i turbolenti rapporti tra le forze della coalizione, come pure per il costante deterioramento dello stato dell’economia.

La nota positiva sarebbe potuta arrivare proprio dal fronte della guerra civile.
Mentre i colloqui di pace tra centro e periferia procedevano, il SPLM/A e una coalizione di partiti sudanesi s’incontrarono in Etiopia, dove approvarono la “Dichiarazione di Koka Dam”, richiedente l’abolizione della Sharia e un’assemblea costituente quali requisiti minimi per una cessazione delle ostilità.
Ma l’intesa raggiunta dal DUP col colonnello Garang fu sdegnosamente respinta da al-Mahadi, provocando l’abbandono del governo da parte dei suoi alleati.
L’esecutivo usciva così indebolito dal 1988, ma non abbastanza per un avvicendamento al vertice: il premier aveva trovato nuovi sostenitori nel National Islamic Front (NIF), formazione islamica fondamentalista.

Lo stallo si sbloccò nel febbraio del 1989 e, come altre volte, fu grazie a un nuovo ergersi dell’esercito ad attore politico. Semplicemente, fu notificato ad al-Mahadi che avrebbe potuto concludere la pace oppure essere deposto con la forza.
Il risultato fu una pronta riappacificazione con il DUP, che rientrò nel governo, e la firma d’un accordo che ricalcava in linea di massima il compromesso già raggiunto l’anno prima: l’abolizione delle alleanze militari con Egitto e Libia, il congelamento della legge islamica, il cessate-il-fuoco. Solo successivamente l’adozione di tali misure si sarebbe provveduto a convocare una conferenza per l’elaborazione della nuova costituzione.

Il clima di speranza fu ottenebrato da l’ennesimo funesto colpo di scena: il 30 giugno 1989 l’allora colonnello Omar al-Bashir abbatté il potere civile con un nuovo putsch, al quale sostituì il Consiglio del Comando Rivoluzionario per la Salvezza Nazionale, in sostanza una giunta militare assistita da un gabinetto civile. al-Bashir, promosso generale, assunse (mantenendole tuttora) le cariche di Capo di Stato, Primo Ministro e Comandante in Capo delle forze armate.

Il nuovo potere forte non sembrava disposto a sottoscrivere al 100% i risultati raggiunti dai predecessori, ed infatti la nuova politica tentennante e diretta ad una lenta messa in discussione degli estremi dell’accordo sfociò facilmente in una rottura della tregua armata. Da quell’ottobre 1989, le armi non hanno più taciuto.
Nel 1991 al-Bashir varò il nuovo Codice Penale, il quale conteneva disposizioni che andavano verso un inasprimento delle pene, codificando amputazioni e lapidazioni quali punizioni in vigore su tutto il territorio nazionale. Per la precisione, tali provvedimenti erano “ufficialmente congelati” nelle regioni meridionali, pur affermando chiaramente che l’estensione della Sharia al sud era una concreta possibilità. Un nuovo passo in tal senso fu compiuto due anni dopo, con il trasferimento di massa di giudici non musulmani dal sud verso nord, sostituendoli tutti con omologhi islamici.

Intanto, sempre nel 1991, all’interno del SPLM/A di Garang prese forma una corrente dissenziente dalla sua leadership. Gli oppositori crearono la “Fazione Nasir”, costola indipendente dell’esercito ribelle. Nei successivi due anni il copione si ripeté altrettante volte, con la nascita di nuove fazioni insurrezionaliste. Quest’ultime si coalizzarono, creando il SPLA Unito: formalmente l’alleanza riuscì, ma gli sporadici scontri verificatisi tra gli stessi partners contribuirono ad un forte ridimensionamento della sua credibilità.

Gli anni ’90: alla ricerca della pace

Il sud del Paese ha vissuto solo 10 anni complessivi di pace dalla data della proclamazione d’indipendenza. La popolazione, soprattutto nelle aree meridionali, campo di battaglia da sempre, ha subito gli effetti più tragici del conflitto.
A partire dal marzo dell’89, il governo di Sadiq al-Mahadi diede il permesso all’ONU e ad altri Paesi terzi di organizzare il cosiddetto “Operation Lifeline Sudan”, un piano che si proponeva di combattere la grave crisi alimentare in atto nel Paese, grazie al trasferimento di 100.000 tonnellate di cibo e la loro distribuzione sul territorio, senza far caso ai contendenti che ne avessero il controllo.
Lo spettro della carestia fu allontanato, e lo stesso accadde per l’anno successivo grazie alla seconda fase del colossale intervento umanitario.
A partire dal 1991, però, non fu più possibile rimandare la penuria alimentare, che finì per investire ogni angolo del Sudan.
La comunità internazionale non desistette dal tentativo d’evitare la catastrofe, ma le denunce di massicce violazioni dei diritti umani e la netta posizione pro-irachena di Khartoum durante la Guerra del Golfo, ebbero l’effetto di un allontanamento dei donatori dal programma di aiuti.

