Prendiamo posizione.

Riprendiamo dalla lettera quotidiana del “Centro di ricerca per la pace” questa bella riflessione di Floriana Lipparini (per contatti: effe.elle@fastwebnet.it)

 

C'e' una domanda che sta circolando in questi ultimi giorni: invitare o no i talebani al tavolo della cosiddetta  conferenza di pace" di cui parla D'Alema?
Ho specificato "cosiddetta", perche' dovremmo ormai sapere quanto siano traditrici le parole, e quanto si prestino a mistificazioni, soprattutto sul terreno rovente delle guerre
. Per capire davvero la sostanza delle cose non basta, infatti, leggere l'etichetta sulla scatola, se non si alza il coperchio per guardarvi dentro. Come sempre, com'e' accaduto anche al tempo della guerra jugoslava, si mettera' in scena un tavolo dove il posto centrale e' vuoto, perche' chi dovrebbe occuparlo viene del tutto ignorato nella realta' e persino nell'immaginario. Questo "convitato di pietra" e' la societa' civile afgana nelle sue declinazioni organizzate, movimenti e gruppi per i diritti civili, e in particolare le associazioni delle donne. La cosa piu' grave e' che anche a sinistra tutti sembrano pensare che le trattative debbano essere condotte esclusivamente fra i rappresentanti della comunita' politica internazionale da una parte, e la guerriglia talebani dall'altra.
In quest'ottica scompare totalmente chi la guerra la subisce, chi sa davvero quali saranno le conseguenze di ogni decisione presa a quel tavolo. Quali saranno i termini della trattativa, quali mediazioni, quali compromessi, a favore di chi, quale il livello accettabile? Lo giudichera' Karzai? Lo giudichera' Dadullah? Lo giudichera' Bush? Lo giudichera' D'Alema? Malinconicamente bisogna ammettere una volta di piu' che la guerra non soltanto uccide persone e distrugge paesi, ma rende mute e invisibili intere popolazioni, cancellando il loro diritto di stare al centro della scena. La politica internazionale si muove da sempre entro queste coordinate, frutto di una concezione che guarda il mondo come un'immensa carta geografica su cui spostare bandierine, secondo decisioni prese dai "grandi"
sul destino di coloro che nemmeno si curano di interpellare. Durante la guerra jugoslava l'arcipelago pacifista italiano e internazionale tento' appunto di dar voce direttamente alle vittime, ai profughi, alle associazioni per i diritti civili, a quelli che ai tavoli ufficiali non c'erano mai, a quelli che non sono mai stati ascoltati. Furono le donne, in particolare, a percorrere strade complesse di relazione plurale e mediazione positiva, volte alla ricostruzione di un futuro possibile, ma in definitiva le politiche ufficiali non ne hanno mai tenuto conto. Se e' vero che nell'ex Jugoslavia la guerra guerreggiata e' finita, e' pero' anche vero che non si e' trovata la strada per sanare le ferite e superare davvero l'orrore, e nemmeno per far tornare tutti i profughi alle loro case.


La situazione afgana non e' meno terribile e complicata. Una volta di piu' le donne sono tra le vittime principali delle folli politiche internazionali, usate come alibi per la "guerra del burqa" e poi ignorate e abbandonate, soggette come prima e piu' di prima a continue violenze. Sappiamo, e verifichiamo ogni giorno, che la guerra porta solo guerra, e che la violenza porta solo violenza.
Quanto ancora si dovra' aspettare perche' si capisca che si devono intraprendere altre strade?
Allora, per fare qualche piccolo passo avanti, le persone politiche che stanno nelle istituzioni e si dicono pacifiste, devono attivarsi, organizzandosi a livello internazionale per dar voce alla societa' civile afgana e pretendere che sieda al tavolo delle trattative. E dovrebbero dire a chiare lettere che i soldi che il governo vuol spendere per pagare i contractors (!) sono uno scandalo che parla di guerra, non certo di pace. Se la presenza italiana in Afghanistan deve essere protetta da mercenari, il meno che si possa pensare e' che la situazione sia di grave pericolo, una situazione di guerra, altro che scopi umanitari.

Riportiamo a casa i soldati, smettendo di coprire le criminali guerre di Bush, e spendiamo quei soldi per sostenere le associazioni afgane impegnate a lottare per la pace, per il rispetto dei diritti umani e per una vera, ma sempre piu' lontana, democrazia.