Nigeria: un paese rapito dalle multinazionali

Dalla nostra nascita abbiamo lavorato come Onlus sui conflitti sociali e ambientali e sull'espropriazione da parte delle multinazionali delle risorse   nei Paesi dove operano. Abbiamo promosso campagne e azioni per la difesa dei beni comuni, per la salvaguardia delle foreste primarie e delle culture originarie, per il riconoscimento del debito ecologico del Nord verso il Sud del mondo, e per la democratizzazione delle istituzioni internazionali.

Abbiamo sempre denunciato con forza i danni che le popolazioni locali subiscono in questi casi: Inquinamento, impoverimento, deportazioni, in alcuni casi un vero e proprio genocidio.

Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo in Ecuador, in Colombia, in Bolivia, in Argentina, in Messico, in Uruguay.   In tutti questi paesi siamo riusciti a costruire rapporti con organizzazioni e movimenti locali, in alcuni casi con gli stessi governi.

Siamo riusciti a dare voce a chi, in Occidente, dove le multinazionali crescono e prosperano, una voce non l'ha mai avuta.

In diverse situazioni in America Latina siamo riusciti a far conoscere la realtà in cui si muovono e alla quale sono costrette le popolazioni indigene impattate dalle nostre "etiche" multinazionali occidentali.

Negli ultimi anni abbiamo cercato contatti e informazioni in una realtà "nuova" per la nostra piccola associazione: l'Africa ed in particolar modo la Nigeria.

Abbiamo avuto immediatamente la percezione di quanto sia diversa l'Africa da tutti gli altri continenti. Di come il dominio, anche delle informazioni, sia pressoché totale. Di come il potere abbia un sapore antico, brutale, di come il sottosviluppo sia la "politica da portare avanti", non la conseguenza della politica attuata.

La depredazione qui è violenta, brutale,  senza condizioni.

Qui la "responsabilità sociale d'impresa", tanto di moda in Occidente,   non è mai arrivata ed è di là da venire.

Qui, in Nigeria appunto, siamo al paradosso di un Paese, il più popoloso dell'Africa con quasi 150 milioni di abitanti (un africano su cinque è nigeriano), ottavo produttore di petrolio al Mondo e che la benzina per le sue "poche"macchine la deve importare.

Qui, sul Delta del Niger dove si estraggono 2,5 milioni di barili di petrolio al giorno, ci sono oltre 20 milioni di nigeriani che vivono con un dollaro al giorno.

Qui in un ecosistema fluviale fragilissimo, tra mangrovie ed antiche etnie,   le popolazione vivevano di agricoltura e di pesca. Ora non più.

La foresta è invasa dalle fiamme dei pozzi e dalle esplosioni causate dal devastante fenomeno del gas flaring (il gas naturale causato all'estrazione del greggio viene bruciato a cielo aperto), senza prendere in considerazione gli effetti disastrosi di inquinamento e scempio ambientale che tale pratica, proibita in molte parti del mondo, provoca. A far uso del gas flaring sono tutte quelle compagnie occidentali, e sono tante, che da decenni operano proprio nei territori del Delta del Niger. I pennacchi di fuoco sono così imponenti che si possono distinguere nettamente dalle riprese satellitari. Con il gas flaring si disperdono nell'aria tossine inquinanti come il benzene, che tra le popolazioni locali ha provocato l'aumento in maniera esponenziale di tumori e di malattie respiratorie quali la bronchite e l'asma.

I  fiumi sono ormai un magma nerastro e inquinatissimo.

Qui sono stati incassati in meno di quarant'anni 320 Miliardi di dollari con le royalities del petrolio estratto.

In un posto come questo, che di quei 320 miliardi  ha visto solo i fumi dei pozzi, nasce il "livello di vita dell'occidente".

Qui nascono gli immigrati che sbarcano disperati sulle nostre coste e vengono chiusi nei CPT (Centri di Permanenza Temporanea).

Qui lavorano, con stipendi occidentali più alti della media a causa del "rischio", i tecnici stranieri delle multinazionali petrolifere.

Qui si scontrano e si uccidono i nigeriani che si ribellano a questo stato di cose con quei nigeriani armati in milizie mercenarie che difendono i fortini delle multinazionali petrolifere.

Oggi la Nigeria fornisce un quinto del petrolio statunitense ed è candidata a sostituire il Venezuela nella hit parade dei principali fornitori Usa.

La fine della dittatura nel 1999 non ha portato grandi benefici. Il paese continua a essere poverissimo e il Delta viene ormai regolarmente battuto da bande armate che sopravvivono contrabbandando il petrolio rubato dai pozzi.