A partire dal 1993, la partecipazione internazionale non s’è più limitata al soccorso della popolazione, ma ha accettato un ruolo attivo nel sofferto processo di pacificazione.
In quell’anno, Eritrea, Etiopia, Uganda e Kenya, sotto gli auspici dell’Inter-Governmental Authority for Development (IGAD), (l’organizzazione sub-regionale di sviluppo dell’Africa orientale) si sino mobilitati per dar vita ad un’attendibile e seria iniziativa diplomatica. Gli obiettivi sono stati però solo parzialmente conseguiti.
La definizione della “Road Map” sudanese è stata completata un anno dopo, nel 1994, con una dichiarazione di principi racchiudente i requisiti minimi ad una duratura cessazione delle ostilità. Il documento evidenziava l’indispensabilità di un accordo bilaterale che regolasse il ruolo della religione nella gestione dello Stato, la condivisione del potere e il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del sud. I contenuti della dichiarazione non furono sottoscritti dal governo centrale fino al 1997, cosa che avvenne solo per le gravi perdite che le forze armate subirono per mano del SPLM/A.

Intanto, nel 1995, un’ampia coalizione di partiti e movimenti d’opposizione, compresi quelli in esilio, formarono l’Alleanza Democratica Nazionale (ADN).
Questo fu un evento molto importante: la nascita di un’organizzazione politica antigovernativa a cui aderivano anche gruppi settentrionali dava una dimensione nuova allo scontro politico ed alla guerra civile stessa. Il conflitto sudanese non poteva più esser semplificato quale mera contrapposizione tra nord e sud.
L’ossatura dell’ADN era costituita dal SPLM/A, il DUP e l’Umma Party, circondati da molti partiti e organizzazioni di minore entità.

Il 1996 è un anno particolare non tanto per ciò che vi è accaduto ma in quanto pietra miliare delle relazioni tra Sudan e USA. Si potrebbe dire che parte da qui il percorso che porterà al bombardamento americano del 1998, che colpì l’unica industria farmaceutica sudanese esistente. La ragione di questa azione punitiva era la presunta produzione nel complesso farmaceutico di armi chimiche, assieme al sostegno dato dal regime al terrorismo fondamentalista islamico. Non a caso in seguito si parlerà della permanenza dello sceicco Bin Laden nel Paese, mentre fonti non ufficiali parleranno addirittura di un intervento di corpi militari statunitensi in Sudan al fianco del SPLM/A.

Restando al 1996, questo è l’anno in cui l’amministrazione Clinton ritirò i propri diplomatici dal Sudan e inviò 20 milioni di dollari in forniture militari al SPLM/A e gli altri oppositori, i quali facilmente poterono usufruirne grazie all’alta permeabilità dei confini con l’Etiopia, l’Eritrea e l’Uganda.
Washington comunque negò che la spedizione, definita di materiale “non letale” (tende, radio e uniformi), fosse diretta in Sudan.

Nell’aprile del 1997 una serie di accordi, conclusi sotto lo slogan “La Pace dall’Interno”, sancì la sospensione della lotta armata e il coinvolgimento in ruoli marginali di governo del SSIM/A e alcune altre fazioni minori ribelli, riunitesi sotto il nome di United Democratic Salvation Front (UDSF), le quali non esitarono ad agire al fianco delle forze armate contro il SPLM/A di cui perlopiù erano costole fuoriuscite. La pace era stata resa possibile da intese che andavano incontro alle disposizioni contenute dalla “Road Map” del 1993, tra cui quella riguardante il diritto d’autodeterminazione delle regioni meridionali. Per gli analisti più indipendenti, però, gli “Accordi del 21 Aprile” erano da considerarsi esclusivamente come un piano ben congegnato da Khartoum per “sedurre” e reclutare forze meridionaliste a proprio vantaggio.
La belligeranza, però, continuò con il SPLM/A, che restava la formazione più antica e forte. I suoi successi e quelli dei suoi alleati dell’ADN resero l’UDSF una trovata sterile sia sul campo politico che su quello militare.
Restava comunque indiscutibile l’impossibilità di una o dell’altra parte di sopraffarsi in misura decisiva.

