ALDO CAPITINI: TEORIA DELLA NONVIOLENZA
[Riproduciamo l'opuscolo che riporta alcuni
testi di Aldo Capitini, Teoria della nonviolenza, Edizioni del Movimento
Nonviolento,Perugia 1980 (richiedibile presso la
redazione di "Azione nonviolenta",e-mail: azionenonviolenta@sis.it, sito: www.nonviolenti.org)]
Principi
di nonviolenza
La nonviolenza risulta dall'insoddisfazione verso cio' che, nella natura, nella societa',
nell'umanita', si costituisce o si e' costituito con
la violenza; e dall'impegno a stabilire dal nostro intimo, unita'
amore con gli esseri umani e non umani, vicini e lontani.
La manifestazione piu' concreta ed anche piu' evidente di questa unita'
amore e' l'atto di non uccidere questi esseri e di non operare su di loro
mediante l'oppressione e la tortura. Questo impegno non e' che un punto di
partenza (come nessuno nella poesia, nella musica, puo' pretendere di esaurirle), e le imperfezioni
del nostro atto di unita'
amore non possono essere compensate che dal proposito di essere attivissimi in
essa, nel tu che diciamo agli esseri nella loro singola individualita',
mai dicendo che basta. La nonviolenza non e' l'esecuzione di un ordine, ma e'
una persuasione che pervade mente, cuore ed agire, ed e' un centro aperto: il
che significa che ognuno prende l'iniziativa di unita' amore senza aspettare che prima tutti si innamorino,
e la concreta in modi particolari che egli decide con sincerita',
e con dolore per ogni limite e impedimento che lo stato attuale della realta'-societa'-umanita' ancora mette a sviluppare
pienamente questa unita' con tutti.
Vi sono, dunque, tanti gradi e tante espressioni della nonviolenza, ma, al
punto in cui siamo, esse si concentrano in un modo fondamentale, che e' di non
uccidere esseri umani. Mentre si sta stabilendo, oggi piu'
che mai, anche economicamente politicamente culturalmente, l'unita' mondiale
dell'umanita', l'atto di affetto
all'esistenza di ogni essere umano ci porta al punto di questa unita' umana. Verso gli altri esseri viventi ma non umani,
come gli animali e le piante, tutto cio' che e' fatto
nell'affetto e rispetto alla loro esistenza, apre l'unita'
amore anche a loro e abitua a sentire, di riflesso, il valore del non
uccidere esseri piu' complessi e piu'
simili a noi, come sono gli uomini. La prassi del vegetarianesimo
ha percio' grande importanza.
La nonviolenza non e' soltanto contro la violenza del presente, ma anche contro
quelle del passato; e percio'
tende a un rinnovamento della realta' dove il pesce
grande mangia il pesce piccolo, della societa' dove
esiste l'oppressione e lo sfruttamento, dell'umanita'
nella sua chiusura egoistica e nelle sue abitudini conformistiche e gusto della
potenza. Ma finche' diamo col pensiero e con l'atto
la morte, non possiamo protestare contro la realta'
che da' la morte. E perche'
la societa' non torni sempre oppressiva sotto un nome
od un altro, deve cambiare l'uomo e il suo modo di sentire il rapporto con gli
altri: la nonviolenza e' impegno alla trasformazione piu'
profonda, dalla quale derivano tutte le altre; e percio'
non si colloca nella realta' pensando che tutto resti
com'e', ma sentendo che tutto puo' cambiare, e che
com'e' stata finora la realta' societa' umanita'
non era che un tentativo secondo i modi della potenza e della distruzione, e
che vien
dato un nuovo corso alla vita con i modi dell'unita' amore e della compresenza
di tutti.
La nonviolenza e' in una continua lotta, con le tendenze dell'animo e del corpo
e dell'istinto e la paura e la difesa, con la realta'
dura, insensibile, crudele, con la societa', con l'umanita' nelle sue attuali abitudini psichiche: non puo' fare compromessi con questo mondo
cosi com'e',
e percio' il suo amore e' profondo, ma severo; ama
svegliando alla liberazione e sveglia alla liberazione amando; quindi distingue
nettamente tra le persone e gli esseri tutti che unisce nell'amore, tutti
avviati alla liberazione, e le loro azioni, delitti, peccati, stoltezze,
assumendo il
compito di aiutare questi esseri ad accorgersi del male, e, se proprio non e'
possibile altro, contribuendo a liberarli dando, piu'
che e' possibile, il bene.
La nonviolenza e' attivissima, per conoscere gli aspetti
della violenza e smascherarli impavidamente; per supplire all'efficacia dei
mezzi violenti col moltipllcare i mezzi nonviolenti,
facendo percio' come le bestie piccole che sono piu' prolifiche delle grandi; per vincere l'accusa e il
pericolo intimo che essa sia scelta perche' meno
faticosa e meno rischiosa; per dare effettivamente un contributo alla societa', che ci da', in altri modi. Altri
contributi. Proprio in questo tempo la nonviolenza ha il suo preciso posto nell'indicare
una svolta decisiva e nell'inserire il fatto nuovo. Che non si veda un altro
impero romano e un altro impero barbarico, e sempre oppressioni e rivolte,
nascere e uccidere e morire, e l'uomo dolorante e illusoriamente
lieto, perche' ancora non ha imparato a fondo quanto dinamismo
rinnovatore hanno l'interiorita',
la liberta', l'amore. Proprio appassionandoci per
l'esistenza degli esseri viventi, rispettandoli piu'
che si puo', e dolendoci della loro morte, noi
impariamo a sentire immortali i morti e uniti all'intima presenza. Chi e'
nonviolento e' portato ad avere simpatia particolare con le vittime
della realta' attuale, i colpiti dalle ingiustizie,
dalle malattie, dalla morte, gli umiliati, gli offesi, gli storpiati, i miti e
i silenziosi, e percio' tende a compensare queste
persone ed esseri (anche il gatto malato e sfuggito) con maggiore attenzione e
affetto, contro la falsa armonia del mondo ottenuta buttando via le vittime.
La nonviolenza e' impegnata a parlare apertamente su cio'
che e' male, costi quello che costi, non cedendo mai su questa liberta', e rivendicandola per tutti; e a non associarsi
mai a compiere cio' che ritiene il male. Contro imperialismo,
tirannia, sfruttamento, invasione, il metodo della nonviolenza e' di non collaborare al male; e
di creare difficolta' all'esplicazione di quei modi,
senza sospendere mai l'amore per le singole persone, anche autrici di quei
mali, ma non esaurentisi in essi;
cosi' si riconosce di avere un alleato alla solidarieta' che si stabilisce tra gli oppressi, nell'intimo
stesso degli oppressori. Chi e' persuaso della nonviolenza tende alla comunita' aperta, e percio' a mettere
in comune il piu' largamente le sue iniziative di
lavoro, la
proprieta', non sfruttatrice, che egli possiede, la
cultura (partecipando e celebrando i valori culturali con altre persone), la liberta' (favorendola con altri in assemblee nonviolente
per il controllo e lo sviluppo amministrativo della vita).
(Principi elaborati per il Centro di Perugia per la Nonviolenza costituito nel 1952)
La
nonviolenza nella prospettiva individuale e in quella sociale
La nonviolenza e' lotta
Agli uomini usciti dalle guerre, agli animi che sentono il peso di un'immensa
stanchezza e il bisogno di un riposo che talvolta e' perfino sogno di annullamento e piu' spesso e' idoleggiamento di uno stato lento, comodo, col gusto di
piaceri che non vengano tolti; prospettare l'idea e le
conseguenze della nonviolenza produce un urto doloroso; ed essi domandano tra
stizziti e allarmati: "ma e' cosi difficile ricomporre una vita tranquilla,
una casa, un orario giornaliero, e la fruizione dei beni della terra; e bisogna
invece affrontare un problema cosi sconcertante e paradossale? Noi vogliamo la
pace, l'umanita' vuole, merita la pace". Penso
che questa gente abbia una sensazione esatta. E' un errore credere che la
nonviolenza sia pace, ordine, lavoro e sonno tranquillo, matrimoni e figli in grande abbondanza, nulla di spezzato nelle case, nessuna
ammaccatura nel proprio corpo.
La nonviolenza non e' l'antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui tutto
infranto, li' tutto intatto. La nonviolenza e' guerra
anch'essa, o, per dir meglio, lotta, una lotta continua contro le situazioni
circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro il
proprio animo e
il subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di
violenza disperata.
La nonviolenza significa esser preparati a vedere il caos
intorno, il disordine sociale, la prepotenza dei malvagi, significa
prospettarsi una situazione tormentosa. La nonviolenza fa bene a non promettere
nulla del mondo, tranne la croce. E quegli uomini che dicevo prima non vogliono
la croce: disfatti o disorientati preferirebbero
ritagliarsi una parte anonima
della vita, con uno stipendio immancabile, e frequenti "bicchierini"
per tirare avanti. Gli uomini, la civilta' infine del
"bicchierino" per reggere; e il bicchierino puo' essere liquore, fumo,
vincita di lotteria, vita sensuale, un appoggio insomma che ci sia realmente,
un qualche cosa di sensibile, che dica all'uomo attraverso un piacere: tu sei.
Questi uomini furono ingannati perfettamente dal fascismo, il quale di rado era
scomodo, ma nell'insieme ordinato e piacevole; e quando divenne pieno di punte
problematiche quegli uomini gli si ribellarono contro con una sincerita' tale come se gli fossero stati avversi
dall'inizio.
Per scoprire l'inganno del fascismo sarebbe bisognato non prendere l'ordine per
cosa assoluta; e per reagire sarebbe bisognato non prendere per cosa assoluta
il comodo proprio e circostante.
I regimi politici che assicurano comunque un ordine
trovano sempre moltissimi che li accettano, senza badare se l'ordine esterno
non e' tradito potenzialmente da una mentalita'
sopraffattrice e avventuriera.
