Io schiavo in Puglia
di Fabrizio Gatti
Sfruttati.
Sottopagati. Alloggiati in luridi tuguri. Massacrati di botte
se protestano. Diario di una settimana nell'inferno. Tra i braccianti
stranieri nella provincia di Foggia
Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri
e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi
capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino
che gli garantisce l'ordine e la sicurezza nei campi. "Senti un po' cosa
vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto", lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla
maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il
caporale: "Sei rumeno?". Un mezzo sorriso lo convince. "Ti posso
prendere, ma domani", promette, "ce l'hai
un'amica?". "Un'amica?". "Mi devi portare una tua amica.
Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare
subito. Basta una ragazza qualunque". Il caporale indica una ventenne e il
suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la
raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due sono rumeni come te. Lei col
padrone c'è stata". "Ma io sono solo".
"Allora niente lavoro".
Non c'è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il caporale vuole una
ragazza da far violentare dal padrone. Questo è il prezzo della manodopera nel
cuore della Puglia. Un triangolo senza legge che copre quasi
tutta la provincia di Foggia. Da Cerignola
a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. Nella regione
progressista di Nichi Vendola.
A mezz'ora dalle spiagge del Gargano. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte sindacali e
storico segretario della Cgil. Lungo la via che porta i pellegrini al megasantuario di San
Giovanni Rotondo. Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un
viaggio al di là di ogni disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare da vicino l'orrore
che gli immigrati devono sopportare.
Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento
preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso
di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da
Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso,
Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono
partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano
che qui d'estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le
coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della
Costituzione: articoli uno, due e tre. E della
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Per proteggere i loro affari,
agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali
spietati: italiani, arabi, europei dell'Est. Alloggiano i loro braccianti in
tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza
acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci
di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al
giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga.
Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha
scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato
o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I
caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all'uomo raccontata da
Alan Parker nel film 'Mississippi burning'. Qualcuno
alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l'hanno
ucciso.
Adesso è la stagione dell'oro rosso: la raccolta dei pomodori. La provincia di
Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione di
Salerno, Napoli e Caserta. I perini cresciuti qui
diventano pelati in scatola. Diventano passata. E, i meno maturi, pomodori da insalata. Partono dal
triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di mezza
Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli
altri ortaggi, come melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli
imprenditori fanno finta di non sapere. E a fine
raccolto si mettono in coda per incassare le sovvenzioni da Bruxelles.
'L'espresso' ha controllato decine di campi. Non ce n'è uno in regola
con la manodopera stagionale. Ma questa non è soltanto
concorrenza sleale all'Unione europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono tollerati i peggiori crimini
contro i diritti umani.
Non ci vuole molto per entrare nel mercato più sporco
dell'Europa agricola. Qualche nome inventato da usare di
volta in volta. Una fotocopia del decreto di respingimento rilasciato un
anno fa a Lampedusa dal centro di detenzione per immigrati. E
la bicicletta, per scappare il più lontano possibile in caso di pericolo.
Il caporale che pretende una ragazza in sacrificio
controlla la raccolta dei perini a Stornara. Uno dei primi campi a sinistra appena fuori
paese, lungo il rettilineo di afa che porta a Stornarella. Meglio lasciar perdere. Per arrivare fin qui
bisogna pedalare sulla statale 16 e poi infilarsi per
dieci chilometri negli uliveti. Il borgo è una piccola isola di case nell'agro.
Alla stazione di Foggia, Mahmoud, 35 anni, della
Costa d'Avorio, aveva detto che quaggiù la raccolta, forse, è già cominciata.
Lui, che dorme in una buca dalle parti di Lucera, è
senza lavoro: lì a Nord i pomodori devono ancora maturare. Così Mahmoud campa vendendo informazioni agli ultimi arrivati in
treno. In cambio di qualche moneta.
Oggi dev'essere la giornata più torrida dell'estate.
