
Uno dei campi nomadi abusivi sgomberato a Roma
ROMA - Nella capitale li
metteranno fuori dal raccordo anulare, trenta
chilometri dal centro. Da Appignano del Tronto scappano dopo i quattro ragazzi del muretto,
tutti tra i sedici e i diciannove anni, travolti da Marco "lo
zingaro" che quella sera guidava ubriaco. C'è il romeno arrestato per il
duplice omicidio di Mendicino, in Calabria. E il rom bosniaco che per rubare una macchina, a Giugliano,
s'è trascinato dietro la proprietaria uccidendola.
E' solo la cronaca delle ultime settimane da quel fronte caldo, bollente, che è
l'emergenza rom. C' è il rischio - forte - che la "pancia" del paese prevalga sulla testa, l'istinto sul buon senso. Le cronache
dei giornali sono ricche di lettere di protesta, di frasi che iniziano così: io
non sono razzista ma...
L'emergenza - Faccenda complicata, questa dei rom.
Resa ancora più complessa negli ultimi mesi da un'ulteriore
emergenza denunciata da Massimo Converso, presidente nazionale dell'Opera
nomadi: "Oltre ai 160 mila tra rom, sinti, camminanti e rom romeni già
presenti in Italia, potrebbero aggiungersi nei prossimi mesi almeno altri 60
mila rom romeni che andranno a modificare quei già difficili equilibri
raggiunti dopo lunghi anni di compromessi e fallimenti". In Romania c'è una
"bomba" potenziale di due milioni e mezzo di rom in partenza verso
l'occidente per cui si stanno spalancando le porte
dell'Europa. La Caritas stima che "anche nel
2007, come già nel 2006, arriveranno in Italia almeno altri
60 mila romeni". Sono tutti cittadini europei, hanno libero
accesso, e non tutti sono rom.
Una miccia innescata, insomma, su un allarme sociale che era
costante ma stazionario.
Quanti sono - A febbraio l'Opera nomadi, ente morale nato nel 1965 con
trenta sezioni provinciali, ha aggiornato la fotografia sul
variegato mondo rom e sinti in Italia in un congresso nazionale. Non
esistono censimenti ufficiali che dicano con esattezza
quanti sono. Stime ufficiali parlano di 160 mila persone di cui 70 mila con
cittadinanza italiana e 90 provenienti dai Balcani, di cui la metà dalla ex Jugoslavia a partire dal 1966 con punte altissime
nei primi anni novanta, e l'altra metà da Bulgaria e soprattutto Romania
"direttrice che registra un costante aumento".
In Europa la minoranza rom/sinta è stata definita "la minoranza più
numerosa dell'Unione europea". In Italia "pesa" con una
percentuale pari allo 0,3 per cento della popolazione. In genere si può dire
che è un popolo con una bassa speranza di vita, l'età media è tra i 40 e i 50
anni, e con un'alta percentuale di minori (il 60 per cento ha meno di 18 anni).
Tra questi il 47 per cento ha dai 6 ai 14 anni; il 23 per
cento tra i 15 e i 18; il trenta per cento tra 0 e 5 anni. Sono dati,
questi, che raccontano bene al tempo stesso della emarginazione
e della impossibilità di un'integrazione: in Italia c'è una minoranza di
migliaia e migliaia di persone che nonostante viva qui da anni e in molti casi
abbia anche la cittadinanza, resta fuori - si mette fuori - da un sistema
sanitario evoluto e per lo più gratuito. Non mancano certo le convenzioni
sanitarie per controlli e vaccinazioni. Ma il più delle volte sono gli stessi rom che rifiutano l'assistenza.
Ma potrebbero essere il doppio - Sapere con una buona certezza quanti
sono i rom è il primo problema che devono risolvere
amministratori locali, prefetti e governo. Probabile la
creazione di un ufficio nazionale per coordinare iniziative e ragionare su
numeri reali. Tanto per dare un'idea del fenomeno clandestino basti dire
- sono cifre della Prefettura di Roma - che nella capitale sono 7 mila i rom regolari e 12-13 mila quelli irregolari. I campi sono
5-6 quelli ufficiali, tra cui quello gigantesco sulla Pontina all'altezza di
Castel Romano dove vivono 1.200 persone. Ma, dice il
prefetto Serra, "almeno venti sono i campi irregolari, lungo il Tevere o
dietro Trastevere".
