La loro morale e la
nostra
Marco Revelli Dal Manifesto del 26/06/2010
Quella di Pomigliano è stata davvero una grande lezione. Una lezione politica, sociale, e anche – lo
so che il termine oggi appare desueto, e lo si
pronuncia con un certo pudore come con le parole sconvenienti – morale.
L’accordo imposto dalla Fiat era,
in modo fin troppo esplicito, una proposta indecente. I suoi contenuti
prefiguravano una condizione di lavoro servile, nel senso tecnico del termine, pre-moderna, comunque estranea
alla stessa «modernità industriale» e incompatibile con il nostro quadro
costituzionale: un lavoro senza diritti né soggettività, esposto al nudo potere
materiale e discrezionale dell’impresa, in una condizione di
extra-territorialità giuridica che fa della fabbrica un luogo separato
com’erano nel medioevo le pertinenze ecclesiastiche. E tuttavia era
tremendamente difficile dire di no. Difficile per il sindacato, posto di fronte
al dilemma mortale tra rifiutare, riaffermando il proprio ruolo ma rischiando
di perdere il contesto in cui esercitarlo, o subire, e
cancellare così il senso stesso del proprio esistere come sindacato. E ancor più difficile per gli operai, da mesi col salario
falcidiato dalla cassa integrazione e posti di fronte alla prospettiva del
nulla in un’area come quella napoletana già afflitta da un livello di
povertà endemica. Eppure il plebiscito non c’è stato.
E il messaggio che viene da quella fabbrica che in tanti avevano
disprezzato - considerandone i lavoratori come una massa di pezzenti alla
disperazione, pronti a tutto pur di conservare il misero salario, o un’accolita
di lazzaroni turco-napoletani, assenteisti e furbacchioni - è una sintesi di
realismo, d’intelligenza e dignità.
Quel rapporto non previsto da (quasi) tutti, di
Forse non ci siamo interrogati abbastanza su quei 1673 NO. Su
quanto deve essere stato difficile – e drammatico – per ognuno di quegli operai
e operaie, decidere, contro se stessi e, apparentemente, contro tutti. Mettere in gioco le proprie esistenze, il proprio futuro, il
proprio reddito, le proprie famiglie. Uscire dalla
particolarità del proprio calcolo individuale, che avrebbe suggerito l’eterno primum vivere, e porsi da un punto di vista
«generale». Rappresentarsi come comunità di lavoro, in un mondo in cui
tutto sembra disfarsi, ogni aggregato slegarsi, ogni
identità collettiva dissolversi. Senza più rappresentanza politica alle spalle.
Né appartenenza ideologica. Né
cultura condivisa. In fondo che cos’è un articolo della nostra Costituzione di
fronte al rischio di miseria per la propria famiglia? Che vale la difesa del contratto nazionale di fronte alla
minaccia concreta della scomparsa della propria fabbrica e del proprio salario?
E che cosa costa, d’altra parte, un piccolo
compromesso con se stessi? Un minuscolo gesto di sottomissione – il segno su
una scheda - se serve per garantirsi un sia pur stentato futuro di lavoro (e
magari la possibilità di rimettere tutto in discussione, una volta
«passata ‘a nuttata»)? Il nudo calcolo di utilità (individuale) non avrebbe lasciato margini
d’incertezza.
E infatti per la stragrande
maggioranza degli «attori pubblici» – politici, opinion leader, imprenditori e
intrattenitori – quel voto e quel comportamento è risultato del tutto
incomprensibile. Per (quasi) tutti quelli che stanno «in alto» (e anche per
molti che stanno «in mezzo» e persino per qualcuno che dovrebbe esser vicino a
chi sta «sotto») gli operai di Pomigliano sono apparsi
dei pazzi. Pericolosi incoscienti. Nella migliore delle ipotesi degli
irresponsabili verso sé e verso gli altri. Per l’Italia che conta, l’«agire
orientato a valori» – per usare un’espressione weberiana
– sta fuori dal mondo: «Ancora una volta constatiamo che c’è un sindacato e anche una parte dei
lavoratori, che non comprendono le sfide che hanno davanti», ha dichiarato Emma
Marcegaglia. E ha rivelato così l’immenso vuoto morale
che caratterizza il mondo imprenditoriale italiano. L’assoluta incomprensione
dell’importanza del fattore etico in politica e in economia, destinata a
produrre catastrofiche cadute politiche (una borghesia che accetta
un Brancher fatto ministro solo per sfuggire ai giudici è una borghesia
che vale davvero poco). E anche clamorosi errori imprenditoriali, come quello
di chi consiglia o si propone di «lavorare» a Pomigliano solo con gli autori
del «sì» considerandoli più affidabili e non accorgendosi che di un uomo
disposto a difendere la propria dignità a costo di sacrifici, di uno capace di
tenere «la testa alta», ci si può fidare ben di più, dal punto di vista
professionale, che di chi finge di condividere un ricatto (come ha
magistralmente scritto Ermanno Rea).
