Report
sulla II conferenza internazionale di Bil'in
(territori palestinesi occupati)
1.Breve storia del movimento contro il muro a Bil'in.
Bil'in è un
piccolo villaggio a nord-est di Ramallah, che dista
circa sei chilometri dalla linea verde, poco lontano dalla grande
colonia israeliana (in continua espansione) di Modìin
Illit, secondo gli accordi di Oslo è classificato come
zona A, quindi sotto completo controllo palestinese. I circa 1600 abitanti di
Bil'in sono prevalentemente agricoltori a cui la
costruzione del muro ha sottratto il 60% delle terre coltivabili. Le proteste
contro il muro israeliano sono cominciate nella
primavera del 2005 su iniziativa del comitato popolare del villaggio di Bil'in (www.bilin-village.org/
) e sono state appoggiate sin dall'inizio dai pacifisti israeliani e internazionali.
In questi due anni dopo la preghiera del venerdì, ogni settimana un corteo è
partito dal villaggio per cercare di arrivare il più vicino possibile alla zona
in cui il muro
è in costruzione per cercare di rallentare il lavoro delle ruspe, con azioni di
disobbedienza civile e non violenta. Le manifestazioni hanno avuto esiti
differenti, a volte grazie alla creatività delle azioni messe in atto sono riuscite
a rallentare o a bloccare i lavori, altre volte sono state soffocate sul
nascere dalla repressione dell'esercito israeliano. Una repressione fatta di lacrimogeni, bombe sonore e proiettili di gomma che ogni venerdì
ferisce in modo più o meno grave una decina di manifestanti. Le proteste di
Bil'in sono diventate un simbolo di resistenza
popolare e nonviolenta all'occupazione. Nella seconda intifada che ha visto uno resistenza prevalentemente militare, Bil'in rappresenta
senza dubbio una forma di resistenza più simile alle modalità della prima
intifada, che aveva un carattere popolare e di massa. Una
resistenza che passava attraverso differenti forme di protesta non violenta che
andavano dalle manifestazioni, agli scioperi generali, passando per il
boicottaggio dei prodotti israeliani. Il cuore della
movimento è il comitato popolare del villaggio, al quale si sono
aggiunti nel corso degli anni i principali movimenti pacifisti israeliani da
quelli storici come Gush Shalom o l'ICAHD (comitato
israeliano contro la demolizione delle case) di Jeff Halper a quelli nati durante la seconda intifada come gli
Anarchici contro il Muro (tra i più attivi nella lotto nonviolenta con il muro
a Bil'in e altrove), Tàayush, le donne di Machsom Watch che presidiano i
check point, i Refusnik che si rifiutano di servire
nell'esercito israeliano. La loro presenza e quella dei vari gruppi di
pacifisti internazionali presenti in Palestina come la coalizione
delle donne contro la guerra, i Christian Peacemaker Team, i Quaccheri, l'International
Solidarity Movement, o gli italiani
di Operazione Colomba di Pax Christi e dell'Associazione
per la Pace, ha contribuito ad abbassare il livello di violenza e di
repressione dell'esercito israeliano e ha fatto in modo che i fatti di Bil'in raggiungessero
l'opinione pubblica israeliana ed internazionale attraverso una fitta rete di
contatti attivati con i media. Inoltre sopratutto la presenza
di israeliani ha permesso di attivare un canale di dialogo e trattativa con i
soldati israeliani che si sono trovati di fronte, in prima fila, giovani come
loro, a cui erano accomunati per origini e lingua.
2. Seconda
conferenza internazionale di Bil’in (18-20 aprile2007)
La tenda allestita nel paese di Bil'in ha visto avvicendarsi nei due giorni di conferenza decine di relatori palestinesi, israeliani e internazionali, tutti gli interventi sono stati tradotti in simultanea in Arabo, Ebraico, Inglese e Francese.