Si diceva durante il fascismo: "Nel '21 c'era il disordine, scioperi, i treni
non partivano; il fascismo ha stabilito l'ordine, la concordia tra capitale e
lavoro". E si diceva cosa insulsa; perche' il
fascismo non risolse i problemi del dopoguerra, quelli che generavano il
"disordine"; e se delle due fazioni avesse
invece trionfato la socialista, avrebbe essa stabilito il suo ordine; e allora
e' da discutere sull'essenza, sulla qualificazione dell'ordine: ordine fascista
o ordine socialista? Che cosa fosse l'ordine fascista si
poteva intrinsecamente gia' vedere con l'occhio alla
sua sostanza morale; ma si vide nel fatto: partirono, si',
i treni, ma sono partite poi anche le stazioni.
La nonviolenza non e' appoggio
all'ingiustizia
Ma oltre l'equivoco della nonviolenza come pace, io vorrei chiarire e dissipare
un altro equivoco, che e' ancor piu' insinuante e
pericoloso. Nella lotta politica e sociale, necessaria in una societa' di ingiustizia e di
privilegi, la nonviolenza fa tirare un sospiro di sollievo ai tiranni di ogni
specie; e questo sospiro di sollievo e' per noi oltremodo tormentoso. Se la
nonviolenza dovesse essere interpretata, o comunque
risolversi in un'acquiescenza all'ingiustizia, a quella violenza di secoli
cristallizzata in potere e in privilegi decorati ora di una apparente legittimita', non ci sarebbe una piu'
tentatrice sollecitazione a metterla in dubbio ed abbandonarla. La nonviolenza
non e' soltanto rifiuto della violenza attuale, ma e' diffidenza contro il
risultato ingiusto di una violenza passata. Di quanto piu'
di violenza e' carico un regime capitalistico o tirannico, tanto piu' il nonviolento entra in stato di diffidenza verso di esso. Bisogna aver ben chiaro che la nonviolenza non colloca
dalla parte dei conservatori e dei carabinieri, ma proprio dalla parte dei
propagatori di una societa' migliore, portando qui il
suo metodo e la sua realta'. Il nonviolento che si fa
cortigiano e' disgustoso: migliore e' allora il tirannicida, Armodio, Aristogitone, Bruto. Due
grandi nonviolenti come Gesu' Cristo e San Francesco si collocarono dalla parte degli
umiliati e degli offesi. La nonviolenza e' il punto della tensione piu' profonda
del sovvertimento di una societa' inadeguata.
La nonviolenza e' attiva e modesta
Percio', e cosi chiariamo il terzo equivoco, la
nonviolenza e' attivissima. La nonviolenza e' prova di sovrabbondanza
interiore, per cui all'uso della violenza che sarebbe
ovvio, naturale, possibilissimo, viene
sostituita, per ulteriore ricerca e sforzo, la nonviolenza.
Sarebbe anche qui falsificazione intendere il nonviolento come un pedante occupato
esclusivamente a torcere il volto davanti ad ogni menomo atto violento, senza
addentrarsi nella vita e nei suoi motivi. Tra il nonviolento inerte e il
soldato che si esercita faticosamente ed arrischia, la possibilita'
di un valore morale e' piu' nel secondo che nel
primo. Il nonviolento deve essere attivissimo sia per conoscere le ragioni
della violenza, per individuare la violenza implicita che si ammanta di legalita' e smascherarla impavidamente; sia per supplire
all'efficacia dei mezzi
violenti con il moltipllcarsi dei mezzi nonviolenti,
facendo come le bestie piccole che sono piu'
prolifiche (e anche sopravvivono alle specie delle bestie grandi); sia per
vincere l'accusa e il pericolo intimo che la nonviolenza venga
scelta perche' meno faticosa e meno rischiosa: il
nonviolento deve portarsi alla punta di ogni azione, di ogni causa giusta, appunto
per curare il proprio sentimento che potrebbe stagnare e per farsi perdonare
dalla societa' la propria singolarita'.
E' noto che gli obbiettori di coscienza (cioe' coloro che non hanno voluto collaborare alla coscrizione)
sono stati uccisi a migliaia dai governi totalitari; e dove sono stati
tollerati, hanno chiesto spesso servizi rischiosi e dolorosi, per esempio di
sottoporsi agli esperimenti medici o di raccogliere i feriti nelle prime linee.
E infine sara' opportuno chiarire
anche un quarto equivoco, che cioe' il nonviolento
pretenda essere superiore per il suo atto di nonviolenza. Non e' l'atto
di nonviolenza per se stesso, ma tutto cio' che sta
con esso e all'origine di esso, che puo' costituire un valore. L'animo,
l'intenzione, l'amore, gli sforzi fatti, quanto di proprio sacrificio ci sia
stato messo: qui e' il valore sia dell'atto di violenza che dell'atto di
nonviolenza. E' evidentissimo che tra colui che
per evitare l'uccisione di un bambino si slanciasse con l'arma in mano a
difenderlo a rischio di essere ucciso egli stesso, e il nonviolento che se ne
stesse ben lontano e inerte, avrebbe maggior valore il primo, quando il secondo
non si fosse gettato tra l'uccisore e il bambino a persuadere ed anche a
offrire il suo corpo, avanti a quello del bambino, al colpo mortale.
Concetti e modi della
nonviolenza
Chiariti e dissolti questi equivoci, sara' bene
ora prender contatto con il concetto stesso della nonviolenza. Violenza
e' un concetto relativo all'oggetto sul quale si
esercita una certa azione. Quanto meno io considero quell'oggetto in cio' che esso e' per se stesso, tanto piu'
mi avvio alla violenza contro di esso. La nonviolenza
e' una presa di contatto col mondo circostante nella sua
varieta' di cose, di esseri subumani,
e di esseri umani, e' un destarsi di attenzione alle singole individualita' di tutti questi oggetti circostanti per
porsi un problema: "che cosa e' questo singolo oggetto? qual
e' la sua caratteristica, la sua vita, la sua liberta',
il suo formarsi dal di dentro?".
E' la sospensione dell'attivismo che consideri tutto, senza eccezione, come mezzo,
fino a quei casi tipici che sono come il lusso e il gioco di questo attivismo,
come l'incendio di Roma da parte di Nerone per vederne la bellezza, o il letto
su cui il brigante greco Procuste stendeva i suoi prigionieri
stirandoli o stroncandoli secondo che fossero piu'
corti o piu' lunghi. Sospensione di
attivismo che e' attivissima moltiplicazione d'attenzione, d'interesse,
di affetto, potenziamento della vita interiore proprio mediante questo
collegamento in atto di tutto il reale nelle sue innumerevoli individuazioni
con l'intimo nostro. Ma questo non e' che un punto di
partenza, perche' di qui comincia un movimento, una
tensione. Ad una parte degli oggetti assegno un compito di collaborazione,
prendendo interamente su di me la definizione del fine del lavoro con cui essi collaborano;
e questi oggetti chiamo cose. Nei riguardi delle
"cose" io non mi pongo altro dovere che di adoperarle bene, di
chiamarle a collaborare ad atti di cui assumo la responsabilita';
e la malvagita' sta non nell'usare l'acqua per un
bagno, ma se nel bagno affogo il bambino, invece di lavarlo semplicemente,
buttando l'acqua ad altro destino. Per il carbone fossile stare nell'interno
della terra o muovere una locomotiva puo' essere indifferente, come per la pietra che sta nel monte,
in un monumento o come polvere sulle strade. Puo'
darsi che un giorno il nostro occhio scopra altro e diventi possibile ridurre
il campo delle cose, stabilendo con alcune di esse un
rapporto di collaborazione meno imperioso e meno antropocentrico: e' un
problema questo
non vano, e di un orizzonte vastissimo, schiuso proprio dal principio della nonviolenza,
che e' inquietudine continua, passione mai saziata di interesse per le individualita'.
Vi e' poi il gruppo di esseri subumani. E c'e' come un gruppo di passaggio in
tutti quegli esseri di minima vita, microrganismi e microbi, rispetto ai quali
non possiamo fare che una valutazione di "cose"
sempre pero' con quella speranza e quel problema, che
nuove indagini e nuove intuizioni
permettano una collaborazione migliore: chissa', per
esempio, che non si riesca a trovare il modo di volgere a benefica l'azione
malefica di molti microbi.
Ma quando incontriamo vite piu' sviluppate, individualita' con
cui e' possibile stabilire un rapporto complesso, qui sentiamo la gioia di
salvarci con piu' ragione dalla considerazione di
"cose". Cio' non toglie che ci si possa interessare a cose minime, rispettarle nel loro
essere; che io possa appassionarmi all'individualita'
di quella farfalla che ho visto nel boschetto e che vivra'
oramai una settimana, di quel filo d'erba, di quel sasso. Questo prova che la
nonviolenza, essendo unita'-amore e' espressione nostra,
e' collocazione e scelta volontaria, non un dogma; e
ognuno puo' a sua ispirazione (Spiritus
ubi vult spirat) dirigerla. San Francesco voleva che l'ortolano non
lavorasse tutto l'orto, ma ne lasciasse una parte dove
le cosi' dette erbacce potessero crescere
liberamente, perche' per lui la spontaneita'
di quel crescere, la bellezza di quelle erbe, e che esse
attestassero e lodassero Dio, era la stessa cosa. E
cosi egli preferiva che l'albero si tagliasse lasciandogli la radice e la possibilita' di crescere nuovamente.
Noi possiamo su tutta la scala degli esseri non umani
istituire a noi stessi delle direttive, che anche se non sempre attuate,
provano che in noi vive un problema, una passione, una direzione.
Preferire, per esempio, di regalare piante intere piuttosto che
fiori, rinunciare alla caccia, adoperarsi per addomesticare bestie selvagge.
Il vegetarianesimo, per esempio, e' una cospicua
scelta che viene fatta nel campo degli esseri
subumani. Si decide di rinunciare al cibo che comporti uccisione di animali; e con cio' stesso muta
il nostro modo di avvicinarsi ad essi, il nostro modo di considerarli; si
accetta sorridendo ma con fermezza l'apparente stranezza che galline e pecore,
dopo averci dato uova e lana, "muoiano di vecchiaia": si amplia, al
posto della violenza spietata alle sofferenze e all'uccisione, quel piano di
collaborazione in cui consiste l'incremento della civilta'.
Questa "sospensione" introdotta nella leggerezza sterminatrice e
nella
freddezza utilitaria si riflette in accrescimento di valore interiore. Ma c'e' di piu' e forse di meglio.