Nel 2000 anche Egitto e Libia offrirono la loro opera di mediazione tra i contendenti. Nella proposta che avanzarono, però, non comparivano né cenni all’autodeterminazione delle regioni del sud, né alla separazione tra la sfera statale e quella religiosa.
Il progetto non fu dunque preso in considerazione e, anzi, fu bollato come un concordato informale tra il Cairo e Khartoum a tutela di un Sudan unito, più stabile e rassicurante per il vicino nordafricano.

Tra il 2001 e il 2002 gli Stati Uniti d’America e l’Occidente hanno assunto un ruolo sempre più attivo nella normalizzazione del Sudan.
Il 27 luglio 2002 il presidente Omar al-Bashir incontrò per la prima volta il comandante John Garang a Kampala, in Uganda. Fu questo il principio di un ininterrotto avvicinamento tra le parti.
Con una nuova iniziativa dell’IGAD, i negoziati proseguirono per settimane in Kenya, a cui parteciparono anche osservatori statunitensi, britannici, italiani e norvegesi. Il “Machakos Protocol”, frutto di questa storica occasione di dialogo, fu la volontà comune di riscrivere la nuova costituzione e l’intesa su un periodo di sei anni alla cui chiusura si sarebbe tenuto a sud un referendum sulla sua sorte. Inoltre, le parti s’accordarono sull’applicazione della legge islamica solo nel nord. Infine, venivano gettate le basi di ogni futura tappa dei negoziati, stabilendo le linee generali del cessate-il-fuoco, della distribuzione dei ruoli di governo e delle ricchezze del Sudan.
Questo incoraggiante esito, irraggiungibile senza le pressioni di una rediviva comunità internazionale, ha aperto le porte ad un secondo round di colloqui, i quali iniziarono nell’agosto del 2002. In due mesi si giunse alla sottoscrizione di un memorandum d’intesa che stabiliva la parziale cessazione delle ostilità per tre mesi e la totale libertà d’accesso umanitario alla popolazione, sempre più falcidiata da guerra e fame. Gli intoppi non mancarono: i successi militari conseguiti in settembre dal SPLM/A durante le trattative provocarono il ritiro della rappresentanza governativa. Una volta ristabilito l’equilibrio sul campo, gli uomini del presidente Bashir tornarono a sedersi al tavolo negoziale.
Le sporadiche scaramucce tra ribelli e forze regolari non hanno impedito l’adozione di piccole ma costanti nuove concessioni volte a cristallizzare la tregua, giunta dopo almeno 1.500.000 morti e 4.000.000 tra sfollati, profughi e rifugiati.

A un passo dalla meta? Accordi e attriti

Nei nuovi incontri promossi dell’IGAD, i protagonisti di questo ventennale conflitto, hanno rimosso i principali scogli alla pace tra il settembre 2003 e il gennaio scorso. Durante la nuova tornata di colloqui sul lago Naivasha, 80km a nordovest di Nairobi, i punti nodali della gestione della sicurezza e della ripartizione delle risorse petrolifere, abbondanti nell’area centro-meridionale del territorio, hanno trovato il loro scioglimento. Esercito regolare e forze irregolari del sud convivranno per tutto il periodo di governo provvisorio, per poi esser integrate e formare le nuove forze armate sudanesi. In aggiunta, è stata creato un sistema di monitoraggio internazionale a salvaguardia del cessate-il-fuoco.
Dal punto di vista economico, i proventi petroliferi saranno ripartiti nelle percentuali del 50% a Khartoum e 50% agli ex-nemici.
La produzione annua sudanese è di 300.000 barili al giorno, valutabili in 2 miliardi di dollari l’anno. A pace fatta, l’ammontare del greggio estratto potrebbe salire fino a 500.000 barili al giorno.

