LE CONSEGUENZE POLITICHE DELLA SPERANZA
Roberto
Mancini
Premessa
Parlare insieme di politica in un contesto come
quello che ci accomuna qui non puo' voler dire farsi
una rappresentazione pessimista oppure ottimista delle cose; deve piuttosto
essere un modo per rivitalizzare un potenziale di energia
e per imparare insieme a contribuire a processi di liberazione, di risanamento, di
democratizzazione, di umanizzazione. Vi propongo di entrare in questa
prospettiva seguendo lo svolgimento di una riflessione che tocca
questi nuclei tematici: la crisi della mediazione politica, la speranza,
il metodo dell'agire politico e la possibilita' di
una politica di servizio. Tutto ruota attorno alle conseguenze politiche della
speranza vera.
1. La societa'
ridotta a economia
Su come vanno le cose oggi vorrei solo evidenziare quello che, secondo me, e' il nucleo contraddittorio del nostro presente storico. La parte oscura e' sintetizzabile nella riduzione della societa' a economia e dell'economia a capitalismo distruttivo. L'indole distruttiva di questo sistema si coglie inoppugnabilmente gia' dal fatto enorme per cui l'economia attuale potrebbe eliminare la fame e invece la produce.
Tale tendenza sistematica e' a suo modo il culmine della logica di dominio che si e' dispiegata lungo la storia dell'Occidente. Horkheimer e Adorno, nel mostrare il codice genetico e le trasformazioni storiche per cui la societa' occidentale, e poi mondiale, ha organizzato tutto secondo tale logica, osservano: "il dominio sopravvive come fine a se stesso in forma di potere economico" (M. Horkheimer - Th. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo, Torino, Einaudi, 2002, p. 110). Questa traccia va letta nella profondita' di cio' che mostra. Perche' il dominio radicale, il dominio puro, assume nella societa' proprio la forma dell'economia? Anzitutto occorre una precisazione. Quando parlo di economia non intendo solo l'economia puramente materiale, la produzione, la distribuzione, il consumo, la dialettica del capitale e del lavoro. Intendo anche e indissolubilmente una forma globale di vita, una sovracultura mondiale, una civilta', uno sguardo collettivo sulla realta'. Anzi, oggi l'economia e' soprattutto questo e, di conseguenza, e' anche un modo di produzione, di distribuzione, di consumo. Pertanto l'economia attuale e' una forma di religione, di metafisica, di senso totale, di antropologia effettiva (che cioe' tende a realizzare l'immagine di uomo in cui si specchia), di etica, di cultura, di logica. Dunque deve essere chiaro che non sto criticando il predominio dell'economia, instaurato secondo una logica che di solito viene definita economicismo, adottando a mia volta un approccio che, senza avvedermene, sarebbe altrettanto economicista. Questo era l'errore del marxismo meccanicista e determinista.
La mia critica
si volge control'economia fattasi pensiero globale e unico, divenuta spiritualita'
perversa e concreta degli esseri umani, eretta a modello finale di ogni civilta'. Di tutte le sfere di esperienza
dell'essere umano, l'economia e' quella che riguarda la sopravvivenza. Ma la sopravvivenza pura, fine a se stessa, e 'tutt'altro
che naturale. Quando essa, in quanto finalita', viene assolutizzata si
deforma la condizione umana. La vita, nell'anelito che la fa respirare - cioe' la vita umana ma anche la vita delle altre creature e
della natura - non cerca solo la sopravvivenza, tende a
una vita liberata dal male e dalla morte come distruzione finale. Ridurre ogni
cosa a economia significa fabbricare un sistema in cui
la sopravvivenza bruta si sostituisce alla vita e, ancor piu',
a ogni possibilita' di vita vera. Se noi siamo un tessuto
di vite uniche e tutte legate tra loro e tutte tendenti a
una liberazione integrale, allora ridurre la condizione dei viventi alla megamacchina
dell'economia significa isolare ogni filo del tessuto e costringerlo a fare di
tutto per continuare a sussistere in questo stato contronatura
e anticreaturale. La sopravvivenza diventa lo sforzo
di vivere al di sopra degli altri, senza e contro di
loro. Una civilta' della sopravvivenza resta
incompatibile con una societa' della convivenza, dove
"convivere vuol dire sentire e sapere che la nostra vita, seppure nella
sua traiettoria personale, e' aperta a quella di tutti gli altri" (M. Zambrano, Persona e democrazia, Milano, Bruno Mondadori, 2000, p. 14). Dal punto di vista della sua
struttura ontologica, una simile "economia" e' vita separata che
pensa a se stessa, a riprodursi cosi' com'e', senza neppure
pensare piu' alla propria felicita'.
Anzi, questa vita teme sia la morte che la felicita' stessa, perche'
entrambe sono incompatibili con il fine della mera sopravvivenza. La radice dell'eclissi della speranza in una societa'
ridotta a economia sta proprio nella coazione a non credere piu' nella felicita' per
perseguire sempre e comunque la sopravvivenza puramente biologica. Perche' invece gia' solo l'idea
di felicita' evoca l'armonia del tessuto degli unici,
la sua possibile vita nuova comune. La prima frode implicata nell'adattare la
vita all'economia sta nel credere nella scarsita' naturale
e nella conseguente necessita' della lotta di tutti contro
tutti. La sopravvivenza cosi' intesa ha le sue
coordinate appunto nella scarsita' di risorse e di
beni e nella lotta universale. Coordinate ritenute nel
contempo naturali, necessarie, logiche e promotrici di progresso, dunque
benefiche. Percio' l'economia
diviene non solo la scienza della sopravivenza selettiva e mai
universale, perche' infatti e' la sopravvivenza di
pochi a scapito della sopravivenza di molti altri, ma anche la profezia autorealizzantesi della societa'
come giungla mortale. Sotto la frode della scarsita'
che esige la lotta e' all'opera una
dialettica realmente metafisica che e' quella del confronto tra il male e il bene.
Non parlo di un'ideologia del bene, che coinciderebbe con la mia parte o
tradizione, ne' di un'identificazione di comodo del
male, che risulterebbe impersonato da chi e' altro per me, nemico o pericolo
per la mia vita. Parlo invece del male come forza violenta e dinamica
reale di distruzione, e del bene come corrente di condivisione della pace,
della giustizia, del rispetto, della liberta', della
cura, dell'amore nonviolento. Se e' chiaro che il male opera distruggendo, e
che e' in se' distruzione, d'altronde, per cosi'
dire, il male non "vuole" cessare, estinguersi, "vuole"
vivere. Quindi intrattiene con la vita un rapporto
ambiguo e contraddittorio. La vuole distruggere, ma anche la vuole per se'. Deve assestarsi esso stesso e rigenerarsi al livello
della sopravvivenza; deve distruggere la vita e insieme mettere un limite alla
distruzione. In cio' il criterio operativo del male
assomiglia allo schema logico della tortura: offendere, negare, colpire, ma
possibilmente senza giungere alla morte della vittima, o comunque
senza giungervi troppo presto. Il male infatti non e'
una tortura per le creature che lo subiscono e, in altro modo, per gli esseri
che lo servono? E il sistema economico vigente non
tortura forse la vita del mondo naturale e la vita di milioni di persone?
Il male vuole
usurpare il bene, sostituirglisi, ma non puo' e non vuole distruggere totalmente la vita per sempre.
Sarebbe distruggere la vita del male stesso. Lo schema logico e sistemico
dell'operare del male e' lo stesso dell'economia della sopravivenza selettiva.
Ecco perche' la forma sociale e storica piu' pura di dominio, quella piu'
"adeguata" a esprimere e perpetuare il male,
e' l'economia impazzita, l'economia della sopravvivenza selettiva e della
distruzione prevalente. Il male ha un interesse costante alla disuguaglianza,
alla divisione, al privilegio e alla discriminazione, tutti frutti velenosi che
l'economia attuale produce sempre di nuovo. E' vero che il male puo' avere
mille forme e rivelarsi ubiquo: essendo una perversione
delle relazioni (con se', con gli altri, con Dio, con
la natura, con la realta' e con la verita'), esso sfugge a ogni localizzazione e identificazione
determinata. Percio' non sto identificando il male
con l'economia, dato che l'economia puo' e deve essere al servizio della vita e dell'umanita', e nemmeno con il capitalismo, che e' invece solo
una forma storica del male stesso. Ogni identificazione di questo tipo e' un cortocircuito
e sfocia nell'ideologia, il che concede al male il vantaggio di prenderti alle
spalle perche' tu lo stai ravvisando solo in cio' che critichi, mentre esso probabilmente e' gia' altrove e gia' dentro di te.