Non cambia la situazione a Milano. Le stime questa volta sono dell'Ismu e sono aggiornate al mese di
febbraio. Secondo la Fondazione per le iniziative e gli studi della
multietnicità in Lombardia vivono "almeno 13 mila rom che abitano 240
insediamenti conosciuti ma sono tra i 290 e i 350 quelli realmente
esistenti". La situazione più grave è a Milano dove esistono 45 campi (con
una popolazione di circa 4.310 persone) ai quali ne vanno aggiunti un centinaio
(2.300-3.100 persone)nel resto della provincia. Lega, An
e Forza Italia tendono ad aumentare queste cifre.
La mappa delle etnie unite dalla stessa lingua: il romanès
- Si fa presto a dire zingari. In realtà in Italia ci sono una dozzina di etnie molto radicate in precisi territori, ognuna con
proprie tradizioni. Partiti dal nord dell'India e dal Pakistan intorno all'anno mille, gli zingari si sono stabilizzati nell'est
europeo da dove hanno poi ricominciato altre migrazioni. In Italia i primi
arrivano alla fine del 1300. Un flusso incostante, segnato da
persecuzioni - nei lager nazisti sono stati sterminati 500 mila zingari - che
da allora non si è più fermato. Sono possibili tre
grandi divisioni: italiani; slavi; romeni.
I 70 mila con cittadinanza italiana - Anni di difficili studi - quella
rom è una delle società più chiuse e tribali che si conoscano
- li hanno suddivisi in dieci gruppi. I rom abruzzesi e
molisani: i più tradizionalisti, conservano intatto l'uso del romanì e sono arrivati in Italia dopo la battaglia
del Kosovo nel 1392 a seguito dei profughi arbares'h (albanesi). Si dedicano ai mestieri
tradizionali come l'allevamento e il commercio di cavalli ed è molto diffusa tre le donne (rumrià)
la chiromanzia. Praticamente le donne che vengono a
chiedere l'elemosina augurandovi "tanta fortuna". O
sfortuna, se non mettete mano al portafoglio.
Rom napoletani (detti napulengre).
Fortemente mimetizzati nel capoluogo, fino a una
trentina d'anni fa fabbricavano arnesi per la pesca e facevano spettacoli
ambulanti. Sono più pochi quelli che esercitano i vecchi mestieri. Con i rom cilentani (una
grande comunità di 800 persone vive a Eboli e alcune
donne hanno raggiunto la laurea), lucani (una delle comunità più
integrate), pugliesi, calabresi (i più poveri di tutta Italia: 1.550
vivono ancora in baracche) e i camminanti siciliani, questi primi sette gruppi
contano circa 30 mila persone.
Sinti giostrai - Sparsi soprattutto tra il nord e il centro Italia sono almeno trentamila. Arrivati in Italia all'inizio del
1400, sono i depositari del più antico dei mestieri rom, quello dei giostrai.
Un mestiere però che sta scomparendo trasformandoli in rottamatori di oggetti recuperati tra i rifiuti e venditori di bonsai
artificiali. In migliaia hanno aderito al credo evangelista.
I Rom harvati e il sottogruppo dei kalderasha, circa 7 mila persone arrivate dal nord
della Jugoslavia dopo le due guerre mondiali, e i rom lovara
(non più di mille) chiudono il gruppo dei rom con cittadinanza italiana.
I rom jugoslavi - E' possibile
suddividerli in due grandi ceppi, i khorakhanè
(musulmani) e i dasikhanè (i
cristiano-ortodossi). Vivono per lo più nei campi nomadi del nord e del centro
Italia. Tra i minori neppure il 10 per cento va a scuola e minima è anche la
percentuale degli adulti che lavorano. L'Opera Nomadi
non lo dice esplicitamente ma sono loro il nocciolo duro del più vasto problema
zingari.
