I monasteri del terzo millennio
Nel corso del XX secolo la vita monastica in occidente ha subìto un declino inarrestabile. La maggior parte dei
monasteri non ospitano più tra le loro mura comunità
religiose e l’afflusso dei pellegrini è stato sostituito da comitive di turisti
che si limitano a visitarne chiese e chiostri, ascoltando più o meno
attentamente qualche riassunto storico delle vicende che hanno attraversato,
osservando più o meno distrattamente le loro strutture architettoniche e le
opere d’arte che contengono. Le uniche funzioni religiose che ancora si
celebrano al loro interno sono, di tanto in tanto, matrimoni
di coppie attratte più dalla bellezza e dalla suggestione dei luoghi che da una
sintonia spirituale con chi vi si rinchiudeva per scelta di vita. Lo stesso
impegno delle Amministrazioni pubbliche e delle Sovrintendenze ai beni
artistici e culturali a preservarne l’integrità, o a recuperarla nei limiti del
possibile quando sia stata intaccata dall’incuria e dalla trascuratezza
derivanti dall’abbandono, è motivato nei casi più nobili da ragioni di
carattere storico-culturale, più spesso dalla
speranza di trasformarli in attrattori di turismo che facciano
confluire sulle economie locali flussi di denaro aggiuntivi rispetto a quelli
attivati autonomamente. A chi li visiti cercando di ritrovare lo spirito che li
animava per ricavarne elementi di riflessione e di meditazione, appaiono come
conchiglie fossili, di cui sono sopravvissute le strutture ma non la vita che
ospitavano.
Le cause
di questo inarrestabile declino sono state ampiamente
analizzate, a partire dalle riflessioni svolte da Max Weber sul disincanto del
mondo operato dal razionalismo. Dalla seconda metà del Novecento lo sviluppo
industriale, la diffusione del benessere e i successi della scienza hanno
progressivamente cancellato dalla cultura individuale e collettiva il senso del
sacro. La religiosità ha ceduto il posto a un
atteggiamento materialistico, i valori della sobrietà e della temperanza sono
stati sostituiti dal desiderio di avere sempre di più e sempre più in fretta. E non si è trattato semplicemente di un fenomeno culturale
indotto, ma di una necessità intrinseca del modo di produzione industriale. La
crescita della produttività e della produzione conseguenti allo sviluppo
scientifico e tecnologico richiedevano infatti
necessariamente una crescita della domanda di beni di consumo.
L’identificazione del benessere sociale con la crescita del prodotto interno
lordo non poteva non comportare la diffusione di una cultura edonistica. I
fasci di luce gettati dal razionalismo non potevano che ridurre gli ambiti del
mistero. Sotto la spinta esercitata da questi fenomeni
l’influenza delle religioni si è progressivamente ridotta e, insieme al declino
della fede, ha comportato anche un declino dei valori e dei modelli di
comportamento che ad esse si ispiravano.
Ma davvero i monasteri del secondo millennio non hanno più nulla
da insegnare agli uomini del terzo? Davvero possono essere tutt’al
più recuperati in un’ottica museale
semplicemente come testimonianza di un’epoca passata e ormai conclusa, di un
modo di vivere superato dai progressi scientifici e tecnologici avvenuti negli
ultimi tre secoli? Una visione della realtà improntata ai principi del realismo
imporrebbe di crederlo. Tuttavia, prima di cedere a questa interpretazione
che in base ai dati di fatto sembrerebbe ovvia, può essere utile analizzare i
principi di fondo della vita monastica, per vedere se davvero non offrano
nessuna indicazione alle generazioni presenti che, sotto la guida
dell’occidente industrializzato e della sua irresistibile forza di attrazione
nei confronti del resto del mondo, hanno appena varcato la soglia del terzo
millennio con un fardello di problemi sempre più gravi a cui la cultura
dominante non sa dare risposta. Tre sono i punti su cui sarebbe utile
riflettere e da cui si potrebbero trarre utili indicazioni: il rapporto dei
monaci con il territorio (il lavoro), con gli altri (l’economia e la socialità)
e con se stessi (il senso della vita).
Dal punto
di vista economico e produttivo i monasteri erano strutture tendenzialmente
autosufficienti. Le competenze professionali dei frati e dei loro coadiutori laici erano variegate e in grado non solo di
assicurare la soddisfazione dei bisogni interni, ma anche di offrire beni e
servizi a una popolazione esterna limitrofa, di soddisfare le necessità
contingenti di alimentazione e ricovero di viandanti e pellegrini, di
provvedere all’ospitalità e alla cura di alcuni tipi di malati che vi si
recavano appositamente (ad esempio gli afflitti dal fuoco di sant’Antonio nell’Abbazia di Sant’Antonio
di Ranverso, in Valsusa,
lungo la via francigena). La base della loro
autosufficienza economica e produttiva era costituita dall’agricoltura
praticata nei terreni circostanti di loro proprietà, dalla trasformazione dei
prodotti agricoli sia per uso alimentare sia per uso terapeutico
(erboristeria), dalle attività artigianali connesse. Si trattava in sostanza di
strutture economiche finalizzate fondamentalmente alla
produzione di valori d’uso per i propri aderenti, ma non chiuse nei confronti
dell’esterno: accanto alla centralità della produzione dei valori d’uso vi era
anche una produzione di valori di scambio che fornivano alle Abbazie e ai
Monasteri il reddito monetario con cui potevano acquistare beni e servizi non
altrimenti ottenibili (particolarmente rilevanti, da questo punto di vista,
sono stati gli investimenti in edifici di particolare pregio architettonico e
nelle opere d’arte che ancor oggi si possono ammirare).
Il modo di produzione industriale e l’economia mercantile hanno
rovesciato questo rapporto tra produzione di valori d’uso e valori di scambio,
ponendo la centralità sulla produzione dei valori di scambio e marginalizzando progressivamente la produzione di valori
d’uso, fino a farla sparire quasi del tutto. L’unico residuo significativo
che oggi permane è il lavoro femminile all’interno delle famiglie nucleari.