Quarantadue gradi, annunciavano i titoli all'edicola della stazione. Sperduta
nei campi appare nell'aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono
africani. Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un
saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione razziale è
rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari con i
bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel reclutamento. I
caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere come
sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald
Woods, sudafricano. Come il leggendario
giornalista che ha denunciato al mondo gli orrori dell'apartheid. "Se sei sudafricano resta pure", dice Asserid, 28 anni. È partito da Tahoua
in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006. Racconta
che è in Puglia da cinque giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni
nel centro di detenzione di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento. Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi
fuoristrada. Fino ad Al Zuwara,
la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano verso l'Italia.
"In Libia tutti gli immigrati sanno che gli
italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco
perché sono qui. Questa è solo una tappa. Non
avevo alternative", ammette Asserid: "Ma
spero di risparmiare presto qualche soldo e di arrivare a Parigi". Adama,
40 anni, tuareg nigerino di Agadez, ha fatto il percorso inverso. A Parigi è atterrato
in aereo, con un visto da turista. Poi gli è andata male. Dalla
Francia l'hanno espulso come lavoratore clandestino. Ed
è sceso in Puglia, richiamato dalla stagione dell'oro rosso. "Questo è
l'accampamento tuareg più a Nord della storia", ride Adama. Ma c'è poco da ridere. L'acqua che tirano su dal pozzo con
taniche riciclate non la possono bere. È inquinata da
liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Per
dormire in due su materassi luridi buttati a terra, devono pagare al caporale
cinquanta euro al mese a testa. Ed
è già una tariffa scontata. Perché in altri tuguri i caporali
trattengono dalla paga fino a cinque euro a notte. Da
aggiungere a cinquanta centesimi o un euro per ogni ora lavorata. Più i
cinque euro al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede subito quanto è facile il guadagno per il
caporale. Alle due e mezzo del pomeriggio arriva con la sua
Golf. E la carica all'inverosimile.
"Davvero questo è africano?", chiede agli altri davanti all'unico
bianco. Nessuno sa dare risposte sicure. "Io pago tre euro l'ora. Ti vanno
bene? Se è così, sali", offre l'uomo, calzoncini,
canottiera e sul bicipite il tatuaggio di una donna in bikini ritratta di
schiena.
Si parte. In nove sulla Golf. Tre davanti. Cinque sul
sedile dietro. E un ragazzo raggomitolato come un peluche
sul pianale posteriore. Solo per questo trasporto di dieci minuti il caporale
incasserà quaranta euro. I ragazzi lo chiamano Giovanni. Loro hanno già lavorato dalle 6 alle 12.30. La pausa di due ore non è
una cortesia. Oggi faceva troppo caldo anche per i padroni perché rinunciassero
a una siesta. Giovanni si presenta subito dopo,
guardando attraverso lo specchietto retrovisore: "Io John
e tu?". Poi avverte: "John è bravo se tu
bravo. Ma se tu cattivo...". Non capisce
l'inglese né il francese. E questo basta a far cadere
il discorso. Ma il pugnale da sub che tiene bene in vista sul cruscotto parla per lui. Amadou, 29 anni, nigerino di Filingue, rivela lo
stato d'animo dei ragazzi: "Giovanni, oggi è venerdì e non ci paghi da tre
settimane. Ormai stiamo finendo le scorte di pasta. Da quindici giorni
mangiamo solo pasta e pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno bisogno di carne
per lavorare". I tre euro l'ora promessi erano solo una bugia. Ma Giovanni promette ancora. Quando
risponde dice sempre: "Noi turchi". Anche se la
targa della macchina è bulgara. E per il suo
accento potrebbe essere russo oppure ucraino. "Ti giuro su Dio",
continua il caporale, "oggi arrivano i soldi e vi paghiamo.