Allo stato attuale non rimane che definire le modalità di condivisione del potere, affrontando gli ostacoli dell’assegnazione delle cariche del governo ad interim e, in modo più urgente, la ricomposizione della diatriba sul controllo di tre province, l’Abyei, le Montagne del Nuba e il Nilo Blu. Il loro destino è al centro dei negoziati tuttora in corso a Naivasha. Gli attriti tra le parti derivano da ciò: a differenza delle province strettamente meridionali, le tre in questione non sono sotto l’incontrastato controllo del SPLM/A, tuttavia le truppe cristiano-animiste rivendicano il diritto di rappresentarne la popolazione, nonostante essa sia a maggioranza d’origine araba e, quindi, etnicamente appartenente al nord. Entrambe le parti non vogliono cedere: le abbondanti risorse energetiche e idriche sono una posta in gioco troppo alta.
A tal proposito, anche il Segretario di Stato statunitense Colin Powell ha confermato che entro la fine di marzo il mondo conoscerà il verdetto del processo di pace, mai così vicino ad una positiva conclusione. Sempre Powell ha sottolineato che, mentre l’accordo di ripartizione dei proventi petroliferi è concluso e quello della cogestione del potere politico-amministrativo molto ben avviato, restano le divisioni in particolare su una delle tre province disputate, quella di Abyei. Quest’ultima nel 1972 aveva visto riconoscersi il diritto a convocare un referendum per la sua “scelta di campo”, ma ciò non è mai stato fatto. Ora, il governo sembra esser disposto a permetterne lo svolgimento, ma solo in un indeterminato futuro e comunque stralciando dal corpo principale dei negoziati i colloqui che la riguardano.
Il sud, invece, sembra determinato ad inglobare subito la provincia nel gruppo di quelle che al termine dei sei anni indiranno il referendum sull’eventuale secessione. I negoziatori del governo temono insomma che il sud voglia subito annettere la provincia di Abyei su pressione della corrente secessionista nel SPLM/A, la quale nel caso prendesse il sopravvento su quella unitaria-autonomista riuscirebbe così a sottrarre i ricchi giacimenti petroliferi al resto del Sudan.
Mustafa Osman Ismail, Ministro degli Esteri sudanese, qualche giorno prima di Powell, ha dato una versione dei fatti più prudente rispetto a quella ottimistica presentata dal suo omologo americano. Le dichiarazioni di al-Bashir di pochi giorni fa, alludenti ad un collasso dei colloqui qualora il SPLM/A non faccia marcia indietro, sembra suffragare il realismo del ministro sudanese.

Che gli USA s’interessino improvvisamente ad una delle “guerre dimenticate” per eccellenza, ad un Paese che nel ’98 hanno bombardato senza tanti scrupoli ed hanno inserito nel 2001 ne “l’Asse del Male” potrebbe sembrare, in prima battuta, un controsenso. Suona strano sapere di colloqui telefonici tra Powell e il Capo di Stato sudanese o della visita del Generale di Brigata Mastin Robeson, comandante del Gruppo d’Intervento d’Emergenza USA nel Corno d’Africa, di stanza nel Gibuti. Invero, ciò s’incastra benissimo con la nuova dottrina geostrategica statunitense.
Innanzitutto è giusto sottolineare che, come sempre, dietro la conclusione di guerre così lunghe e ignorate difficilmente c’è solo la buona volontà: al-Bashir, in cambio del dialogo coi nemici, s’è visto mettere sul piatto della bilancia il ritiro delle sanzioni americane e la cancellazione dalla lista degli “Stati canaglia”.
D’altra parte, gli Stati Uniti avrebbero il loro ritorno avviando un’inedita collaborazione con le autorità sudanesi, garantendosi maggiore controllo sul territorio sia per la lotta ad al-Qaeda, sia per l’approvvigionamento energetico offerto proprio dalla ricca e contesa provincia di Abyei. Niente pace vuol dire niente stabilità, e senza quest’ultima le multinazionali petrolifere occidentali non potrebbero mai installarsi nel Paese.

Sul “campo”, la novità principale porta la data del 6 marzo, giorno in cui gli stati maggiori del SPLM/A e dell’Equatoria Defence Force (EDF), milizie irregolari nate negli anni ‘90 da una costola proprio del SPLM/A e passate dalla parte di Khartoum, hanno annunciato che, in nome della riconciliazione e dell’unita del popolo sudanese, torneranno unite sotto la sigla originaria, in quanto l’esistenza di un unico corpo armato meridionale è essenziale per la positiva conclusione del processo di “liberazione”. Inoltre, i progressi compiuti nei negoziati con il nord hanno largamente colmato le divergenze fra loro, semplificando il riavvicinamento.
Le due forze unite collaboreranno, secondo il comunicato stampa, nel perseguimento d’una equa distribuzione del potere politico e della ricchezza, di un sistema decentrato che permetta l’autogoverno delle popolazioni del sud, di una costituzione democratica, laica e rispettosa dei diritti umani valida per tutti i sudanesi.

Contemporaneamente, il SPLM/A ha informato che una nuova offensiva contro il Lord’s Resistence Army (LRA), gruppo guerrigliero insurrezionalista operante in Uganda, è stata intrapresa per espellere le sue milizie insediatesi sul versante sudanese del confine.
L’assenza di alcuna reazione dell’esercito sudanese davanti la penetrazione del LRA è tra le cause delle proteste che partono da Kampala, certa che il governo del Presidente al-Bashir sia fiancheggiatore dei rivoltosi ugandesi. La cosa non stupirebbe: la “guerra per procura” è la regola in Africa e, in più, è risaputo che l’ADN e il SPLM/A hanno sempre goduto di armi, addestramento e basi concesse da Etiopia, Eritrea e proprio Uganda. L’appoggio di Khartoum al LRA sarebbe dunque una sorta di rappresaglia che, visto il contesto, risulterebbe verosimile.
In ogni caso, dal 2003 all’Ugandan People’s Defence Forces (UPDF) (Le Forze Armate ugandesi) è concesso sconfinare in Sudan per smantellare i santuari del LRA.