Questo capovolgimento ha favorito lo sviluppo delle specializzazioni
professionali e delle tecnologie determinando forti accrescimenti di
produttività e produzione, ma in cambio ha ridotto l’autonomia delle persone
nella soddisfazione dei loro bisogni vitali. Oggi, nelle società industriali,
in particolar modo nelle città che ne sono il cuore,
nessuno produce nulla di ciò che gli serve per vivere e tutti dipendono da
altri per tutto. Il corrispettivo a livello culturale di questa situazione di assoluta interdipendenza reciproca è l’esasperazione
crescente delle specializzazioni, che riduce sempre di più l’area di conoscenza
di ogni individuo creando barriere insormontabili a ricostruire una visione
d’insieme anche all’interno di ogni singola branca del sapere.
La
centralità della produzione di valori d’uso in una struttura economica limitata
territorialmente e finalizzata all’autosufficienza, richiede agli individui la
capacità di svolgere, accanto al proprio lavoro principale, differenti
mansioni, a volte in forma di collaborazione subordinata, e di costruire una
rete di scambi fondati sul dono e sulla reciprocità. Ognuno mette a
disposizione degli altri la propria competenza specifica e riceve in cambio le
competenze specifiche altrui. In questo tipo di struttura
economico-produttiva il dono non è il regalo rituale della società
consumistica, né l’atto caritatevole che le religioni raccomandano ai fedeli
per alleviare le condizioni di miseria in cui vivono i poveri: è uno scambio
reciproco con alcune caratteristiche non scritte, ma ben definite: l’obbligo di
dare, l’obbligo di ricevere, l’obbligo di restituire più di quanto si è
ricevuto. Con queste caratteristiche il dono è una forma di scambio che
crea legame sociale tra le persone coinvolte: io ho ricevuto da te e ti
restituisco più di quanto mi hai dato; quando tu mi restituirai quanto ti ho
dato in più, mi darai più di quanto hai ricevuto da me in modo che io sia
nuovamente obbligato nei tuoi confronti e così via.
Senza andare tanto lontano nel tempo né presupporre la necessità
di strutture comunitarie, in Italia questo tipo di scambi ha sostanziato la
vita delle campagne fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, quando
l’agricoltura è stata investita e trasformata dalla logica industriale e
mercantile. Prima di allora le attività svolte dalle famiglie contadine
non erano finalizzate principalmente a vendere ma a consumare quanto veniva prodotto, l’agricoltura non era separata
dall’allevamento e in ogni podere familiare si coltivava un po’ di tutto, non
solo in forme intensive il prodotto più facilmente commerciabile e redditizio.
Nelle borgate e nelle frazioni rurali tutti gli uomini adulti attivi
collaboravano nei lavori più impegnativi e faticosi che scandivano nel corso
dell’anno l’attività agricola: mietitura e trebbiatura del grano, vendemmia,
raccolta e scartocciatura del mais, preparazione della
legna per l’inverno ecc.. Le prestazioni che gli
artigiani locali – fabbro, falegname, cestaio, bottaio, impagliatore di sedie –
svolgevano per i contadini venivano spesso scambiate con i prodotti agricoli.
Tutti i capifamiglia destinavano una quota di tempo concordata per eseguire
lavori di utilità pubblica: manutenzione delle strade
e dei fossi, realizzazione di canali di deflusso dell’acqua piovana, sgombero e
apertura di sentieri, gestione e uso comune degli stagni e degli acquitrini in
cui veniva messa a macerare la canapa ecc.. Accanto a queste forme regolari di
scambio non mercantile, particolarmente importante per i legami sociali della
comunità contadina tradizionale era la norma non scritta, ma rigorosamente
rispettata, che obbligava tutti i membri a prestare ogni forma di aiuto e
assistenza alle famiglie che per svariate ragioni – morte o malattia di un
componente, gravi danneggiamenti alla cascina, perdita del raccolto ecc.- non
riuscivano temporaneamente sostenere la mole di lavoro richiesta dall’ordinaria
conduzione del podere.
Nella società industriale e mercantile, in cui la centralità
è stata assunta dalla produzione di valori di scambio, i rapporti di scambio
tra le persone sono mediati dal mercato e, pertanto, diventano impersonali. Chiunque
può comprare da chiunque e vendere a chiunque beni e servizi analoghi offerti
da più produttori. La scelta avviene in base alla disponibilità economica degli
acquirenti e alla convenienza dell’offerta (il rapporto prezzo-qualità). Mentre lo scambio fondato sul dono e sulla reciprocità crea
legami sociali, lo scambio mercantile li distrugge. Toglie la rete di
protezione della solidarietà mentre accresce la dipendenza di
ogni individuo da altri per la soddisfazione dei propri bisogni vitali.
Riduce l’autonomia degli individui inserendoli in un meccanismo di cui
costituiscono semplici ingranaggi intercambiabili. Alla collaborazione
sostituisce la concorrenza e la rivalità tra produttori, alla reciprocità
l’indifferenza, alla centralità del rapporto interpersonale la centralità della
merce.