E' la lezione di Hegel nella sua critica della
coscienza giudicante (cfr. G. W.
F. Hegel, Fenomenologia
dello spirito, Torino, Einaudi, 2008, pp. 418-444). Sto
dicendo una cosa un po' diversa, cioe' che il male e l'economia della
sopravvivenza selettiva sono omeomorfici e omologhi,
hanno una forma e una logica che si corrispondono. Quindi piu'
della politica o della morale, dell'arte o della religione, del diritto o della
scienza, l'economia impazzita si presta al gioco del male, visto
che l'economia e' per vocazione la sfera d'esperienza piu' direttamente impegnata con la sopravvivenza, la prospettiva
piu' esposta (insieme a ogni naturalismo metafisico)
a cadere nell'errore di risolvere la vita entro la dialettica di scarsita', sopravvivenza e lotta. In sintesi: l'economia
della globalizzazione non e'
il male, e' l'organo oggi piu' sistematico
dell'operare del male nella societa'.
2. Ripensare la mediazione della politica
In una societa' "dove ormai non solo la politica e' un
business, ma il business e' tutta la politica"
(M. Horkheimer - Th. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo, cit., p. 187) il rischio dell'impotenza e dell'inaridimento e'
molto forte. Sia per il funzionamento democratico delle istituzioni, sia in
particolare per tutti coloro che vorrebbero un cambiamento
vero. Oggi abbiamo bisogno di una deglobalizzazione
liberatrice, in parte come ci fu, a meta' del secolo
scorso, una decolonizzazione. Ma naturalmente
senza le ambiguita' e le involuzioni neocolonialiste
di quel
processo in Africa e in Asia. Per capire il rapporto tra le possibilita' del cambiamento della storia, quelle del
cambiamento della politica in quanto tale e gli
eventuali risultati di quella medesima prassi politica che dovrebbe nel
contempo appunto mutare se stessa e trasformare la societa',
occorre analizzare, tra gli altri, anche il problema della mediazione. Chiunque
abbia imparato qualcosa da Hegel e, soprattutto, in
modo con lui ormai pienamente adeguato e demistificato, da Gandhi sa che la forza dirimente e decisiva nella storia non e'
data nell'origine o nella meta, e' data nella mediazione. La mediazione
non e' solo un mezzo, un processo neutro, uno strumento ambiguo, e' la
forza decisiva, qualitativa, orientativa della realta'.
Anche se, come dovro' precisare piu' avanti, questo non dice affatto che sia il soggetto della
storia. La crisi della politica, in questo senso, deriva dal fatto che
oggi e' l'economia la forza mediatrice per eccellenza e la politica puo' svolgere
sottomediazioni o movimenti reattivi e di corto respiro. Se e' cosi' ne' il diritto, ne' la
scuola e il sistema educativo, ne' l'opinione pubblica e il sistema informativo
e neppure le culture religiose in quanto mondi vitali e rappresentazioni della
vita riescono a sfuggire a questa morsa. Il controsenso di questa condizione e'
stato reso efficacemente, una volta, da George Orwell
in questo riadattamento ironico e realistico dell'inno di Paolo alla carita' (1 Cor, 13, 7): "tutto
copre, il denaro, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta" (G. Orwell, Fiorira' l'aspidistra,
Milano, Mondadori, 1960, p. 7). E' il mediatore per
eccellenza. Un recupero di forza mediatrice da parte della politica sarebbe indispensabile
anche per liberare queste sfere di esperienza sociale
e queste correnti della cultura della societa' dal
predominio di un'economia impazzita. Per questa precisa finalita'
sistemica, oltre che per ragioni piu' determinate e legate alle situazioni concrete, e' urgente
tornare ad agire politicamente o, per molti, iniziare a farlo. Tuttavia il
problema non si risolve passando dall'economicismo al politicismo,
enfatizzando il significato dei fatti politici o partitici
in se stessi. Perche' la politica puo' essere e in parte e' si' la forza di mediazione che tesse la convivenza. Ma se
non si ha cura della qualita' di questa forza, della natura
e dell'energia specifica della mediazione politica, se essa e' pervasa a sua
volta di energie oscure (paura, egoismo,
indifferenza), allora la politica non assicura la buona mediazione e anzi
aggrava le tendenze distruttive dell'economia impazzita. Oggi sulla scena
mondiale si aggirano mostri etici e politici: Stati Uniti, Russia, Cina, Iran sono paesi in vario modo totalitari, aggressivi, per nulla
incapaci di essere distruttivi. Ci sono stati tragicamente ambigui,
come Israele, e stati di recente democratizzazione, che vacillano sotto
i colpi del ritorno della violenza, come il Sud Africa. Abbiamo poi molte democrazie
indebolite, svuotate e inclini a degenerare in oligarchie, come l'Italia.
Persistono solo poche isole di democrazia evolutiva, ossia di democrazia che
tende a inverarsi, ad
approfondirsi. La stessa Unione Europea, il cui spazio
di democrazia e' a rischio di erosione e di alterazione, potra'
consolidarsi nella sua fisionomia originale non certo rincorrendo tendenze e
pratiche dei mostri politici, non con il cinismo e lo spirito mercantile, ma radicalizzando ed estendendo la qualita'
democratica della sua forma di convivenza. Per ora la risultante di tale
situazione e' una crisi mondiale della democrazia dei diritti e dei doveri
umani, della giustizia e della pace, dove "crisi" non significa
situazione di stallo ma progressiva restrizione, erosione, frana, mutazione genetica. Questa
crisi si potrebbe descrivere con le stesse parole con cui Habermas
ha descritto una volta la precarieta' delle relazioni
dialogiche e democratiche tra gli esseri umani, le quali "assomigliano a isole minacciate da inondazione nel mare di una prassi,
nel quale non domina affatto il modello della composizione consensuale dei conflitti"
(J. Habermas, Etica del discorso, Bari, Laterza, 1985, p. 117). La politica e' uno strumento al
servizio della convivenza sociale. E' umana appunto se e' una politica di servizio (non di potenza, non di
dominio, non di impero, non di un capo), ma proprio
come strumento non e' neutro; quasi tutti gli strumenti hanno una qualita', un orientamento, sono gravidi del fine cui
tendono. Lo strumento della politica e' ambiguo e ha bisogno di essere affinato
e umanizzato costantemente; se invece assumo la politica cosi' come sembra essere, benche' con le migliori intenzioni, non porto frutti buoni
e anzi rischio di perpetuare gli effetti negativi che volevo superare. Lo
strumento della politica e' di solito lasciato a se stesso perche'
subito l'attenzione viene portata solo sui soggetti e
sugli obiettivi e quindi su quell'inevitabile elemento mediatore che e' il potere non
come energia della cooperazione, secondo l'idea di Hannah
Arendt, ma come potenza pura e semplice. Si afferma cosi' una spirale coattiva per cui
l'elemento mediatore stesso diventa la cosa piu'
importante: la potenza appunto, il potere per il potere. Per giunta, in una
situazione in cui la potenza per eccellenza e' economica, allora la politica
stessa deve asservirsi al gioco capriccioso dell'economia globalizzata.
E una politica asservita non potra'
mai essere una politica di servizio. In questa deformazione logica,
ontologica, antropologica ed etica della politica, in una parola in questo suo
snaturamento, ricorrono alcuni tipici fenomeni
negativi, che finiscono per essere condizioni normali del fare politica.
