Se quella sabbia potesse parlare

Ali Rashid

 

Porto nel cuore il dolore immenso della morte in diretta, immagine alla quale non si abitua chi ha vissuta nella realtà, ma evoca altri momenti difficili: paralizza la lingua, le mani, ti esilia nel silenzio che diventa intimo compagno di vita in un mondo rumoroso di menzogne e cose futili. No, non è impotenza, nemmeno lucida sconfitta perché noi continuiamo a darci da fare, delle volte facendo le cose giuste, delle volte ingiuste.

Per chi ne ha bisogno la speranza non muore. Ma va a rilento, chiede tempo, segue il tempo degli altri: del tuo tempo non sai cosa farne. Non sai se bruciarlo in un attimo nella ricerca di una vendetta insensata, che sembra un atto di libertà, o diluire il dolore nel tempo infinito, passato e futuro, e ricollocarti nel mondo, e ritrovare la pazienza come concetto rivoluzionario, e non perderti d’animo. Voglio dire ai miei amici, ai fratelli, ai compagni che sono in Palestina, e soffrono, e lottano: vi scongiuro, rinunciate alla vendetta.

Avevo appena finito di parlare con Pietro Folena di sinistra europea e di informazione, insieme a Paolo e Natascia, venerdì sera, prima di tornare a casa e mettermi a guardare il canale satellitare della Palestina per non perdere il contatto.

Aveva i capelli lunghi e neri ancora bagnati, la pelle liscia ed abbronzata di chi ha appena fatto il bagno, correva, piangendo, tra il cadavere di suo padre steso su una duna di sabbia vicino al mare, e il vuoto intorno, chiedendo aiuto, urlava, invocava il papà che un istante prima era nel nostro mondo e non aveva avuto il tempo per terminare la frase che stava dicendo...

Correva sulla sabbia dove erano stesi pezzi umani ed altri corpi piccini e grandi scaraventati in giro e silenziosi. Il fuoco del barbecue ancora fumante, coperte ed asciugamani bagnati di sangue, sangue da per tutto assorbito dalla sabbia. Se potesse parlare questa sabbia farebbe arrossire tutti gli amici di Israele.

All’orizzonte, lì nel mare di fronte, galleggiava indifferente l’arma del delitto, glorificava l’onnipotenza e l’efficienza della tecnologia.

Non è necessario sporcarsi le mani, basta premere un bottone, mi sembra di vedere i soldati israeliani a bordo, scrutare con i loro binocoli il campo di battaglia, la spiaggia, mentre il ministro della difesa, Perez, segretario del partito laburista, prepara il bollettino di guerra. Sette morti, dieci morti, tre bambini, i papà, le mamme.

Si chiama Huda, quella bambina: bella come il sole, aveva una maglietta celeste e pantaloni blu, correva con i capelli nel vento, con le mani dietro al collo come per tenere la testa al suo posto. Ho chiamato la televisione palestinese, ho chiesto di mandarmi i suoi dati per adottarla a distanza. Sarà mia figlia e sarò il suo papà che riprenderà con lei il discorso da dove è stato interrotto sulla spiaggia