La
prevalenza della produzione di valori di scambio oltre
a distruggere i legami sociali, modifica anche radicalmente il rapporto degli
uomini con il mondo perché scioglie i legami col territorio. Se il fine dei produttori
non è la soddisfazione dei propri bisogni vitali, ma vendere ciò che producono,
il loro obiettivo di fondo è estendere il cerchio
della propria potenziale clientela, da una parte riducendo i costi di
produzione per battere i concorrenti, dall’altra allargando l’area territoriale
in cui vendono ciò che producono. Pertanto il legame con il territorio in cui
si svolgono l’attività produttiva diventa un limite. Devono andare oltre, sia
per acquistare i fattori della produzione dove sono più convenienti
economicamente, sia per trovare altri mercati. Gli aspetti positivi
di questa evoluzione non si possono sottovalutare. L’allargamento della sfera
mercantile ha consentito in primo luogo di accrescere la disponibilità di beni
e servizi per quantità crescenti di popolazioni. Inoltre ha comportato una estensione degli orizzonti culturali di comunità e
gruppi sociali precedentemente chiusi in una rete immutabile di relazioni
soffocanti e nella rigida conservazione delle proprie tradizioni. Non bisogna
però sottovalutare neanche l’altro lato della medaglia. Lo scioglimento dei
legami delle attività produttive col territorio ha deresponsabilizzato
gli uomini nei confronti degli ambienti. Se la maggior parte
dei mezzi di sussistenza si ricavano dal territorio in cui si vive, non ci si
può non sentire responsabili nei suoi confronti perché se ne dipende.
Non si sfrutta intensivamente perché produrre più di quanto si consuma non ha
senso. Non si pensa solo al presente e per non avere carenze
in futuro si evita di danneggiarlo. Per accrescere la produttività e diminuire
la fatica del lavoro non si usano sostanze nocive perché ciò che si produce si
consuma. Non si deturpa il paesaggio perché costituisce la propria nicchia
esistenziale. Il suo rispetto e la sua protezione non sono affidati all’etica o
ai buoni sentimenti, che sono una merce rara, ma
all’interesse.
Se invece
i produttori non hanno un legame diretto con il territorio in cui svolgono la
loro attività produttiva e questa attività non è
finalizzata principalmente a produrre valori d’uso per soddisfare i loro
bisogni; se, in una logica economica mercantile, il loro fine è produrre valori
di scambio e sono sottoposti alle leggi della concorrenza, per loro il
territorio diventa una risorsa da sfruttare in modi intensivi per ricavarne il
più possibile e gli unici limiti che si pongono sono motivati dall’esigenza di
non esaurire la fonte della loro ricchezza fino al momento in cui non ne
abbiano trovata una nuova. In un sistema economico finalizzato alla produzione
di valori di scambio l’indice del benessere non può che essere la crescita del
prodotto interno lordo (il valore monetario dei beni e dei servizi venduti,
ovvero la somma dei valori di scambio) e la crescita del prodotto interno lordo
non può che avere effetti distruttivi nei confronti degli ambienti, perché da
una parte richiede quantità crescenti di risorse naturali da trasformare in
merci, dall’altra l’adozione di tecnologie finalizzate alla crescita della
produttività anche se, come è successo negli ultimi
tre secoli, generano forme di inquinamento sempre più devastanti.
Una delle
conseguenze più macroscopiche dell’estensione
dell’economia di mercato fondata sulla produzione di valori di scambio è la
crescita tumorale delle aree urbane. Le città sono luoghi in cui la produzione
di valori di scambio non ha alternative perché non può averne. Nessuno nelle
città produce valori d’uso perché non è possibile farlo (anche se c’è chi cerca
una parziale compensazione a questa carenza facendo
del bricolage o coltivando orticelli in alcune aree provvisoriamente non
edificate delle periferie). Nel corso del Novecento lo sviluppo dell’economia
mercantile ha fatto crescere la percentuale della popolazione mondiale
urbanizzata dal 3 al 30 per cento. Negli ultimi decenni questa tendenza ha
avuto una forte accelerazione e nei prossimi si prevede che farà registrare ulteriori incrementi. Nel 1976 le città con più di un
milione di abitanti erano 190, oggi sono molte di più
e una ventina di megalopoli hanno raggiunto una popolazione tra i 10 e i 25
milioni. Alcune di esse nel giro di pochi decenni
supereranno i 30.
Il
corrispettivo della crescente concentrazione nelle aree urbane è l’abbandono di
territori sempre più vasti precedentemente abitati per
secoli. Pieni di strutture e di storia. In Italia un esempio emblematico
di questa evoluzione è rappresentato dallo spostamento della popolazione dai
paesi interni degli Appennini alle fasce costiere.
Nelle Marche la costruzione dell’autostrada adriatica lungo la costa ha svuotato i paesi dell’interno e trasformato la stretta fascia
pianeggiante tra le pendici delle ultime colline e il mare in un’unica area
urbana senza soluzioni di continuità. Tutte le attività economiche e produttive
si sono insediate lungo l’asse di sviluppo delineato dalla direttrice
autostradale trascinando con sé le sovrastrutture culturali, sociali e
religiose. L’antica diocesi di Ripatransone, un paese
del vicino entroterra ricco di storia e di monumenti architettonici, è stata
trasferita nella cittadina portuale di San Benedetto del
Tronto, che in pochissimi anni ha allungato tentacoli di palazzine in
tutte le aree disponibili a nord e sud del suo nucleo originario. Nella stretta
fascia costiera la densità della popolazione è diventata altissima, i prezzi di
terreni e case sono lievitati rapidamente, il traffico caotico e gli
imbottigliamenti allungano sempre di più i tempi di spostamento, il rumore non
conosce soste nemmeno di notte. Nell’interno, a pochi chilometri di distanza,
paesini bellissimi, silenziosi e semivuoti, traffico
inesistente, grandi spazi visivi, prezzi di case e terreni molto più
bassi. Altrettanto è avvenuto in una regione caratterizzata da un’analoga
struttura morfologica, come la Liguria, e in tutte le aree montuose e collinari
che non abbiano avuto uno sviluppo turistico. (È ancora il sonno della ragione,
o la sua veglia febbrile, oggi, a generare mostri?).
