
Nel giorno in cui il procuratore generale di Palermo
chiede undici anni di carcere per Marcello Dell'Utri
(«è stato al servizio dell'organizzazione mafiosa per 30 anni», sostiene
l'accusa) l'imputato attende fuori dall'aula mangiando
‘sfincione' (pizza con cipolla, pomodoro, origano,
pecorino e caciocavallo, spiega Saverio Lodato che tra un boccone e l'altro è
riuscito a comprenderne le parole) e dispensando massime filosofiche di
pubblica utilità per i perseguitati di giustizia. Il suo (di Dell'Utri) trentennale datore di lavoro - non la mafia, questa è solo un'ipotesi dell'accusa. L'Altro - nello stesso
momento, all'unisono, dichiara sul medesimo argomento: mafia. La tesi del
Principale è la seguente: se di mafia italiana si parla in tutto il mondo la colpa è della "Piovra" e di
"Gomorra". Cattiva pubblicità, insomma. Il problema è non disporre di un sufficiente numero di Minzolini
(Minzolini-regista, Minzolini-scrittore,
Minzolini-attore di fiction) da far dimenticare agli
italiani sotto teleipnosi l'esistenza dei clan, il
loro straordinario potere economico, la loro capacità di orientare il voto e
persino di precompilarlo, la capacità di ricatto, il
controllo palmo a palmo del territorio, i legami strettissimi con chi solo
formalmente governa. Problemi? Macché. Se non se ne
parlasse non esisterebbero. Il colpevole di giornata, per quanto presunto,
dunque non è Dell'Utri: è, oplà, Roberto Saviano. La
formidabile capacità di fare comunicazione rovesciando completamente i termini
della realtà ad uso delle telecamere è quella che conosciamo bene, che ha fatto
scuola tra i dipendenti e ci ha portati fin qui, alla
nostra razione di indecenza politica quotidiana. Lo sgomento tuttavia coglie
ancora, di tanto in tanto, quando si pensa alla quantità di nostri connazionali
che ci credono: che sentono la radio, guardano distrattamente la tv e dicono
"già", poi lo votano, li votano e consegnano l'Italia al loro
governo. Certo non solo per questo ma anche per questo: per mille, un milione
di volte in cui è andata così senza che ci fosse
nessuno a dire, ma cosa state dicendo. Senza contraddittorio, visto che siamo in tv. Gli stessi che governavano anche
quando sono state messe le molotov nella scuola Diaz, a Genova, vanno in tv ad
accusare Gino Strada di essere un terrorista. E quando il
medico - Strada è un medico non un soldato, ministro: cura i feriti di chiunque
siano i figli - racconta «credo che qualcuno abbia introdotto le armi nel
nostro ospedale», ecco, quando Strada dice così il ministro sgrana gli occhi
come a dire: ollallà, un complotto? E quando
si racconta che nei territori governati dai talebani si è oggettivamente
complici, perché comandano loro, perché non estendere il sofisticato
concetto a chi fa fortuna nelle terre di mafia e di camorra? Quelle che, disse
Cossiga nei giorni delle ronde, non hanno bisogno di vigilanza armata perché
come lo controllano loro, il territorio, non è capace nessuno? Scrive oggi
Claudio Fava: andiamo a buttare i nostri torsoli di memoria sulla facciata di
Palazzo Chigi, andiamoci tutti noi figli vedove dei
morti ammazzati che siamo migliaia come fosse la nostra Plaza
de Mayo. La ribellione, il rispetto della storia e persino della cronaca è diventata un dovere.
Oggi con Emergency a San Giovanni: un dovere.