GLI OCCHI DI ALYSSA
MARIA G. DI RIENZO
(Alyssa Peterson, militare
statunitense in Iraq, si era opposta alle torture sui prigionieri; si e' suicidata il 15 settembre 2003.
Maria G. Di Rienzo prestigiosa intellettuale femminista,
saggista, giornalista, narratrice, regista teatrale e commediografa. )
"Il giorno stesso in cui Alyssa mori', suo padre mi disse che era
preoccupato per questa figlia nell'esercito, all'altro capo del mondo",
racconta Mary W. Black, "Eravamo in ufficio,
siamo colleghi. Il giorno dopo,
arrivarono due ufficiali proprio sul posto di lavoro, a notificargli il
decesso della ragazza. Non ho mai visto un uomo, un padre,
andare in pezzi in quel modo".
Di lei gli altri soldati ricordano la gentilezza, l'intelligenza
schietta, e l'immediatezza. Era dolce, ripetono, aveva un sorriso solare. Certo
e' facile, e a volte ipocrita, profondersi in lodi di qualcuno che non c'e' piu'. Alyssa Peterson fini'
nell'elenco degli "eroi caduti" in Iraq, anche se la sua morte fu
imputata ad un incidente, accaduto il 15 settembre 2003."Colpita da
armi non ostili". Non inusuale in Iraq, pare. Poiche' era la terza donna dell'esercito Usa a morire laggiu', la stampa le dedico' qualche attenzione.
Com'era morta questa giovane, a 27 anni? L'esercito forni' diversi scenari ai redattori dell' "Arizona Republic",
i piu' interessati alla storia poiche'
Alyssa era originaria di quello stato:
"Poteva essere un colpo partito dalle sue stesse armi mentre le scaricava,
oppure poteva essere stato il colpo partito dal fucile di un altro soldato che
stava compiendo la stessa operazione, o l'uccisione accidentale della Peterson da parte di un civile iracheno".
*
Oggi sappiamo che Alyssa si e' uccisa. Era una
specialista dell'intelligence che parlava arabo in modo fluente, ed era stata
assegnata alla prigione della base aerea a Tal-Afar,
nell'Iraq nord-occidentale. Il primo novembre, la radio locale di Flagstaff, sua citta' natale, ha
cominciato cosi' un servizio su di lei: "Alyssa Peterson si suicido' perche'
si opponeva alle tecniche di interrogatorio usate sui prigionieri. Rifiuto' di continuare a partecipare agli interrogatori
dopo due sole notti di lavoro in quell'unita', che veniva
chiamata 'la gabbia'. I portavoce dell'unita' si
sono rifiutati di specificare che cosa Alyssa
rifiutava. Dicono che tutte le registrazioni relative a
quelle tecniche sono state distrutte". Vedete, e'
molto semplice. Se abbiamo distrutto tutte le registrazioni, assieme ad esse se ne e' andata la nostra memoria. Cosa
facevamo ai prigionieri, tanto da indurre una testimone a togliersi la vita,
soverchiata dal dolore e dall'angoscia non meno che dalla sensazione di non
poter arrestare le nostre azioni? Non ce lo ricordiamo
piu'. La verita' la si deve alla tenacia di un giornalista, Kevin Elston, che dopo centinaia
di inutili telefonate e richieste a reticenti membri dell'esercito ha intentato
un'azione legale (inerente alla liberta'
d'informazione) ed ha ottenuto i documenti ufficiali relativi alla permanenza
di Alyssa in Iraq ed
al suo decesso. Ora sappiamo che stante il suo rifiuto, ella
venne assegnata ad altro incarico, la supervisione delle guardie irachene al
cancello della base. Sappiamo che nello stesso periodo le
furono date lezioni su come prevenire il suicidio: lei stessa lo ricorda con
triste ironia in un
biglietto che le e' stato trovato addosso: "Quelle lezioni mi hanno insegnato
come ammazzarmi", ha scritto.