Il regime sudanese non è accusato di sostenere attività eversive solo dal presidente ugandese Museveni, ma pure dal governo eritreo, convinto che non sia un mistero la “lunga mano” di Sudan e Etiopia dietro episodi terroristici, l’ultimo dei quali è stata la deflagrazione di un ordigno in un albergo di una cittadina vicino al confine eritreo-sudanese.
L’attentato potrebbe nascondere un attacco al processo di pace nord-sud, giunto forse alle battute finali: l’Eritrea infatti è stata sempre al fianco dell’ADN, la quale ha spesso scelto proprio Asmara per le riunioni dei propri vertici. Questo potrebbe non essere stato digerito dagli elementi più estremisti del NIF, che così avrebbero mandato un segnale forte al vicino, oltretutto malvisto per la sua anima laica, stridente con il fervore degli integralisti presenti nel regime di Khartoum.
Il “valzer” delle smentite e delle contraccuse è stato seguito come da copione: il Ministero degli Esteri di Khartoum ha smentito lo sfogo proveniente da Asmara e ha anzi ribadito le responsabilità dell’Eritrea nell’incoraggiamento dei gruppi d’opposizione armata operanti nel Sudan orientale ma pure in quello occidentale, nelle province del Darfur.

Il nuovo fronte: la crisi del Darfur

La regione del Darfur è situata nell’estremo ovest del Sudan. Confinante con Libia e Ciad, “Dar” significa “dimora”, “Fur” è invece il nome dell’etnia più diffusa sul territorio. La superficie del Darfur, diviso in tre Stati, Settentrionale, Meridionale e Occidentale, è pari al 20% di quella dell’intero Paese, mentre la sua popolazione risulta essere vicina ai 6.000.000 d’abitanti, suddivisi in una cinquantina di differenti comunità tribali, spesso dotate di una propria lingua che va ad affiancare quella ufficiale araba.
La stragrande maggioranza della popolazione è analfabeta, spesso isolata da una generale inconsistenza della rete viaria, tra le altre cose motivo della forte arretratezza economica della provincia, incapace di avvantaggiarsi delle sue ricchezze naturali (ferro, zinco e gas naturali).
Come nella maggior parte del Sudan, anche qui la prima fonte di reddito sono l’agricoltura e la pastorizia, attività di sovente gestite in modo da garantire la mera sussistenza.

Da decenni in Darfur si combatte una guerra permanente che nulla ha a che vedere con quella che vede Khartoum opporsi agli autonomisti cristiani e animisti. Qui il conflitto ha matrice tribale, motivata da una rivalità interetnica spesso sconfinante nel banditismo di pastori nomadi arabi contro i villaggi di agricoltori e allevatori sedentari neri. Dunque non v’è tradizionalmente alcun fenomeno d’insorgenza politica.
Le ostilità sono passate dalla bassa intensità degli anni ’50-’60-’70 a un conflitto su larga scala a partire dalla metà degli anni ’80, anche per effetto del flusso di armi che Sadiq al-Mahadi fece affluire alle milizie arabe per contrastare l’insinuarsi del SPLM/A nel Darfur del Sud. La salita al potere del Presidente Idris Deby in Ciad (1990) ha avuto l’effetto di gettare benzina sul fuoco: il nuovo Capo di Stato è infatti appartenente all’etnia Zaghawa, la stessa di alcuni leaders della rivolta, presunti beneficiari di una sotterranea politica di supporto della lotta contro il regime sudanese.