I rom romeni - Quello dalla Romania è
ormai un flusso continuo e inarrestabile. Le più grandi comunità sono a Milano, Roma, Napoli, Bologna, Bari, Genova ma ormai
il fenomeno è in crescita in tutta Italia. Drammatico il tasso di
scolarizzazione tra i rom romeni: solo il 3 per cento
dei bambini ha una frequenza minima accettabile.
Le caratteristiche sociali - Il rapporto annuale dell'Opera nomadi è
impietoso nel tratteggiare le caratteristiche del mondo rom:
"quasi totale disoccupazione"; "analfabetismo diffuso";
"degrado ambientale", "emergenza abitativa",
"emarginazione sociale", "devianze varie", leggi microcriminalità;
"tossicodipendenza", "alcolismo", "condizioni igienico
sanitarie allarmanti". Se è sbagliato generalizzare e dire che tutti i rom delinquono, è anche vero che, ammette Converso,
esistono comunità che "delinquono al cento per cento". Converso ha
"paura" a dare cifre e percentuali. La materia è bollente e il
pregiudizio nei confronti dei rom è un fuoco che già
brucia e non ha bisogno di altra legna. Poi ammette: "E' ragionevole
pensare che solo il 10 per cento dei 160 mila sia integrato". Lavorano nel commercio, a volte anche nei servizi pubblici, fanno
i muratori. E il restante 90 per cento? Un' altra
caratteristica, che diventa un problema, è l'endogamia: "Si tratta di organizzazioni sociali arcaiche, chiuse, patriarcali, non
si fanno scalfire, si autoriproducono e non si mescolano".
Dove vivono - I rom "italiani" nel tempo
si sono per lo più "mimetizzati" andando a vivere in case popolari o
in abitazioni che si sono costruiti in aree che il comune ha destinato a loro.
Fondamentale per i rom è non dividersi e non mescolare
con altri gruppi "la famiglia estesa" che può arrivare anche fino a
60 persone. L'ideale sarebbero i micro-villaggi. Gli
esperimenti, però, raccontano per ora solo di fallimenti. A Cosenza, in un
villaggio rom dall'urbanistica perfetta realizzato nel 2001, resiste il 70 per
cento di evasione scolastica ed è un concentrato di
microcriminalità. Non va meglio ad Arghillà, nei pressi di Reggio Calabria. Le
cosiddette micro-aree stanno nascendo a Firenze, Modena, Padova: qui si chiamerà
"Villaggio della speranza", undici casette di 54 metri quadrati
ognuna con rimessa auto e giardino.
I campi rom - Sono un centinaio quelli autorizzati e controllati dai
comuni dove, nel tempo, ai container di metallo su due piani si sono sommati
roulotte, tende, macchine, accrocchi di legno e metallo senza forma e alcun
tipo di sicurezza dove vivono intere famiglie e dove spesso muoiono, per colpa
di una stufa o di una bombola di gas, bambini piccolissimi. Almeno 500 sono i
campi illegali e abusivi su cui, tanto a Roma quanto a Milano, si scatena di
tanto in tanto la rabbia dei residenti. Sono abitati per lo più da ex jugoslavi
e romeni. Di questi ultimi solo il 10 per cento vive in
strutture pubbliche. Gli altri si arrangiano nelle favelas che spuntano
qua e là lungo gli argini dei fiumi e in qualche spazio verde alla periferia
delle città.
La scuola - Non esistono dati certi sull'abbandono scolastico che è comunque altissimo. In genere si può dire che solo il dieci
per cento di tutta la popolazione rom presente in Italia arriva al diploma di
terza media. Poche decine - e si parla delle primissime migrazioni - i
laureati. Un numero secco e accertato parla da solo: sono ventimila i minori
romeni che non vanno a scuola e sono analfabeti. In generale i pochi che
frequentano, anche per brevi periodi, "non riescono a memorizzare, non
riescono a stare concentrati, hanno difficoltà nella lettura e nella scrittura.