Uno di essi, l'immaturita', si mostra nel fatto clamorosamente evidente e frequente che non solo i soggetti attivi in politica spesso non sono formati adeguatamente sul piano etico, umano, spirituale, giuridico-costituzionale, ma inoltre prevalgono piu' facilmente soggetti narcisisti, prepotenti, talvolta ai limiti della patologia; anzi, non si tratta propriamente di soggetti autonomi e almeno realmente unici, essi sono piuttosto il crocevia di tendenze sistemiche che trovano in essi qualcuno che le impersona, personaggi piu' che persone (cfr. M. Zambrano, op. cit., pp. 46-48). Basta pensare ai capi politici del nostro tempo, in Italia e all'estero, e si vede che un simile fenomeno si avvicina quasi alla regolarita' di una legge statistica. Un altro effetto tipico dello snaturamento della politica sta nel circolo vizioso di autocentramento e frammentazione. Accade cosi' che si moltiplicano le identita' partitiche o di schieramento e che esse siano sempre piu' autoreferenziali, a volte addirittura identificate in un individuo. Cio' aggrava la frammentazione dello spazio pubblico e delle soggettivita' politiche, senza che aumenti invece l'attenzione riservata ai processi storici, alle dinamiche concrete di cambiamento e anche al metodo dell'agire. "Nella crisi - ha scritto Maria Zambrano - non c'e' cammino, o non lo si vede" (ibid., p. 27). Di qui l'impressione di cambiamenti vorticosi alla superficie, ma l'immobilita', quasi l'atemporalita' rispetto alla dinamica del cambiamento reale e profondo in meglio. Di qui anche la lacerazione e la frammentazione nel modo in cui una collettivita' pensa a se stessa: la crisi e' infatti il luogo in cui si raggiunge il punto piu' forte di divergenza tra la maggioranza e le minoranze e dove s'instaura il disaccordo delle minoranze tra di loro (cfr. ibid., p. 23).
In questa
complessiva crisi della politica si inserisce anche
una sorta di volontarismo delle rappresentazioni,
per cui ognuno s'immagina a piacimento analisi, scenari futuri, obiettivi,
tattiche, strategie, identita'. All'aumento della componente finzionale del fare
politica non corrisponde affatto un
aumento della capacita' di vedere. Si fanno
rappresentazioni delle cose proprio perche' non si
vedono ne' la realta', ne'
la situazione degli altri, ne' il luogo storico in cui ci si trova. Percio' non si riesce neppure a
individuare le autentiche priorita' d'azione.
Rappresentazione e visione sono inversamente proporzionali. Tutto cio' esaspera quello che sembra un difetto strutturale
della politica, cioe' che in essa al posto della verita'
conta il potere. Gruppi e organizzazioni che non riconoscono la superiorita' della verita'
rispetto al loro punto di vista, interesse immediato o ideologia perdono il senso del limite, assolutizzano
se stessi, non sanno dialogare e diventano violenti. Da ultimo segnalo la sterilita', ossia l'incapacita'
di affrontare le situazioni per cambiarle in meglio, il tradimento della
vocazione trasformativa e, per cosi'
dire, sollevativa della politica, quella che porta ad
attivare un'energia di trasformazione e di sollevamento delle pesanti
conseguenze dell'incuria, dell'indifferenza, dell'iniquita', della violenza. La politica, in questo modo, non
alleggerisce le condizioni di vita delle persone e dei popoli, anzi spesso le
appesantisce. Pertanto, anziche' generare dinamiche di restituzione dei diritti, di assunzione dei doveri,
di riscatto degli esclusi e di liberazione dei dominati, mantiene e
aggrava l'iniquita'. Proprio analizzando cause e
natura di questi fenomeni si capisce che la politica non guarisce da sola.
Credo che la crisi della politica sia superabile effettivamente se la sua forza
mediatrice e' sostenuta, trasformata e resa feconda da un'altra forza. Questa
forza e' l'amore, un amore che ha imparato a farsi nonviolento, fecondo,
diffusivo e che tende a tradursi su scala collettiva, senza restare confinato
ai rapporti interpersonali di coppia o di amicizia ristretta. Lo si puo' chiamare amore politico, senza enfasi e anzi nella
consapevolezza che e' una forza relativamente
rara, che prende corpo attraverso processi delicati e risvegli tutt'altro che diffusi. Esso richiede coraggio, generosita', costanza, fiducia, speranza, intelligenza.
Insomma condensa tutte le virtu'
dell'amore vero. La conferma piu' chiara di questa sua autenticita'
viene dal dato per cui l'amore politico nonviolento vede le persone, nessuna
esclusa, e sempre va verso di esse. Mentre ogni altra
forza mediatrice (al massimo grado il denaro) tende ad assolutizzarsi,
cioe' a farsi soggetto sovrano e unico della realta', l'amore vero non e' mai fine a se stesso, e'
sempre per altri, per gli unici e per la loro comunione infinitamente ospitale;
serve, non domina. L'amore non e' per l'amore, e' per
qualcuno. Questa rimane la grande differenza tra la
concezione hegeliana della mediazione, dove lo Spirito e' per se stesso, e la
visione di Gandhi o, anche, della Scrittura biblica. Tale differenza e'
riassunta in un lampo di intelligenza da Aldo Capitini,
quando proprio per superare Hegel egli scrive che
bisogna passare "dal Tutto ai Tutti" (A. Capitini, La realta' di tutti, in Scritti filosofici e religiosi, Perugia, Protagon edizioni, 1994,
p. 184).
E 'l'alternativa tra totalitarismo e democrazia effettiva, tra astrazione e visione reale. Piu' si coglie la bonta' dell'amore vero e piu' sembra impossibile da vivere. Eppure l'amore politico nonviolento non e' impossibile; infatti e' storicamente apparso in non poche circostanze a qualsiasi latitudine e inogni congiuntura politica, anche la piu' tragica. Esso matura e opera quando si sente e si comprende che ogni cosa belle e felice della vita non possiamo ritagliarla e custodirla in un piccolo spazio privato, quasi fosse un privilegio, ma dobbiamo condividerla, perche' essa non vive senza giustizia, senza liberta', senza partecipare a una comunita' "bene ordinata" direbbe John Rawls (si veda di lui in particolare il testo Giustizia come equita'. Una riformulazione, Milano, Feltrinelli, 2002, dove Rawls non esita ad approfondire la consapevolezza del rapporto con il bene nella vita politica).
Ora non faro' un inventario, non dico delle esperienze storiche
dell'amore politico (che puo' ssere
anche quello dei nazionalisti e dei fanatici ed e' comunque un amore distorto),
ma piu' recisamente
dell'amore politico nonviolento (che e' invece l'amore guarito e illuminato);
mi interessa rilevare piuttosto come cio' che attesta
la possibilita' effettiva di questo amore sia l'accessibilita' graduale dell'agire secondo la sua forza specifica.
Faccio alcuni esempi quotidiani in ordine di crescente coinvolgimento: non
limitarsi a vedere il proprio interesse privato,
informarsi con cura circa i fatti politici, orientarsi criticamente per votare,
ascoltare gli oppressi, prendere la parola per denunciare le iniquita', promuovere un pensiero dialogico e democratico,
partecipare alla vita collettiva del quartiere, della scuola, del comune, della
regione,
rendersi disponibili a fare del proprio meglio in cariche elettive e in ruoli
di pubblica responsabilita', agire per portare
giustizia, tutelare i diritti degli altri assunti come un proprio dovere,
associarsi con altre persone e altri gruppi e in ogni caso accettare di
rischiare qualcosa delle proprie sicurezze o acquisizioni private per fare
tutto questo. Si tratta di forme e gradi diversi di coinvolgimento che molti
hanno sperimentato come modalita' quotidiane della
loro esistenza, non sono eroismi irraggiungibili. A questo punto ciascuno puo' scorgere, forse, la
parte luminosa del nucleo contraddittorio del nostro presente, di cui
all'inizio del discorso dicevo appunto che e' una tensione tra tendenze
alternative. Questo versante positivo e' quello di
quanti non solo resistono alla logica di dominio prevalente nella societa' globalizzata, ma sanno
anche costruire situazioni e avviare processi alternativi: per far nascere
un'economia di servizio e una politica di servizio, per una scuola che educhi
le persone, per situazioni interetniche di pace, per una scienza che serva a
partecipare alla vita del mondo, non a distruggerla. Sono persone e minoranze
creative di cui non conta che non abbiano tutta la
potenza necessaria a "vincere", conta che siamo mosse dall'amore
vero. Ora, per passare dalla lettura sintetica del nocciolo del nostro presente
storico all'individuazione del percorso per la svolta, dalla diagnosi della
crisi al riconoscimento del punto d'accesso della via dell'esodo, e' necessario
attingere anzitutto a una forza specifica dell'amore
vero.