Le violenze, le ingiustizie e l’assoluta mancanza di protezione da parte delle autorità sudanesi, hanno spinto i capi villaggio Fur e delle altre etnie sedentarie non arabe a organizzarsi in una sorta di forza d’autodifesa: il Darfur Liberation Movement (DLM). Dalla metà del 2002 esso è lentamente salito agli onori della cronaca per gli attacchi rivolti contro le stesse forze regolari di Khartoum, una sorta di rappresaglia al lassismo nel perseguire i loro aggressori. Inoltre, il FLD non ha esitato ad accusare il governo di essere spalleggiatore delle scorribande di cui sono vittime i coltivatori. La manipolazione delle tradizionali tensioni etniche sarebbe parte di una strategia volta al cambiamento della composizione demografica della regione, al fine di “arabizzare” la popolazione e garantirsi il controllo sulle terre e soprattutto sulle preziosissime risorse idriche.
Nel nuovo anno, le accuse delle organizzazioni attive nel campo dei diritti umani in Darfur segnalarono un inasprimento degli scontri, mentre i Fur persero sempre meno incertezza nel denunciare un vero e proprio genocidio nei loro confronti, perpetrato per mano delle etnie filo-governative, raggruppate tra l’altro nella milizia araba denominata Janjawid (che significa letteralmente “uomo con cavallo e fucile”). Dalla capitale però arrivarono solo smentite di qualsiasi implicazione negli scontri, definiti riduttivamente come episodi di “banditismo” da contrastare.

Le Nazioni Unite stimano che dall’inizio del 2003 le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie case per l’infuriare dei combattimenti ammontano a 600.000. Altri 110.000 hanno cercato rifugio al di là della frontiera, in Ciad, mentre 7.000 civili sono caduti, inermi bersagli dell’escalation di barbarie in corso. Tutto questo va ad aggravare una situazione alimentare già di per sé difficile, poiché sono proprio le comunità agricole, da cui ogni anno dipende il raccolto, le prime vittime degli effetti della guerra.
Pochi mesi fa l’ONU ha stanziato 23 milioni di dollari per portare soccorso alla popolazione. Dall’altro lato, il governo sudanese ha stabilito il divieto di accesso nella regione occidentale del Paese all’UNICEF e ad alcune altre agenzie ONU.

Nel febbraio del 2003 dirigenti del DLM hanno voluto precisare la loro estraneità alla lotta perseguita dal SPLM/A, impegnato col governo islamista a superare la fragile pace armata di questi ultimi anni. Tuttavia è difficile credere che non sia stato approntato un “asse d’intesa”: l’esistenza di un nemico comune, seppur per ragioni differenti, costituisce infatti un aggregante formidabile. Forse questa è la chiave per leggere gli sviluppi che, poco dopo, si sarebbero tenuti in seno al DLF.
Il mese successivo, infatti, quest’ultimo annunciava che il suo nome sarebbe cambiato in Sudan Liberation Movement/Army (SLM/A). I ribelli, la cui leadership appartiene a Mini Arkoi Minawi, oltre a cambiare il nominativo andavano compiendo un mutamento ben più rilevante: da organizzazione aspirante alla secessione, il programma del movimento prevedeva ora la “liberazione” del Sudan dalla dittatura nel rispetto della sua integrità territoriale. La secessione è un obiettivo depennato da quelli rivendicati dai ribelli: il nodo della questione è un’autonomia politica ed una più equa distribuzione delle risorse gestite dall’amministrazione centrale. Sicuramente un avvicinamento alle rivendicazioni del formalmente “alieno” SPLM/A.
In risposta a questa forte presa di posizione, sempre più politica e lontana dalle vecchie aspirazioni d’autodifesa dagli arabi, Khartoum ha incrementato la sua presenza militare in loco, avviando una campagna che, come confermato da attivisti e operatori umanitari, ha sempre più preso di mira piccoli abitati, lungi dall’essere obiettivi d’un qualche valore strategico. Intanto il SLM/A viene ostinatamente definito dalla capitale come organizzazione “di banditi”, descrizione obbligatoria per un governo imbarazzato dall’incapacità di gestire un focolaio di ribellione proprio mentre si trova sul punto d’estinguerne un altro, durato circa 20 anni.

Forse messi in difficoltà dalla strenua resistenza in Darfur, il governo centrale poche settimane fa ha invitato i leaders di SLM/A e dell’altra più recente formazione ribelle, Justice and Equality Movement (JEM), a recarsi nella capitale nel quadro di una conferenza che risolva politicamente la crisi. I portavoce di quest’ultimi hanno declinato formalmente l’offerta, poiché diffidenti verso Khartoum. La controproposta di incontri su territorio neutrale, o nel Darfur stesso, non hanno ricevuto risposta.