Io debbo confessare che, pur avendo un notevole
interesse all'esistenza degli animali, mi decisi al vegetarianesimo
nel 1932, quando, nell'opposizione al fascismo, mi convinsi che l'esitazione
ad uccidere animali, avrebbe fatto risaltare ancor meglio l'importanza del rispetto
dell'esistenza umana.
Consideriamo, dunque, la nonviolenza
in questi gradi anteriori come un addestramento che ha due atteggiamenti,
quello di considerare cio' che e' altro da noi come
"cosa" ma con l'impegno a servirsene per un fine degno e alto; e
l'atteggiamento di considerarlo come "esistente", rispettato e amatopercio' come
tale.
Due atteggiamenti, come ho detto, non rigidi, ma in
dialettica, in travaglio, e appunto percio' prova
della vitalita' interiore di un appassionamento.
Ma sia come un prologo al mondo umano. Noi sappiamo
che tutte le volte che in pedagogia ci si e' posti il problema del piu' basso, di cio' che e'
infimo, si e' fatto un grande passo: quando si e'
cercata l'educazione dei deficienti, o dei molto piccoli o dei molto poveri, si
sono scoperti sempre metodi che hanno dato risultati prodigiosi applicati agli altri.
E cosi in questo prologo ci siamo posti dei temi:
portiamoli ora nel mondo umano, e sentiremo una risonanza grandiosa. Riguardo
ad esseri umani la nonviolenza e' l'appello continuo e intenso alla comprensione,
alla spontaneita', alla capacita'
che ha l'altro essere umano di giungere ad una
decisione razionale. Nel campo umano la dedizione a questo appello
ha un fondamento piu' saldo
che per ogni altro essere: basta che io pensi che colui che incontro, potrebbe
essere mio figlio: nulla di eccezionale in questo sentimento di genitura, per
la somiglianza umana che c'e' tra noi.
Del resto, io penso che sempre nei riguardi di un essere umano debbo richiamarmi a un punto interno in cui io mi senta
madre di lui; che debbo abituarmi a costituire costantemente questo
atteggiamento nel mio intimo; che, insomma, almeno per una volta, esaurite e
sfogate se si vuole, tutte le altre possibilita', io
debbo domandarmi: "ma mi sono anche considerato pur per un istante madre
di costui? come agirei se fossi sua madre, certo una madre
non stolta, ma pronta a vedere che cosa c'e' a favore di lui, a sperare per
lui?".
La nonviolenza, porgendo l'appello alla razionalita'
altrui, e' anche un potenziamento del tu, e dell'interesse a che l'altro viva,
si svolga, e come un generarlo dall'intimo nostro, una gioia perche' l'altro esiste, un appassionamento
alla radice. Come noi potremmo avvicinarci all'infinita
miseria degli esseri umani, alle loro limitazioni, curare le loro infermita', sopportarli, se non portassimo un infinito
compiacimento che l'altro esiste e proprio come essere
umano? In questo atto si va oltre lo stato di felicita' e infelicita', e si
vive il sacro per cui ogni essere che viene alla luce entra in qualche cosa di
positivo, di la' dalla sua miseria e dalla sua
grandezza. Lo spirito lo tocca, e io posso
raggiungerlo col mio atto: qui siamo nella presenza religiosa, che e' piu' di ogni limitatezza, deformita',
malattia, bruttezza. La nonviolenza mi fa risaltare l'importanza
dell'atto col quale mi avvicino ad uno, atto di
presenza aperta, superiore alla felicita' o infelicita', a cio' che puo' accadermi o accadergli. E se io voglio che l'altro sia
in un certo modo, il ripudio dei mezzi violenti mi induce
ad una tensione interiore perche' io anzitutto viva quello
che voglio dall'altro, perche' io prenda su di me il
compito di attuare quel meglio, di portarmi a quel grado, di purificarmi, di sacrificarmi,
fino al sacrificio supremo di dare l'atto di nonviolenza al posto dell'atto di
violenza, e di trasferire con atto d'amore nell'intimo dell'altro il punto a
cui ero giunto. In questa nonviolenza si attua la fede nell'unita' di tutti, e
nell'efficacia che cio' a cui mi tendo io (o cio' per cui io prego, per dirla
nei termini tradizionali) influisce su di un altro, pur lontano, quanto piu' di sacrificio e di purezza interiore io vi metto.
Sarebbe piu' agevole che con un mezzo esteriore e
violento io agissi sull'altro, ma quanto perderei di interiorita', di qualita'!
Attuazione
della nonviolenza
Un principio che sta dentro l'atto della nonviolenza
e' la potente sollecitazione dell'impegno della propria persona.
La radice della nonviolenza sta nell'essere nonviolento, internamente, prima dell'atto
rivolto agli altri; e anche questo conferma che la nonviolenza non e' un atto
puntuale, ma una disposizione, una formazione, un'educazione, un'intenzione, un
insieme. Se la nonviolenza e' promovimento
della tua razionalita', della tua bonta',
della tua spiritualita' superiore, bisogna che io
anzitutto mi tenda alla mansuetudine e alla ragionevolezza. Non
si puo' insegnare la nonviolenza con l'odio e le
fucilate. Se io voglio che tu agisca da persuaso
interiormente, bisogna che io prima sia in tutto persuaso e non retore.
Se io voglio che nel mondo ci sia qualche cosa, e in questo caso, un atto di unita'-amore insistente fino
anche al sacrificio, se non ci metti tu questo atto, o ancora non ce lo metti,
ce lo metto io. Quanto ai modi dell'attuazione della nonviolenza io vorrei
sottrarli a quella casistica che sorge per ogni proposito di azione,
e anche per questo. Tutti quelli che hanno esperienza di questo proposito,
hanno anche esperienza di una lunga discussione con se stessi e con gli altri
sui casi, sui modi. Piu' di quindici anni di questa esperienza mi hanno confermato che
e' lo spirito che conta, ed e' l'approfondimento di questo che fa progredire la
civilta'.
C'e' una scala di attuazione, una scelta, una creazione; non e' un dogma e un
ordine di chissa' chi: la nonviolenza e' una
creazione che uno attua. Ci puo' essere un'attuazione
cosi' meticolosa
da far sorridere; e non c'e' nulla di male. Una civilta' che consuma tanto suo tempo in mille cose futili
e fatue, puo' ben consumarlo in questo campo. C'e' un eccesso e un ridicolo che e' in funzione del sublime.
Un discepolo di San Francesco aveva spinto cosi'
oltre il precetto dell'imitazione della santita', che
ripeteva ogni atto che vedesse fare al Santo, perfino sputare. E San Francesco ne
sorrideva. Tutti sappiamo che vi sono diverse
interpretazioni e attuazioni della nonviolenza, fino a quella che non si puo' parlare di "violenza" quando si colpisce per
diritto e a giusta ragione. Io qui esporro'
l'interpretazione che risulta dalla mia esperienza. Considererei come un
grande dolore se nel momento della morte di un qualsiasi
essere umano io non desiderassi con tutte le mie forze che quella morte non
avvenisse.
Non posso accettare come veramente mio il mondo dove le persone cadono come oggetti,
ma quello dove tutti sono soggetti, vivono, si svolgono. Se non sentissi sempre
questo, se avessi fatto qualche eccezione a questo, oggi dovrei
moltipllcare la mia tensione per riparare al passato.
E realmente io debbo riparare al passato, che oltre
che mio, e' di tutte le civilta' trascorse; e,
istruito da questa insufficienza, oggi non sono tanto disposto a farmi
sorprendere dall'indifferenza, e sto attento perche'
non perda questa passione fondamentale ad ogni momento in cui la morte si
manifesta in questa realta'.
Percio' e' inutile che io raccolga armi vicino a me e
mi addestri ad usarle, se so gia' quale sarebbe la
mia posizione domani. Da questo si riflette uno stimolo ad atteggiare il mio
fare in modo che senta di non poter far conto su mezzi violenti, e che a mia
disposizione non c'e' che il prestigio
dell'esempio, l'intima trasparenza, la razionalita'
della persuasione, la forza dell'anima. Potro', a
parte il ripudio della uccisione, ricorrere a dei
mezzi che diminuiscano l'effetto della violenza dell'altro, specialmente se in
uno stato di furia; ma sempre tali che non lo mettano in uno stato di
tortura ne' in uno stravolgimento della sua possibilita'
di razionalita'.
L'importante e' che in quel momento io mi immedesimi col problema dell'altro, e
della sua formazione verso la liberta', la razionalita', la bonta'; e che,
assicurate queste dalla parte mia, mi rifiuti ai mezzi che la turbino
nell'altro. La tortura, cioe' che io provochi in te il dolore per
ottenere qualche cosa da te, che senza la tortura mi rifiuteresti, non e' per
me giustificata da nulla, perche' io non voglio mai
provocare il dolore, ma riparare al dolore: essere non al punto in cui si causa
il dolore (che e' questa realta' e il mondo della
limitatezza), ma al punto in cui si supera
il dolore, che e' la realta' autentica, il mondo del
valore. Se questo mondo e' la mia croce, ma io sono piu' del mondo, sono dall'infinito. Come davanti alla
morte, cosi davanti alla sofferenza di un altro, ho la passione di essere non
dalla parte del mondo ma del sopramondo eterno che qui si apre, non dalla
materia ma dalla forma, non dall'esteriorita' ma dall'interiorita', non con un Dio che batte, ma con un Dio che
porta nel valore dell'amore che sempre si accresce, e che, come la liberta', non esiste, se non si fa ancora piu' amore,
ancora piu' liberta'.