La conferenza è stata molto partecipata, almeno 400 persone sono passate dalla tenda nei due giorni di conferenza e circa 200 hanno partecipato alla manifestazione del venerdì. Tra gli attivisti provenienti da tutto il mondo c'era anche il nostro piccolo gruppo di italiani, alcuni arrivati in Palestina/Israele per l'occasione e altri che già vivono e lavorano sul territorio per le ong italiane o in altri ambiti. La conferenza si è aperta il 18 aprile con l'intervento dell'europarlamentare Luisa Morgantini e dell'irlandese Mairead Corrigan Maguire premio nobel per la pace nel 1976.
Luisa Morgantini ha evidenziato come la lotta di Bil'in ricorda
le azioni di disobbedienza civile di Bait Sahur durante la prima intifada, ha chiesto alla comunità internazionale
di riconoscere subito il nuovo governo di unità nazionale palestinese e a
chiesto ai palestinesi che partecipano ad iniziative pubbliche in giro per il
mondo di non parlare solo dei temi generali dell'occupazione, ma di renderla
reale, tangibile, attraverso racconti personali da cui venga fuori la
quotidianità del vivere sotto occupazione, "le
vostre storie, sono la storia di questo paese e dell'occupazione che subisce
ormai da 40 anni" La seconda sessione aveva come tema i media e la
questione palestinese. I relatori erano Moustapha Barghouti neo-ministro dell'informazione del governo di unità nazionale palestinese e Amira
Hass corrispondente dai territori occupati per il
giornale israeliano Haaretz dal 1993.
L'intervento di Barghouti è partito dalla "narrazione sbagliata" (wrong narrative) che caratterizza ormai da anni l'approccio mediatico alla questione palestinese, in cui Israele appare sempre come la vittima e i palestinesi come i carnefici, bisogna rovescire questa percezione, e per farlo non è necessaria la propaganda, basta raccontare la verità e mostrare la realtà del territorio. Una delle verità da raccontare è che in questo momento ci sono almeno quattro iniziative sul tavolo della trattativa con gli israeliani:
1. la proposta di liberare Gilad Shalit (il soldato israeliano rapito a Gaza l'estate scorsa) in cambio della liberazione di una parte dei 10.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane
2. la proposta di un completo e bilaterale cessate il fuoco, cioè la fine del lancio di razzi Kassam da Gaza e delle incursioni militari israeliane nei territori occupati (solo ieri sono stati uccisi 6 palestinesi)
3. un piano flessibile di trattative per una tregua di lungo periodo
4. il cosiddetto "piano saudita" che prevede il riconoscimento di Israele da parte di tutto il mondo arabo in cambio del ritorno di Israele ai confini precedenti la guerra dei 6 giorni del 1967 (piano appoggiato anche da Hamas)
Tutte queste iniziative sono state fino ad oggi rifiutate da Israele, a causa della debolezza del suo governo, il cui consenso è oramai ai minimi storici. Partendo da queste considerazioni bisogna riconoscere che non è Israele a non avere un partner per la pace, ma è vero il contrario: la debole leadership israeliana non è un partner affidabile per la pace. La lotta non-violenta di Bil'in animata da una comunione di intenti e di visione tra gli israeliani e i palestinesi che vi partecipano è un modello di pace possibile. Con l'inizio della seconda intifada è cominciata la strategia mediatica di deumanizzazione e delegittimazione dei palestinesi, per combatterla occorre unificare la narrazione della vicenda palestinese, unificarla e organizzarla: quando sui media compare una notizia sgradita o scomoda per Israele c'è un'immediata reazione delle lobbysioniste nel mondo, una contro-offensiva mediatica immediata e forte che sul lungo periodo ha spinto i giornalisti ad evitare di diffondere questo tipo di notizie, i palestinesi conclude Barghouti devono imparare a fare lo stesso.