Nei primi anni novanta, Saro Wiwa e gli ogoni si mobilitarono organizzando nel gennaio 1993 un raduno all'interno del quale circa 300.000 ogoni intervennero per protestare contro la Shell. "La marcia è contro la devastazione dell'ambiente", disse Saro Wiwa. "È contro il mancato pagamento delle royalties. È contro la Shell. È contro il governo federale, perché sta cercando di distruggere il popolo degli ogoni"

 Il 10 novembre 1995, Ken Saro Wiwa e altri otto suoi connazionali furono impiccati sulla base di un falso processo condannato come "omicidio legale" dall'allora primo ministro britannico John Major.

La lotta contro i pozzi è  continuata nel corso degli anni. Con azioni non violente come quelle delle donne di Ugborodo e di Amukpe che nel 2002 e nel 2003 occuparono alcune piattaforme, o come il blocco pacifico ma impenetrabile messo in atto dalle comunità Opherin nel 2004. Poi, grazie alla repressione e al deteriorarsi della situazione sociale, il conflitto ha cominciato a diventare sempre più violento. Prima sono arrivati i sabotaggi, poi gli attacchi armati, gli omicidi e i rapimenti dei contractors stranieri, un'escalation che sta rendendo sempre più costoso operare nel Delta.

Milioni di dollari che se ne vanno in armi, eserciti privati, mazzette per corrompere i leader locali e spaccare le comunità e tutto l'armamentario delle costosissime misure che servono per pagare l'irachizzazione del paese. Non sarebbe più economico accettare di ridistribuire una parte degli ingenti profitti petroliferi per bonificare la regione e dare una speranza alle comunità del Delta, come chiedeva Ken Saro-Wiwa più di dieci anni fa?

 

In Nigeria opera l'Eni che ha sempre negato che nel Delta ci fosse un'emergenza e si è sempre limitata a qualificare come "banditi" quelli che in realtà (e in modi piuttosto originali) sono guerriglieri.

Non è ovviamente solo una questione di termini. Banditi implica che a gestire la partita sia la polizia nigeriana, peraltro una delle più corrotte del mondo. Guerriglieri, invece, implica un problema politico. È di questo che stiamo parlando. Il Delta del Niger è da almeno quattro decenni terreno di conquista delle multinazionali del petrolio. Shell, Chevron-Texaco ed Eni, soprattutto. I danni ambientali inflitti alle popolazioni locali non sono mai stati calcolati. La Shell è stata recentemente condannata dall'Alta Corte nigeriana a risarcire le popolazioni del Delta con 1,5 miliardi di dollari per i danni ambientali arrecati .

Si attende il processo d'appello.

Oggi a compiere le azioni di sabotaggio armato delle installazioni delle multinazionali sono soprattutto, ma non solo, i guerriglieri del Movimento di emancipazione del Delta del Niger (Mend, nell'acronimo inglese). Non è un'organizzazione guerrigliera nel senso classico del termine, ma più un ombrello che racchiude diverse sigle e diverse componenti. Una frammentazione "operativa" che riflette la complessità etnica e sociale della regione del Delta.

 

Le richieste del Mend sono semplici: fine del saccheggio indiscriminato del territorio; più equa ripartizione delle ricchezze petrolifere; risarcimento del debito ecologico, fine della presenza militare.

L'esercito nigeriano si è spesso distinto per la brutalità della repressione. Ad agosto, dopo che erano fallite le trattative a causa della debolezza del governo rispetto alle multinazionali (che non vogliono cedere nulla) l'esercito ha lanciato una serie di operazioni di "rastrellamento". Decine di civili sono stati uccisi e interi villaggi sospettati di aiutare i guerriglieri sono stati rasi al suolo.

 

Crediamo sia necessario una maggiore attenzione verso la Nigeria e in particolare il Delta del Niger. Che molte orecchie, dall'Italia e non solo, ascoltino le denunce del popolo nigeriano. Che molte voci, dei movimenti, delle associazioni, della società civile, si uniscano alle loro richieste.

 

Chiediamo anche un intervento urgente dei deputati e dei senatori italiani che ottenga un'audizione parlamentare dell'Eni sulla questione nigeriana e sul suo operato in questa zona del pianeta nelle commissioni esteri e diritti umani.

 

Bisogna tentare di fermare una guerra a bassa intensità, oggi occultata, che potrebbe diventare devastante per tutto   il continente africano.

 

A Sud Ecologia e Cooperazione Onlu