Tu mi devi credere. Io lavoro come te a Stornara. Non
prendo in giro i miei colleghi". Giovanni abita alla periferia. Un villino di mattoni sulla destra, a metà del rettilineo per Stornarella. Quasi di fronte a
un'altra stalla pericolante senz'acqua, riempita di materassi e schiavi.

La Golf stracarica corre e sbanda sulla stretta
provinciale per Lavello. Il contachilometri segna 100 all'ora.
Una follia. Alle prime aziende agricole del paese, Giovanni
svolta a destra dentro una strada sterrata. Altri due chilometri e si è
arrivati. Si prosegue a piedi, in fila indiana. Il campo è tra due vigneti.
Questi pomodori vanno raccolti a mano. Quando il padrone vede arrivare il
gruppo di africani, imita il verso delle scimmie. Poi
dà gli ordini con gli insulti resi celebri dal vicepresidente del Senato,
Roberto Calderoli: "Forza bingo
bongo". Nello stesso istante un furgone scarica
nove rumeni. Tra loro tre ragazze, le uniche nella squadra. Si lavora a testa
bassa. Guai ad alzare lo sguardo: "Che cazzo c'è
da guardare? Giù e raccogli", urla il padrone avvicinandosi
pericolosamente. Si chiama Leonardo, una trentina d'anni. È pugliese. Indossa
bermuda, canottiera e occhiali da sole alla moda come se fosse appena rientrato
dalla spiaggia. Da come parla è il proprietario dell'azienda agricola. O forse è il figlio del proprietario. Si occupa della
manodopera. Una sorta di comandante dei caporali. La sua azienda è a una decina di chilometri, alle porte di Stornara. Proprio sulla strada che
Giovanni percorre per portare gli schiavi al campo. Leonardo si fa
aiutare da un altro italiano, il caporale dei rumeni. Uno con
la maglietta bianca, i capelli lunghi e i baffetti
curati. Il terzo italiano è probabilmente il compratore del raccolto.
Magro. Capelli biondi corti. Telefonino appeso al petto in fondo a una catena d'oro. Parla con un forte accento napoletano.
Parcheggia il suo Suv e si fa subito sentire.
Qualcuno ha appoggiato per sbaglio le cassette piene sulle piante di pomodoro. E lui grida come un pazzo: "Il primo che rimette una
cassetta sulle piante, com'è vero Gesù Cristo, gliela spacco sulla testa".
I tre italiani sudano. Ma solo per il caldo. Oltre a
sorvegliare i loro schiavi, non fanno assolutamente nulla.
Giovanni va a recapitare altri braccianti. Poi torna due volte con i
rifornimenti d'acqua. Quattro bottiglie di plastica da un
litro e mezzo da far bastare nelle gole di 17 persone assetate. Sono
bottiglie riempite chissà dove. Una zampilla da un buco e arriva quasi vuota.
L'acqua ha un cattivo odore. Ma almeno è fresca. Comunque non basta. Due sorsi d'acqua in
oltre quattro ore di lavoro a quaranta gradi sotto il sole non dissetano.
La maggior parte dei ragazzi africani non ha nemmeno pranzato né fatto colazione. Così ci si arrangia mangiando pomodori
verdi di nascosto dai caporali. Anche se sono pieni di
pesticidi e veleni. E forse è proprio per
questo che sulla pelle, per giorni, non comparirà più nemmeno una puntura di
zanzara.
Leonardo vuole sapere com'è che in Africa ci siano i bianchi. Gira tra le
schiene curve come un professore tra i banchi. E dà il
permesso a Mohamed, 28 anni, un ragazzo della Guinea.
Per smettere di lavorare o parlare, qui bisogna sempre
chiedere il permesso. Mohamed sa bene perché
ci sono i bianchi in Sudafrica. È laureato in scienze politiche e relazioni
internazionali all'Università di Algeri. Parla
italiano, inglese, francese e arabo. E risponde
rimanendo in ginocchio, davanti a quell'italiano che confessa senza pudore di
non aver mai sentito parlare di Nelson Mandela.