Amira Hass evidenzia
l'importanza del lavoro congiunto tra i media e gli
attivisti palestinesi, israeliani e internazionali che sono testimoni di quello
che succede sul territorio. Lo fa raccontando un'avvenimento dei giorni scorsi: una gruppo di donne
di machsom watch (donneisraeliane che fanno monitoraggio ai check point) l'ha
contattata raccontando che al check point che divide la valle del giordano dal
resto dei territori occupati i camion carichi di prodotti alimentari
palestinesi erano bloccati da un giorno, con la scusa che quei prodotti fossero
destinatial mercato israeliano e non al mercato
interno palestinese (la fertile valle del giordano è considerata la
"serra" dei palestinesi). Lei ha scritto subito un articolo al
riguardo su Haaretz, il giorno dopo la situazione si è
sbloccata e lei ha ricevuto una telefonata dai responsabili dell'esercito in
cui le si diceva che c'era stato un errore di
comunicazione degli ordini... Piccole vittorie come questa, anche se non sono
sufficienti a mutare la situazione, hanno comunque un importante valore simbolico
sopratutto perché veicolano i giusti messaggi all'opinione pubblica israeliana,
troppo spesso vittima di una propaganda
razzista e reazionaria. Piccoli risultati come questi sono possibili solo
grazie al lavoro congiunto tra gli attivisti sul campo e i loro riferimenti nei media. Il secondo punto toccato dall'intervento di Amira Hass
è relativo alle campagne che in questi anni si sono rivelate efficaci, campagne
accomunate da alcune caratteristiche:
1) una partecipazione mista di israeliani, palestinesi e internazionali
2) una base di appoggio popolare e diffusa
3) un'attenzione a restare dentro la cornice del diritto internazionale
4) un utilizzo attento e intelligente dei media
Infine una riflessione sulle iniziative miste tra israeliani e palestinesi. Tatbya in arabo significa "normalizzazione" un
concetto che è diventato comune nelle due società dopo gli accordi di Oslo e che ha caratterizzato tutte le azioni congiunte
degli anni novanta, azioni volte a normalizzare i rapporti tra i due popoli,
mentre la situazione sul territorio andava tutt'altro che normalizzandosi (i
check point e le frammentazione dei territori occupati sono una della prime
conseguenze degli accordi di Oslo), questo rende sospetto agli occhi dei
palestinesi questo tipo di iniziative, molti di loro, memori degli anni passati
le vedono come fumo negli occhi, mentre intanto il muro avanza inesorabile, così
come gli arresti, le incursioni militari, lo strangolamento economico etc etc Ciononostante queste
iniziative sono l'unico modo per combattere la strategia (israeliana ma anche
di una minoranza fondamentalista della società palestinese) di separazione dei
due popoli, una strategia cominciata dopo Oslo e che continua tutt'ora, di cui
il muro è solo l'aspetto più evidente.
