Se
ti abbandonano in mezzo al deserto
«Il
Marocco ha espulso tra 1.500 e le 2.500 persone. Molte più di quelle accampate
intorno alle enclaves spagnole». Lo dicono le associazioni marocchine e hanno
ragione: nel Sahara è finito anche chi viveva in città, e persino i carcerati.
Cinzia
Gubbini
Fonte:
www.ilmanifesto.it
26 ottobre
2005
DI
RITORNO DA RABAT
«Sono venuti anche di notte, hanno preso la gente che stava dormendo. Nel mio
quartiere, nessuno esce più di casa. La situazione è diventata molto dura, non
era mai stato così». Siamo a Rabat, in un McDonald's, dopo le sei di sera,
finito il digiuno del Ramadan. E' qui, tra i tavolini transnazionali del fast
food vicino alla stazione ferroviaria della capitale del Marocco che Pedro, un
nigeriano di 29 anni, ha voluto incontrarci. Da McDonald's, perché qui la
polizia non entra e si può stare un po' tranquilli, anche se Pedro sotto il suo
berretto bianco non la smette di guardarsi alle spalle. Si è vestito elegante,
camicia bianca, golf, jeans ben stirati. «Bisogna vestirsi bene, magari ti
scambiano per uno studente e non ti chiedono i documenti». La voce di Pedro è
una delle tante che arrivano dalla periferia di Rabat come di Casablanca, o di
tutte le altre città del Marocco. Voci azzittite dagli ultimi sconvolgimenti
alle frontiere europee, gli assalti di Ceuta e Melilla, le pressioni spagnole,
la decisione di Rabat di espellere in massa gli immigrati subsahariani - e non
solo quelli nascosti vicino alle enclaves spagnole, sul monte Bel Younech
davanti a Ceuta o sul Gurugu, di fronte a Melilla. No: nel deserto del sudest e
in quello del Sahara occidentale sono state deportate anche persone che
vivevano lontano dalle enclaves ma che chiaramente avrebbero potuto prima o poi
tentar di arrivare in Europa. Persone che si accalcano nelle periferie - famosa
quella di Takadoum a Rabat - dove per fare un giro «è meglio essere
accompagnati», dicono.
Deportati dal carcere
La gendarmeria reale ha scelto la
linea dura, durissima. «Calcoliamo che nel deserto siano state portate tra le
1.500 e le 2.000 persone: intorno alle enclaves non ce n'erano più di mille»,
spiega Mamadou Salian Bah, il rappresentante dell'Associazione nazionale degli
studenti africani, guineano, che ha una verità ancor più scottante da
raccontare: il governo marocchino ha espulso nel deserto persino alcuni
carcerati neri. Lui lo sa: uno è suo cugino. «Si trovava in carcere da sei
mesi, doveva scontare una condanna di un anno in base alla nuova legge
sull'immigrazione. Si trovava in Marocco da clandestino, il suo permesso di
soggiorno era scaduto e si è fatto beccare dalla polizia. Da qualche giorno non
riuscivo a rintracciarlo - spiega Mamadou - finché mi ha chiamato lui. Mi ha
spiegato che a fine settembre sono andati a prenderlo, lui pensava di essere
libero, invece lo hanno caricato su un camion. In questo momento si trova in un
campo militare di Guelmin». Guelmin è la località al confine con il Sahara
occidentale, dove sono state portate almeno un migliaio di persone. Alcuni
immigrati sono stati lasciati nel deserto, quelli provenienti dai paesi con cui
il Marocco non è riuscito a stabilire un contatto per il rimpatrio. Tutti gli
altri proprio in queste ore sono di fronte ai loro ambasciatori, compresi
quelli di Congo e Costa D'Avorio, due paesi insanguinati dalla guerra civile
Gurugu e Bel Younech
Ma che cosa è accaduto in questi
luoghi continuamente evocati - Bel Younech, Gurugu? Il primo è al confine con
Ceuta, il secondo a quello di Melilla. In questi luoghi da anni esistono degli
accampamenti: è qui, naturalmente, a un passo dalla Spagna «marocchina», che
gli africani si fermano per provare a passare dall'altra parte. Nascosti dalla
vegetazione ma conosciuti da tutti, a partire dai militari, i campi di Bel
Younech e Gurugu venivano a volte smantellati, per ricrearsi puntualmente.