Appartengono a una tradizione orale, un mondo di suoni
e di azione, non di parole. L'italiano resta, anche dopo anni, la terza
lingua".
La sanità - C'è una vera e propria emergenza di "copertura
vaccinale" tra i minori più piccoli. Tra i romeni sono ventimila quelli
che non sono mai stati vaccinati. Tra gli adolescenti il
problema è la tossicodipendenza e l'alcolismo che è in aumento con
l'aggressività e i comportamenti devianti. Per le donne un
dato su tutti che arriva da Foggia: se in generale vengono effettuati 130
aborti ogni cento parti, tra le donne rom la percentuale è di 300 aborti ogni
cento parti. Da brivido la scheda delle patologie infantili più diffuse:
malattie respiratorie, dermatologiche, addominali, carie, basso peso e bassa
statura, disturbi del comportamento alimentare e disagio psicologico.
La parola d'ordine, e obbligata, è integrare. Ma da
dove cominciare?

ROMA - "Mi chiamo Belykize,
nella mia lingua era il nome della regina di Saba.
Ho 19 anni, sono zingara e ne sono fiera. E questa,
l'Italia, è la mia terra". Belykize è una rom kosovara nata in Italia, a Napoli, dove la sua famiglia è
arrivata nel 1985 da Mitrovica, città ora sotto il
controllo delle Nazioni Unite, uno di quei distretti simbolo dei furori etnici
scoppiati nei Balcani. Belykise è sempre andata a
scuola, fin dall'asilo, e ora frequenta l'ultimo anno dell'istituto tecnico
"Adriano Olivetti" di Fano.
"So cucire, modifico i vestiti, so ballare, mi porto dietro tutti i colori
e i suoni della cultura della mia gente e il mio sogno è aprire un negozio
oppure lavorare come commessa".
Canti e balli nel campo nomadi lungo la via Casilina
Poi le voci di Arif Thairi, il padre di Belykise; di Costantin Marin Vintila, rom romeno, un judicator a capo del cris,
il tribunale della sua comunità che è il campo nomadi vicino al Cimitero
Maggiore a Milano. E di Walter Tanoni, un sinti italiano,
giostraio figlio di una famiglia di giostrai da quattro generazioni e ora
preoccupato di segnare le differenze: "I sinti italiani sono zingari ma
più nomadi: siamo cittadini italiani in tutti i sensi e paghiamo le tasse.
Il problema sono gli altri zingari, gli slavi e adesso
i romeni, che rischiano di avere più diritti di noi". Sono quelli che ce l'hanno fatta. Che si sono integrati senza omologarsi,
senza rinunciare a ciò per cui i popoli e le culture
zigane sono riuscite nel tempo - ma sempre meno - ad affascinare: quel misto di
anarchia mescolato alla capacità di fare festa, di gioire e di convivere con le
tragedie quotidiane. Secondo il presidente dell'Opera Nomadi
Massimo Converso "in Italia solo il 10 per cento dei 160 mila rom
ufficiali si sono integrati". Forse una percentuale ottimista. Di sicuro minima. Ognuno di loro ce l'ha
fatta in un modo diverso.
Belykize,
19 anni, fiera di essere zingara - La voce di Belykize arriva squillante via cellulare. E' domenica sera
ed è appena tornata dal mare con gli amici "...e col mio fidanzato".
Italiano? "No, rom kosovaro come me, della mia
stessa città...". E le scappa da ridere. La prima
cosa che impressiona è la qualità dell'italiano. "Per forza, sono nata
qui, sono andata a scuola da sempre, fin dall'asilo. Comunque,
oltre all'italiano, so parlare cinque lingue: romanì
(l'idioma dei rom ndr), inglese, serbo,
croato, bosniaco. Con i miei cugini però parliamo sempre italiano". Belykize abita a Fano, nella
Marche. "Io e la mia famiglia viviamo in una
casa, ho appena finito di cucire delle tende che a me piacciono molto, piene di
colori, mi sono fatta dare degli scampoli nei negozi, li buttavano via e me li
hanno regalati. Essere sempre vissuta in una casa è stata,
forse, la cosa più importante, non mi sarebbe piaciuto vivere in una
roulotte. Quando andavo a trovare mio nonno a Napoli,
al campo, non mi piaceva. Ora vive in Francia, in un casa,
anche lui" .