3. Secondo giorno di conferenza. (19 aprile
2007)
Il secondo giorno di conferenza si apre con una sessione sugli aspetti economici dell'occupazione, ne parlano Muhammad Shtaye che insegna economia alla Birzeit University di Ramallah e Sam Bahour, uomo d'affari palestinese con cittadinanza americana, tra gli animatori della campagna per il diritto di ingresso in Palestina ed Israele. Il professor Shtaye durante il suo intervento fornisce alcune cifre sulle conseguenze di 40 anni di occupazione sull'economia palestinese. Il 64% delle esportazioni palestinesi verso l'estero passa attraverso lo stato di Israele, il quale ovviamente impone dazi sulle merci esportate, sul fronte delle importazioni il quadro è ancora più disastroso: l'80% dei prodotti importati nei territori palestinesi occupati proviene da Israele o passa attraverso il territorio israeliano, i territori occupati sono il principale mercato "estero" di Israele. Anche le rimesse in denaro che i palestinesi all'estero mandano in Palestina transitano e sono tassate da Isarele; dal gennaio del 2006, dopo l'elezione del governo di Hamas circa 800 milioni di dollari di rimesse dall'estero sono congelate nelle banche israeliane, a questo si aggiunge il blocco dei fondi da parte dell'Unione Europea e degli Usa, aiuti senza i quali la fragile economia dei territori occupati sta collassando. La Palestina occupata non è un paese in via di sviluppo, è un paese ricco di risorse, di competenze e di opportunità di lavoro, solo il patrimonio archeologico e i siti di interesse turistico e religioso (pensiamo a Bethlemme o anche a Gericho) potrebbero sostenere gran parte dell'economia dei 3.500.000 palestinesi che vivono nei territori occupati, per non parlare del commercio e dell'agricoltura. Invece l'isolamento e le chiusure imposte dall'inizio della seconda intifada hanno prodotto, per la prima volta nella storia recente questo popolo una crisi economica ed umanitaria di vaste proporzioni. L'economia palestinese è quasi totalmente dipendente da Israele che ne controlla le risorse primarie (acqua, elettricità), i confini e le vie di comunicazione, escludendola di fatto dal mercato arabo circostante. Il reddito medio annuo pro capite in Israele è di 17.000$, quello palestinese di 800$, e più del 50% dei palestinesi vive al di sotto della soglia di povertà.
Queste indicazioni vengono riprese anche nella relazione di Sam Bahour nella quale si interroga su come sia possibile integrare la l'economia palestinese nella globalizzazione economica guidata dagli USA che sono tra i maggiori finanziatori dello stato di Israele e tra i promotori del boicottaggio dell'Autorità Nazionale Palestinese. È questo l'unico caso che si ricordi nella storia contemporanea in cui si sanziona il popolo occupato e si premia la potenza occupante. Secondo Bahour il "cordone ombelicale" che lega l'economia palestinese a quella israeliana si è ispessito dopo gli accordi di Oslo del 1992. Bahour ritorna sul tema dello sfruttamento delle risorse: le fonti idriche del territorio di Palestina e Israele sono per la maggior parte localizzate nei territori palestinesi occupati (e nel Golan siriano, anch'esso occupato da Israele), ma la distribuzione dell'acqua è controllata da Israele che la rivende ai palestinesi, lo stesso discorso vale per l'elettricità e le reti di telecomunicazione, ogni telefonata in arrivo o in uscita sulla rete telefonica fissa o mobile palestinese passa per Israele che in questo modo ha anche facile accesso alle conversazioni. Nonostante quanto detto ci sono settori dell'economia palestinesi potenzialmente in crescita, che potrebbero costituire il cuore della sua ripresa economica, ma vanno sostenute e soprattutto bisogna battersi affinché abbiano uno sviluppo autonomo dall'economia israeliana.
4. "Convergence Plan": Israele,
gli USA e l'apartheid