La nonviolenza e la societa'
A questo punto, dopo aver guardato la cosa dall'individuo, bisogna
guardarla dalla societa'; altrimenti mi si potrebbe
dire che tutto quello che ho detto e' "prima della nascita della societa', dello Stato". L'obbiezione piu' formidabile
e' questa: "non faccio questione di me come singolo, della mia difesa,
della mia esistenza, ma della societa', del suo
ordine, della norma che io debbo sostenere e contribuire a tener viva, per cui
non e' lecito che uno si serva della violenza: come potro'
far questo senza l'uso della forza? come potra' avvenir questo se il cittadino manca al suo dovere
di riconoscere la necessita' dell'uso della forza in
qualche caso? Una societa' non ha connessione senza
l'uso parco e regolato della forza". Qui debbo
richiamare quel carattere drammatico della nonviolenza del quale ho parlato
all'inizio. Ho gia' detto che per intendere la
nonviolenza bisogna lasciar di guardare l'ordine, la compostezza, la pace:
bisogna, invece, prender su' risolutamente una responsabilita', che puo' essere
anche in mezzo all'avversione e al biasimo; e' una scelta severa e tremenda. La
nonviolenza non e' per conservare alcuna cosa di questo mondo, sia dell'individuo
o della societa': non il piacere, il comodo, la casa,
il letto, la roba, la vita, le cose fatte, costruite, l'ordine sociale, la regolarita' dei servizi pubblici, l'esistenza dei cari, degl'innocenti. Non e' un accrescimento di sicurezza che
tutte queste cose permangano; anzi e' una rinuncia
interiore a questa sicurezza; e' in potenza la morte di tutto questo. E' la possibilita' di perdere tutto cio'
che e' nel mondo, il Memento mori, non immaginazione oziosa, ma legato a un impegno, a un'azione. Perche'
nello stesso tempo la nonviolenza afferma un valore; ed e' dunque atto, resurrezione. La societa'
col suo ordine, la vita con i suoi oggetti, non possono costituire
quell'assoluto che si imponga indiscutibile e tolga la
possibilita' di un contributo, di un'iniziativa.
Siamo davanti, in questo tempo, ad una societa'
impiantata cosi' che vorrei chiamarla "la societa' dei pubblici servizi", una societa' pratica, del tempo dell'attivismo, del tempo dei
molti aspetti del vivere, delle varie cose. I pubblici
servizi esigono una difesa di essi con tutti i mezzi;
e questo non e' la societa' come concetto eterno: non
e' che un tipo della societa' della vita, corrisponde
a una scelta che l'uomo di oggi fa: il che non esclude che si possa fare
un'altra scelta, presentare un altro tipo. Il significato religioso della
nonviolenza sta proprio nel preparare un altro tipo, un'altra realta'. E' evidente che se si volesse
configurare la societa' non
con la trama interna della difesa dei pubblici servizi, ma con la trama interna
della celebrazione di atti di infinito tu alle persone, tutta la prospettiva
muterebbe. La societa' romana aveva per trama la
tutela dei diritti del civis, la societa'
cristiana aveva per trama la fruizione dei carismi
divini.
La societa' non e' un qualche cosa
di staccato da me. E percio' come io, in quanto
individuo, ho il dovere di interiorizzarla e di rendermi conto delle sue
ragioni, ho anche il diritto di andare eventualmente
oltre di essa. Non quando io fossi ribelle, disordinato, ex lege,
per natura; ma se seguo le leggi che ritengo giuste, se attuo cio' che e' ordine, se continuamente utilizzo l'esperienza
tradizionale della societa', posso
bene, quando sia in gioco un valore, quando nel resto della mia vita sia solito
a stare in guardia contro il gusto personale e l'originalita'
di proposito, innovare, prendere un'iniziativa, dare un contributo, e in questo
caso sentire, vivere, e far vivere, che la vera societa'
e' oltre quella dell'ordine sociale, della difesa dei diritti, del mantenimento
dei pubblici servizi; ma e' oltre, nel regno degli spiriti, cioe'
dei soggetti, cioe' dell'amore da instaurare subito a
costo di sacrifici. Accanto ad una societa' che usa
la guerra come via alla pace, la violenza come via all'amore, la dittatura come
via alla liberta', la religione mi porta ad
anticipare di colpo il fine nel mezzo; e ad attuare comunque,
qui e subito, pace, amore, liberta'. La religione e'
impazienza dell'attendere il fine; e oggi che l'universo, il tempo, lo spazio,
non sono sentiti in dualismo stabile con l'infinito e l'eterno,
porremo noi questo dualismo nella societa' tra il
mezzo e il fine?
Il limite del realismo
Se si ostenta la natura umana nel suo fondo utilitario e violento, nelle
sue forze brute, che vanno continuamente represse e indirizzate, ma che sono insopprimibili,
la persuasione della nonviolenza non nega senz'altro questo, non chiude gli
occhi come lo struzzo per non vedere il nemico; e riconosce che la situazione
e' drammatica, quasi sempre drammatica, e ne accetta le
conseguenze. Pero' porta con se'
una fede, che ha tanta conferma nella attuale
concezione della realta' fisica; la fede che tutto cio' che e' un dato non e' un continuum senza interruzione,
ma e' come a respiri con intervalli, nei quali e' possibile inserire altro. Con
quale certezza possiamo noi dire che quella cosa e' sempre
cosi? Questa sospensione della continuita' si puo' applicare alla politica, per cui
viene a risultare insufficiente e quasi ingenuo, quel certo realismo di tipo machiavellico che non tiene conto degli
intervalli in cui e' possibile far agire forze d'altra
provenienza: quel realismo e' una specie di imitazione della natura in ritardo.
E cosi' per quella natura che e' la psiche, alla
quale si vorrebbe applicare solidita' e costanza
invece di un ritmo di respiri e di tentativi con intervalli e possibilita' di inserzione di temi
e forze e prospettive diverse. La nonviolenza e' fede in questa possibilita' di intromissione miracolosa
e rinnovatrice, per lo meno a suggerire e far rivivere una certa realta' diversa.
Accettiamo che la civilta' culmini nel culto attivo
dei valori, e che le forme della civilta' siano
insufficienti quando sono principalmente amministrative, giuridiche,
diffonditrici piu' che produttrici di valori. Ma se
la nonviolenza e' nella sua radice, nella sua intenzione, nella zolla che
la sostiene, un valore, ha ben il diritto di chiedere che la civilta' attuale si allarghi a comprenderlo. Quando si
segue un valore si scopre sempre qualche cosa, una realta' anche maggiore della
cercata, come Colombo che ritrovo' non le Indie, ma scopri' un nuovo continente. Lo so, si puo'
perdere tutto; ma si puo' approfondire la conferma
che la vita da un punto di vista religioso e' eterna presenza aperta nel mondo,
quanto piu' vivendo dall'intimo i valori e la loro
pace, tanto piu' incontrando asprezze, disagi nelle
cose e nel corpo, colpi simili alla morte. Non per pochi aspetti la civilta' attuale sembra perdere il senso della distinzione
tra il valore, che e' fine, e il resto, che e' mezzo; e conquista e difende
quelli che sarebbero semplici mezzi come se essi fossero valori. Si mette,
certe volte, tutto nella conquista e nella difesa, e si tratta anche di cose
fatue; tanto piu' e' importante stabilire una
prospettiva, e mostrare che si e' capaci, per un valore, di perdere tutto il
resto. Mostrare, ho detto intendendo: non soltanto agli altri, ma a se stessi,
perche' anzitutto la nonviolenza ha un carattere di
edificazione interiore. Cio' non e' contro il
principio dell'estensione della razionalita'. Si puo' e si deve accettare che la razionalita'
nell'uomo e nella societa' si estenda sempre, e che
l'uomo si faccia sempre piu' autonomo, e la societa'
sempre piu' democratica. Ma
ad un tratto potrebbe avvenire, e avviene, che si sospende la razionalita' e la democrazia con un atto di violenza. Il metodo
religioso, invece, contrappone l'atto e l'esempio di nonviolenza, aggiunto ad
arricchire la razionalita' e la democrazia. Rendiamo
la societa' sempre piu'
democratica promovendo la razionalita',
l'autogoverno, lo scambio razionale, il controllo e lo sviluppo etico, civile,
economico di tutti; e in questa societa' aggiungiamo
persone o gruppi che costituiscano centri religiosi.
Tutti quelli che hanno parlato di nonviolenza nella esperienza
etico-religiosa di millenni hanno sentito piu' o meno consapevolmente che la vita offre difficolta' e fatiche, che ogni giorno ha la sua pena, e
che se ci si vive dentro semplicemente lottando, ma divisi l'uno dall'altro,
non basta; che se invece si attua anche una intima e superiore unita', di apertura sincera, di aiuto incondizionato, di
sostituzione, tra noi, del bene al posto del male, allora la realta' della lotta con le asprezze puo'
essere sostenuta, integrata, superata. E alle reazioni
moderne alla nonviolenza, reazioni, per esempio, del Marx e del Sorel in nome dello sviluppo sociale, noi diciamo: ebbene,
permetteteci di vedere questo flusso storico da un intimo, di aggiungere questa
presenza.
(Da Il problema religioso
attuale, 1948)
Carattere
della nonviolenza
Della nonviolenza si puo' dare una
definizione molto semplice: essa e' la scelta di un modo di pensare e di agire
che non sia oppressione o distruzione di qualsiasi
essere vivente, e particolarmente di esseri umani. Perche'
questa scelta? Per amore: ecco, vediamo subito che si tratta di una cosa positiva, appassionata. Ma e' l'amore che non si ferma a
due, tre esseri, dieci, mille (i propri genitori, i figli, il cane di casa, i concittadini,
ecc.); e' amore aperto, cioe' pronto ad amare altri e nuovi esseri, o ad amare meglio e piu' profondamente gli esseri gia'
conosciuti. E
qui si capisce uno dei caratteri essenziali della nonviolenza bene intesa: essa
non e' mai perfetta e non finisce mai, appunto perche'
e' una cosa dell'anima; e' un valore, e' come la musica, la poesia, e si puo' sempre fare nuova musica, nuova poesia; e la vecchia
musica, la vecchia poesia,
possono essere vissute piu' profondamente.