Tutto
lascia supporre che al meccanismo dell’economia mercantile e alla sua
implacabile estensione tra l’umanità (la globalizzazione
e l’occidentalizzazione del mondo) non sia possibile
contrapporsi. La forza del Leviatano è completamente
sfuggita al controllo degli uomini e continua a crescere per spinta
endogena. Si possono però ricavare nicchie di autonomia
in cui sottrarsi alla sua accettazione passiva o rassegnata. A chi si proponga di fare questa scelta, i monasteri del secondo
millennio offrono indicazioni indispensabili, da reinterpretare
e adeguare ai tempi attuali, per costruire nel terzo millennio monasteri in
cui, poiché una salvezza collettiva appare impossibile, tentare almeno una
salvezza individuale (che non è un’operazione egoistica come la crudezza
dell’affermazione potrebbe indurre a credere, ma culturale e, quindi,
profondamente sociale).
A
differenza dei monasteri del secondo millennio, che venivano
costruiti lungo le strade di transito percorse da pellegrini e mercanti, i
monasteri del terzo millennio sorgeranno nelle aree marginalizzate
dalle direttrici di sviluppo dell’economia mercantile. I loro luoghi di elezione saranno i paesi e le frazioni abbandonate, dove
le strade di scorrimento veloce non hanno rettificato e allargato le antiche
vie di comunicazione, le reti commerciali non hanno esteso le loro maglie per
mancanza di una domanda adeguata, l’industria non ha creato le infrastrutture
che le necessitano, la speculazione edilizia non ha allungato i suoi tentacoli.
In molti di essi ancora si legge l’antica trama
intessuta dal lavoro degli uomini nel corso dei secoli e dei millenni adeguando
alla morfologia del suolo l’edificazione delle case, la distribuzione degli
appezzamenti agricoli, i tracciati della viabilità. Spopolati da un
ininterrotto processo migratorio verso le aree urbane, non ritenuti
interessanti come luoghi di villeggiatura in cui ristrutturare le case
esistenti e insediare strutture d’intrattenimento e divertimento di massa, li
avvolge una sorta di sospensione del tempo in cui a poco a poco i boschi
riprendono il sopravvento sui terreni dissodati e gli edifici vanno lentamente
in rovina. Anche quando la loro bellezza paesaggistica non sia
eccezionale, nessun quartiere cittadino di pregio può reggere al loro confronto
e l’emarginazione stessa dallo sviluppo conferisce ad essi una qualità
ambientale e una vivibilità superiori. L’aria non è attossicata da gas di
scarico, non ci sono rumori né intasamenti, di notte vi persiste
il buio, le connotazioni delle stagioni sono più nette. Segni di arretratezza che il progresso si premurato di eliminare
dovunque è arrivato. Persistenze del passato a cui non viene
conferito alcun valore e, quindi, non incidono sui prezzi di vendita.
L’antica
sapienza di cui sono intessute queste realtà privilegiate non
è stata cancellata, ma è rimasta custodita proprio dall’abbandono e persiste
come una potenzialità inespressa. Non appena se ne vadano
a cercare gli indizi riaffiora ed è in grado di offrire forme interessanti di
“collaborazione” con il sapere e il saper fare elaborati successivamente per
risolvere gli stessi problemi. Il recupero di questi luoghi sarà dunque anche
un recupero della sapienza che li ha modellati. La ristrutturazione delle case
per farne celle dei monasteri del terzo millennio non
ne rispetterà soltanto forme, misure e tipologie costruttive, ma ne
valorizzerà, potenziandola al massimo, la capacità intrinseca di costituire un
riparo dagli effetti indesiderati del clima col minimo apporto energetico. Le
conoscenze antiche, che le collocavano in luoghi riparati morfologicamente
dagli agenti atmosferici indesiderati e le orientavano in modo di poter
beneficiare appieno degli apporti climatici favorevoli, che usavano lo spessore
dei muri perimetrali per coibentarle e avevano
elaborato una serie di metodologie per conservare il caldo e il freddo nei
periodi in cui non erano forniti direttamente dai fattori climatici, saranno
integrate dalle più avanzate tecnologie elaborate per ricavare dal clima più di
quanto possa offrire di per sé e annullare del tutto
in modi passivi i suoi effetti indesiderati (dai collettori solari termici ai
pannelli fotovoltaici, dagli impianti eolici agli
standard di coibentazione che rendono superflui gli
impianti di riscaldamento e di raffrescamento). Il
recupero delle tecniche agricole tradizionali sarà integrato con le più
avanzate conoscenze biochimiche per potenziare i meccanismi di difesa naturali
delle piante coltivate e accrescere i loro rendimenti senza stravolgerne la
fisiologia. La più approfondita conoscenza del ciclo dell’acqua sarà utilizzata
per effettuarne prelievi senza sprechi, gestioni
consapevoli e restituzioni pulite con processi di depurazione biologica. Il
recupero degli insediamenti umani emarginati dallo sviluppo si prefiggerà una
conservazione intelligente del passato arricchita da innovazioni qualitative,
invertendo il degrado causato dall’abbandono dell’ultimo cinquantennio senza
introdurre i nuovi elementi di degrado apportati dalla estensione
della logica mercantile a tutte le attività umane.
I
monasteri del terzo millennio non richiederanno necessariamente voti di obbedienza a regole, né comunioni di beni mobili e
immobili. Saranno strutture leggere, o meglio ancora non strutture, semplici
luoghi d’incontro in cui si ritroveranno per elezione e affinità, persone e
famiglie che avvertono in modo particolarmente acuto il disagio, la sofferenza
e i limiti di una vita fondata sulla produzione di valori di scambio e vogliono
riscoprire la dimensione di una vita fondata principalmente, ma non
esclusivamente, sulla produzione di valori d’uso, sul dono e la reciprocità,
sul legame con il territorio da cui ricavano i propri valori d’uso. In alcuni
di questi luoghi stanno già confluendo e confluiranno in misura sempre
maggiore, ma in ogni caso statisticamente irrilevante, gruppi di persone che vi
abiteranno per scelta, o confermando con un atto di volontà una collocazione avuta per caso (e, quindi, non vivendo come
emarginazione la marginalità), o arrivandoci dopo aver abbandonato le aree
urbane in cui vivevano, precedenti ruoli di produttori di valori di scambio e
l’economia mercantile.