3. Il ritorno della speranza
L'amore vero infatti e' composto di tante correnti qualitative e oggi
una di esse e' decisiva per la svolta che desideriamo. Questa corrente, questa forza
luminosa e' la speranza. E' la forma di passione, di risveglio, di intelligenza e, in radice, di risposta che permette di
uscire dall'incubo
della vita mortificata. Oggi siamo sgomenti di fronte alla degenerazione della
politica, ai disastri dell'economia e ai trionfi della violenza. Ma se ci
chiediamo, ricordando le situazioni in cui si sono date primavere culturali,
politiche e storiche, quali erano allora la luce e l'energia che le hanno suscitate, troviamo che luce ed energia erano date
dalla speranza. Si puo' pensare ad
esempio alla svolta della nonviolenza con Gandhi dal 1906 in poi, alla svolta
di meta' Novecento con la nascita delle nuove
democrazie costituzionali e dell'Onu, con l'esperimento dello stato sociale di
diritto, con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, con i trattati e le
convenzioni che essa ha ispirato negli anni seguenti. Penso poi ai
processi di decolonizzazione in Africa e in Asia, alla primavera del Concilio
Vaticano II nella Chiesa cattolica e alla primavera mondiale del 1968, alle
lotte sindacali e dei lavoratori, all'azione del movimento delle donne, alla
lotta della popolazione nera negli Stati Uniti, alla parte trasformatrice e nonviolenta
degli anni Settanta, con la fine dei manicomi o l'impegno per una scuola
educativa e democratica, alla fine dell'apartheid in Sud Africa, ai movimenti
politici nonviolenti in America Latina dal Brasile al
Paraguay, ai gruppi per la difesa della natura, al movimento mondiale
contro la globalizzazione, alla lotta contro le mafie. Tutte queste esperienze
storiche di risveglio, di esodo, di espressione di una
politica di servizio erano ispirate e sospinte dal vento di una speranza speciale,
unica, eppure risorgente nel corso dei secoli con la stessa natura. Non si tratta della speranza di una parte dell'umanita' per se
stessa, non e' la brama di vincere su qualcuno. Quelle esperienze che ho
ricordato sono state emersioni dell'unita' della speranza umana, la speranza riunita
dell'umanita'. Questo tipo di speranza, l'unica
intera e universale, crede e vuole la liberazione dal male, dall'infelicita' e dalla morte, la trasfigurazione della vita in
un'armonia per noi ancora sconosciuta. Si tratta di una
speranza per tutti, nella cui visione si riconosce che il bene degli uni
non e' compatibile con il male degli altri, perche' la
realizzazione del sogno della speranza e' un bene condiviso sino a comprendere
l'umanita' intera e il mondo vivente. E' una speranza
per la
terra e per la storia. Solo questa speranza dischiude
lo spazio della laicita' positiva, che consiste
nell'assunzione della creaturalita' dei viventi,
nella corresponsabilita' per il bene comune,
nell'imparare a stare nel tessuto della vita del mondo senza rovinarlo. Oltre
le angustie della laicita' negativa e contrappositiva - per cui
"laico" vuol dire colui che non e' cattolico o non e' religioso nella
societa', e colui che non e' sacerdote o comunque non
consacrato alla vita religiosa nella chiesa -, la laicita'
positiva da' alle culture, alle tradizioni, alle prospettive politiche uno
spazio cosi' ampio da permettere la loro convivenza e
cosi' vincolante da esigere il loro impegno leale per
il bene di tutti. Quando invece la speranza si eclissa, le culture decadono a mentalita' sclerotiche, le visioni a fanatismi e
rappresentazioni arbitrarie, la politica s'inaridisce, i processi educativi a
schemi di addestramento che mortificano la novita' incarnata da ogni bambina, bambino o giovane, la
vita si ritrova privata di ogni bellezza. Ma se e'
vero che stagioni, eventi, rivelazioni e frutti della speranza riunita ci sono
stati, oggi si tratta di favorire e anzitutto di desiderare il ritorno della
speranza. Un desiderio simile non e' un auspicio, e' gia'
una concentrazione interiore, un raccoglimento, una nuova lucidita'
comune tra quanti si ricordano della felicita' che e'
la vocazione dell'esistenza umana e delle sofferenze di quanti sono tenuti a forza lontani da quella felicita'.
Desiderare un futuro vero e' desiderare in primo luogo di sperare e riuscire a
diventare piccole fonti di speranza per altri. Questa conversione interiore ed
esistenziale non ha nulla a che fare con la fortuna, l'immunita'
al patire, le rappresentazioni astratte. Devo essere chiaro su questo punto:
augurarsi un cambiamento della situazione economica, sociale, politica e
storica attuale e' ben altro che attendere la rivincita, rimpiangere qualche
stagione passata o ergersi a giudici degli altri. Volere davvero il cambiamento
significa anzitutto esporsi al proprio cambiamento, accettare di fare un
viaggio, approfondire la propria umanizzazione affinche' l'agire sia davvero un servizio per il bene
comune. Trovo una grande saggezza nella scelta di
muoversi, mentre ci si trova nell'impotenza, verso una maggiore integrita' anziche' verso la
conquista di strumenti di potenza. Quando Gandhi
subiva una sconfitta, non cercava un modo per garantirsi maggiore potenza per
poi rivalersi alla prossima occasione. Faceva un digiuno. Cercava cioe' di trasformare il proprio errore, di portarsi sino a un grado piu' alto di integrita', a uno stadio piu'
profondo della realta', li'
dove fosse possibile attingere alla mite forza del vero cambiamento. Era una
costante conversione, conversione per la fecondita',
non per la perfezione individuale. Tale atteggiamento non va confuso con il
narcisismo morale di chi pensa alla propria purezza. Se giustamente l'azione politica e storica non e' tanto per se stessi, quanto
per il riscatto dei dominati, tale impegno viene comunque riconfermato da chi
sente il bisogno di risanare se' e il proprio modo di
agire, come ha dimostrato la storia di Gandhi. La coscienza di chi agisce con
questa responsabilita' si
rende conto del fatto che non e' seguendo la scorciatoia eventualmente offerta
da mezzi di potenza a consentire davvero quel riscatto. Esso potra' essere preparato solo da persone consapevoli,
disposte a purificare il proprio modo di essere,
umili, consapevoli del limite della propria soggettivita'
e anche dei propri progetti. Questo e' l'ineludibile passaggio personale e, in
altra maniera, collettivo che attende chi si interroga
seriamente sulle sorti della politica, del paese e del mondo. Il cammino di
maturazione della capacita' di
sperare e' indicato, a mio avviso, dalla traccia lasciata da san Paolo nella
Lettera ai Romani. Qui egli offre una chiave che va al cuore del nostro presente.
Scrive Paolo che "la sofferenza genera la pazienza, la pazienza
l'esperienza e l'esperienza la speranza" (Rm
5, 3-4). Io leggo questa sorprendente sequenza generativa come un viaggio di
trasformazione della persona, ma si potrebbe anche
dire di comunita' e di popoli interi. E' necessario
dapprima sentire il carico di sofferenza che grava sul tessuto della vita del
mondo, sentire quanto sia insopportabile la violazione dei diritti degli altri,
come fosse una ferita nostra, intima. Anziche'
identificarci con i persecutori, anziche' difendere la
nostra normalita' che si erige gravando sulla fatica,
sulla mortificazione, sull'esclusione di molti altri, iniziamo
a renderci conto della sofferenza dei perseguitati, cominciamo a conoscerli di
persona, ad ascoltarli, a stabilire relazioni quotidiane con loro. La
sofferenza viene sperimentata a causa dei colpi del
male, ma essa di per se' non e' l'antidoto. Paolo nel
testo non si riferisce pero' alla sofferenza come se di per se' fosse dotata di virtu' generatrici, ne' si mette a parlare di sacrificio.