Il paragone con la musica ci fa comprendere anche un'altra cosa: come nessuno puo' desiderare di
ascoltare e comporre la "musica ", tutta la Musica; ma desidera
ascoltare e comporre "delle musiche particolari e concrete"; cosi
nessuno abbraccia l'astratta "Nonviolenza", ma compie atti
particolari di nonviolenza, in situazioni concrete. La
nonviolenza e', dunque, dire un tu ad un essere concreto e individuato; e'
avere interessamento, attenzione, rispetto, affetto per lui; e' avere gioia che
esso esista, che sia nato, e se non fosse nato, noi gli daremmo la nascita: assumiamo
su di noi l'atto del suo trovarsi nel mondo, siamo come madri. Nell'agire
secondo la nonviolenza ha grande rilievo non uccidere,
non dare la morte. Si potrebbe obbiettare: quella persona morra'
ugualmente, prima o poi. Rispondiamo che anzitutto
c'e' una grande differenza; e noi stiamo
parlando con serieta', per cui l'atto nostro ha il
suo valore non nel fatto, ma nel proposito. E' ben diverso che io uccida mia
madre e che essa muoia assistita amorevolmente da me. Sono non solo due modi di
vivere diversi, ma due mondi. Inoltre: chi ci dice che la morte sia un fatto
costante,
ineliminabile? Abbiamo tentato di non dare la morte ne' col
pensiero ne' con l'atto, per vedere se la realta' ci
seguisse? Che ragione abbiamo noi di rimproverare la realta'
che da' dolore e morte, se diamo dolore e morte? Sicche' chi non da' la morte,
produce due cose: in se', tanto e' l'appassionamento all'esistenza delle persone, il senso della
loro presenza anche se muoiono; e nella realta'
introduce un'iniziativa che la puo' trasformare. Proprio
l'amore per le persone, fino al rispetto della loro esistenza e fin sull'orlo
della morte, prende su di se' la presenza di quelle persone, quando e' amore non per uno, due, dieci, ma aperto a tutti. Il nostro agire innocente
sente che quelle persone, se muoiono, restano unite all'intima presenza; mentre
l'omicida, soltanto se si pente amorevolmente, ritrova in se'
la presenza della persona uccisa; altrimenti sente il vuoto intorno a se'.
Con la nonviolenza, dunque, s'impara concretamente che
i modi di manifestarsi attuali della realta' (tra cui
la separazione, il dolore, la morte) non sono permanenti, ma possono
trasformarsi in meglio; e' una prova che vale la pena di tentare, e percio' la nonviolenza e' appello al mondo
per una grande mobilitazione dell'unita' amore, con la fede nella trasformazione
della realta' stessa. E' percio'
un errore credere che la nonviolenza si collochi nel mondo lasciandolo com'e'; piu' si pensa alla nonviolenza e si cerca di attuarla, piu' si vede che essa ha un dinamismo tale che non puo' accettare il mondo com'e', ma essa porta tutto verso
una trasformazione: l'umanita', la
societa', la realta'. Come
strumento di conservazione del mondo, la nonviolenza e' discutibile; come
strumento di trasformazione in meglio, essa ha un valore inesauribile, appunto perche' non fa modificazioni e spostamenti in superficie,
ma va nel profondo, al punto centrale. E un altro e simile errore e' credere che la nonviolenza sia contro le violenze
attuali, ma accetti quelle passate, dell'umanita',
della societa', della realta'.
Se fosse cosi' la nonviolenza
sarebbe conservatrice e
accetterebbe il fatto compiuto, le prepotenze avvenute, le oppressioni, le monarchie,
gli sfruttamenti. La vera nonviolenza non accetta nemmeno le violenze
passate, e percio' non approva l'umanita',
la societa', la realta', come
sono ora. Non accetta la realta' dove il pesce grande
mangia il pesce piccolo; e percio' cerca
di stabilire unita' amore anche verso gli animali,
appunto per iniziare il bene; non accetta che i viventi prendano il posto dei
morti, e percio' tende a soccorrere i deboli, gli
stroncati; non accetta il potere e la ricchezza privata, e percio'
tende a costituire forme di federalismo nonviolento dal basso e forme di aiuto
e reciprocita' sociale e
fruizione comune di beni sempre piu' larghe. Essa ha
come guida instancabile la presenza di tutti, e il principio che ogni singolo
essere e' insostituibile.
Percio' essa tende a ridurre ed eliminare gli schemi
generici e impersonali. Noi viviamo troppo di questi schemi, e molte volte non
ci curiamo d'altro; ma non esistono gli schemi (gli
amici, i nemici, i malati, gl'italiani, i religiosi, gli autisti, ecc.);
esistono i singoli individui, e la vita fondamentale e' quella che li considera
nella loro singolarita' insostituibile. Noi usiamo lo
schema, per esempio se cerchiamo un autista, e poi un altro autista, un
librario ecc. Ma il progresso e' proprio nel ridurre questo uso
di schemi. La guerra invece e' il mostro piu' immane di
questo uso di schemi, che divora le singole individualita':
non ci sono che i nostri e i nemici; e' percio'
sommamente diseducatrice. Ci avviciniamo cosi ad alcuni punti problematici della nonviolenza. Che cosa succede nella societa' cosi' com'e' ora costituita? La risposta deve
richiamare a quello che gia' si e' detto: la
nonviolenza non puo' mettersi nel mondo com'e', e
lasciarlo tale e quale; la nonviolenza e' lotta (contro se
stessi, le proprie tendenze. i propri sogni di
quiete), e' dramma tormentoso, e' spinta a scegliere cio'
a cui uno tiene di piu', a fare una prospettiva; e se
uno continua a vedere la vita come la vedono tutti, trova assurda la
nonviolenza; poi vengono le disgrazie e la morte, e uno non ci capisce nulla.
Invece la nonviolenza fa una prospettiva che da' una preparazione
religiosa per tutte le disgrazie e la morte: l'unita' amore con
le persone, come singole e come eternamente presenti, l'unita' amore che si perde
di sentirla se noi compiamo atti di violenza e di distruzione delle persone.
Tenuto fermo questo senso di eterno, esso si allarga a
comprendere tutto cio' che di bello, di buono viene
creato, ed uno si sente in un mondo piu' vero di
quello apparente nel tempo e transeunte. Ora, in una societa'
se io sto inerte, sono colpevole. Ma se io, pur essendo per la nonviolenza, sono
attivissimo, e con quella scelta e quella fede la vivo
e la concreto e la diffondo con il mio costume, sono a posto verso la societa'. Nella quale percio'
saranno due gruppi di persone: quelle che useranno eventualmente la
violenza, e quelle che non la useranno, ma esplicheranno
una intensa attivita'.
Ci siamo cosi preparati per affrontare una delle obbiezioni piu'
insistenti; se usiamo la nonviolenza, trionfano i cattivi. Rispondiamo che,
anzitutto, l'uso della violenza non ci da' sufficiente
garanzia che trionfino i buoni, perche' l'uso della
violenza con efficacia richiede che si facciano tanti compromessi e tanti
addestramenti che si perde una parte di quella bonta',
di quella elevatezza; e questo si vede dopo le guerre, quando c'e' un diffuso
trionfo di violenti, e ci vuole l'azione di nuclei puri per cercare di guarire
(ecco la fortuna di idee religiose in ogni dopoguerra). Ora, gli uomini non
hanno bisogno soltanto di ordine nella societa', ma che ci siano vette alte e pure. Se per tener testa ai cattivi, bisogna prendere tanti dei loro
modi, all'ultimo e' realmente la cattiveria che vince. La cosa e' piu' evidente se i cattivi posseggono
armi potentissime, e noi per avere armi piu' potenti
ancora, mettiamo tutta la nostra forza: alla fine scompare la differenza tra
noi e loro, e c'e' bisogno che sorga una differenza netta tra chi usa le armi
potenti, e chi usa altri modi, con fede che essi trasformano il mondo. Gia' queste poche considerazioni mostrano quali modi
spirituali piu' ricchi scaturiscono dalla
nonviolenza. E anche in questo essa ha un grande
ufficio nel mondo d'oggi, nel quale sembra che tutto si risolva
nell'organizzazione sociale. C'e' il pericolo di restringere l'orizzonte dello
spirito. L'organizzazione sociale non e' che un aspetto, e se noi piegassimo
tutto ad essa, perderemmo cose anche piu' importanti. E' certo che Gesu' Cristo
porto' scompiglio, divisioni, altri modi
nell'organizzazione sociale; eppure siamo convinti che egli era ben degno di
nascere. Forse col Settecento si e' accentuata questa
tendenza politico-sociologica; ma non bisogna dimenticare che la civilta' vuol dire essenzialmente non ripetizione, ma
creazione. Per di piu' lo sviluppo tecnico ha portato
il beneficio di tali comodi e servizi, che uno si e' affezionato troppo ad essi; e allora la civilta' perde
in serieta' confrontata con civilta'
passate, che saranno state devote a miti, ma erano piu'
evolute. Bisogna quindi tornare ad una gerarchla o prospettiva
di valori; e allora si vedra' che i valori che si
difendono o acquistano con la violenza sono inferiori a quelli che si difendono
o acquistano con l'attivita' nonviolenta.
Insieme con questa prospettiva, che si diffondera'
a poco a poco negli uomini, specialmente se dovranno subire una nuova guerra,
c'e' un fatto che appare nuovo. Fino ad ora chi ha attuato la
nonviolenza in una parte, per esempio in India, non si e' sentito perfettamente
unito a chi ha usato la nonviolenza in un'altra parte, perche'
uno diceva di farlo per una ragione, uno per un'altra;
e ci rientravano miti, dogmi diversi. Oggi c'e' un'unificazione e noi lavoriamo per questo. E unificazione delle ragioni della nonviolenza
porta, tra l'altro, che consideriamo violenza e
nonviolenza non come un fatto privato e personale, ma internazionale. E percio' puntiamo prima di tutto
sul fatto guerra, ci opponiamo alla violenza internazionale. Una volta c'e'
stato un pacifismo molto blando, tanto e' vero che davanti alla prima guerra
mondiale e alla seconda vacillo'. Esso credeva di arrivare
alla pace molto facilmente attraverso la cultura, la scienza, l'interesse al benessere,
il cosmopolitismo delle classi dirigenti. Si e' visto poi che non bastavano, e
si capisce perche'. Non era stato affrontato il lato
religioso del rifiuto della violenza, che cioe' la
violenza si rifiuta in nome dell'amore (e non dello star bene), di una realta' liberata dagli attuali
limiti (e non della continuazione di una realta'
insufficiente), e con una disposizione al sacrificio, ad essere come il seme
del Vangelo che muore per far sorgere la nuova pianta. Il vecchio pacifismo era
ottimista e di corta vista, il nuovo e' drammatico e
di fede nella liberazione dell'uomo-societa'-realta' dagli attuali limiti. Percio'
anche a proposito dell'attuale mondialismo la
nonviolenza da' un'ottima guida. Non si oppone, sia perche' c'e' tanta gente che in quella forma esprime per
ora quello che vuole la nonviolenza, sia perche' c'e'
sempre qualche cosa di educativo in questo dirsi
"cittadini del mondo", tanto piu' in presenza
a tanti persistenti nazionalismi, e alquanto torbidi: una prima purificazione puo' esser quella di dire, "conveniamo insieme tutti nel
mondo", vediamo di intenderci, ascoltiamo e parliamo. La'
dove la nonviolenza interviene e' nei primato da dare;
il mondialismo dice: facciamo un'assemblea mondiale e
un governo, e un codice, e una polizia mondiale; la nonviolenza dice:
persuadiamoci dell'interna ragione dell'unita' umana attraverso l'impegno
nonviolento, poi vedremo le forme sociali che ne conseguono. Il mondialismo sembra piu' concreto,
ma corre il rischio di mantenere la violenza e di appoggiarsi a un impero vincente, e tutto resta quasi come prima; diminuira' qualche guerra, perche'
il diritto di farla rimane al centro dell'impero, ma e' grave l'inconveniente
che se questo governo mondiale fa ingiustizie, non c'e' scampo (mentre ora,
almeno, si puo' mutare Stato). Il mondialismo
sembra troppo facile accettarlo (e questa facilita'
dovrebbe rendere attenti). La nonviolenza pone impegni precisi, chiede fede; e'
difficile, ma va in profondo, si occupa della radice: ha fiducia di trarre da se' e dalla trasformazione che porta nuovi modi anche sociali,
diversi dai vecchi del codice, dello Stato, della polizia, della distruzione
repressiva.