Le celle
di questi monasteri saranno case autonome e indipendenti (ciò non esclude che
alcune di esse possano essere strutture comunitarie) i
cui abitanti valorizzeranno al massimo la produzione di valori d’uso,
l’agricoltura e il lavoro manuale. Naturalmente nessuno sarà in grado di
produrre da sé tutto ciò che gli serve per vivere, né del resto sarebbe
auspicabile che la maggior parte del tempo della vita venisse
speso in attività finalizzate alla semplice sopravvivenza fisica. La produzione
di valori d’uso dovrà dunque essere integrata in parte da scambi non mercantili
di beni e servizi ottenibili sulla base del dono e della reciprocità, in parte
da scambi mercantili. Gli scambi basati sul dono e sulla reciprocità avverranno
tra coloro che avranno fatto la stessa scelta esistenziale
e, anche quando non siano legati da nessun vincolo formalizzato, sentiranno un
forte senso di appartenenza a una cerchia di affini. I beni e i servizi che non
potranno essere né autoprodotti, né scambiati in
forma non mercantile (beni non producibili con tecnologie artigianali e servizi
ad alta specializzazione), verranno acquistati sul
mercato. Ciò implica che ogni individuo o nucleo familiare abbia la possibilità
di accedervi, possa cioè disporre di redditi monetari
derivanti dallo svolgimento di attività artigianali o professionali
complementari alla produzione di valori d’uso, e/o dalla vendita di eccedenze
della propria produzione di valori d’uso. Per evitare i disagi individuali e
l’impatto ambientale del pendolarismo, le attività
professionali verranno svolte utilizzando al massimo
le opportunità offerte dal telelavoro. I monasteri
del terzo millennio non saranno quindi luoghi in cui ritirarsi in isolamento
dal mondo tagliando ogni rapporto con l’economia industriale e mercantile, ma
in cui la vita verrà impostata sulla base di una
diversa gerarchia di priorità.
La
rivalutazione del lavoro manuale nei monasteri del terzo millennio non sarà
motivata da spirito di automortificazione
o desiderio di un romantico regresso nei bei tempi andati, ma sarà una
conseguenza della centralità assegnata alla produzione di valori d’uso e una
scelta finalizzata a ridurre al minimo l’impronta ecologica individuale. Si
tratterà di un lavoro manuale colto, di un saper fare nutrito di un sapere più
vasto, che non si limita alla conoscenza dei materiali utilizzati, delle loro
potenzialità e dei loro limiti. A questi elementi tipici della cultura
specifica di ogni bravo artigiano, si aggiungerà la
conoscenza del ciclo completo della loro vita, dall’estrazione alle possibilità
di riuso e riciclaggio, al fine di eliminare il concetto stesso di rifiuto, che
non ha nessun fondamento logico e genera soltanto problemi di carattere
operativo. Analogamente la conoscenza delle tecniche sarà sostanziata dalla
consapevolezza del loro impatto ambientale. La finalità ultima di questo saper
fare colto sarà la produzione di beni per destinatari noti (fatti cioè per rispondere a un’esigenza e non per essere venduti),
concepiti per durare il più a lungo possibile nel tempo e poter essere
completamente riciclati al termine della loro vita. Questi parametri di
riferimento consentiranno di definire il fare in termini qualitativi e non
quantitativi, come un fare bene e non un fare fine a se stesso. Ne risulterà rivalutato il valore della lentezza come
presupposto del fare bene e il lavoro sarà guidato dal motto: se hai fretta
rallenta.
In relazione alla produzione di valori di scambio la riduzione
dell’impatto ambientale passa attraverso l’acquisto di merci prodotte con le
tecnologie meno inquinanti e meno energivore che, a
parità di servizi, siano le meno inquinanti e le meno energivore
nel corso della loro vita e quando vengono dismesse.
Le certificazioni ambientali delle industrie (ecoaudit) e dei prodotti
industriali (ecolabel)
sono strumenti decisivi non solo per consentire ai consumatori di scegliere le
merci più ecocompatibili offerte dal mercato, ma per
indurre i produttori a farsi concorrenza sul miglioramento della qualità
ambientale dei loro cicli produttivi e dei loro prodotti. In questo modo, in un
sistema economico fondato sulla produzione di valori di scambio si possono
ottenere risultati molto importanti ma non risolutivi, perché la riduzione
dell’impatto ambientale delle merci viene
continuamente vanificata, come in una gigantesca fatica di Sisifo,
dalla crescita quantitativa delle merci prodotte. La riduzione dei consumi di
benzina delle automobili non ha comportato una riduzione dei consumi globali di benzina, che anzi sono cresciuti perché nel
contempo sono cresciuti il numero e la cilindrata media delle automobili
circolanti. Poiché il meccanismo della crescita economica e produttiva è
consustanziale a questo sistema, se si vuole che la riduzione dell’impatto
ambientale individuale diventi fattore di una riduzione dell’impatto ambientale
globale, occorre anche ridurre l’incidenza dei valori
di scambio nella propria vita, valorizzando al massimo la produzione di valori
d’uso. In termini quantitativi il contributo al miglioramento della qualità
ambientale che oggi può derivarne è modesto, ma culturalmente significativo. Comunque, in termini
etici non se ne può prescindere se si vuole assumere un atteggiamento di
responsabilità e cura nei confronti della terra.
Prendersi
cura della terra attraverso il lavoro è, secondo la tradizione biblica, il
ruolo assegnato da Dio agli uomini.
Finalmente
Dio disse: «Facciamo l’uomo a norma della nostra immagine, come nostra
somiglianza, affinché possa dominare sui pesci del mare e sui volatili del
cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e su tutti i rettili che
strisciano sulla terra». Genesi, 1, 26.