Egli parla della sofferenza di chi si e'
aperto all'amore di Dio ("noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro
Gesu' Cristo"
Rm 5, 1). Quindi le forze in
campo sono tre, diverse l'una dall'altra. La forza del male, quella della
sofferenza e quella dell'amore. L'essenziale e' portarsi nella corrente
d'azione di quest'ultima
forza. E' allora che nella sofferenza l'amore risponde generando pazienza. E la
pazienza non e' mera sopportazione, ne' tanto meno
rassegnazione. E' la perseveranza in quanto capacita' di "portare" nel senso di resistere, di
fare fronte, di sostenere, di andare avanti e oltre senza farsi sommergere.
"Portare" la sofferenza dunque, da un lato, e' la vera alternativa all'ignorarla,
eluderla, scaricarla sugli altri o addirittura produrla, moltiplicarla,
esportarla; dall'altro lato, questo "portare" non vuol dire subire,
al contrario vuol dire sollevare e attraversare. Pazienza e passione sono i nomi appropriati per dire cio'
che, in un'ottica distorta e pericolosa, evoca la parola
"sacrificio". La pazienza e' il farsi carico della sofferenza, anche
della sofferenza di altri, per superarla, per non cedere ne' a
essa ne' al male. E la passione, che qui accosto alla
pazienza, e' nel contempo sia il patire con questo coraggio del farsi carico
senza fuggire, sia l'appassionamento amorevole che
non smette di cercare il superamento della sofferenza stessa e del male in
direzione della felicita' di tutti. Dice poi Paolo
che la pazienza genera l'esperienza ("dokime'"),
parola tradotta spesso con "virtu'
provata", ossia una forza che resiste, collaudata, comprovata, consolidata
nella conferma e capace di fedelta'. E' evidente che
qui non viene evocata un'ostinazione cieca. Non si
tratta di ripetere quello che si e' sperimentato in passato, ne'
di fare della propria esperienza un modello conclusivo e insuperabile. Infatti l'esperienza non si risolve in se stessa, genera la
speranza. Qui viene indicato qualcosa di diverso
dall'idea che l'esperienza inventi la speranza, la produca da se' e arbitrariamente. La speranza umana, infatti, e'
sempre anzitutto la risposta a un appello, a una
promessa, a una vocazione, a un bene, a qualcuno il cui amore suscita appunto,
come corrispondenza, la speranza. Questo
tratto essenziale, che si colloca nel cuore della ricerca metafisica, e'
fondamentale al tempo stesso anche per la riflessione sull'agire politico e per
il tipo di consapevolezza che lo guida. A riguardo non basta dire che ognuno
deve verificare con se stesso le ragioni ultime del suo sperare. Questo e'
vero, ma non costituisce un'indicazione risolutiva; se tutto si risolvesse in una opzione individuale, l'esito sarebbe quello, oggi
diffuso,
della mera privatizzazione delle questioni ultime, come se riguardassero semplicemente
l'individuo isolato. Il dibattito culturale in Italia, ad esempio, non e'
riuscito a superare la falsa alternativa tra l'integrismo e l'uso politico-partitico della fede da un
lato, e la privatizzazione del senso della vita e della speranza, in nome della
laicita', dall'altro. Tale strettoia tra integrismo e laicita' minimale ha
intanto permesso un rapporto equivoco tra fede religiosa e politica, per cui e' facilissimo dichiararsi paladini della fede,
basta far propria qualche parola d'ordine cara alle
autorita' religiose. Inoltre questa
autentica strozzatura culturale ha lasciato senza respiro e senza
visione, in particolare, sia le tradizioni della sinistra, sia l'azione
politica dei cristiani. Questi ultimi hanno guadagnato un pluralismo ambiguo e,
in fin dei conti, apparente, pagando tutti il prezzo
dell'equivocita', e poi pagando, alcuni, il prezzo
della complicita' con i dominatori e, altri, il
prezzo della sterilita' politica. Quindi si tratta si' di rinunciare alla pretesa che la propria configurazione
del senso e della speranza sia vincolante per tutti, ma anche di non ridursi a considerarla politicamente e
storicamente nulla in quanto privata; occorre invece
assumere la propria prospettiva di speranza nell'unita' della speranza umana.
La sua inappropriabilita', dato che
sperare e' rispondere a un bene piu' grande di noi,
si traduce sul piano politico in una costante consapevolezza dei limiti del
proprio progetto e in una disponibilita' a non assolutizzare analisi, mezzi, finalita'.
La speranza non e' un progetto e la sua meta non e' ne' disegnabile
ne' realizzabile semplicemente per opera del nostro pensiero e della nostra azione.
Il compimento della speranza si puo' e si deve
preparare, ma non e' la mera applicazione di un disegno che abbiamo gia' tracciato. La coscienza di questo limite salvaguarda
la capacita' autocritica di ogni
soggettivita' politica e le permette di agire come
uno strumento di servizio e non nello spirito totalitario dell'identita' conclusa ed escludente. Per la sua natura
universale, solidale, ospitale e per l'impossibilita'
di chiuderla in un orizzonte personale privato o in una identita'
collettiva esclusiva, si comprende che la speranza e' un movimento della responsabilita'. Quando Paolo dice che l'esperienza genera
la speranza mostra non gia' la sua scaturigine prima,
bensi' come
sorga in noi la capacita' di sperare, la forza di
rispondere sperando a cio', anzi a chi ci chiama alla
speranza. Il senso da cogliere qui, percio', non e'
quello che invita a darsi una speranza per tirare avanti, non e' un invito all'ottimismo.
Il senso sta invece nel comprendere che solo chi nel patire giunge alla
pazienza e si forma cosi' la sua esperienza, matura
in se' la forza della vera speranza. Si puo' esplicitare anche, a riguardo,
che chi spera in questo modo, lasciandosi trasformare da questi passaggi,
diventa una fonte di alimentazione della speranza per altri. La riprova che la
speranza cosi' maturata non e' un'invenzione soggettiva e arbitraria, ma
sorge in risposta all'attrazione di un bene cosi'
universale da riguardare la vita del mondo, sta nel fatto che tale speranza
riguarda ciascuno e tutti, non e' per qualcuno contro qualcun altro perche' questo vorrebbe dire volere e produrre nuova
sofferenza da infliggere a degli altri che, oltre ogni identificazione
distorcente, vanno riconosciuti come fratelli e sorelle. Ebbene, e'
precisamente questa speranza a permettere le primavere della storia, a illuminare e a suscitare forme di convivenza e di giustizia
prima ritenute impossibili. E infatti se la sofferenza
portata con amore, se la pazienza, se l'esperienza sono tutte forze capaci di
generare, quanto piu' la speranza sapra'
generare una realta' liberata. La speranza sa
risvegliare all'impegno politico, permette di vedere un orizzonte di bene per cui vale la pena mettersi in cammino. Puo' allora generare un metodo dell'azione storica, come
pure uno spirito di convergenza operativa e feconda, un agire di concerto che
non si lascia distrarre o paralizzare dai narcisismi, dai settarismi, dal culto
dell'identita', dal sentimento di impotenza.
La speranza non solo consente di superare la paura e
l'indifferenza, ma vissuta e interpretata onestamente sa ispirare un agire storico
che non incute paura agli altri, che anzi si presenta ospitale nei confronti di
tutti. Perche' mette finalmente a
nudo la non necessita' della violenza e
dell'ordine del mondo esistente, lasciando intuire che ha senso cercare
qualcosa di meglio e di molto diverso.
Queste conseguenze politiche della speranza possono essere apprezzate proprio
quando si comprende che essa non va mitizzata, ne' ammette
automatismi e comunque non fa da sola. La speranza vera illumina, rende visibile
e credibile il bene latente, cosi' come quello gia' evidente eppure non
visto. Attrae e mette in cammino. Pero' spetta
all'azione metodologicamente sapiente di
svolgere la speranza nelle situazioni date, di coinvolgere molte persone, di
estendere le zone di realta' che gia'
anticipano il bene che essa annuncia. Senza questa azione
la speranza si eclissa, lasciando alcuni nella disperazione e altri nel cinismo
che irride il sogno della realta' liberata.