La nonviolenza, per quello che vede finora, considera ogni rapporto non in senso
di autorita', potere,
repressione, ma in senso federativo, orizzontale, aperto. Per questo nella societa' circostante porta un modo diverso che agisce sia
direttamente per le persone che coltivano in se'
questo senso orizzontale, fraterno (e che ne sono trasformate), sia indirettamente
per le persone che ricevono questo nuovo agire nonviolento, purche'
costante e convinto. Bisogna tener presente questa trasformazione dell'uomo, e
allora se si dice che la nonviolenza tende ad un "federalismo
nonviolento dal basso", si capisce che non si tratta di un federalismo in cui
ognuno resta tale e quale, ma di un federalismo nel quale opera un elemento
dinamico, che e' la nonviolenza intesa in quel senso aperto. Da quello che si
e' detto risulta chiaramente che la nonviolenza tende
anche
a trasformare le strutture delle comunita', e
stabilire rapporti diversi da quelli repressivi. Tuttavia si puo' osservare che l'azione dell'organo di "polizia"
in una comunita' e' lontana da quegli eccessi di
distruzione e di eccitazione psichica e di impersonalita' che ci sono per gli eserciti e le guerre:
quell'azione e' circoscritta, diretta specificamente contro chi porta violenza
e con lo scopo piu' di distogliere dalla tentazione
che altro. Naturalmente il nonviolento tende ad altro, e a smobilitare polizie
e prigioni, ed ha fiducia che questo sia possibile, perche'
crede alla superabilita' del
male e alla attuabilita' di migliori rapporti umani;
e per intanto compie un'opera instancabile perche' la
repressione sia umana, non torturatrice, educatrice, non vendicatrice, ma
cooperante al bene anche del criminale stesso. Ma si rende anche conto che
quello della polizia e della coercizione giudiziaria e' l'ultimo strumento a cui
una comunita' rinuncia, e solo quando ci sia un ampio sviluppo di modi nonviolenti di convivenza. Il nonviolento
si dedica a questo, specialmente con l'apertura verso il probabile violento,
rimovendo le cause, rafforzando l'unita' sociale gia'
nell'intimo.
(Da La nonviolenza, oggi,
1962)
La nonviolenza nei casi personali
Nei rapporti personali (che e' il campo dei "casi" e delle
critiche nelle discussioni sulla nonviolenza) la persuasione della nonviolenza
si manifesta come tendenza generale, come una direttiva che va applicata
pazientemente, e con la buona volonta' di cercare di
evitare l'uso della violenza, e con la lealta' di correggersi se si devia, e di affrontare il
dolore conseguente. Chi si mette su questa linea puo' errare mille volte, ma
fa uno sforzo, apre una via, incide nella realta'
abituale e fuga l'inerzia: non merita il rimprovero di chi sta inerte a non
tentare nulla. Si', e' vero, e' difficile essere
nonviolenti integralmente: e' piu' facile rifiutarsi
agli eserciti e alle guerre; ma nell'ambito personale e immediato e' piu' difficile purificare dalla violenza i nostri atti, e
ci possiamo trovare in situazioni nelle quali spingiamo la difesa fino alla
violenza. L'importante e' non stancarsi di tendere ad attuarla, vivendola nelle
sue profonde ragioni; che cosa fa il musicista, se non tendere a realizzare
musica meglio che puo'? eppure
puo' riuscirgli anche musica non sempre di valore,
pura, alta. Se uno mi assale per colpirmi, che cosa debbo
fare? E' chiaro che dal punto di vista della nonviolenza io debbo
evitare di colpirlo, e tanto piu' se il mio colpo sarebbe per lui la morte. Se sono
capace di tenerlo nella incapacita'
di colpirmi, cerchero': lo faro'
con il dolore di esser tirato ad un contrasto con una persona ma posso tentare
di farlo, e sappiamo che
sono costruibili arnesi con i quali si puo' senza
uccidere e senza ferire, impedire ad uno di colpire. E' probabile anche che io
possa fare dei tentativi di parlare e di distogliere l'avversario. Certo e'
che, nel punto estremo, nel quale o muore lui o muoio io, la nonviolenza mi
dice quale e'
la scelta da fare. E tuttavia le circostanze, le ragioni, significano molto se
io decidessi diversamente; e con molto dolore dopo,
per la tristezza del caso.
Cosi e' nelle altre ipotesi tormentose. Per esempio:
se uno volesse uccidere un bambino? E' molto probabile che vi siano mezzi per
immobilizzare chi vuoi compiere quell'atto, e che sia alquanto raro il caso che
egli lo possa compiere senza che lo si cerchi di tener
fermo e disarmato. In ogni modo, nel caso estremo, si puo' arrischiare anche la propria vita davanti a quella del
bambino. Sara' stimabile chi, in omaggio alla
nonviolenza e per tutto cio' che essa significa e
produce, non compie la violenza di uccidere l'aggressore. Sara' stimabile anche chi compia
questa violenza, con il puro scopo di difesa del bambino. Sarebbe
un'impostazione errata del problema dire che non c'e' che un modo d'agire; e
ogni altro e' delittuoso e traditore. L'atto vale per tutta la sua sostanza, e
la sostanza della nonviolenza e' rispettabile tanto quanto quella della difesa,
purche' siano entrambe serie
e profonde. Del resto, non e' detto che tutte le volte che si opera con
violenza si riesca ad impedire il misfatto; mentre se ci si desse a diffondere
un'educazione alla nonviolenza si agirebbe anche sul sorgere di
atti di violenza dove che siano, perche'
nell'intimo siamo tutti un'unita'. Del
resto, la nonviolenza oggi si presenta con un accento straordinario. Appunto perche' la violenza, in atto o potenziale, e' salita a un culmine straordinario, la nonviolenza interviene per
coordinare i tentativi di decongestione, e la cosa
vale bene il sacrificio di qualcuno di noi se sara'
offeso ed egli non reagira' con la violenza. Non che
il sacrificio di noi, di altri o di cose, sia cercato di proposito; ma il fatto
e' che si sta non salvando la bianchezza delle proprie mani, ma intervenendo perche' l'umanita'-societa'-realta' prendano un nuovo corso, si trasformino. E
la
trasformazione essenziale, da cui mille altre, e' quella di aprirsi ai singoli
esseri, elevandoli coralmente, infinitamente, eternamente, ai valori puri. Il
non usare violenza verso singole persone e', insieme, simbolo e realta': volere che i singoli siano presenti e partecipi in
eterno; iniziare
la realizzazione paradisiaca in terra, che richiede
(naturalmente) iniziativa e sacrificio. Quest'aria eccezionale di ora religiosa, di fine di una realta'
e di inizio di una realta' migliore, questa luce
festiva tocca i sacrifici che la nonviolenza richiede. Viene
talvolta obbiettato che e' bene arrestare il violento con altrettanta violenza,
proprio per il suo bene, per amore di lui, perche'
conosca cio'
che e' giusto, e trovi, fuori di se', un aiuto di
forza per costringere la propria bestialita' e
cattiveria. Rispondiamo che se fosse sempre cosi, sarebbe
realmente gia' miglior cosa della violenza che
trascura la situazione della persona che la riceve. Tuttavia e' da notare che l'efficacia
di un tal metodo per migliorare gli altri e' ben
discutibile, e nella realta' il violento si vede
vinto da una violenza maggiore, e non impara a trasferirsi su un altro piano. Anzi vede che non c'e' che il piano della forza, e che vince chi ne
ha di piu'. E' molto male che agli uomini non
si porga l'esempio, l'ipotesi, l'insegnamento di tutto
un altro modo di comportarsi. E fanno male i sacerdoti
ad abdicare, quando abdicano, su questo punto. Inoltre chi usa questa
"violenza pedagogico-giuridica", si cristallizza
in essa: i romani la usarono, risparmiando i
sottomessi e debellando i superbi; ma solo il cristianesimo porto'
liberta' e autentica cittadinanza mondiale, e al
posto dell'intenzione pedagogico-giuridica, mise la
costruttiva e reale apertura dell'anima. In quel modo, opponendo
violenza al violento, si ottiene, se mai, un risultato nel momento;
mentre opponendo la nonviolenza e i suoi modi si otterra'
un risultato piu' lontano, ma veramente di qualita' migliore. Non si puo'
sperare che poco dalla persuasione! viene obbiettato. Ammettiamolo,
ma rispondendo: che se non si tenta, non si puo'
dire, e bisogna dunque tentare con cuore intrepido; e poi, il valore della nonviolenza
non sta nel persuadere subito di colpo: essa afferma se stessa e stabilisce unita' amore,
apre una migiore realta';
questo atto viene deposto
nell'unita' che lega tutti gli esseri; prima o poi dara'
il suo effetto, anzi esso ha cominciato gia' a darlo
se c'e' stato chi ha iniziato. Ma voi persuaderete i buoni, i
gia' persuasi; mentre i cattivi non vi daranno
ascolto; ci vien detto. Noi non crediamo,
invece, che le persone siano divisibili in due gruppi netti, ma se, col parlare
di nonviolenza, si riuscisse a ritagliare un gruppo di
persuasi, meglio cosi, che non, tacendo sulla nonviolenza, avere tutte persone
violente. E poi: tante volte si parla di cattivi, e dei peggiori, che si
volgono energicamente al bene; ed e' vero che spesso i fortemente
buoni sono dei mancati briganti: che vuol dir questo? che
non dobbiamo guardare a nature fisse, precostituite, predeterminate; ma
piuttosto a impulsi, esempi, forze spirituali pure che entrano nel campo della
vita delle persone; ed e' qui che la nonviolenza puo'
fare piu' che puo'.