Poi il Signore Dio rapì l’uomo e lo depose nel giardino dell’Eden
perché lo lavorasse e lo custodisse. Genesi, 2, 15.
Il potere
che Dio dà all’uomo o, in termini laici, il potere che la scienza e la
tecnologia danno all’uomo, di dominare «sui pesci del mare e sui volatili del
cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e su tutti i rettili che
strisciano sulla terra», non è fine a se stesso e al suo accrescimento. Il fine
del fare non è fare sempre di più, né tanto meno produrre quantità sempre
maggiori di valori di scambio. La crescita del prodotto interno lordo non è il
fine del lavoro umano come il modo di produzione industriale
e l’economia mercantile hanno indotto a credere. Il potere definito nel
primo dei due passi biblici citati si esercita nei modi e ai fini indicati nel
secondo: è finalizzato a custodire e migliorare, mediante il lavoro, il
giardino dell’Eden. Solo migliorando il mondo col lavoro gli uomini possono realmente
migliorare le condizioni di vita della propria specie.
Il potere
di dominare su tutti gli altri viventi Dio lo assegna
a un essere che modella a sua immagine e somiglianza. In genere questi due
concetti vengono identificati e il loro abbinamento viene
considerato una sorta di ridondanza verbale. Una ripetizione utilizzata per sottolineare le responsabilità assegnate all’uomo da questa
scelta così decisiva di Dio. In realtà le due parole hanno significati diversi.
La somiglianza indica un livello di identificazione
molto inferiore a quello definito dall’immagine. Il concetto di somiglianza si
utilizza per indicare la compresenza di elementi di
identità e di differenza tra due o più soggetti. Due o più soggetti si
somigliano quando gli aspetti che li accomunano sono evidenti, ma non annullano
le loro diversità. Il concetto di immagine si utilizza
invece quando l’identità tra due o più soggetti è totale. Un soggetto è a immagine di un altro quando diventa difficile
distinguerli. L’immagine è il riflesso di sé che vede chi si guarda allo
specchio. In cosa dunque l’uomo sarebbe stato fatto a somiglianza e in cosa a immagine di Dio? Secondo la suggestiva
interpretazione di Claudio Napoleoni, gli uomini somigliano a Dio nella
dimensione del lavoro, perché lavorando creano cose che non esistevano, come
Dio ha creato il mondo, ma a differenza di Dio, che ha creato dal nulla, essi
per creare utilizzano e trasformano materie già esistenti. Il lavoro dunque in
parte li identifica con il Creatore e in parte li differenzia da Lui. Ma Dio non si limita a fare. Ogni giorno, al termine del suo
lavoro, si sofferma a valutare ciò che ha fatto e ogni volta constata
che è buono. Alla fine del sesto giorno facendo un bilancio complessivo del suo
lavoro, «vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono», per cui «nel settimo volle concluso il lavoro che aveva
fatto e cessò da ogni lavoro». (Genesi, 1, 31 e 2,2)
Il fare di Dio è dunque connotato qualitativamente, è un fare bene, e il fine
del suo fare bene è il non fare: la contemplazione di ciò che ha fatto. L’uomo
si realizza a immagine di Dio, secondo Claudio
Napoleoni, se finalizza il suo fare al non fare e se, quando smette di fare,
ciò che ha fatto gli consente di contemplare.
Ma quando l’uomo può contemplare? Quando ciò che
ha fatto è fatto bene. Quando il suo lavoro ha
migliorato e completato l’opera della creazione divina. Quando modificando col suo lavoro un luogo del mondo lo ha reso più
bello di prima. Per quanto potesse essere bello
il paesaggio delle crete senesi prima che Enea Silvio Piccolomini
vi facesse costruire Pienza, la costruzione di Pienza lo ha reso più ospitale per gli uomini e più bello.
Ha migliorato la qualità della vita degli uomini in quel luogo migliorando il
luogo. Ma se col lavoro l’uomo peggiora il mondo, lo
rovina paesaggisticamente, lo inquina, come può
contemplare dopo aver fatto? Un sistema economico e
produttivo che misura la sua efficacia con la crescita dei valori di scambio
prodotti (il prodotto interno lordo, ovverosia la somma dei valori monetari dei
beni e dei servizi commercializzati), non pone a fine del fare la
contemplazione, ma il fare di più. Allontana gli uomini dall’immagine di
sé che Dio ha voluto imprimere in loro e peggiora il mondo modificandolo in
modi disastrosi, perché il fare finalizzato a fare di più richiede quantità
crescenti di risorse, costi quel che costi in termini di impatto
ambientale, e genera quantità di rifiuti crescenti in misura proporzionale alla
crescita dei valori di scambio prodotti. Per quanto possano
essere inospitali o paesaggisticamente insignificanti
i luoghi da cui gli uomini estraggono le risorse necessarie ad alimentare un
fare finalizzato a fare di più, i luoghi in cui le trasformano in merci e i
luoghi in cui scaricano alla fine della loro vita le merci trasformate in
rifiuti, il loro lavoro li rende ancora più brutti e assolutamente non
ospitali.
Nei
monasteri del secondo millennio i concetti di immagine
e somiglianza degli uomini con Dio sono stati tradotti nella formula
benedettina dell’ora et
labora, che dovrà essere ripresa, nella
pienezza del suo significato, anche nei monasteri del terzo millennio.
Non solo ora e
non solo labora
perché la contemplazione senza l’azione è un lusso che si può mantenere
soltanto a spese del lavoro altrui e l’azione senza la contemplazione è un fare
cieco.
Non solo lo spirito e non solo il corpo perché la completezza
umana è data da entrambi gli aspetti.
Ora et labora non sono due attività
distinte che si alternano nel corso della giornata.