È questo, lo si vede bene oggi, il grande deficit
culturale dell’imprenditoria contemporanea: questa sottovalutazione del senso
morale nell’agire individuale e soprattutto collettivo, per ridurre tutto
a «calcolo di utilità» personale. Questo disprezzo cinico e sistematico di ciò
che offre un punto di vista condiviso al di là del
puro «utile personale». E che produce, per questo, visione
del bene comune e appartenenza. Rispetto di sé come condizione del
rispetto degli altri (le basi, insomma, di quella
«modernità industriale» che a Pomigliano si vorrebbe cancellare).
Non è fenomeno solo italiano. È la verità del capitalismo
contemporaneo nell’epoca della globalizzazione, ridotto al suo nudo hard
core materiale del conto profitti e perdite. Privo dell’orizzonte valoriale
che aveva animato, in qualche misura, la fase aurorale della borghesia:
di quell’Etica del capitalismo di cui scrisse Max Weber, e che permise ai suoi
protagonisti di aspirare a una qualche egemonia
nell’orizzonte della modernità. Un capitalismo, ormai, risolto senza residui
nella quotidiana struggle for life, senza promesse di emancipazione
e senza virtù per nessuno. Semplice ostentazione di un
rapporto di forza che si misura sul successo effimero e quotidiano e valuta gli
uomini col peso falso delle cose. Un capitalismo da ère du vide di cui la crisi fa emergere la «verità», nei
suoi aut aut tanto assoluti quanto inerti:
nell’imperiosità di quel suo «prendere o lasciare»,
quando ciò che si prende o si lascia è solo la traccia di una nuova servitù… Il
nichilismo compiuto della «società del fare».
È toccato al povero Marchionne, nonostante i suoi
maglioncini casual e le sue scarpe da tennis, la sua aria da nomade
cosmopolitico e il suo linguaggio da liberal
anglosassone, diventare l’emblema di questo capitalismo del crepuscolo, non più
animato dall’etica dell’imprenditore «produttore» (in qualche misura simile
all’«etica del lavoro» del suo antagonista sociale simmetrico,
l’operaio-produttore), ma segnato dal vuoto dell’anima dell’epoca del consumo e dell’ipercompetitività
transnazionale, dove gli uomini e il tempo perdono di spessore, e finiscono per
essere «consumati» essi stessi da un’impresa fattasi fine a se stessa.
Quelli di Pomigliano no. In un paese in cui abbondano «i mezzi uomini e i quaqquaraquà» (per dirla con Sciascia) hanno dimostrato che
esistono ancora degli uomini. Che tra servi e padroni
– tra la moltitudine dei servi che occupa il nostro paese e il castelletto dei
padroni/predoni che lo depreda - ci sono ancora delle «persone». E hanno aperto una breccia simbolica incalcolabile.
Immaginiamo che cosa sarebbe oggi l’Italia se una fabbrica-simbolo come
Pomigliano avesse sancito plebiscitariamente la resa
senza condizione a quella logica servile. Se non ci fosse
stato quel segno di dignità che, coriaceo, resiste. E
parla a tutti.
D’altra parte, non fu proprio Giambattista Vico – da cui
lo stabilimento di Pomigliano, con involontario paradosso, prende
il nome – a celebrare «l’origine della nobiltà vera, che naturalmente nasce dall’esercizio
delle morali virtù; e l’origine del vero eroismo, ch’è domar superbi e
soccorrere a’ pericolanti»…?