(Da La nonviolenza, oggi, 1962)
*
Ragioni
della nonviolenza
1. La nonviolenza prende in considerazione il nostro rapporto con
gli altri esseri viventi, con la fiducia di renderlo sempre piu'
reciprocamente amichevole, comprensivo, soccorrente, lieto, malgrado
le difficolta' che gli altri stessi possono metterci.
Questa fiducia non cessa di colpo al confine degli esseri umani e spera anche
per gli esseri viventi non umani; ma si rende conto che la storia con la sua spinta vitale ha separato da noi finora questi esseri
(animali e piante) in forme di piu' difficile
educazione, trasformazione, liberazione.
2. La nonviolenza e' aperta all'esistenza, alla liberta',
allo sviluppo di ogni essere. Quando nel Settecento sono stati banditi i
principi di liberta', eguaglianza, fratellanza, non e' stato fatto tutto. La liberta' era
piu' la liberta' propria
come diritto che la liberta' degli altri come dovere;
l'eguaglianza era un bel principio, ma si fermava a meta'
perche' restavano
i miseri e gli sfruttati; la fratellanza era piu'
quella generica con i lontani che quella difficile, nonviolenta e perdonante
verso i vicini.
3. La bellezza della nonviolenza e' che essa preferisce non di distruggere gli
avversari, ma di lottare con loro in modo nobile e dignitoso, con il metodo
nonviolento, che fa bene, prima o poi, a chi lo applica e a chi lo riceve. In
fondo e' piu' coraggioso volere vivi e ragionanti gli
avversar!,
che farli a pezzi.
4. Ma sarebbe errore credere che la nonviolenza consista nel non far nulla, nell'incassare i colpi, le cattiverie e le stupidaggini degli altri. La nonviolenza e' sveglia e attiva, e protesta apertamente, anzi cerca i modi non solo per convincere gli autori delle ingiustizie, ma per informare l'opinione pubblica, di cui ha la massima considerazione: la nonviolenza per nessuna ragione crede che si possa sospendere la liberta' e la possibilita' abbondante di informazione e di critica per tutti, fino all'ultimo essere umano. Anche qui la nonviolenza attua al massimo un principio del Settecento, che la borghesia ha poi alterato a proprio vantaggio: la formazione libera dell'opinione pubblica, comprendente tutti.
5. La nonviolenza puo' rinnovare veramente la
vita interna di un paese, perche' nell'insieme di
un'opinione pubblica, tutta sveglia e obbiettivamente informata, porta
eventuali piani di non collaborazione e perfino, in casi estremi, di
disobbedienza civile, che servono a bloccare
iniziative autoritarie dall'alto. In Italia un popolo privo di
esatta informazione e critica responsabilita'
fu portato ad uccidere e a morire, e poi al popolo privo del metodo di
opposizione nonviolenta fu imposta una dittatura. L'uso del metodo nonviolento
avrebbe salvato e trasformato
l'Europa, a cominciare dall'Italia e dalla Germania.
6. Trasformare la situazione interna dei paesi vuoi dire anche avere un continuo promovimento di campagne giuste e rinnovatrici, in cose piccole e in cose grandi, e senza portare il terrorismo della guerra civile nelle strade e nelle case. E' un metodo nuovo, il tenere attiva una societa' con il metodo nonviolento, controllando e smascherando, protestando e agitando, sacrificandosi e cosi educando i giovanissimi a cercare coraggiosamente di migliorare le societa' dal di dentro. Anche qui la nonviolenza salva i giovani, occupandoli bene (rivoluzione permanente).
7. La nonviolenza e' strettamente
congiunta col punto a cui e' giunta la guerra, con la sua attrezzatura tecnica
e le armi nucleari. L'esasperazione della ferocia e della vastita'
distruttiva della guerra, specialmente dopo Hiroshima, ha posto il problema di
arrivare a un altro modo di condurre le lotte e la
stessa difesa. Come ci si difende alle frontiere da missili che varcano i
continenti e in pochi minuti distruggono citta',
specialmente le industrie, i civili? Si puo' arrischiare una tale strage e un tale avvelenamento
dell'educazione delle generazioni? Dietro e dopo le soluzioni provvisorie
dell'equilibrio del terrore, mentre e' enorme nel mondo la
fabbricazione di armi di tutte le specie e la loro
distribuzione anche ai popoli sottosviluppati, la nonviolenza prepara la svolta
storica del possesso in tutto il mondo di un metodo di lotta che esclude la
distruzione dei nemici, attraverso la non collaborazione con il male, la solidarieta'
aperta dei giusti. Questo metodo non ha bisogno di armi
e percio' di appoggiarsi ad una nazione con industrie
capaci di darle, come sono costretti a fare i guerriglieri violenti, che usano
anche i vecchi modi del terrorismo tra gli avversari e della tortura dei
prigionieri.
8. Il metodo nonviolento esige prima
di tutto qualita' di coraggio, tenacia, sacrificio, e
di non perdere mai l'amore; poi esige un addestramento fisico e psicologico, ma
possibile anche per persone di forze modeste. Un metodo in cui
un cieco puo' essere piu'
utile di un gigante. Cosi il metodo nonviolento si rivela come la possibilita' di partecipazione attiva, appassionata ed
eroica, di persone che non hanno altro che il loro animo e le loro giuste
esigenze: la nonviolenza le valorizza, illumina, e rende presenti anche
moltitudini di donne, di giovinetti, folle del Terzo
Mondo, che entrano nel meglio della civilta', che e'
l'apertura amorevole alla liberazione di tutti. E
allora perche' essere cosi'
esclusivi (razzisti) verso altre genti? Oramai non e' meglio insegnare, si', l'affetto per la terra dove si nasce, ma anche tener
pronte strutture e mezzi per accogliere
fraternamente altri, se si presenta questo fatto? La nonviolenza e' un'altra atmosfera
per tutte le cose e un'altra attenzione per le persone, e per cio' che possono diventare.
9. Davanti a questa svolta storica in anni e decenni, il prevalere di gruppi violenti
per un certo periodo rimane un episodio. L'unica forza che scava loro il
terreno e' la nonviolenza, ma ci puo' volere
pazienza, tempo, costanza. E' vero che un atto di violenza puo' fronteggiare un altro
atto di
violenza, ma poi? Nel quadro generale e' meglio attuare un altro metodo. Si possono
conservare ancora forze coercitive per piccoli fatti, di ordine
quotidiano, ma nel piu' e nell'insieme e' il metodo
del rapporto nonviolento che va risolto e articolato sempre piu'.
In esso, nel fatto che esso e' amorevolezza,
approfondimento dell'unita', festa della vicinanza, inizio di una storia nuova
con nuovi modi di realizzarsi, sta il compenso per i sacrifici della lotta
nonviolenta e per il ritardo delle vittorie.
10. La nonviolenza e' la porta da
aprire per non sentirsi soli. La nonviolenza cerca sempre di essere con gli
altri. E questo e' molto importante oggi, perche' sta dilagando il bisogno di una democrazia diretta,
dal basso, con il controllo di tutti su tutto. Contro i poteri imperiali dei
capi degli eserciti e delle industrie che li servono (private o statali), la democrazia
diretta costituira' i suoi strumenti con la continua
guida della nonviolenza, per smontare la varia violenza dei potenti (violenza burocratica,
giudiziaria, nella scuola, nel lavoro, negli enti di assistenza,
nella stampa e nella radio), non con assalti sanguinari che non trasformerebbero,
ma con la preparazione al controllo serio e aperto.
11. Dire nonviolenza e' come dire
apertura in tutti i campi, occuparsi degli esseri viventi in modo concreto e
aiutarli (che e' anche un modo per avere forza in se stessi); tenersi pronti
per sostenere cause giuste e meritare il nome di essere perfettamente leale;
riconoscere che negli errori degli altri c'e' sempre una qualche responsabilita' e possibilita'
attiva per noi; perdonare facilmente al passato nella serieta'
di impegni migliori per il futuro; invidiare Dio che puo' conoscere piu' da vicino
tutti gli esseri e aiutarli infinitamente; tendere a costituire comunita' di vita con piu'
persone e famiglie in modo che ci sia uno scambio piu'
attivo e un'educazione comune dei piccoli; essere piu'
sensibili ad ogni altro valore pratico e contemplativo (l'onesta', l'umilta', la musica, ecc.); essere piu'
fermi nella serieta' e severita'
quando occorra (per esempio contro le
ingiuste e molli raccomandazioni); cercare di estendere il rispetto della vita
quando e' possibile (per esempio col vegetarianesimo,
ma facendolo bene perche' non sia dannoso) e
assecondare dalla fanciullezza la zoofilia; utilizzare l'appassionamento
universale per la massima valorizzazione degli esseri per arricchire
l'attenzione nel tu rivolto a un singolo essere, perche'
non sia isolato e stagnante; attuare quotidianamente la gentilezza costante,
senza ipocrisia e con franchezza; portare in ogni situazione un'aggiunta di ragionevolezza
umana e di comprensione reciproca; garantire una riserva di serenita'
per il fatto che la nonviolenza e' qualche cosa di piu'
rispetto alla semplice amministrazione della vita.