Belikyze trasmette normalità e leggerezza. "Non
mi sono mai vergognata di essere una rom. Anche a
scuola, non ho mai avuto problemi. Io parlo, sono una aperta,
se qualche volta qualcuno mi ha detto "tu sei una zingara" non l'ho
mai rinnegato, anzi, me ne vanto. Lo so cosa vuoi sapere, te lo dico subito: mi
vesto come una qualsiasi ragazza italiana, sono pulita e in casa mia nessuno è
mai andato a rubare. Quindi nulla di cui vergognarmi. Quest'anno mi diplomo, ho già
fatto degli stage di due settimane in un supermercato e in un negozio.
Il preside è stato molto contento".
La giornata tipo di Belykize è la mattina a scuola,
"il pomeriggio aiuto un po' mia mamma in casa
dove viviamo in otto e faccio i compiti" Le piace ballare, anzi è una
apprezzata ballerina di cocek, tipo
danza del ventre, e di oro, un ballo di gruppo gitano. "Appena posso guardo la tv, soprattutto i telefilm che mi
piacciono tanto. Seguo molto anche i telegiornali per capire in che mondo mi trovo". La questione nomadi
nelle ultime settimane è spesso nei tg. "Io non posso dare la mia mente
e il mio cuore agli altri - dice Belykize
- se questi rom trovano normale uccidere, rubare,
bere, vivere con i soldi degli altri e non fare nulla, restare sporchi e
incivili, io posso dire che sbagliano, che stanno sbagliando tutto. Lo dico,
sempre, anche a scuola. Ma poi loro sono loro e io
sono io. Voglio dire che noi zingari non siamo tutti uguali, non andiamo tutti
a rubare e non siamo dei mostri".
Zingaro deriva dal nome del monte Athinganos
con cui i greci indicavano una setta eretica di intoccabili.
Gitano e zigano deriva da egiziano. Rom vuol dire fango. Ma
uno dei primi nomi degli zingari è stato anche bohèmien, chi vive in
miseria della propria arte e delle proprie passioni, glielo aveva dato il re di
Bohemia. La condanna, ma anche le contraddizioni, delle gente rom comincia dall'inizio, dal nome. E si nutre di secoli di ruberie, furti, violenze,
maltrattamenti. Cervantes nel '500
così raccontava la vita con gli zingari in Spagna: "Sembra che gitani e
gitane non siano sulla terra che per essere ladri; nascono da padri ladri, sono
educati al furto, s'istruiscono nel furto e finiscono ladri belli e buoni al
centro per cento". E l'inventore di Don Quixote era certamente un sognatore democratico.
Belykize ne è consapevole.
"Quasi comprendo il disprezzo per la mia gente. Molti rubano,
sono sporchi. Ma qualcuno ce la può fare, se il
padre lavora il figlio andrà a scuola, se la donna è rispettata anche la figlia
lo sarà, se avranno un lavoro potranno avere una casa, pagare affitto e
bollette e tenerla pulita. Da qualche parte bisogna cominciare". La prima
cosa che farebbe Belykize è "riscattare le
donne, toglierle dalla rassegnazione che devono subire". "Nella
nostra società - ammette - il capofamiglia è e sarà sempre un uomo ma questo
non vuol dire che le donne debbano accettare un marito ubriaco che le picchia o
fa altro".
Arif, tre nazioni in una sola casa - Belykize non è un "miracolo". E
quindi può non essere un'eccezione. Se lei ce l'ha
fatta - e senza nemmeno troppo faticare - dietro di lei ci sono un padre e una
madre che invece di fatica ne hanno fatta molta. Arif
Thairi, il padre, oggi ha la sua partita Iva e una ditta
di autotrasporti e facchinaggio a Fano.
