Da tanto tempo sentivo parlare di decrescita,
dell'interpretazione errata che economisti, politici e cittadini fanno dell'indice
PIL, ma devo dire che l'approccio migliore, e tardivo, che potessi avere è
stato quello di acquistare il libro di Maurizio Pallante "La Decresita
Felice" edito nel 2005 da Editori Riuniti. Il sottotitolo è quanto mai
esplicativo: La qualità della vita non dipende dal PIL. Consiglio a tutti
l'acquisto di questo interessante, breve ed illuminante volume, capace davvero
di far conoscere un altro mondo. E magari capace di farvi cambiare il vostro.
Questa intervista l'ho fatta io a Maurizio Pallante, che ringrazio ancora per
la disponibilità.
D) Innanzi tutto ti ringrazio per la disponibilità e ti faccio i
complimenti per un libro che mi ha davvero aperto un (altro) mondo. Parlare di
decrescita, anche all'interno di ambienti "preparati" ad argomenti come
ecologia, lotte sociali, nuovi modelli, sembra ancora un argomento difficile
sia da capire che da accettare. Sei d'accordo? Perché?
R) Il tema della decrescita è ancora un tabù, fondamentalmente per due
ragioni:
- I due grandi filoni di pensiero che hanno avuto origine con lo sviluppo della
società industriale, il liberalismo e il socialismo, in tutte le loro varianti
hanno condiviso l'idea che la crescita economica fosse il fine stesso
dell'attività produttiva, che l'occupazione fosse in un rapporto direttamente
proporzionale con essa e che la quantità di merci prodotte e di servizi forniti
fosse un indicatore adeguato del benessere. La loro contrapposizione politica,
ma non culturale, si è incentrata sulle modalità di redistribuzione del
prodotto interno lordo tra le classi sociali. Insomma, la base di tutto è che
la torta cresca sempre di più di anno in anno, poi ci scontreremo sul taglio e
la distribuzione delle fette. La decrescita mette in discussione il concetto
fondamentale della cultura industriale. Qualcosa che governa i pensieri degli
esseri umani nelle società industriali da 300 anni.
- Si ritiene che la crescita del pil misuri la quantità dei beni messi a
disposizione da un sistema economico e produttivo, mentre misura la quantità
delle merci, cioè di oggetti e servizi scambiati con denaro. Nell'idea di bene
è insita l'idea di utilità e vantaggio. Non tutte le merci offrono utilità e
vantaggi, quindi nell'idea di merce non è insita l'idea di bene. La crescita
dei consumi di benzina nelle code automobilistiche fa crescere il pil, ma
rallenta la velocità di spostamento, crea stress, inquina l'atmosfera, consuma
inutilmente risorse preziose, è una minaccia per la pace, causa ingiustizie e
sofferenze enormi a livello planetario. Viceversa, non tutti i beni si
scambiano necessariamente con denaro, quindi nell'idea di bene non è insita
l'idea di merce. I pomodori coltivati nell'orto familiare per autoconsumo non
passano attraverso un processo di mercificazione eppure sono migliori, sia per
chi li mangia, sia per l'ambiente, dei pomodori acquistati. E così, la maggior
parte dei servizi alla persona. Se, in controtendenza con quanto avviene da 300
anni, si potenzia la produzione di beni riducendo la produzione delle merci
corrispondenti, si capovolge l'idea generalizzata di benessere. Si compie un
atto di sovversione culturale che spiazza il sistema dei valori da cui sono
accomunate le due grandi correnti di pensiero e politiche sviluppate
dall'industrializzazione.
D) Ogni notizia, ogni avvenimento, ogni parola che percepiamo dai media
vanno nella direzione esattamente opposta al modello di decrescita. Il problema
sono i media che non danno spazio a quello che è "altro" oppure
quello che è "altro" è talmente poco significativo, numericamente
parlando, da non meritare spazio?
R) I mass media esprimono e rafforzano la cultura della società
industriale e i suoi valori. La decrescita li sovverte. La decrescita viene
praticata in misura molto maggiore di quanto si creda, ma come scelta
esistenziale, spesso senza avere la piena consapevolezza della sua
"portata" culturale, della sua valenza politica, della sua carica
sovversiva rispetto a idee forza come il progresso, la modernità,
l'innovazione, il cambiamento. La sua forza consiste nell'esempio: è un
messaggio che si può trasmettere solo se si vive. I mass media non hanno
interesse a farlo conoscere. Tutt'al più possono ridicolizzarlo come una
innocua nostalgia del passato, come una incapacità di adattamento al presente,
alle sfide della vita.
D) Nel tuo interessante libro fai alcuni esempi di come attuare in modo
pratico la decrescita e la condizione indispensabile sembra essere quella di
avere una casa in campagna per poter autoprodurre il più possibile e potersi
svincolare dalle classiche dinamiche. Non ti sembra un modello assolutamente
limitato quello che obbligherebbe tutti al trasferimento verso le campagne in
una sorta di de-urbanizzazione di massa ?