Tuttavia, si racconta che fossero ben organizzati: «Le comunità eleggevano i
propri capi, che si occupavano di controllare un po' la situazione. Sia per
appianare eventuali litigi che per organizzare la vita in mezzo alla vegetazione»
- racconta Hicham Rachidi dell'Afvic, gli Amici dei famigliari delle vittime
dell'emigrazione clandestina. «I due accampamenti erano conosciuti anche da
tutti gli africani in cammino verso il Marocco, e le comunità hanno sempre
fatto in modo di non far accalcare troppa gente. Quando le persone cominciavano
ad essere troppe si comunicava a chi era in arrivo di aspettare ancora un po'.
La strategia che è sempre stata scelta dalle persone che si accampavano qui -
continua Rachidi - era quella di passare dall'altra parte a piccoli gruppi. Una
strategia che mirava a non creare troppa tensione». E così è andata avanti per
anni. Ovviamente per gli immigrati non si trattava di una situazione agevole:
lo può testimoniare Giorgio Colaprico di Medici Senza Frontiere, una delle
associazioni che si è spinta fin nel deserto per cercare gli immigrati, e che
presta servizio proprio al confine con Melilla: «Prestavamo spesso servizio a
Gurugu» - racconta. «Le persone avevano diversi problemi sanitari, noi li
accompagnavamo in ospedale quando c'era bisogno, e facevamo delle
consultazioni. Ci fermavamo in una certa parte della radura, loro sapevano che
eravamo lì e ci venivano a cercare se c'era qualche problema. Ma a un certo
punto è cambiato il clima».
Un brusco giro di vite avvenuto
intorno all'inizio del 2005, proprio mentre la Spagna avviava la sua sanatoria.
Il messaggio arrivato al Marocco è stato quello di fermare gli arrivi, mentre
in Spagna montavano le polemiche sull'«effetto chiamata» della sanatoria voluta
dal premier. Il Marocco ha risposto: i rapporti tra i due paesi si sono fatti
molto più distesi dopo l'elezione di Zapatero a primo ministro. Rabat ha
collaborato con Madrid dopo gli attentati dell'11 marzo e la Spagna ha
ringraziato lanciando una serie di segnali: un appoggio meno netto al Fronte
Polisario nel Sahara occidentale, fino ad arrivare all'eloquente assenza di
Zapatero nelle enclaves spagnole di Ceuta e Melilla, persino in un momento
caldo come quello determinato dalle avalanchas.
«La presenza dei militari ha iniziato
ad essere sempre più forte», continua Colaprico, che racconta di come i
militari marocchini abbiano iniziato a eliminare le discariche intorno alla
montagna in cui gli immigrati erano abituati a ricavare cibo e vestiario per il
loro sostentamento, di come abbiano costruito un presidio militare nel punto
esatto in cui Medici Senza Frontiere dava appuntamento agli immigrati.
Cominciavano ad arrivare anche i giornalisti. Gli abitanti di Bel Younech, i
più organizzati, non apprezzavano che si facesse troppa pubblicità attorno al
loro caso. Per controllare chi entrava nel campo e per proteggersi dalla
polizia avevano addirittura creato una sorta di «servizio d'ordine» chiamato
«caschi blu», con un'ironia che la dice lunga sul grado di coscienza politica
che si può trovare in posti come questi.
Ma la linea dura di Rabat andava
avanti: le capanne di plastica degli immigrati venivano continuamente distrutte
e un articolo dello scorso giugno su Le Journal Hebdo riportava le denunce
degli immigrati sul comportamento degli poliziotti marocchini: «Ci tagliano le
piante dei piedi e poi ci dicono 'provate a correre'».