I suoi
ex commilitoni la ricordano, certo, la sua gentilezza, lo
abbiamo detto, la sua intelligenza. Ma aveva
problemi, aggiungono. "Non riusciva a separare i suoi sentimenti personali
dai suoi doveri professionali". Cosa non
funzionava, nel suo lavoro, a cosa era contraria? Preferiscono non rispondere,
non lo sanno, i file sono stati cancellati.
*
Nell'Italia occupata dai nazisti, mia madre lavoro'
per la Wehrmacht. Da qualche mese riposa fra le
braccia dei nostri comuni antenati e tutto quel che so e' che all'epoca era una
ragazzina miserabile ed affamata, proveniente da una famiglia di convinti
fascisti. Di quel periodo riusciva a stento a dirmi che "la guerra e'
brutta, spera di non vederla mai". Nessuno fra i miei parenti, ne' lo zio miliziano, ne' lo zio partigiano, ne' quello deportato
in Germania ne parlavano volentieri. Di quando scavava
trincee per i tedeschi, mia madre mi racconto' un
solo episodio. Quello del soldato semplice, un
ragazzino biondo di diciassette anni che si sparo' in
testa a poca distanza da lei. Si', c'erano
stati i bombardamenti. Si', tornavano i feriti e i
mutilati, si sapeva del tale e del tal altro che erano caduti in combattimento.
Si', aveva gia' visto
persone morire accanto a lei. Ma quello si configurava
come il colmo dell'orrore, un episodio che restava inciso nella sua memoria perche' un attimo prima quegli occhi azzurri la guardavano,
un attimo dopo il ragazzo "si sfilo' la pistola
dal cinturone" e quegli occhi sprofondarono nel buio. Fu come se la notte
fosse calata
all'improvviso. Chissa' cosa avevano
visto, quegli occhi azzurri, cosa temevano di dover continuare a vedere, per
decidere che la cecita' era preferibile.
*
Possiamo raccontarci molte bugie. Anche molte amabili,
confortevoli, dolcissime bugie. Persino sulla guerra come
male minore, come inevitabile estrema difesa, come atto connaturato alla nostra
stessa umanita'. Possiamo inneggiare agli
eroi. Al valore, al coraggio, allo sprezzo del pericolo che hanno
impiegato per uccidere altri esseri umani: possiamo persino metter
loro delle lucenti medaglie sul petto, per questo, che siano vivi o morti.
Possiamo fingere che non sia mai accaduto, che non stia accadendo, che non accadra' certo a noi. Possiamo. Poi viene la notte. Anche in Iraq. Anche per i soldati
occupanti. Viene la notte del 15 settembre ed il cielo e' pieno di stelle, ma Alyssa non riesce a vederne la bellezza, le sembra che per reggersi,
quella volta celeste, stia posando proprio sulle sue spalle. E'
pesante, e' orribile. Vorrebbe tornare a dormire, ma non riesce a togliersi quelle urla dalle orecchie. Vorrebbe tornare
a dormire ma lo sguardo le e' caduto sulla camicia che
indossava quel giorno, e anche se l'hanno lavata lei continua a vederci uno
schizzo di sangue. Vorrebbe dimenticare, e pero' quegli
occhi spalancati la inseguono, fissi nei suoi, era un
altro essere umano, le assomigliava troppo, quegli occhi, quegli occhi, cosi' simili... no: identici ai suoi.
Cosa stara' succedendo, ora, in quella stanza? Alyssa
e' sola, non sa come fermarli. Le hanno detto
che e' lei ad avere dei problemi. Le cose vanno cosi'.
Non ti aspetterai che confessino spontaneamente. Sono terroristi. Forse e'
meglio che vedi uno psicologo, che fai del training
antisuicidio. Saresti proprio in gamba, ragazza, sei
intelligente, svelta, saresti perfetta se solo riuscissi a non avere sentimenti
sul lavoro. Ma non avere sentimenti equivale ad essere
morti.
*
Nella "gabbia" degli interrogatori a Tal-Afar,
e' li' che Alyssa Peterson e' stata uccisa, prima del 15 settembre 2003.
"Colpita da armi non ostili".