Jeff Halper è un israeliano di origini americane, è stato il fondatore dell'ICHAD (comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi). Il suo intervento è centrato sull'idea che quella che Israele sta costruendo qui è una forma di apartheid. Apartheid, afferma Halper, è solo una parola, ma rappresenta un modello un modello di dominazione coloniale slegato dal contesto locale, il contesto della Palestina occupata è di sicuro diverso da quello sudafricano (un tesi difesa nei mesi passati anche da Uri Avnery) ma il modello può tranquillamente essere applicato anche qui, ed è quello che il governo israeliano sta facendo. Per l'opinione pubblica israeliana non è tanto importante la pace, ma la "quiete", una giusta soluzione per i palestinesi è opzionale, la cosa veramente importante è che niente turbi la vita degli israeliani, in questo senso la divisione dei territori palestinesi in "bantustan" dovrebbe garantire una separazione tra i due popoli. Halper riprende e amplia le sue tesi sulla "matrice del controllo": Israele si sta creando due confini orientali, uno "demografico" disegnato dal tracciato del muro tra Israele e i territori palestinesi occupati (che sono appunto ad est della linea verde, linea che dovrebbe tracciare il confine dello stato di Israele), e uno "di sicurezza" nella valle del fiume Giordano che confina ad est con la Giordania. In questo modo i territori abitati da una maggioranza palestinese (o meglio quello che rimane) saranno schiacciati, ad ovest dal muro, e ad est dalla fascia di sicurezza controllata da Israele che li divide dalla Giordania. Se a questo si aggiungono i due grandi agglomerati di colonie di Maale Adumim al centro e di Ariel nel nord che tagliano i territori palestinesi in modo ortogonale rispetto al muro, è evidente che il risultato saranno delle "riserve" densamente abitate da palestinesi, riserve, bantustan, che non avranno nessun collegamento tra loro...per non parlare della striscia di Gaza che dista svariati kilometri dai territori occupati della West Bank. In termini territoriali ai palestinesi resterebbe la striscia di Gaza e il 15% dei territori occupati della West Bank. Niente accade a caso, Israele guarda sempre lontano, la realtà che osserviamo oggi sul terreno è il risultato di una strategia cominciata decenni fà. Prima ancora che esistesse lo stato di Israele, Zèev Vladimir Jabotinsky (uno dei padri della destra sionista) agli inizi del secolo scorso già parlava della necessità di erigere un "muro di ferro" tra gli ebrei e gli arabi in Palestina, nel 1977 Sharon proponeva di richiudere i palestinesi in "cantoni", nel 1999 Ehud Barak vince le elezioni con lo slogan "noi qui, loro lì", nel maggio del 2006 l'attuale primo ministro Olmert presenta al congresso degli Stati Uniti d'America -notate bene, afferma Halper, al congresso USA non al parlamento Israeliano- il "Convergence Plan" (piano di convergenza) che prevede il completamento del muro, lo smantellamento delle (poche) colonie israeliane che rimarrebbero ad est del muro e la creazione di una specie di stato-arcipelago palestinese, senza nessun collegamento con i paesi confinanti. La riposta di Bush e Blair al piano di convergenza è che bisogna attuarlo non in modo unilaterale (come il disimpegno da Gaza) ma seguendo la "Road Map" che prevede un percorso negoziale con i palestinesi. In pratica, continua Halper, gli hanno chiesto di fingere una trattativa con l'Autorità Nazionale Palestinese per almeno un anno prima di applicare il suo piano...e infatti nell'ultimo anno, almeno una volta al mese Condoleeza Rice è venuta ad incontrare la sua omologa, la ministra degli esteri israeliana Tzipi Livni, per "cucinare lentamente" l'apartheid per i palestinesi. Lentamente, silenziosamente, senza clamori, senza conferenze stampa, attraverso una "sommessa diplomazia al femminile" l'afroamericana Rice e la Livni, approntano l'apartheid per i palestinesi, apartheid che si basa principalmente su due concetti forti: separazione e dominazione. Il governo israeliano non sta costruendo una democrazia in questo paese, ma una "etnocrazia". L'idea di uno stato etnico nel 2000 è fuori dalla storia e fuori dalla realtà possibile. Jeff Halper non ha dubbi sulla necessità di lanciare immediatamente una campagna internazionale anti-apartheid. Bisogna che le leadership politiche, religiose e sociali della comunità internazionale vengano qui a vedere con i loro occhi quello che sta succedendo, trascorrere anche solo pochi giorni nei territori occupati aiuterebbe a "re-incorniciare" la questione palestinese-israeliana e ha sfatare dei miti.
Tre su tutti:
1- Israele è il soggetto più forte, non la vittima come si tende a credere.
2- Israele è il terzo esportatore di armi al mondo dopo gli USA e la Russia, non è debole ma armato ed aggressivo.
3- L'occupazione dei territori palestinesi non ha uno scopo difensivo, la costruzione di 300 colonie nei territori occupati e di un muro che le circonda rubando terra ai palestinesi non ha niente a che vedere con esigenze difensive, quella delle colonie è una politica di espansione ed annessione.