4. L'urgenza di un metodo per la
politica
La speranza
lascia intravedere un metodo per la politica, nel senso ampio di una direzione
e di un modo di agire grazie ai quali la politica stessa trova una via e una
misura; a sua volta l'assunzione di un vero metodo d'azione svolge la speranza,
permette all'umanita' di sperimentare un bene che corrisponde
alla sua dignita' per lo piu' misconosciuta. Ma con quali tratti si delinea, in questa prospettiva, un metodo per la politica,
anzi per una politica di servizio alla societa' e
all'armonia tra umanita' e mondo naturale? Di solito
tale questione riceve scarsa attenzione da chi fa politica nei partiti e nelle
istituzioni, mentre sono considerati molto piu' rilevanti i soggetti, gli schieramenti, i
numeri che esprimono i rapporti di forza e, nel migliore dei casi, le leggi
elettorali e gli interventi di ingegneria istituzionale. Se
tutti accettano implicitamente che la politica sia ricerca e conquista del
potere, va da se' che si adottera'
qualsiasi metodo sia funzionale a questo scopo. E' ovvio che per chi intende la politica secondo questa mentalita'
ad esempio personaggi come Andreotti, Berlusconi o Bossi
sono autentici "animali politici" che brillano per astuzia, abilita' strategica e capacita'
di ottenere risultati. La guarigione della politica passa necessariamente per una nuova attenzione al
metodo e in effetti per la disponibilita'
a seguirlo ed eventualmente a svilupparlo. Nella logica di potenza il
cosiddetto uomo politico, almeno tendenzialmente, finche'
puo' non deve sottostare a limiti: di potere accumulato,
perche' non avrebbe senso limitarlo e condividerlo
oppure vincolarlo all'uso di mezzi pacifici e democratici; di tempo, perche' deve riproporsi al comando
e durare il piu' possibile; di criteri morali, perche' questo gli legherebbe le mani; di verita', perche' essa toglierebbe
giustificazione al suo potere; di giudizio critico, ad esempio dalla libera opinione
pubblica o dalla magistratura, perche' esso farebbe
rischiare una crisi di credibilita' e di consenso,
oltre che una drastica riduzione della liberta' di
manovra. Se accetta un limite lo fa o per compromesso
tattico e strumentale, o perche' non puo' fare diversamente. I soggetti politici collettivi,
come governi o partiti, si muovono secondo la stessa allergia al limite. Nella prospettiva di una
politica di servizio, invece, ogni soggetto, singolo, collettivo o
istituzionale, accetta di buon grado dei limiti: nel potere, in quanto viene
condiviso e non concentrato, anzi, esso viene vincolato al limite che separa fecondita' e distruttivita'; nel
tempo, perche' nessuno deve assumere come un fine in se' la perpetuazione della propria identita'
politica; nel rapporto con l'etica e con la verita', poiche' i soggetti della politica di servizio sanno che e'
la politica come tale a non dover essere assolutizzata
e a mancare della legittimita' per darsi i suoi
criteri fondanti da sola; nel rapporto con il giudizio dell'opinione pubblica e
nell'esposizione ai giudizi di competenza della magistratura, perche' il potere non degenera se viene bilanciato e controllato
da piu' istanze. Il processo concreto in cui prende
corpo questa svolta dalla politica di potenza alla politica di servizio e' quello che prende avvio con l'assunzione leale
di un metodo da parte di una molteplicita' di
individui che si associano come movimento, gruppo, partito, sindacato, comunita', associazione. Una scelta simile pone le condizioni
per giungere al superamento della confusione, della mancanza di continuita' e della dispersione che spesso gravano tuttora
anche sulle forme migliori di impegno politico. Il
metodo indica e apre una via, dischiudendo un orizzonte rispetto al quale puo' essere armonizzato il rapporto tra i fini e i mezzi,
tra i valori di cui ci si prende cura e il tipo di energia
che si impiega, tra i criteri di fondo e le strategie. Si riesce allora ad
acquisire maggiore concretezza e capacita' di armonia nell'agire. Inoltre, l'assunzione del metodo da' l'opportunita' di superare l'arbitrarieta' delle opzioni, delle tattiche, dei narcisismi
individuali. Non solo e non tanto perche' un metodo
politico fornisce delle regole d'azione, uno stile, un'eleganza del comportamento
collettivo, ma anche e soprattutto perche' il metodo,
se viene seguito con saggezza e senso del limite, pone
i soggetti politici nella condizione di riconoscere con fedelta'
e di servire quell'orizzonte massimo che coincide con
l'unita' della speranza umana e che da' alla politica come tale la sua misura. Chi si orienta verso un orizzonte di questo respiro non puo' non assumere un metodo per la sua azione.
Si presenta qui un rischio ineludibile del rapporto tra metodo e politica, quello
del dogmatismo metodologico. Cio' che sto chiamando
"metodo" non dovra' infatti essere inteso come un nucleo rigido di regole e
procedure. Eppure tale tendenza involutiva rappresentera' quasi certamente una
tentazione persistente. Per molti il Metodo potrebbe finire per diventare una
specie di dogma. Proprio per questo e' necessario maturare e condividere la
consapevolezza del fatto che un metodo non e' una casa, e' una strada al cui
sviluppo possono concorrere tutti quelli che sono disposti a fare questo cammino,
e' come un fiume che ha molte correnti. Un frutto ulteriore
ed essenziale della cura per il metodo della politica diventa percepibile
quando si precisa che qui non si tratta di un metodo qualunque, bensi' del metodo piu' adeguato a
una politica di servizio e
ispirata all'unita' della speranza umana. Ne deriva che, in tal caso, "metodo"
non significa solo un quadro di criteri e di regole e neppure soltanto una via;
la parola "metodo" raccoglie anche i significati di conversione, riorientamento, guarigione. Cioe'
si tratta di una via lungo la quale avanzare ed essere trasformati diventano tutt'uno. Il punto
cruciale e' che la fedelta' alla scelta del metodo,
che e' poi fedelta' al suo orizzonte, offre ai
singoli e anche ai soggetti collettivi un ntidoto alla tentazione
permanente di ricadere nella logica di potenza. L'insieme di queste
acquisizioni e' rintracciabile non a caso in quello che secondo me rimane il paradigma del metodo politico nel senso ora
accennato, ossia il metodo della nonviolenza per come ha iniziato a svolgersi nell'esperienza
storica di Mohandas K. Gandhi, di Martin Luther King
e degli altri che hanno avuto il coraggio dell'azione nonviolenta.
Proprio il carattere esemplare della via della nonviolenza pone in primo piano
il nodo principale che la concezione qui delineata si trova dinanzi: come,
quanti assumono un metodo nonviolento, possono affrontare il contrasto con
quelli che per metodo hanno la semplice ricerca della potenza in qualunque
modo? A che serve un metodo che resta senza potere e senza efficacia? Non
naufraga tutto nell'eterna contraddizione, per dirla in termini cristiani, tra
croce e storia?
E'
indispensabile giungere alla chiara consapevolezza del dato strutturale per cui il contrasto tra politica di potenza e di dominio,
da una parte, e politica nonviolenta di servizio, dall'altra, puo' essere affrontato positivamente solo se ogni volta si
riesce a produrre un cambiamento di
piano e una riqualificazione del rapporti di forza. E' lo scambio, nel senso ferroviario,
che permette di passare dal confronto tra forze accecate e finalizzate a
sopraffare gli altri al confronto che include anche il riconoscimento
reciproco, il dialogo, la scoperta del bene comune e il servi
zio a esso. E' il passaggio dal conflitto distruttivo al conflitto solidale, dalla
ricerca del dominio alla ricerca della giustizia ospitale verso tutti. Non c'e' potenza che possa sconfiggere la potenza; la politica
della contropotenza e' un'illusione. Solo
l'amore politico nonviolento puo'
riconvertire la potenza in un'energia qualitativa, in consenso informato e capace
di discernimento, in risposta umanizzata ai bisogni
sociali e umani. Per farsi un'idea di questo tipo di scambio, di snodo, di
svolta e' illuminante ricordare ad esempio che, per quanto la cristianita' abbia
sempre di nuovo tentato, sino a oggi, di riportarla allo status dello strumento
per eccellenza della vittoria, la croce di Gesu' e i
suoi frutti sono irriducibili e alternativi alla logica della vittoria che
mortifica i nemici. Il bene comune, la pace, la giustizia vera potranno farsi strada nel mondo non grazie ai mezzi della
potenza, stabilendo il dominio dei buoni su cattivi, bensi'
grazie al moltiplicarsi delle conversioni personali e al diffondersi di un
metodo dialogico di incontro e anche di scontro. Si tratta percio'
di lavorare alle condizioni che permettono l'emergere di persone, di soggetti
collettivi, di istituzioni e di una cultura capaci di
stare nel conflitto solidale, di restare al di qua del confine che separa dalla
distruttivita' il conflitto tra posizioni
esistenziali e sociali differenti, tra diritti che sembrano elidersi a vicenda,
tra tradizioni e progetti diversi. In particolare, promuovere una cultura dei
diritti umani omettendo la cura per le condizioni del conflitto solidale significa
solo alimentare dialettiche tendenzialmente distruttive. L'attraversamento
dell'iniquita' e del male, la liberazione, la
guarigione collettiva sono possibili solo per il farsi
strada della forza mite della verita', di quella verita' che e' l'amore, e per la crescente adesione degli
esseri umani a essa. Non ci sono scorciatoie.