12. La nonviolenza non sta in un
individuo astratto, ma e' da individui a individui in
situazioni, strutture, grandi problematiche e urgenti realizzazioni. Un modo in
cui si fa presente e', come abbiamo visto, quello del pacifismo integrale. Il che vuol dire non solo il rifiuto di collaborare
alla guerra e guerriglia, e a cio' che
inevitabilmente le accompagna, il terrorismo contro i civili e la tortura sui
prigionieri; ma anche la scelta del disarmo unilaterale, unito
all'addestramento all'azione del metodo nonviolento. Percio'
la nonviolenza indica il pericolo dell'equilibrio del
terrore, durante il quale eserciti e industria alimentano
di armi tutto il mondo, da cui conflitti grandi e piccoli; indica gli
spegnimenti della democrazia che vengono fatti per allinearsi in grandi blocchi
politico-militari; mostra l'immenso consumo di denari nelle spese militari invece
che nello sviluppo civile. Le Nazioni Unite, come insieme di sforzi per
dominare razionalmente le situazioni difficili e per provocare continuamente la
cooperazione, sono sostenibili, anche perche' tutte
le trasformazioni rivoluzionarie che la nonviolenza porta, sono sempre il fondamento
e l'integrazione di quelle decisioni razionali e giuridiche che gli uomini
prendono, quando esse sono un bene per tutti. Certo, il nonviolento non si
scalda per il governo mondiale, che potrebbe diventare arbitrario e oppressivo,
ma per il suscitamento di consapevoli e bene orientate
moltitudini nonviolente dal basso.
13. La nonviolenza vuole la
liberazione di tutti, e non cessa mai di portare l'eguaglianza a tutti i
livelli. Ora un problema molto importante e' che l'uomo non subisca la violenza
mediante il lavoro. Il lavoro e' uno dei modi che l'uomo ha (non il solo) per
esprimere la sua personalita', ed e' percio' positivo, un
diritto-dovere, una partecipazione alla comunita'. Ma va sempre piu' realizzato il
fatto che ogni lavoro e' verso tutti, e in certo senso pubblico, non privato e
sottoposto a condizioni di servitu' e di sfruttamento.
Difendere e sviluppare la posizione di tutti i lavoratori vuol
dire renderli sempre piu' capaci di eguaglianza di
fruizione della vita comune, nei beni materiali e nei beni culturali, mediante
la formazione nell'adolescenza e mediante il tempo libero, e capaci di
partecipazione attiva, civica, critica, costruttiva. Percio'
i provvedimenti per cui la
proprieta' viene resa pubblica e controllata, cioe' aperta e non chiusa (socialismo) snidano la violenza
sostanziale di chi si vale della proprieta' per
alienare gli uomini staccandoli dal loro pieno sviluppo nonviolento e creativo
sul piano orizzontale di tutti.
14. Il grande
fatto della meta' di questo secolo e' il discorso sul
potere. La nonviolenza, meglio di ogni altro
atteggiamento, puo' indicare quanta violenza si
annidi nel vecchio potere. Si e' constatato che la statalizzazione
della proprieta' non toglie la durezza del potere.
Non basta
far cadere le posizioni della proprieta' privata perche "il potere operaio" abbia
il diritto di tutto costruire. Il problema non e' che nuova gente arrivi, in un
modo o in un altro, al potere; ma che il potere sia esercitato in modo nuovo;
altrimenti e' meglio continuare a lottare e formare un
terreno piu' favorevole per arrivare ad un "potere nuovo",
magari cominciando da forme di potere locale, dove e' meglio possibile attuare
tipi di "potere aperto", che conta sulla costante collaborazione degli altri e possibilmente di
tutti.
15. Che fa la nonviolenza davanti alla legge? La scruta per intenderla, per integrarla
con l'animo, per migliorarla, per ridurre la violenza. La
legge, come decisione razionale, che riguarda azioni da comandare o da
impedire, non puo' essere respinta senz'altro per
sostituirla con la naturale
istintivita' individualistica umana. La legge
e' una conquista della ragione, e spesso merita di essere aiutata. Ma il nonviolento l'aiuta a modo suo. L'accetta
quando e' molto buona. Consiglia di sostituire progressivamente alla esclusiva fiducia nei mezzi coercitivi, lo sviluppo di mezzi
educativi e di controllo cooperante di tutti. Fa campagne per sostituire leggi
migliori, quando le attuali sono insoddisfacenti e sbagliate. Errato e'
insegnare a ubbidire sempre alle leggi e a non volerle
riformare, come se non esistesse la coscienza e la ragione. La nonviolenza aiuta
a capire che non basta dire: "Noi siamo autonomi e ci diamo percio' le nostre leggi". Bisogna aggiungere: "E
le nostre leggi hanno l'orientamento di realizzare la nonviolenza come apertura
all'esistenza, alla liberta', allo sviluppo di
tutti".
16. In questo tempo in cui la
nonviolenza allarga e approfondisce le sue responsabilita',
essa si trova davanti il potere delle autorita'
religiose, e l'urto e' inevitabile. Tali autorita'
pretendono di decidere su violenza e nonviolenza. La nonviolenza porta una sua
prospettiva, di un sacro aperto e non chiuso, del valore di raggiungere
l'orizzonte di tutti come superiore al cerchio dei
credenti. Il credente nonviolento finisce col trovarsi piu'
volentieri a fianco del nonviolento di un'altra fede che con l'"autorita'" della propria fede. Lo spirito di autoritarismo che pervade tutto il corpo
ecclesiastico cerca di scacciare proprio quello spirito della nonviolenza aperto
all'interesse per ogni singolo nel suo contributo e nel suo sviluppo, e impone
una assenza di violenza che e' passiva obbedienza. Ben altro e' la nonviolenza
aperta, che non ha paura di nessuna autorita', ed e'
sicura di farsi valere prima o poi.
17. La nonviolenza non e' soltanto una cosa della vita e nella vita. Nel suo sforzo continuo di migliorare il rapporto tra gli esseri, e di congiungere piu' saldamente la vita del singolo con la vita di tutti, avviene effettivamente un'influenza sulla cosi' detta "natura", che e' la vitalita', la volonta' di forza, di vita come vita, come piacere, come guadagno e profitto, come potenza, come riposo utile, come schiacciante energia dal seno stesso della realta' fisica. Il Vesuvio sterminatore osservato dal Leopardi e che uccise tanta gente; l'acqua di un'inondazione, che copre indifferente un sasso e il volto di un bambino, sono aspetti della natura. Ma natura e' anche la vitalita' che spinge il bambino a nascere e a crescere; la forza che ci affluisce ogni giorno mediante il cibo, il riposo, l'aria. Non si puo' tagliare da noi tutta la natura; ma si puo' scegliere: o svilupparci come bruta natura, o svilupparci come crescente nonviolenza verso gli esseri, rimediando la crudelta' della natura e proseguendola nel buono, nel vivo, trasformandola progressivamente. Perche' al limite estremo c'e' la sua trasformazione e il suo portarsi al servizio di tutti gli esseri affratellati. Un atto di nonviolenza e' percio' anche un atto di speranza in questa trasformazione della cruda forza della natura.
18. Ma la nonviolenza non soltanto
progredisce come rapporto. Essa qualche volta ha a che fare direttamente con la
morte: e' rifiuto di dare quella morte determinata, e' constatazione
dell'impotenza davanti ad una morte, e' l'improvviso trovarsi a dire un tu ad
un essere che ci sembra non lo riceva piu' perche' e' morto. Il nonviolento, che fonda molto della sua
decisione
sul rispetto della vita, puo' anche semplicemente confermare, davanti alla morte, il
proposito di non darla, e accomunare i morti in una cara memoria dei singoli e
in una generale pieta'. Ma puo' anche considerare ogni
morte come una crocifissione che la natura fa di ogni essere, come l'impero di Roma la faceva per i ribelli; e se
ogni morte e' una crocifissione, il morto non e' spento ma risorge nella
compresenza di tutti. Cosi la nonviolenza puo' condurre a vivere questo grande mistero della compresenza
di tutti, viventi e morti.
19. Vista ora nell'insieme di queste possibili attuazioni e prese di influenza
e di azione su una realta' che oggi parrebbe cosi' contraria ad essere penetrata dalla nonviolenza, essa
mostra il suo posto, l'aggiunta che fa al mondo presente. E' facile la profezia
che ancora gli imperi militari-industriali del mondo
concentreranno forze immani. Ma la nonviolenza ha
cominciato ad aprire in ogni paese un conto, in cui ognuno puo'
depositare via via impegni e iniziative. Se si pensa
alla creativita' teorica e pratica di pochi decenni,
si sente la crescita potenziale di una Internazionale
della nonviolenza. Bisogna riconoscere che, indipendentemente dalle altre sue
teorie, Gandhi, con la formazione del metodo di azione
nonviolenta, ha dato il piu' grande contributo
all'era della nonviolenza; e cosi ogni altro grande attuatore
del metodo nonviolento, e suo testimone, ci
e' fratello e padre. Nessuna paura e nessuna fretta, nessuna gelosia e nessuna
presunzione, per l'organizzazione: possono sorgere innumerevoli centri per
l'addestramento alle tecniche del metodo nonviolento.
20. E se da questo largo quadro
torniamo al semplice e singolo individuo che prende interesse per la
nonviolenza, che prova a sceglierla, che vede di poter resistere al pensiero
della violenza come soluzione, che non s'impiglia nella casistica dello
schiaffo e del non schiaffo, del bambino ucciso e non ucciso, perche' non tutto sta li', e
bisogna rifarsi al quadro generale, vediamo che Io
stesso processo di sviluppo c'e' in grande come c'e' in piccolo, nel mondo e
nel singolo individuo. Noi abbiamo ancora molta violenza addosso, come ce l'ha il mondo. Se uno per togliersela si
isolasse
da eremita, sbaglierebbe, perche' si priverebbe di
tutte le occasioni per far progredire in se' e nel
mondo la nonviolenza, che e' amore concreto, e per riprenderla, se l'avesse
trascurata.
(Dalla
rivista "Azione nonviolenta", agosto-settembre 1968)
*
Tanto dilagheranno violenza e materialismo che ne verra'
stanchezza e disgusto; e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della
decapitazione salira' l'ansia appassionata di
sottrarre l'anima ad ogni collaborazione con quell'errore, e di instaurare
subito, a cominciare dal proprio animo (che e'
il primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo ci e' estraneo se ci si deve stare senza
amore, senza una apertura infinita dell'uno verso l'alto, senza una unione di
sopra a tantedifferenze e tanto soffrire. Questo e'
il varco attuale della storia.
(Da
Elementi di un'esperienza religiosa, 1936)