Prima, per 14 anni, ha lavorato nei cantieri navali. Prima ancora ha lottato
con le unghie e con i denti nei campi rom di Napoli e Messina. E' originario di
Mitrovica ed è arrivato in Italia nel 1985. Ha 45 anni
ma se lo ascolti sembra che abbia già fatto sette vite. "Da Mitrovica negli anni è scappato un intero quartiere, 180
mila persone, prima per le persecuzioni poi per la guerre.
La mia famiglia è di origine rom, zigana, ma noi a Mitrovica avevamo la nostra casa e quando ci passavano
davanti quelli con le roulotte dicevamo che non avremmo mai voluto fare quella
fine. Poi siamo dovuti scappare e adesso non abbiamo più documenti di nulla, nè della casa, nè del casellario
giudiziario, né del comune perché Mitrovica non si sa
più di chi è. Così, io che potrei avere la carta di soggiorno e chiedere la
cittadinanza, non posso avere nulla perché l'Italia non sa se sono serbo, kosovaro o croato".
Non avendo un paese di origine, Arif
e tanti altri come lui non possono neppure avere un paese che li accoglie. Un
po' come Tom Hanks nel film
di Spielberg The Terminal .
Come Tom Hanks, Harif si è arrangiato. "Quando con mia moglie e due
figli vivevo nel campo nomadi di Napoli, ho trovato
lavoro nei cantieri navali di Fano. Ero abbastanza
disperato, mi sono fatto coraggio, sono andato dal
sindaco e gli ho detto che volevo trasformare la mia famiglia in persone
tranquille e normali. Mi ha ascoltato e ha avuto fiducia". Nel 1987 Arif ha avuto il primo
permesso di soggiorno. Dal 1990 ha vissuto per undici anni in una casa
comunale. Ora in una casa popolare di cui paga affitto,
bollette e tutto il resto. "Siamo in otto e tre paesi diversi: io e
mia moglie kosovari, due figli croati, due figli e
una nipotina di otto mesi italiani". Arif non ha dubbi su quella che può essere la via
dell'integrazione: "La prima cosa che l'Italia deve fare è un censimento
vero, reale, di tutti i rom dividendoli però per
etnia. Poi ci deve essere una verifica altrettanto reale di chi ha la volontà
di cambiare, di faticare e di inserirsi. A quel punto dare i documenti e la
possibilità di un lavoro qualsiasi per responsabilizzare
le persone. Vivere nel campo può andare bene all'inizio, appena arrivi, ma poi
te ne devi andare perché, se non ci sono controlli molto severi, il campo serve
solo a moltiplicare chi ruba e chi si ubriaca. Chi sbaglia, chi delinque, deve
essere fuori per sempre, dall'Italia e dalla comunità rom. Come
quello di Napoli, quello che ha rubato la macchina e ha ucciso la donna: quello
faceva meglio a buttarsi già da un ponte quel giorno". Arif mette in guardia da un rischio che si chiama rom romeni: "Loro adesso stanno arrivando in massa,
senza controlli perché sono cittadini europei e avranno molti più diritti di me
che invece sono qui da più di vent'anni. L'Italia deve stare attenta perché
rischia di fare molti errori con questi nuovi arrivi".
Vintila, il rom romeno
- Una barbona bianca folta, 54 anni, venti nipoti, capo-famiglia di un clan
di 50-60 persone: Costantin Marin
Vintila è proprio lo zingaro dell'immaginario
romantico, per quel poco che può sopravvivere in qualcuno di noi. "Sono
anche judicator - racconta - sono
l'anziano che giudica le liti interne e familiari, convoco il cris e decido chi ha torto e chi no". Una
giustizia parallela a quella italiana? "No per
carità, sto parlando di questioni interne, liti di famiglia. Per il resto posso
dire che siamo l'occhio della polizia dentro il campo". Vintila è in Italia dal 1991, vive a Milano nel campo
vicino al cimitero Maggiore che ospita 7-800 persone. Non è certo uno
dell'ultimo flusso dalla Romania. Però si dichiara con
grande orgoglio "cittadino europeo, sono come un francese e un
tedesco". Non ha una casa, ("e come potrei se non ce
l'hanno neppure gli italiani") ma ha una ditta edile e la sua
partita Iva. "I miei figli lavorano con me, uno fa il benzinaio, qualcuno
ha trovato casa, in affitto, ma non ha detto di essere
rom". Vintila è per la tolleranza zero:"Servono più controlli e pene rigorose per i genitori
che non mandano i bambini a scuola e li mandano a chiedere l'elemosina. Pene ancora più dure per gli adulti che rubano. Deve restare
qui solo chi rispetta le regole. Gli altri fuori, altrimenti danneggiano tutti
noi che siamo venuti per lavorare".