R) La sobrietà e l'autoproduzione di beni e servizi si possono
realizzare al massimo livello soltanto in campagna e le città sono i tumori del
pianeta terra. Sto leggendo in questi giorni un libro bellissimo, intitolato
"Alla città nemica". L'ha scritto Sonia Savioli, una milanese pentita
che si è rifugiata in una borgata di un paesino del Chianti e l'ha pubblicato
la casa editrice malatempora. Tuttavia, anche in città la decrescita si può
praticare in misura molto maggiore di quanto non si faccia e non si creda. A me
basta ricordare come vivevamo negli anni cinquanta in un palazzo popolare e in
un quartiere popolare di Roma. L'autoproduzione di beni alimentari, il dono di
servizi alla persona, la convivenza di tre generazioni, gli scambi di
vicinato... E' stato fatto in modo che ce ne dimenticassimo, che smettessimo di
farci lo yogurt per comprarlo, che smettessimo di lavare l'insalata per andare
a comprarla nelle buste di plastica, di far crescere i cuccioli e di far morire
i vecchi in casa ecc.
D) Nel tuo libro parli di tasse e le leghi a doppia mandata con la
crescita del PIL.: più tasse, più investimenti in strutture pubbliche di ogni
tipo, più consumi, più PIL. Ma, estremizzando, uno stato senza assistenza è
possibile? Uno stato senza pensioni è possibile? Uno stato senza tasse è
possibile?
R) Che la spesa pubblica sia legata alla tassazione non lo dico io. E'
un fatto. Senza tasse lo Stato non può fornire assitenza, sanità, istruzione,
pensioni, ecc. Io non ho ipotizzato uno stato senza assistenza, pensioni e
tasse, come non ho scritto che sarebbe bene abolire gli scambi commerciali o
che le merci possano essere sostituite totalmente da beni. Parlo di un sistema
economico a tre cerchi concentrici: l'autoproduzione, gli scambi non mercantili
fondati sul dono e il contro-dono, gli scambi mercantili. La società
industriale ha allargato a dismisura e allarga sempre di più la sfera
mercantile a scapito delle altre due, altrimenti il pil non potrebbe continuare
a crescere. Io auspico che, chi lo ritiene utile per sé, allarghi le sfere
dell'autoproduzione e degli scambi fondati sul dono e sul contro-dono riducendo
la sfera mercantile. Ognuno nella misura che crede o può realizzare a seconda
della fase della vita che attraversa, del lavoro che fa, di quanto soffre.
Oltre a fare del bene a chi le compie, scelte di questo genere inviano il
messaggio forte e visibile che un altro modo di vivere è possibile. Hanno in sé
una valenza politica e culturale al contempo, perché non sono solo parole o
idee, ma scelte di vita praticate. La loro somma può avere un effetto
dirompente rispetto alle prospettive disastrose a cui la società industriale
sta conducendo il mondo. Non c'è altro modo di salvarci dall'autodistruzione,
ammesso che si faccia ancora in tempo. Non c'è altro modo per i paesi poveri di
uscire dalla povertà.
D) Ne "La decrescita felice" parli anche del ritorno al modello
di famiglia allargata, come una delle soluzioni a molti problemi, dando per
scontato che quel modello sia un modello migliore dell'attuale (le famiglie
mononucleari o simili). Non credi che l'abbandono di quel modello abbia anche
portato una serie di benefici alle persone che lo hanno portato avanti
(indipendenza, svincolo da vecchi "valori" come la famiglia
patriarcale)?
R) Non capisco perché quando si critica una struttura mostruosa come la
famiglia mononucleare attuale si debba pensare che l'alternativa sia la
riproposizione della famiglia allargata tradizionale. Non è possibile
ipotizzare un'alternativa che riprenda gli aspetti positivi delle famiglie
allargate senza riprodurne i difetti? Non è possibile reinterpretare ciò che
c'era di buono per renderlo migliore abbandonandone i limiti e gli aspetti
inaccettabili? Vogliamo smetterla di dare per scontato che tutto il nuovo è un
valore e tutto il vecchio è un disvalore? Il valore del nuovo, il progressismo,
è il fondamento della crescita, è ciò che riempie in tempi sempre più rapidi le
discariche. Il nuovo è un valore solo se non pretende di sostituire il vecchio,
ma di integrarlo.
D) Nel tuo libro, se devo fare una critica, trovo uno scarso interesse
nei confronti dei numeri "macro": intendo dire che non si analizza a
fondo la fattibilità di un modello basato sulla decrescita. E' possibile
decrescere tutti insieme o anche a livello teorico la decrescita non è
sostenibile?
R) La decrescita è l'unico modo, a mio avviso, di operare nel mondo in
modo sostenibile. Il macro nasce dalla somma di tante scelte individuali purché
siano compiute con la consapevolezza che il loro valore travalica la dimensione
individuale e diventa proposta politica. Costruire modelli non serve. Serve
avere comportamenti responsabili nella propria vita sapendo che si contribusice
a costruire una cultura alternativa a quella della società industriale.
Dobbiamo camminare domandando.