«Aiutateci, stiamo morendo». Uomini e donne deportati nel deserto, stipati in conteiner e «picchiati ogni due ore». E’ la sorte dei 300 eritrei “puniti” dalla polizia libica per il tentativo di rivolta del 29 giugno nel “lager” di Misurata. Il Consiglio italiano per i rifugiati lancia un appello al governo italiano e al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: accogliere in Italia quei 300 rifugiati, salvandoli da morte certa. «Secondo testimonianze dirette raccolte questa mattina – scrive il 2 luglio il Cir – i rifugiati sono stati sottoposti a forti maltrattamenti e sono tenuti in estrema scarsità di acqua e di cibo. Alle persone che presentano ferite e gravi condizioni di salute non sono fornite cure mediche».

Secondo la denuncia del Consiglio italiano per i rigugiati,
molti prigionieri sono feriti ed estremamente
debilitati dopo un viaggio nel deserto, rinchiusi in container di metallo per
oltre 12 ore: dall’alba al tramonto del 30 giugno. Il centro di Sebha, dove li hanno trasferiti, si trova nel mezzo del
deserto del Sahara dove attualmente la temperatura
supera i 50 gradi.
Il Cir fa notare che tra le persone ci sono numerosi rifugiati eritrei respinti nel 2009 dalle forze italiane dal
Canale di Sicilia in Libia. Anche in riferimento al trattato di amicizia italo-libico
già la sera del 30 giugno il Cir aveva chiesto
l’intervento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e del ministro
degli Esteri, Franco Frattini, di fronte all’eminente
pericolo di vita di molte persone.
Il dramma si sta ulteriormente aggravando, scrive Umberto De Giovannangeli su “L’Unità”, il quotidiano che per primo ha
dato voce alla denuncia. «Per salvare la vita ai circa
trecento eritrei che si trovano
ora rinchiusi nel centro di detenzione di Sebha, il
governo italiano deve muoversi immediatamente usando tutti i mezzi diplomatici
e tutte le pressioni politiche del caso», afferma il parlamentare Pd Jean Leonard
Touadi, che critica il «silenzio imbarazzante» del
ministro degli esteri Frattini: «Se dovesse
proseguire – aggiunge Touadi – getterebbe un’ombra
pesante sulla credibilità internazionale dell’Italia».
Per Touadi, siamo di fronte a
una «palese violazione del diritto internazionale»: Roma deve «intervenire su
Tripoli» e, di fronte alla «negazione dei diritti umani»,
l’Italia dovrebbe interrogarsi «sull’opportunità degli accordi sui “respingimenti”
con il governo libico». Per salvare la vita ai prigionieri, continua Touadi, il governo italiano «deve muoversi immediatamente,
usando tutti i mezzi diplomatici e tutte le pressioni politiche». Le autorità
diplomatiche della nostra ambasciata a Tripoli sono state informate: la
situazione a Sebha è grave. «Il governo italiano – conclude Touadi – ha solo 48 ore
di tempo per non incorrere nel gravissimo reato di non assistenza a persone in
pericolo e di correità per deportazioni di massa»