"Avete capito?", ripete dopo un po' Leonardo agli altri due italiani:
"In Italia quelli chiari stanno al Nord mentre noi al Sud siamo scuri. In
Africa invece al Sud sono bianchi e questi qua del Nord sono neri".
L'incidente accade all'improvviso. Michele è il più anziano tra i rumeni. Ha
una sessantina d'anni, i capelli grigi. Sta caricando cassette piene sul
rimorchio del trattore. Il legno è troppo sottile, è
secco. E una cassetta si sfonda rovesciando dodici
chili di pomodori. Michele non fa in tempo ad abbassarsi a raccoglierli.
Leonardo, con la mano chiusa a pugno, lo colpisce. Una sventola sulla testa.
"Stai attento, coglione", urla, "credi
che noi stiamo ad aspettare mentre tu butti le cassette?". Michele forse
chiede scusa. È troppo stanco e offeso per parlare ad alta voce. "Scusa un
cazzo", continua Leonardo,
"devi stare più attento". Ci fermiamo tutti a guardare. Una ragazza
si alza in piedi per protesta. Quello con l'accento napoletano accorre come una
furia: "Giù, non è successo niente. Giù o stasera non si va a casa finché
non si finisce". Come se questi ragazzi avessero una casa.
__img__ Michele ritorna a caricare il rimorchio
aiutato da altri rumeni. Ma dopo mezz'ora è ancora
seduto a terra. Si tiene la testa. Perde molto sangue dal naso. Un suo compagno
di lavoro spreme un pomodoro maturo per bagnarli la fronte. Cosa
ha fatto lo spiega a Leonardo l'uomo con i baffetti
curati: "Ho dovuto spaccargli una pietra in mezzo agli occhi. Ho dovuto.
Quello stronzo se l'è presa con me perché tu prima
l'hai picchiato. E poi perché stasera non ci sono i soldi per
pagarli. Ma che c'entro io? Lui ha raccolto una
pietra e io gliel'ho tolta dalle mani. Tu pensa se un
rumeno di merda mi deve minacciare". Leonardo
sorride.
Si smette solo quando il sole va a nascondersi dietro i monti Dauni. Michele sta meglio. I rumeni si raccolgono intorno
al loro caporale. Giovanni scatta una foto ai suoi ragazzi. Serve per i
pagamenti e per scoprire se qualcuno scappa dal gruppo. Poi fa firmare il
registro con le ore lavorate. Oggi si finisce prima del solito. Il perché lo
racconta il caporale ad Amadou, in macchina durante
il ritorno: "Ci sono in giro i carabinieri". Giovanni segnala un
campo di pomodori lungo la strada: "Vedi qua? Questo pomeriggio i
carabinieri sono venuti a prendere dei miei ragazzi. Io lavoro anche qui.
Africani come te e rumeni. Li hanno portati via per il rimpatrio. Ma non avere paura, il campo dove lavorate voi", dice
indicandosi le spalle come se avesse i gradi, "è controllato dalla
mafia". Succede spesso quando è giorno di paga. A volte sono gli stessi
padroni a chiamare vigili, polizia o carabinieri e a
segnalare gli immigrati nelle campagne. Basta una telefonata anonima. Così i
caporali si tengono i loro soldi. E la prefettura aggiorna le statistiche con
le nuove espulsioni.
Amadou però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei musulmano?", chiede
Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la prossima settimana vi
pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro che vi invito
tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando potrete
pagare la carne".
Il 14 maggio 1904 qua vicino la polizia attaccò una manifestazione di
braccianti. C'era anche il giovane Giuseppe Di Vittorio. Morirono in quattro quel giorno. Tra le vittime
Antonio Morra, 14 anni, amico d'infanzia del futuro leader sindacale.