Infine, rispondendo ad una
domanda del pubblico Jeff Hapler
propone la sua visione per il futuro di quest'area: non due stati, neanche uno, ma una confederazione regionale che comprenda Palestina,
Israele, Siria, Libano e Giordania, una specie di "Unione
Mediorientale" sul modello dell'Unione Europea. Halper
è convinto che questa sia l'unica soluzione possibile nel lungo periodo, e
pensa che l'Unione Europea che ha intrapreso da anni un percorso simile possa e
debba
mettere a disposizione le sue competenze in merito.
5. Conferenza
Bil’in, terza parte e conclusioni
Il pomeriggio del 19 aprile, dopo l'intervento di Jeff Halper i partecipanti si sono divisi tra i 12 workshop previsti, poi ci sono state delle riunioni tra i gruppi provenienti dallo stesso paese, e alla fine il traning dell'International Solidarity Movemenet sulle tecniche di resistenza nonviolenta, in previsione della manifestazione del giorno dopo. Io ho partecipato al workshop organizzato dalla "Coalizione contro l'occupazione", un coordinamento di organizzazioni
israeliane e palestinesi. Nel workshop si è discusso della lotta congiunta contro l'occupazione tra israeliani e palestinesi. Un argomento delicato, e infatti non è filato tutto liscio...Alcuni palestinesi presenti e anche un'attivista israeliana hanno sollevato dubbi e perplessità sull'utilità e sulle reali possibilità di interazione tra i due popoli. A me sono tornate in mente le parole di Amira Hass sul rischio che queste iniziative possano diventare una forma di "normalizzazione".L'attivista israeliana ha dichiarato senza mezzi termini che la sua presenza alle manifestazioni contro il muro a Bil'in si limita a rispondere ad una richiesta fatta dai palestinesi di stare in prima fila durante le manifestazioni, in modo da creare una zona cuscinetto di attivisti israeliani tra l'esercito e i palestinesi, tutto qui, nessuna progettualità o strategia di lotta comune. Una posizione legittima, a mio parere priva di strategia politica; il muro è ovunque, ed ovunque ci sono manifestazioni e occasioni di contatto/scontro tra l'esercito israeliano e i palestinesi, non è possibile essere presenti sempre e dappertutto. E bisogna anche dire che l'interposizione degli israeliani non sempre dissuade l'esercito da forme di repressione più o meno violenta (certo per gli arrestati fà una grande differenza essere cittadini israeliani o dei territori palestinesi occupati). Alcuni dei palestinesi e delle palestinesi presenti affermavano di non riuscire a fidarsi completamente degli israeliani. Nella loro percezione gli israeliani sono quelli che gli hanno rubato la terra nel 1948, quelli che ora abitano le loro case, mentre i profughi palestinesi vivononei campi. Gli israeliani sono quelli che da anni votano governi che continuano con la costruzione del muro, che ordinano incursioni militari con carri armati ed elicotteri contro i civili palestinesi, gli israeliani sono quelli che li umiliano ogni giorno ai check point...
Per noi occidentali, non-violenza significa anche capacità di discernimento, significa riuscire a distinguere, ad evidenziare le differenze, siamo tutti convinti che non tutti gli israeliani siano responsabili delle azioni del proprio governo, conosciamo ed apprezziamo molti israeliani che da anni si battono per rendere giustizia ai palestinesi, spesso pagando un prezzo molto alto in termini di isolamento ed emarginazione all'interno della propria comunità, rischiando anche la galera. Ma noi non viviamo in campo profughi, non vediamo ogni sera le jeep dell'esercito entrare in città ad arrestare o uccidere qualcuno dei nostri figli o dei nostri amici, noi non impieghiamo ore per raggiungere la nostra scuola o il nostro posto di lavoro che dista pochi chilometri da casa. Apartheid significa separazione e dominazione. L'apartheid è una strategia quella si, accurata e omnicomprensiva, di creazione del nemico, dell'"altro", del diverso. Le azioni congiunte tra palestinesi e israeliani contribuiscono a ricostruire quella fiducia tra i due popoli che negli ultimi 15 anni si è persa, per questo vanno appoggiate e diffuse, ma non illudiamoci che sia facile ne scontato. Una cosa è certa, non saranno le manifestazioni a far terminare l'occupazione, e non ci si può limitare solo a quelle, è necessaria una lotta su vasta scala che coinvolga non solo palestinesi e israeliani, ma anche tutta la comunità internazionale, questo è il mio punto di vista.