Walter, il giostraio - In questo viaggio tra i rom
che ce l'hanno fatta, la storia di Walter Tanoni è forse la anomala - è un
sinti italiano, quindi cittadino italiano - e la più incredibile. E anche la
più simile a un vecchio film. "Ho 38 anni, sono
figlio e nipote di giostrai, veniamo dal nord Italia
ma ho sempre vissuto nel Lazio. Mio nonno, per dirne una, lavorava con Moira Orfei che abitava nella roulotte davanti a noi. Quando ero ragazzino eravamo ancora nomadi, giravamo di
paese in paese e la gente ci veniva incontro felice perché portavamo la festa,
la musica e l'allegria. Avevo una ragazzina in ogni paese e mia moglie, che è
italiana di borgata, è diventata la mamma dei miei quattro figli anche perché è
stata l'unica che ha voluto seguirmi sulla roulotte". Da
quando, nel 1998, è stato abolito il Dipartimento dello Spettacolo viaggiante e
i giostrai hanno perso un interlocutore istituzionale vero e unico: "La
nostra attività sta scomparendo. I giostrai sono sempre meno, restiamo
sulle roulotte e non abbiamo una casa. Sono molto preoccupato". Il
problema sono quelli che ottengono, per mille altri
motivi, le licenze per i parchi giochi e simili. "Ci levano il lavoro e
partono troppo avvantaggiati perché hanno il terreno e i mezzi" spiega
Walter. La sua è una battaglia per la sopravvivenza. Di un
favola e di un sogno, come le giostre. "I giostrai hanno la fama di
rapire i bambini? Guai a generalizzare. Anche i
pastori sardi hanno questa fama...". Walter si è arrangiato così:
"Grazie al comitato di quartiere mi hanno affidato un'area verde in zona
Torraccia. Qui ho montato le giostre fisse, tengo pulito e sono un po' il
custode del giardino pubblico della zona. Sono anche l'unico punto di aggregazione sociale in questa zona". Walter è amico
di tutti nel rione. Ma preferisce non dire che è zingaro di etnia
sinti e che vive con la famiglia in una roulotte a Casal Bertone, un piccolo
campo di circa sessanta persone, tutte italiane. "Dico che sto in una casa
popolare. Ho quattro figli dai quindici ai tre anni che vanno tutti a scuola,
perfettamente integrati, bravi, pago le tasse ma
quando chiedo la casa mi dicono che ho solo otto punti. E
restiamo nella roulotte. Non capisco e non so più a chi chiedere". Far vivere il mondo delle giostre e dei giostrai. La via
dell'integrazione dei popoli rom passa anche da qui.
I rom e l'Europa, dal rigore tedescoLa copertina del giornale Le Petit Parisien del 1908 dedicata a Santa Sara, patrona dei viaggiatori e degli zingari. Ogni anno, a fine maggio, nel sud della Francia si ritrovano migliaia di rom di tutta Europa
ROMA - Sono
"qualcosa" che non può essere ignorato. "Esistono" e devi
farci i conti. Sono, spesso, un "problema" per gli altri, cioè "noi"; ma soprattutto per se stessi:
condizioni igienico sanitarie pessime, massimo della devianza, nessuna
integrazione. Tutto vero. Eppure se cerchi di capire come l'Europa affronta la questione rom e zingari rimbalzi in un muro di
vaghezza e pressapochismo. Nonostante gli sforzi del
Dipartimento Roma and Travellers (Rom e
camminati, due delle varie etnie zingare), l'ufficio nato nel 1993 a Strasburgo
nell'ambito del Consiglio Europeo per fronteggiare la questione rom e che ogni
anno produce pagine e pagine di relazioni, rapporti internazionali,
raccomandazioni, manca totalmente un progetto esecutivo. Dalle parole non si
riesce a passare ai fatti. Risultato: se l'Italia non sa da
che parte cominciare per affrontare la questione rom, l'Europa è messa più o
meno nelle stesse condizioni.