Adesso le proteste vengono spente prima che possano
dilagare. I caporali agiscono come una polizia parallela. Gli imprenditori si
rivolgono a loro se ci sono problemi. A cominciare dall'imposizione delle
regole: "Domani mattina vengo a prendervi alle cinque", annuncia
Giovanni dopo aver scaricato i suoi passeggeri. Sono quasi le dieci di sera
ormai. Calcolando una doccia improvvisata con l'acqua del pozzo e la misera
cena, restano appena cinque ore di sonno. I ragazzi africani spiegano subito le
sanzioni. Chi si presenta tardi, una volta al campo viene
punito a pugni. Chi non va a lavorare deve versare al caporale la multa. Anche se si ammala. Sono venti euro, praticamente
un giorno di lavoro gratis.
Una cinquantina di chilometri più a nord, stesse storie. La carta stradale
indica Villaggio Amendola. Era un borgo agricolo. Ora
è solo un paese fantasma riempito da immigrati rumeni e bulgari ridotti in
schiavitù. Come l'ex zuccherificio di Rignano
o il Ghetto che la sera, al suono della township
music, sembra Soweto. Al Villaggio Amendola perfino la chiesa abbandonata è stata riempita di
materassi. Qui il cento per cento degli abitanti non è italiano. Tutti
raccoglitori. E tutti stranieri. Tranne
una. Giuseppina Lombardo, 51 anni. Viene dalla Calabria. Per gli agricoltori
del posto è una santa donna. Lei e il suo amico tunisino che si fa chiamare Asis sono capaci di mettere insieme una squadra di
raccoglitori di pomodori in meno di mezz'ora.
Giuseppina e Asis con gli schiavi ci campano. L'unico
pozzo di Villaggio Amendola è loro. L'acqua è
inquinata ma la vendono ugualmente: cinquanta centesimi una tanica da 20 litri.
Anche l'unico negozio del borgo è loro. Hanno
bottiglie di minerale, se uno proprio non vuole perdere la giornata per la
dissenteria. E hanno carne e pollame: "A prezzi
maggiorati del cento per cento e di dubbia qualità", dicono gli abitanti.
Non è facile infiltrarsi come immigrato in questo ghetto e vincere la paura dei
suoi prigionieri. Perché Asis, come
tutti i caporali, non perdona chi parla. Lui e la sua compagna qui sono
l'unica legge. Chi c'era si ricorda bene cosa è successo la settimana di Pasqua
del 2005. Quel pomeriggio un ragazzo rumeno, 22 anni, arrivato da appena
quattro giorni, torna al Villaggio Amendola con i
sacchetti della spesa. È stato a Foggia e cammina davanti al negozio del
caporale con quello che si è procurato. Una bottiglia d'olio, un po' di pasta.
Il testimone che parla con 'L'espresso'
è convinto che Asis abbia considerato quel gesto una
ribellione al suo controllo. I rumeni raccontano di aver visto poco dopo due
uomini affrontare il nuovo arrivato. Uno, secondo i
testimoni, è parente di Asis. Con una spranga lo
centrano in mezzo alla testa. Un colpo solo. Poi trascinano il corpo
sanguinante e semisvenuto su un furgone. Nessuno al villaggio rivedrà più quel ragazzo.
Lo stesso accade il 20 luglio di quest'anno. Il giorno prima Pavel, 39 anni, ha una discussione con Giuseppina Lombardo.
Gli sono caduti quindici euro nel negozio e lei crede che glieli abbia rubati dalla cassa. Pavel in
Romania faceva il cuoco per 150 euro al mese. Dal 20
marzo 2004, quando è arrivato in Puglia, sopporta violenze e angherie. Lo fa
per mandare quanto risparmia alla moglie e alla sua "fata", la figlia
studentessa, che ha 15 anni. Pavel ha braccia veloci.