5. La politica di servizio: note per un metodo
Se adesso teniamo conto del contesto odierno, credo che il paradigma della politica che da' corso a questa svolta possa essere specificato in quanto metodo della politica di servizio. Voglio precisare che lo considero come una ripresa e una specificazione del metodo della nonviolenza. La sua descrizione e' irriducibile alla forma di una serie di ricette e consigli pratici. Intendo semmai esplicitare, per dirla con Maria Zambrano, delle "note per un metodo" (cfr. M. Zambrano, Note di un metodo, Napoli, Filema, 2003, p. 30), cioe' delle annotazioni che siano anche un po' delle note musicali per un'armonia possibile e ancora incompiuta, e che comunque a me non e' affatto completamente nota. La fisionomia di questo metodo, a grandi linee, comincia a configurarsi facendo riferimento a tre nuclei: a. la tipologia delle azioni necessarie e feconde; b. il modello orientativo della loro sequenza operativa; c. il quadro degli obiettivi parziali e interconnessi, il cui perseguimento esige la congruita' dell'agire sia dal lato dei mezzi adottati, sia dal lato dell'orizzonte di senso, di valore e di finalita' che ispira l'agire politico.
a. La tipologia delle azioni necessarie e feconde, strutturalmente tipiche della politica di
servizio, deve prevedere un agire restitutivo, un
agire riconduttivo e un agire educativo. L'azione estitutiva e' quella
che provvede alla restitutio in integrum
dei diritti umani nei confronti di quanti ne sono
stati spogliati. Il diritto qui e' concepito, percepito e attuato a partire
dalla condizione dei piu' ppressi per risalire
a quella di tutti. Non si tratta di rovesciare le posizioni tra oppressi e
oppressori, secondo il modello storico delle rivoluzioni armate, ne' di alleviare la condizione degli oppressi mantenendo la
struttura sistemica che produce oppressione, secondo il modello storico dei
riformismi, ne' di fare concessioni e di dare assistenza ai piu'
svantaggiati, secondo il modello delle dottrine sociali paternaliste, ma si tratta
di ricostruire l'universalita' del riconoscimento
delle persone e del godimento dei diritti da parte loro muovendo dalla
situazione di quanti sono stati resi gli ultimi della societa'.
L'azione restitutiva e', da un lato, cosi' radicale da tendere a riplasmare
complessivamente l'assetto della convivenza e, dall'altro, cosi'
pacifica da promuovere non una vendetta sugli oppressori, ma processi di
risanamento e di guarigione del tessuto sociale, della
cultura diffusa e della vita pubblica. L'azione riconduttiva
e' invece quella che cerca di riattribuire effettivamente
i doveri umani, politici, amministrativi a coloro che li hanno elusi. Essa
riporta il potere al dovere e tenta di "costringere" culturalmente e
giuridicamente chi esercita un potere pubblico a farlo secondo giustizia, a uscire dall'indifferenza dall'irresponsabilita'.
La rete e la stratificazione delle cause e dei fattori di un sistema iniquo di convivenza
e' assai complessa e, alle fine, ognuno sembra
legittimato nel poter dire: "non e' colpa mia". Il dominio e, in
radice, il male tendono sempre a farsi impersonali, il
che consente loro di farsi pressoche' inafferrabili, ubiqui, trascendenti. Non per niente spesso nella storia la
reazione in buona fede a questa apparenza automatica
del dominio e' stata quella di superarlo tramite l'identificazione del male con
un nemico preciso, che ha un volto, un luogo e che percio'
puo' essere colpito e sconfitto. La personificazione
del negativo e' una delle piu'
diffuse strategie cognitive e poi politiche di lotta. E' l'inverso del
criterio che vorrebbe la distinzione tra il peccato e il peccatore, come
talvolta si dice nella morale religiosa e come, in chiave trasfigurata e
lucida, punta a fare la politica della nonviolenza. Nel processo di identificazione o di personificazione, nella mentalita' della politica di contropotenza,
cioe' della prassi che combatte un dominio di altri
per sostituirlo con il proprio, per cosi' dire il
peccato e' il peccatore. Tutti i delitti e gli attentati cosiddetti politici si
compiono secondo questo delirio dell'eliminazione di un capro espiatorio. Allora
il punto cruciale per l'azione riconduttiva sta nella
capacita' di uscire sia dallo scenario di un sortilegio
impersonale e immodificabile che domina su tutti (quello che Theodor Adorno chiama "il bando": Dialettica negativa,
Torino, Einaudi, 2004, p. 162), sia dalla
rappresentazione del nemico come causa e personificazione del male, per cui si finisce per credere che distruggendo lui il bene
trionfa ("il nemico va distrutto" scriveva con pessima esemplarita' Antonio Negri a conclusione e sigillo del saggio
Marx oltre Marx, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 197).
L'azione riconduttiva punta invece a sviluppare le
forme di conoscenza critica, di coscientizzazione
etica, di attenzione dell'opinione pubblica e di
pressione politica che spingano chi detiene un potere a modificare il proprio orientamento,
ad accettare limiti impensati e indesiderati, a usare in maniera del tutto
diversa il potere che gestisce - sempre nel caso che sia democraticamente
legittimato a farlo - o anche, in molti casi, a farsi finalmente da parte e
talvolta a sottoporsi al giudizio della magistratura. Preciso che lo spirito
dell'azione riconduttiva non ha a che fare con quella
sorta di ingenua sottomissione che chiede ai potenti
di diventare buoni e
responsabili, come in certe intenzioni di preghiera della liturgia domenicale.
L'azione riconduttiva e' una forma di conflitto, di
pressione e puo' eventualmente portare alla fine del
potere di quei personaggi che fanno del male a un
paese e alla societa'. In ogni caso la portata
dell'azione
riconduttiva dei doveri e'
talmente cruciale che l'azione propriamente restitutiva
dei diritti, risanatrice e reintegratrice non ha modo di dispiegarsi se non si
sta svolgendo con almeno altrettanta efficacia anche l'agire riconduttivo. L'azione
educativa a sua volta e' indispensabile e contestuale
rispetto ai primi due tipi d'azione; non puo' essere
isolata in luoghi e tempi separati. Certo, la famiglia,
la scuola e l'universita' devono svolgere il loro compito
educativo specifico. questo
rimane fondamentale perche' una politica di servizio
ha bisogno vitale di persone vere e proprie, di esseri umani formati, lucidi,
tendenti alla saggezza, critici, creativi e nessuna di queste caratteristiche
sorge se manca la cura educativa della famiglia e della scuola e dell'universita', ognuna per quanto le compete. Ma nel contempo
e' indispensabile che anche i movimenti, i gruppi, le associazioni, le comunita', i partiti, i sindacati coltivino una qualita' educativa del loro modo di essere
e di agire, rendendo possibile alla societa' come
tale l'apprendimento di nuovi modi di convivenza. Alle azioni restitutive e riconduttive
vengono meno i protagonisti se mancano persone educate in tal senso disposte ad
assumere responsabilita' educative. Cio' e' evidente soprattutto se si pensa che i tratti
peculiari di una politica di servizio sono cosi'
ardui che rischiano di diventare irraggiungibili per soggetti singoli e
collettivi che non siano impegnati in un cammino di affinamento,
di conoscenza e di sapienza.