6. Manifestazione
contro il muro.
Venerdì
20 aprile c'è stata la tradizionale manifestazione contro il muro. Gia durante
la mattina un piccolo gruppo era andato nei pressi del muro (che a Bil'in come
in tutte le zone rurali non è un muro concreto di cemento ma una barriera
metallica elettrificata) con il ministro dell'informazione Moustapha
Barghouti che ha tenuto lì una conferenza stampa. In
questo gruppo c'era Tito Kayak, un attivista portoricano che approfittando
della distrazione dei soldati israeliani ha aggirato la barriera metallica e si
è arrampicato su di una torretta d'osservazione israeliana alta 100 mt ed ha issato un'enorme bandiera palestinese. Tito è
rimasto sulla torretta fino a sera. Durante la manifestazione del pomeriggio
lui e la sua bandiera hanno ricordato a tutto noi, all'esercito israeliano e a
quella parte di mondo che guardava attraverso le tante telecamere presenti che
quella terra è terra palestinese, illegalmente sottratta e utilizzata
come zona di espansione per la vicina colonia. Il
piccolo gruppo è rimasto li, bloccato tra il muro e le
jeep dell'esercito che lo separavano dal resto del corteo. Noi siamo partiti
dal villaggio con il grosso del corteo (circa 300 persone) nel primo
pomeriggio, subito dopo la preghiera del venerdì. La strada in discesa che
porta dal villaggio al muro è lunga circa un chilometro, dopo i primi 300 metri
sono cominciati a piovere i lacrimogeni, il corteo si è spezzato in due parti,
che poi si sono riunite; il balletto dei lacrimogeni, dell'avanzare ed
arretrare è andato avanti per un paio di ore. Intanto
alcuni del gruppo nei pressi del muro e altri che partivano dal corteo
principale ogni tanto provavano ad avvicinarsi al muro
passando fra gli ulivi, appena arrivati nei pressi della recinzione venivano
respinti dai proiettili di "gomma" (in realtà sono delle biglie di
ferro rivestite di gomma) dei soldati che si trovavano al di là. La premio
nobel per la pace Mairead Maguire
è stata tra le prime ad essere colpita ad una gamba, altri e altre la seguiranno,
alla fine della manifestazione si conteranno una decina di feriti lievi
(pallottole di gomma, intossicazione da lacrimogeni,
manganellate) e uno più grave, l'unico ricoverato, che è caduto battendo
la testa mentre scappava da una carica. Dopo ore di questo continuo andare e
venire, grazie anche
alla trattativa del neo-ministro Barghouti i due
spezzoni del corteo si sono riuniti e sono riusciti ad arrivare abbastanza
vicino al muro, a sedersi per qualche minuto di fronte al cordone dell'esercito
intonando slogan e applaudendo verso Tito Kayak ancora lì con la sua bandiera (Tito
verrà arrestato in serata, passerà tre giorni in prigione
e verrà espulso con il divieto di rientro in Israele per 5 anni).
7. Conclusioni.
Bil'in è una strada, anzi due.
Una strada è quella attorno alla quale si snodano le case del villaggio, l'altra, poco più a valle è il tracciato del muro, con le sue torrette di osservazione, il recinto elettrificato, la fascia di sicurezza sui due lati e poco oltre l'insediamento in espansione.