L'anno scorso è riuscito a riempire fino a 15 cassoni al
giorno: 45 quintali di pomodori, lavorando dall'alba a notte. Con il cottimo a
3 euro a cassone, era una buona paga secondo lui:
tolti il trasporto al campo e la tangente per il caporale, Pavel
riusciva a guadagnare anche 25 o 30 euro al giorno. Ma
il 20 luglio Asis gli impedisce di ripetere il
record. Qualcuno gli ha riferito che Pavel ha
protestato per la faccenda dei soldi e per lo sfruttamento dei braccianti. Il
tunisino lo colpisce nel sonno, in una giornata senza lavoro, alle due del
pomeriggio. Pavel si protegge la testa con le
braccia. La sbarra di ferro gli rompe le ossa e apre profonde ferite nella
carne.
Lui è sicuro di non essere stato ucciso soltanto per l'intervento dei suoi
compagni di stanza. Ma lo lasciano lì a sanguinare sul
materasso fino all'una di notte. Gli altri stranieri hanno troppa paura di Asis. Anche
di chiamare la polizia e correre il rischio di essere rimpatriati. Alle
otto di sera qualcuno finalmente telefona di nascosto all'ospedale. L'ambulanza
e una pattuglia dei carabinieri, al Villaggio Amendola,
arrivano soltanto cinque ore dopo. Così è andata, secondo la denuncia.
Il 31 luglio Pavel viene
dimesso dall'ospedale di Foggia. È stato operato da appena quattro giorni. Ha
quasi due mesi di prognosi. Ferri e chiodi nelle ossa. Le braccia ingessate.
Medici e infermieri lo consegnano alla polizia, violando il codice
deontologico. E in questura lo trattano da clandestino.
Anche se dal primo gennaio 2007 tutti i rumeni potrebbero
essere cittadini dell'Unione europea. Con le braccia immobilizzate, Pavel non riesce a impugnare la
penna. Il 'Primo dirigente dottoressa Piera Romagnosi', siglando la notifica del decreto di espulsione,
scrive che lui 'si rifiuta di firmare'. Anche la
prefettura di Foggia va per le spicce: nel decreto di
espulsione annota che Pavel è 'sprovvisto di passaporto'. Un'aggravante. Eppure Pavel
il passaporto ce l'ha. Alla fine, non trovando alternative,
un ispettore gli dona dieci euro. E una macchina della
questura lo riporta al Villaggio Amendola. Lo
scaricano davanti al negozio di Giuseppina e Asis. Il
tunisino se ne occupa subito. Vuole dimostrare a tutti
chi comanda. Minaccia Pavel e lui va
a rifugiarsi in un casolare a un chilometro dal villaggio. Qualche connazionale
gli porta in segreto un po' di pane e da bere. Dopo
nove giorni di dolori e sofferenze un amico rumeno riesce a contattare
un avvocato di Foggia, Nicola D'Altilia, ex poliziotto
al Nord. L'avvocato trova il casolare. Incontra Pavel e lo riporta immediatamente in ospedale. Le ferite
sono infette. Il bracciante rumeno è grave. Denutrito. Viene
ricoverato per setticemia. Il resto è cronaca degli ultimi giorni. Il 21 agosto
Pavel è di nuovo dimesso dall'ospedale. Va in
questura a completare la denuncia contro il caporale tunisino e la sua complice
italiana, che era riuscito a presentare al posto di
polizia del pronto soccorso soltanto il 14 agosto. Lo accompagna l'avvocato che
l'ha salvato. Ma dopo una giornata in questura, la Procura fa arrestare Pavel come immigrato clandestino: non ha rispettato il
decreto di espulsione che, così è scritto, lo
obbligava a lasciare l'Italia dall'aeroporto di Roma Fiumicino. Non importa se
in quelle condizioni comunque non avrebbe potuto
viaggiare. Lo costringono a dormire su una panca di legno nelle camere di
sicurezza. Nonostante le operazioni, le ossa rotte e le ferite ancora fresche.