b. Il
modello della sequenza operativa tramite cui i vari tipi di azione si realizzano
e' pensabile ad esempio secondo l'ipotesi seguente, ma puo'
essere concepito e vissuto altrimenti. Posto
che ci sia un risveglio interiore, motivazionale,
spirituale, etico delle persone che le porta ad agire, il passo inaugurale sta
nel procedere a una lettura della realta' storica,
una lettura tale da permettere una visione della condizione umana e dell'ordine
del mondo nel presente. Questa visione fa riconoscere urgenze e priorita', dando luogo a una
consapevolezza che poi ispira scelte e programmi. Si tratta quindi di portarsi,
come soggetti politici e come persone, sulla frontiera delle contraddizioni di fondo di un'epoca per sollevare il peso che grava sugli
oppressi, per risanare e rigenerare il tessuto della vita sociale, per
sviluppare processi di liberazione che sfocino in un nuovo ordine della
convivenza. Mi riferisco alla contraddizione tra potenza e servizio, tra
violenza e nonviolenza, tra guerra e pace, tra uomo e donna, tra umanita' e natura, tra capitale e lavoro, tra visioni del
mondo che si sentono incompatibili tra loro. A secondo del contesto
geopolitico in cui ci si muove si affronteranno le
contraddizioni di volta in volta piu' rilevanti e
nocive. Questo viaggio sino alla frontiera delle contraddizioni non e' mai un "portare"
o esportare il bene e la salvezza agli altri. Chiede semmai di ascoltare le
vittime e di stabilire relazioni concrete con loro senza abbandonarle mai al
loro destino, imparando dal loro sguardo e dalla loro condizione. Occorre agire
da questa situazione, individuando i processi decisivi e avviandoli o
rafforzandoli, se sono gia' in corso. Ecco il tratto essenziale:
la politica di servizio non si cura del narcisismo delle identita'
e delle appartenenze perche' invece ha a cuore i processi reali di cambiamento, i frutti
che si possono generare. Da questo punto di vista non
le puo' essere mossa l'accusa, sempre rivolta dai
fautori della Realpolitik a chi sembra loro un
utopista, di seguire un'etica dell'intenzione senza attuare politicamente
un'etica della responsabilita' per gli effetti. L'azione
che promuove processi concreti comportera' di entrare
nel
conflitto, perche' le contraddizioni richiamate poco
fa non sono di tipo logico, ma sono contraddizioni economiche, sociali,
culturali e implicano contrasti durissimi. Qui il compito e' quello di imparare
a stare nel conflitto senza mezzi distruttivi, imparando ad ascoltare anche gli
avversari, ascoltando in particolare l'istanza
profonda che abita, probabilmente travisata e misconosciuta, la loro soggettivita' umana. Si delinea cosi' una correlazione tra agenti, vittime, avversari, in
ruoli che non sono affatto rigidi, che deve potersi qualificare nel senso del dialogo.
Il metodo della politica di servizio chiede sempre di
stabilire un piano di dialogo con gli altri affinche'
ci sia il riconoscimento della dignita' di tutti e
possano essere intessuti dei compromessi fruttuosi. Parlo di quei compromessi
che non sono una resa o una complicita' nei confronti
degli oppressori, ma sono delle forme di accordo che
danno tempo di trovare soluzioni migliori, di scongiurare l'uso della violenza,
di discutere e di riconoscersi come interlocutori, di percorrere una strada prima
inimmaginabile. Senza dubbio un soggetto politico, in special modo un soggetto
politico collettivo, che abbia questo stile d'azione
ha bisogno di fonti e di guide per rivedere periodicamente la qualita' del proprio impegno e la direzione del cammino,
soprattutto quando si sconta la frustrazione per le molte sconfitte che si
subiranno. Una riserva di facolta' autocritica sara' disponibile se questo soggetto politico sapra' aderire a momenti di silenzio e anche di ascolto della parola dell'arte, della ricerca filosofica
e sapienziale, dell'esperienza delle fedi. Sara' necessario
aggiornare di continuo l'indagine sulle questioni centrali per l'impegno che si
sta conducendo. E in ogni caso saremo tenuti passo dopo passo a
verificare se la nostra azione produce vittime, per
fermarsi in tal caso e accettare di cambiare. Non chiudere qualsiasi canale di ascolto degli avversari servira'
appunto a rendersi conto se essi si sono trasformati nelle nostre vittime.
c. Il quadro degli obiettivi parziali e
interconnessi da perseguire sulla via della politica di servizio deve
emergere nitidamente. Infatti l'impegno che essi
meritano e' decisivo per la concretezza dell'agire. Questo quadro serve a
correlare in maniera congrua gli strumenti d'azione adottati le
grandi finalita' tipiche dell'orizzonte di senso e di
speranza che si e' riconosciuto come vero. L'elaborazione di
programmi politici ed elettorali non potra' che
scaturire da una sapiente connessione di questi diversi livelli della politica
di servizio. Nel novero degli obiettivi intermedi considero anzitutto quello di
contribuire a riorientare l'opinione pubblica e a
portare l'attenzione sociale sulle vere priorita'
della societa'. Qui si pone la questione del consenso.
Mentre una politica di potenza mira a un consenso
qualunque, anzi il piu' manipolabile e docile
possibile, una politica di servizio deve suscitare un consenso qualitativo,
fondato sulla crescita della capacita' di discernimento.
Correlativamente una politica di servizio si qualifichera' non perche' sa dare
una qualunque risposta ai bisogni emergenti in una societa',
ma per la qualita' umanizzante e democratica della
risposta a questi bisogni. Un altro obiettivo essenziale, ricorrente nelle
esperienze storiche della politica della nonviolenza, e' quello di riuscire a
modificare il diritto per ottenere leggi piu' giuste, per far nascere una costituzione o per darle attuazione.
Volgere il diritto, da strumento di conservazione dell'iniquita'
dissimulata nell'ordine vigente, in
strumento di liberazione e di formazione di una nuova sensibilita'
e' un compito imprescindibile.
Si dovra' inoltre riuscire a riorientare
ed eventualmente a gestire le "politiche" specifiche di un governo e
di uno stato: la politica sociale, economica, internazionali, ecc. A tali
"politiche" corrispondono processi reali che devono essere seguiti e
indirizzati. rafforzare le forme di vita e
le realta' alternative sul territorio. Su questo
piano sara' decisivo riuscire a incidere nel modo e nelle priorita' riconosciute dalle leggi di bilancio dello stato
e delle altre istituzioni locali, come pure di organismi sopranazionali, del
tipo ad esempio dell'Unione Europea. Il quadro degli obiettivi intermedi resta
naturalmente aperto, perche' e' legato alle
situazioni storiche determinate, e le indicazioni ora esplicitate sono solo
l'esempio di alcuni di essi. Analogamente rimane aperto
il disegno di un metodo per la politica di servizio, perche'
e' come un fiume che possiede molte correnti profonde e ancora sconosciute.
Conclusione
Credo che il cammino del mutamento storico e anche antropologico e spirituale
che ho evocato nel mio discorso sara' lungo e doloroso e che nondimeno giungera'
al suo compimento ora inimmaginabile. Credo anche che questo cammino non sara' soltanto sostenuto e realizzato dal maturare di una politica
di servizio. Anche la politica migliore non basta e
non puo' risolvere tutto. Servira'
nel contempo che si riconvertano a una logica di servizio
tutte le altre sfere dell'esperienza sociale che, oltre alla politica, nella modernita' si sono vantate della loro autonomia: la
scienza, la tecnologia, l'economia, la morale. Ma anche la
sfera dell'esperienza religiosa, che ha sempre subito malvolentieri queste
diverse autonomie. La logica del servizio all'umanita'
e al mondo vivente toglie ognuna di queste sfere dall'ambiguita'
che le costringeva alla sterile dialettica tra sudditanza ed egemonia. Se "era il senso dei diritti dell'uomo promettere la felicita' anche dove non c'e' potere" (M. Horkheimer - Th. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo, cit., p. 186), sta a ogni facolta', tradizione e istituzione umana, a ogni sapere e a
ogni forma d'amore vero dimostrare che quella promessa non era falsa. E spetta a ciascuno di noi di fare la propria parte senza
pretendere di sapere prima quanta sofferenza e quanta gioia incontrera'.