Bil'in è un paese, anzi due. Il piccolo paese che vive di agricoltura e pastorizia fino a pochi anni fa garantiva ai suoi abitanti un relativo benessere economico, determinato anche dalla vicinanza con Ramallah, grosso centro urbano dove vendere i prodotti; e poco più ad ovest, oltre il muro un atro paese, Modìin Illit con i suoi palazzoni bianchi in costruzione, piscine e giardinetti. Un paese abitato da gente diversa, per lingua cultura e religione, un paese abitato da ladri di terre e di risorse.
Bil'in è un simbolo, anzi due.
È il simbolo
di una resistenza diversa, non-violenta ma determinata, me
è anche il simbolo di un potere occupante arrogante, che procede sulla strada
dell'esproprio e delle violazioni del diritto internazionale, ignorando le
proteste e le legittime richieste degli abitanti di quelle terre, è
triste constatare come il muro a Bil'in è andato avanti nonostante questi due
anni di manifestazioni.
Bil'in è un popolo in lotta, anzi due con gli israeliani, anzi tre se contiamo anche le centinaia di internazionali che in questi anni hanno partecipato alle manifestazioni.
Una lotta che non nasce da indicazioni politiche arrivate dall'alto o da gruppi di potere più o meno religiosi che usano la lotta dei palestinesi in modo strumentale ai propri fini, è una lotta spontanea che nasce dalle esigenze primarie di una comunità: difendere la propria terra, spesso unica fonte di sostentamento. Bil'in è una manifestazione, anzi sono le cento manifestazioni di questi due anni.
La conferenza è stata organizzata e gestita sul modello dei "social forum" con sessioni plenarie, workshop, training, traduzione simultanea e come un social forum si è conclusa con una manifestazione ai confini della "zona rossa". Una modalità interessante e anche nuova per questi luoghi, è stata una buona occasione di incontro per attivisti, giornalisti, cooperanti e persone provenienti da diversi contesti; bisogna dire onestamente che la presenza di palestinesi non era altissima e bisogna ricordare altrettanto onestamente che i palestinesi hanno discusso le stesse tematiche della conferenza in un incontro riservato solo a loro che si è tenuto un mese fa, esattamente come i movimenti sociali in Italia e altrove fanno prima dei social forum. Bil'in non è più solo un simbolo, ormai è diventato un "modello"esportabile in altre zone lungo il tracciato del muro.
Alla conferenza oltre a Mustapha Barghouti hanno partecipato un portavoce di Abu Mazen e alcuni parlamentari dell'Autorità Nazionale Palestinese, sembra che lentamente anche l'ANP si stia convincendo ad appoggiare e sostenere questa forma di lotta. Il "modello Bil'in" che poggia su di una basa popolare, sull'appoggio dei pacifisti internazionali ed israeliani ed un sapiente uso dei media deve essere fortemente sostenuto anche dalla comunità internazionale (è importante ricordare che la conferenza è stata cofinanziata dall'ONG catalana NOVA e dalla Cooperazione Spagnola).Un "modello" che comincia anche ad essere esportato in altre zone dei territori palestinesi occupati, da qualche settimana anche nei villaggi a sud di Betlemme sono cominciate le mobilitazioni contro il muro, a questo link trovate un articolo sulla manifestazione di ieri:
http://english.pnn.ps/index.php?option=com_content&task=view&id=2287
Queste sono le indicazioni uscite dalla
conferenza, la non-violenza è una strada stretta e in salita,
ma è l'unica che dopo anni di lotta prevalentemente militare
ancora ottiene qualche piccolo risultato.
Su questo tutti noi dobbiamo cominciare a
lavorare.
Ettore Acocella
Associazione per la Pace
Coordinamento per una presenza civile di
pace in Palestina ed Israele