Il giorno dopo si apre il processo, immediatamente rinviato a
ottobre. Oltre ad aver perso il lavoro, grazie alla legge Bossi-Fini Pavel rischia da uno a quattro anni di prigione. Più di quanto potrebbe prendersi il suo caporale che intanto resta
libero. "Quell'uomo", racconta Pavel terrorizzato, "mirava alla testa. Voleva
uccidermi".
Qualche bracciante morto da queste parti l'hanno già
trovato. Slavomit R., polacco, aveva 44 anni quando è
stato bruciato il 2 luglio 2005 in un campo a Stornara.
Un caso irrisolto. Come quello di due cadaveri mai
identificati abbandonati a Foggia. Le scomparse sono
un altro capitolo dell'orrore. Nessuno sa quanti siano
i lavoratori rumeni, bulgari o africani spariti. I caporali, quando li
ingaggiano o li massacrano di botte, non sanno nemmeno come si chiamano. Gli
unici casi sono stati scoperti grazie alle denunce dell'ambasciata di Polonia.
Hanno dovuto insistere i diplomatici di Varsavia. È dal 2005 che cercano
notizie di tredici connazionali. Erano venuti a lavorare come stagionali nel
triangolo degli schiavi. E non sono più tornati a
casa. L'elenco compilato in agosto dal consolato sulle ricerche delle persone
scomparse non rende onore all'Italia. Su dodici "richieste indirizzate
alla questura di Foggia", l'ambasciata ha dovuto prendere atto che per
nove casi non c'è stata "nessuna risposta da parte della questura".
Dopo mesi di inutile attesa l'appello è stato girato
al Comando generale dei carabinieri. E, attraverso gli
investigatori del Ros, la Procura antimafia di Bari
ha finalmente aperto un'inchiesta.
Nessuno sta invece indagando sulla morte di un bambino. Perché
quello che è successo apparentemente non è reato. Il piccolo sarebbe
nato a fine settembre. Liliana D., 20 anni, quasi all'ottavo mese di
gravidanza, la settimana di Ferragosto arranca con il suo pancione tra piante
di pomodoro. La fanno lavorare in un campo vicino a
San Severo. Né il marito, né il caporale, né il padrone italiano pensano a proteggerla dal sole e dalla fatica. Quando Liliana sta male, è troppo tardi. Ha un'emorragia.
Resta due giorni senza cure nel rudere in cui abita. Gli schiavi della
provincia di Foggia non hanno il medico di famiglia. Sabato 18 agosto, di
pomeriggio, il marito la porta all'ospedale a San
Severo. La ragazza rischia di morire. Viene ricoverata
in rianimazione. Il bimbo lo fanno nascere con il taglio cesareo. Ma i medici già hanno sentito che il suo cuore non batte
più. Anche lui vittima collaterale. Di questa corsa
disumana che premia chi più taglia i costi di produzione.
L'industria alimentare campana paga i pomodori
pugliesi da 4 a 5 centesimi al chilo. Sulle bancarelle lungo le strade di Foggia i perini salgono già a 60
centesimi al chilo. A Milano 1,20 euro quelli maturi da salsa e 2,80 euro al chilo quelli ancora dorati. Al supermercato la passata
prodotta in Campania costa da 86 centesimi a 1,91 euro al chilo.
I pelati da 1,04 a 3 euro al chilo. Eppure,
nel ghetto di Stornara, nemmeno stasera che il mese è
quasi finito ci sono i soldi per comprare un pezzo di carne. "Donald, non te ne andare", si
fa avanti Amadou, "Giovanni è molto arrabbiato
con te perché hai lasciato il gruppo. Ti sta cercando, vado a dirgli che sei
qui". Nel fondo di questa miseria, Amadou sa già
con chi stare. Tra tanti uomini costretti a
inginocchiarsi, lui ha scelto i caporali. È il momento di prendere la bici e
scappare. Nel buio. Prima che Giovanni decida di chiamare i
suoi sgherri. E di dare il via alla caccia nei
campi. n