Anche sul Darfur gli Stati Uniti giocano il loro ruolo, probabilmente coscienti del valore che la stabilità del Sudan occidentale costituisce per i negoziati di pace di Naivasha e per la sicurezza in tutta la regione.
In questo caso, però, il portavoce del Dipartimento di Stato non ha usato mezzi termini nel condannare l’aiuto accordato dal governo alle milizie nella pulizia etnica contro le comunità non arabe del Darfur. Soprattutto, unendosi al coro di denuncie già sollevatosi, Washington s’è scagliata contro la passività delle autorità sudanesi nel mantenere l’ordine nell’area, ostacolo che chiude di fatto la zona dei combattimenti alle organizzazioni umanitarie. Difatti, quest’ultime non godono d’alcuna protezione, ritrovandosi spesso in pericolo ed in balia degli assalti dei Janjawid o vittime dei numerosi campi minati. La stessa Croce Rossa ha dovuto limitare al minimo i propri interventi, mentre il Coordinamento Umanitario in Sudan dell’ONU ha comunicato che solo il 15% degli approssimativi 6 milioni di abitanti del Darfur sono raggiunti dagli aiuti del World Food Programme (WFP) e delle altre organizzazioni non governative. Solo una tregua potrebbe facilitare le operazioni in soccorso dei civili sfollati, altrimenti abbandonati a una lenta morte di stenti. Si tenta di sostituire tali “corridoi umanitari” con massiccio utilizzo di piccoli apparecchi aerei, ma sono pochi e di dimensione troppo ridotta per avere un impatto in grado d’alleviare le sofferenze su tutto il territorio.
“E’ la peggiore crisi umanitaria in Africa, e forse nel mondo” ha detto Roger Winter, alto funzionario dell’americana Agency for International Development, riferendo gli stupri, gli assassinii, gli abbandoni forzati delle proprie case, la carestia e l’epidemia che stanno sterminando la popolazione.

I proclami di febbraio in cui il Presidente al-Bashir annunciava la conclusione degli scontri e il ristabilimento dell’ordine nel Darfur hanno il sapore della beffa, un misero tentativo di nascondere la verità subito smascherato dai ribelli e dalle organizzazioni umanitarie che, frustrate, restano nella regione assistendo impotenti all’ecatombe in corso.

Ciad e Darfur

La lotta tra milizie, ribelli e esercito ha prodotto dunque una crisi umanitaria di proporzioni impressionanti. E’ notizia agghiacciante quella del 10 marzo, secondo cui accertamenti ONU hanno rilevato che le milizie Janjawid conducono una sistematica campagna di atrocità, e non di meri attacchi, contro gli abitanti della regione. Ogni villaggio, abitati in prevalenza da donne e bambini, viene bruciato. Già nel dicembre scorso una missione del WFP riportava che 46 villaggi su 68 nel sud risultavano rasi al suolo, mentre i restanti 16 erano stati saccheggiati.

Le opzioni che offrono scampo dalla brutalità delle soldatesche arabe sono pagare profumatamente oppure abbandonare le proprie case e fuggire. Quasi un milione sono quelli che lo hanno fatto restando comunque in Sudan, un altro centinaio di migliaia ha invece riparato nel confinante Ciad, solidale per via della comunanza etnica con le popolazioni del Darfur.
Il Ciad però è tutt’altro che un passivo spettatore della nuova guerra ai suoi confini: oltre a esser mediatore tra le parti, gli osservatoti hanno segnalato l’aperto supporto dato a SLM/A e JEM non solo con materiali e finanziamenti ma anche con armamenti. Ancora, dai campi d’accoglienza sul suo territorio, il Ciad permette la raccolta, la riorganizzazione e addirittura l’arruolamento degli oppositori a Khartoum, i quali possono poi confluire indisturbati sul campo di battaglia oltre confine.
Il coinvolgimento ciadiano negli scontri nel Darfur, voluto dal Presidente Deby, rischia di trasformare una guerra tribale in una crisi internazionale, combattuta su scala etnica, attizzando nuove strumentalizzazioni che potrebbero degenerare verso la manipolazione delle tradizionali rivalità comunitarie.

Idris Deby conosce bene il Darfur: oltre al legame “di sangue” con la popolazione, è da basi posizionate nella regione sudanese che nel 1990, con il benestare di Khartoum, lanciò il putsch in patria che lo portò ad assumere il potere in Ciad.
Con l’intensificarsi delle violenze iniziate circa un anno fa, Deby decise di collaborare con il suo pari al-Bashir per colpire i guerriglieri in Darfur, fornendo uomini e mezzi (dai 500 ai 2000 uomini) ed estradando intellettuali e attivisti sospettati di complottare contro il vicino regime. Inoltre è stata istituita una task-force alleata autorizzata a compiere raids su entrambi i versanti dei 1.350 Km di confine.