Sono due aspetti complementari e interdipendenti di un atteggiamento culturale
che riunifica la conoscenza di come si fanno le cose
(il sapere scientifico) con l’indagine sul perché si fanno (il sapere
umanistico). Ora et
labora è il superamento della prima
divisione del sapere da cui derivano tutte le altre che riducono gli uomini a
semplici ingranaggi nel meccanismo del sistema economico e produttivo fondato
sulla centralità dei valori di scambio. Quando il fare è finalizzato a fare di
più, chi fa viene addestrato a sapere come si fa
quello che fa, ma non a domandarsi perché lo fa, che senso abbia, come si
colleghi a quello che fanno altri. Chi invece indaga sui
perché viene e si sente dispensato dal sapere come si fanno le cose. Ora et labora
nei monasteri del terzo millennio sarà la riunificazione dell’indagine sul
perché con la conoscenza del come.
L’ordine
in cui sono posti l’ora
e il labora
non è casuale né intercambiabile. Non può essere sostituito da labora et ora. L’ora è un prius. La contemplazione è il fine,
l’azione il mezzo che consente di raggiungerlo purché
sia finalizzata a raggiungerlo. Occorre fare in modo che quanto si fa consenta
di contemplare.
L’ora può anche essere ciò che in senso
religioso si indica con la parola preghiera, ma i
monasteri del terzo millennio non richiederanno professioni di fede e
assunzioni di voti. In senso più ampio è la contemplazione. Del resto la
preghiera correttamente intesa non è la richiesta petulante di favori o
privilegi al proprio Dio, ma una forma della contemplazione di chi ha fede.
Cos’è dunque, in termini generali, la contemplazione? Cosa
significa contemplare? Nell’etimologia di questo verbo è contenuta la parola templum. Il
tempio era lo spazio sacro che, impugnando una verga ricurva chiamata lituo,
gli àuguri etruschi scontornavano
nel cielo per osservare il volo degli uccelli e trarne auspici per il futuro.
Contemplare significa osservare con rispetto sacrale, mettere in un tempio ciò
che si osserva. Se il fare è finalizzato a fare sempre
di più, l’osservazione è finalizzata a capire in che modo ciò che si osserva
può essere trasformato in valore di scambio, può essere utilizzato,
valorizzato, sfruttato. Se il fare è finalizzato a fare di più l’osservazione è interessata. Se invece il fare è un fare bene
finalizzato a custodire e migliorare il mondo, la contemplazione è un modo di
osservare disinteressato, finalizzato a percepire la perfezione intrinseca di
ciò che si osserva, a conoscere i meravigliosi equilibri che regolano i
rapporti tra i fattori ambientali e le specie viventi, a capire che ogni
vivente è l’esito, nella forma irripetibile di un
corpo in uno spazio e in un periodo di tempo, delle stesse sintesi degli stessi
elementi nelle stesse molecole che vanno a comporre le stesse macromolecole
dell’acido desossiribonucleico, seppure a diversi livelli di complessità, e che
ognuno di essi compie, seppure in modi diversi, le stesse funzioni vitali. Chi
contempla percepisce che uno stesso principio vitale unifica, oltre le
diversità in cui si manifesta, tutte le forme di vita e si sente parte di questa unità, ma con il ruolo specifico che gli deriva
dall’appartenere all’unica specie in grado di raggiungere questa
consapevolezza, di conoscere e di intervenire sui cicli, i passaggi e gli
eterni ritorni che la vita compie trasmettendosi tra gli individui e le specie.
La contemplazione è l’osservazione del mondo con gli occhi di chi è stato
abilitato a conoscerlo e incaricato di custodirlo col proprio lavoro per conto
del Dio che lo ha fatto.
La
contemplazione può assumere forme e aspetti diversi: lo studio disinteressato,
la ricerca artistica, la poesia, la musica, la meditazione, la preghiera, la
filosofia, la conservazione della memoria storica, la ricerca scientifica,
l’osservazione naturalistica. Ognuna di queste forme può essere vissuta a diversi livelli di intensità in relazione alla sensibilità
e alle caratteristiche individuali: con un ruolo creativo, o come interprete,
divulgatore, fruitore; in una dimensione pubblica e in una dimensione privata;
individualmente o in gruppi; in modi differenti nelle varie fasi della vita.
L’elemento di fondo che le unifica oltre le diversità
con cui si manifestano è la gratuità. In un sistema economico fondato sulla
produzione di valori di scambio, la cartina di tornasole che le fa riconoscere
è la mancanza di utilità pratica, per cui sono
considerate stravaganze o modi originali di utilizzare il tempo libero.
Tuttavia, nei casi in cui vengono praticate
creativamente, possono dare esiti che travalicano la dimensione individuale di
chi le pratica, trovando un riscontro più o meno ampio a livello sociale. In
questi casi, pur continuando a essere motivate da
esigenze individuali e senza perdere la caratteristica del disinteresse, le
forme creative in cui si manifesta la contemplazione (opere d’arte, libri,
musica, scoperte scientifiche) diventano oggetto di una domanda di conoscenza
da parte di chi desidera accedervi come fruitore. Per chi la svolga
a questi livelli, l’attività contemplativa assume caratteristiche totalizzanti
e professionali, caricandosi di una valenza esistenziale, ma anche di
un’ambiguità di fondo perché si sovrappone alla produzione di valori di
scambio. Ed è inevitabile che in una società mercantile questa
ambiguità venga strumentalizzata.