La tensione saliva, passare
dall'altra parte era diventato impossibile e il numero delle persone negli
accampamenti cresceva: «Ci hanno raccontato di persone che hanno iniziato a
spingere perché si prendesse una decisione una volta per tutte» - racconta
ancora Rachidi dell'Afvic. «Ci sono state lunghe discussioni e persino delle
votazioni. Alla fine ha prevalso la linea di chi pensava che fosse arrivato il
momento di provare il tutto per tutto, altrimenti sarebbe stato troppo tardi».
Così è iniziata l'organizzazione dell'assalto alle barriere di Ceuta e Mellila.
E dall'altra parte, tanto sul fronte spagnolo che su quello marocchino, la sferzata
finale.
Il tavolo algerino
Ma le conseguenze di questa vicenda
non sono ancora finite; anzi, stanno incendiando gli animi in Marocco e in
Algeria a proposito del Sahara occidentale, conteso dai due paesi e sfondo
onnipresente di tutte le questioni interne marocchine. E' proprio a ridosso del
muro costruito da re Hassan II per contenere le azioni del Fronte Polisario -
lungo 2mila chilometri e difeso da mine antiuomo e anticarro - che i militari
marocchini hanno abbandonato alcune persone, suddivise in piccoli gruppi.
Il Polisario ha annunciato di averne
trovate 120 e di essere molto preoccupato per la completa assenza di donne. Il
Marocco nega con decisione di aver abbandonato persone in quella zona, mentre
non può farlo rispetto a coloro che sono stati scovati più a nord dalle
associazioni umanitarie. D'altronde Rabat ha sempre usato questa tattica: se
deve espellere qualcuno, lo porta alla frontiera con l'Algeria - anche se fino
ad ora ha sempre optato per zone abitate e non completamente desertiche o, ancor
peggio, minate. Il governo accusa da anni l'Algeria di aver «ridotto le
frontiere a un colabrodo» e quindi ritiene che qualsiasi subsahariano penetrato
in territorio marocchino sia passato dall'Algeria. Il 12 ottobre il ministro
degli esteri marocchino Taieb Fassi-Fihri ha invitato un gruppo di giornalisti
a casa sua per il pasto di fine digiuno del Ramadan lanciando un messaggio ben
preciso alla stampa: «Noi abbiamo fatto ciò che potevamo per i nostri mezzi -
ha spiegato - ma dal lato algerino della frontiera non si fa nulla per impedire
l'accesso degli immigrati in territorio marocchino. Come giornalisti dovreste
interessarvi un po' di più a quello che succede dall'altra parte».
Ieri, sulla stampa marocchina, il
governo di Rabat ha preso di petto il Polisario, sostenendo che il Fronte ha
inventato di sana pianta la storia degli immigrati trovati nel deserto con la
precisa intenzione di danneggiare l'immagine del Marocco. Immediata la replica
di Mohamed Abdelaziz, capo del Polisario e presidente della Repubblica araba
saharaoui democratica (riconosciuta dall'Algeria ma non dal Marocco), che ha
usato parole molto dure: «Si tratta di minacce, di una escalation nei confronti
dell'Algeria e del Polisario», ha detto. La Spagna si guarda bene dal mettere
bocca in queste schermaglie. Ma manda segnali. Solo l'altro ieri Zapatero ha
incontrato De Villepin e parlato al lungo al telefono con Chirac, chiedendo
alla Francia - vicina all'Algeria - di appoggiare la proposta di una Conferenza
euro-africana sull'immigrazione, che avrà l'obiettivo di richiamare alle
«proprie responsabilità» i governi africani circa l'eccessiva mobilità delle
loro popolazioni. L'obiettivo prioritario di Parigi e Madrid, per ora, è
chiudere bene le porte di casa