Secondo il censimento del 1993, al confine col Darfur vivevano 16 etnie, le cui principali erano 78.000 Zaghawah, 50.000 Masalit e più di 760.000 arabi delle tribù nomadi. Tutte queste comunità sono le protagoniste del conflitto sul versante sudanese.
I suddetti gruppi condividono cultura, tradizioni, storia ma anche vita quotidiana, vista l’inesistenza di una concreta divisione tra i due Paesi.
La natura etnica della sollevazione in Darfur, reazione agli attacchi, agli omicidi e alle deportazioni di Fur, Masalit e Zaghawah nel contesto della strategia di arabizzazione dell’area, ha facilmente infiammato gli animi dei vicini. Si pensi che i profughi fuggiti ora dal Sudan occidentale non sono altro che rifugiati ciadiani fuggiti nel Darfur ai tempi dell’interminabile guerra civile nel loro Paese. D’altra parte, anche i “fratelli” arabi s’adoperano per dar man forte alle milizie contro gli insorti.
Oltre alla forte comunità Zaghawah, sembra che aiuti giungano al SLM/A pure da alte sfere della guardia presidenziale sudanese, cioè da quegli ufficiali appartenenti all’etnie coinvolte. La fonte anonima di questa rivelazione è un alto ufficiale delle forze armate, che ha fatto notare come l’etnia Zaghawah sia una delle più presenti e meglio equipaggiate nell’esercito.

Insomma, l’ambiguità della posizione del Ciad sembra lasciare in sospeso ogni rapporto tra N'Djamena, Khartoum e SLM/A: nessuno si fida probabilmente di Deby, ma altrettanto a nessuno converrebbe privarsi della sua collaborazione.
Lo stesso presidente appare schiacciato tra due richiami: quelli del “sangue” e quelli delle buone relazioni con il militarmente più potente Sudan.
Lo stesso Capo di Stato ha evitato d’intercedere in favore di un condannato a morte della sua stessa etnia, accusato di aver ordito due omicidi a danno di un sudanese e del capo dell’agenzia petrolifera del Ciad, uomo comunque vicino a al-Bashir. Gli analisti hanno sottolineato come sia molto raro che un Zaghawah, che appoggiarono l’ultimo putsch, non goda dell’impunità davanti ai giudici: Deby deve aver deciso di non sacrificare la sua già pericolante immagine di mediatore agli occhi del Sudan. La patina di buone relazioni con cui rivestire la sua politica deve esser stata evidentemente considerata prioritaria. In tal senso va considerata anche la scelta d’incolpare solo i ribelli delle stragi nel Darfur.
Anche quando alla fine di gennaio aerei sudanesi hanno bombardato il suolo nazionale a ridosso del confine, N'Djamena ha sorprendentemente gettato acqua sul fuoco, incurante dei propri cittadini uccisi.

L’alternative di Deby sono molto rischiose: una è quella di appoggiare apertamente i suoi “fratelli” Zaghawah, ma ciò significherebbe una possibile escalation con il Sudan, che potenzialmente potrebbe sfociare in una guerra difficile da vincere; d’altra parte, l’altra scelta percorribile è quella di continuare con l’appoggio segreto al SLM/A, ma qui il rischio è di portarsi la crisi in casa.
Già ora Deby considera più che plausibile che dietro i gruppi guerriglieri operanti contro di lui, e con basi nello stesso Darfur, vi siano le autorità sudanesi. In caso di un coinvolgimento troppo profondo nella lotta oltre il confine, c’è da aspettarsi che la veemenza delle operazioni paramilitari contro il suo governo aumenteranno.
La politica da equilibrista prosegue, ma la fine dell’ipocrisia sarebbe l’antidoto migliore per mantenere la relativa pace nel Ciad e permettere la stabilizzazione del Sudan.

Conclusioni

Sabato 13 marzo il Ciad ha dispiegato il proprio esercito sul confine col Sudan al fine di bloccare le incursioni delle milizie arabe contro i campi profughi allestiti sul suo territorio. Il movimento di truppe corrisponde ad un allontanamento di N'Djamena dal ruolo di mediatore nel conflitto del Darfur e ad un incremento della tensione col vicino.
Il regime islamico intanto, sotto la pressione del NIF, negozia a singhiozzo col SPLM/A. Tuttavia, il governo sudanese ha accettato di procedere a dei negoziati di pace sulla questione del Darfur con la partecipazione di autorità internazionali (e precisamente della UE). Entro la fine di questo mese forse si scoprirà se il governo ha intenzione di sottoscrivere i progressi fatti a Naivasha oppure se il suo intento è solo quello di prender tempo per concretizzare un qualche vantaggio militare. Sta di fatto che anche l’atteggiamento mostrato fino ad oggi in Darfur dalle autorità sudanesi lascia trasparire la scarsa volontà del Governo di Khartoum di giungere all’effettiva pacificazione del Sudan.