Quando la vita è dedicata al fare per fare sempre di più («ha
dedicato interamente la vita al lavoro» si scrive nei necrologi dei giusti),
nei periodi di tempo in cui non si fa (i giorni di festa), viene meno il suo
senso e si apre un vuoto. Non si sa come far passare le ore. Ci si annoia. Si
cercano passatempi, modi di «ammazzare il tempo» (così dopo aver sprecato il
meglio della vita nel fare fine a se stesso, si spreca anche il resto). L’alternativa alla noia è il divertimento. Etimologicamente il
verbo divertire significa deviare, allontanare, distogliere l’attenzione da
qualcosa concentrandola su qualcos’altro. Il divertimento distoglie dal senso
di vuoto e di inutilità che prova, quando non fa, chi
cancella dalla propria vita la dimensione della contemplazione e non finalizza
ad essa il suo fare. In una società fondata sul fare per fare di più il
divertimento ha quindi una funzione essenziale. È l’altra faccia del fare fine
a se stesso. Per soddisfare l’esigenza di divertimento si è sviluppato un apposito settore industriale che vede crescere di giorno in
giorno la sua importanza e le sue dimensioni. Le offerte dell’industria del
divertimento sono molteplici e coprono ormai tutte le ore di tutti i giorni,
con punte di massima intensità nei fine settimana. La gamma dei prodotti va
dalle attività sportive (in poco tempo le discipline olimpiche si sono
moltiplicate e il calcio è passato da una scadenza
settimanale a un giorno settimanale di riposo), al ballo e allo sballo (la
crescita del consumo di droghe è stata accompagnata da una crescita parallela
dei tipi di droghe in commercio), al cinema e alla televisione (con un’offerta
plurima d’intrattenimenti di vario genere che copre tutte le ore del giorno e
della notte). Poiché in un’economia mercantile
l’offerta corrisponde alle esigenze della domanda e la qualità delle offerte di
divertimento il più delle volte è penosa e ripetitiva in modo ossessionante, se
ne deduce che il bisogno di distogliersi è così forte da far accettare come una
liberazione qualsiasi proposta che in qualche modo consenta di far trascorrere,
senza pensare, gli inevitabili periodi di riposo dal fare fine a se stesso.
Per
intercettare tutti i tipi di domanda è necessario
diversificare l’offerta (come succede negli autogrill, dove in relazione alle
proprie disponibilità economiche e di tempo i consumatori possono scegliere tra
tre tipi di ristorazione: panini, self service e
ristorante). Nella programmazione della propria attività, l’industria del
divertimento non poteva non tener conto di questa elementare
legge economica e per rispondere alla domanda della fascia di consumatori che
manifestano qualche pretesa intellettuale e non si accontentano della
paccottiglia a buon mercato offerta dalla televisione, ha annesso al suo
dominio l’editoria spostandola progressivamente dal versante della cultura a
quello del tempo libero. Per la già citata legge economica della corrispondenza
tra domanda e offerta, alla crescente produzione di libri per il tempo libero
ha fatto riscontro una sempre più diffusa concezione della lettura come
passatempo. Del resto, l’abitudine, ormai invalsa da decenni, di compilare
settimanalmente le classifiche dei libri più venduti non sta forse a indicare la loro equiparazione con tutti gli altri beni di
consumo di massa? E la recente innovazione di
affiancarle ad analoghe classifiche di videogiochi, dischi e films non specifica ulteriormente, se ce ne fosse ancora
bisogno, la loro omogeneità merceologica e intercambiabilità
d’uso con gli altri beni di consumo per il tempo libero?
Chi,
nonostante tutto, continuerà a considerare i libri la forma di comunicazione
che consente agli uomini di superare i limiti dello spazio e del tempo (una delle funzioni dei monasteri del terzo millennio, come quelli
del secondo, sarà proprio di conservare questa concezione alta dei
libri) sentirà una totale sintonia con le parole scritte da Giacomo Leopardi
nel suo Zibaldone il 6 aprile 1827: «Io stesso, che pure non ho maggior piacere
che il leggere, anzi non ne ho altri, […] quando
talvolta per ozio, mi son posto a leggere qualche
libro per semplice passatempo, ed a fine solo ed espresso di trovar piacere e
dilettarmi; non senza maraviglia e rammarico ho trovato sempre che non solo io
non provava diletto alcuno, ma sentiva noia e disgusto fin dalle prime pagine.
[…] Onde i libri che mi hanno dilettato meno, e che perciò da qualche tempo io
non soglio più leggere, sono stati sempre quelli che si chiamano come per
proprio nome, dilettevoli e di passatempo».
I
monasteri del terzo millennio non saranno l’alternativa
alla società industriale e mercantile che, anzi, continuerà a estendere il suo
dominio inglobando quantità crescenti della popolazione mondiale. Saranno
nicchie ricavate nei luoghi che il fare fine a se stesso avrà ritenuto diseconomico uniformare alla sua logica. A chi sarà
attratto dal fascino di questi luoghi, la loro emarginazione dalle direttrici
dello sviluppo consentirà di riscoprire l’importanza della produzione di valori d’uso, dello scambio fondato sul dono e sulla
reciprocità, di un fare connotato qualitativamente e finalizzato alla
contemplazione. I pochi che sceglieranno di viverci useranno il sapere per
ridurre al minimo il peso della loro presenza nel mondo. La loro impronta
ecologica sarà quella di chi cammina in punta di piedi, utilizzando con la
massima efficienza il minimo delle risorse possibili per ricavare i suoi mezzi
di sussistenza senza limitazioni e senza sprechi, senza rinunce e senza inutili
orpelli, migliorando le proprie condizioni di vita senza danneggiare quelle di altri
viventi. Un sano egoismo li indurrà a preferire la collaborazione alla rivalità
e alla concorrenza, gli affetti alle cose, il silenzio alle parole vane e al
rumore, la solitudine all’affollamento, la lettura di un libro a uno spettacolo televisivo, le differenze all’omologazione,
l’organico all’inorganico, la contemplazione al divertimento. La loro ambizione
non sarà cambiare il mondo, ma poter ripetere le parole di Baudelaire:
«Ho più ricordi che se avessi mille anni».
Tratto da Ricchezza ecologica, manifestolibri
- Roma 2003
di Maurizio Pallante