"Purtroppo non esiste un modello unico per affrontare la questione"
dice Maria Ochoa-Llido, responsabile del Dipartimento
rom e migranti del Consiglio di Europa. "La
situazione varia da paese a paese e ogni governo affronta la questione con un
proprio approccio politico. Negli ultimi venti anni le cose stanno cambiando e
il Consiglio d'Europa se ne sta facendo carico sul fronte dei diritti umani,
dei diritti delle minoranze e in funzione dell'integrazione sociale".
Negli anni, attraverso numerose
Raccomandazioni - ad esempio sulle condizioni abitative (2005), sulle
condizioni economiche e lavorative (2001), sui campi e sul nomadismo (2004) -
si è cercato di dare almeno una cornice di riferimento, linee guida ai vari
stati per gestire la continua emergenza rom. Buone intenzioni, quindi, ma
scarsi risultati. Secondo il Rapporto annuale della Commissione europea
contro il razzismo e le intolleranze presentato al Parlamento Europeo il 23
novembre 2005, i Rom risultano la popolazione più
discriminata d'Europa. Svantaggiati nel lavoro,
nell'alloggio, nell'istruzione e nella legislazione ma anche vittime regolari
di continue violenze razziste. Il Rapporto - va detto - non si occupa
dell'aspetto devianze, cioè criminale, che
caratterizza da sempre la popolazione rom e che tanto pesa nel non-inserimento
sociale degli zingari.
Una minoranza di 9-12 milioni di persone - Uno dei
file più aggiornati della Divisione Roma and Travellers
sono i numeri. Che vista l'assenza di censimenti della
popolazione rom - per il timore che possano diventare strumenti discriminatori
- è già tantissimo. In Europa si calcola che viva un gruppo di circa 9-12 milioni
di persone, in qualche paese del centro e dell'est europa
- Romania, Bulgaria, Serbia, Turchia, Slovacchia - arrivano a rappresentare
fino al 5 per cento della popolazione. Scorrendo i fogli delle statistiche
ufficiali europee (aggiornate al giugno 2006), colpisce come nei paesi della
vecchia Europa, nonostante la presenza e l'afflusso continuo di popolazione
rom, manchi del tutto un loro censimento. Eppure
conoscere i contorni del problema dovrebbe essere il primo passo per approcciarlo. Sono censiti solo gli zingari che vivono nei
paesi dell'est Europa, dal 1400 la "casa" dei popoli nomadi in arrivo
dall'India del nord est.
La Romania guida la classifica dei paesi con maggior numero di gitani: l'ultimo
censimento ufficiale del 2002 parla di una minoranza che si aggira tra il
milione e 200 mila e i due milioni e mezzo. Seguono Bulgaria,
Spagna e Ungheria a pari merito (800 mila), Serbia e Repubblica Slovacca (520
mila), Francia e Russia (tra i 340 e 400 mila; ma secondo il rapporto di Dominique Steinberger del 2000 in
Francia vivrebbero almeno un milione di zingari), Regno Unito (300
mila), Macedonia (260 mila), Repubblica ceca (300 mila), Grecia (350 mila).
L'Italia è al quattordicesimo posto con una stima, ufficiosa in assenza di un
censimento, che si aggira sui 120 mila. Sappiamo che oggi quel numero è salito
fino a 150-170 mila. Facendo un confronto con i paesi della vecchia Europa, è
una stima inferiore rispetto a Spagna e Francia, Regno Unito e Germania. Sui
motivi di queste concentrazioni la Storia conta poco: se è vero che la Germania nazista pianificò, come per gli ebrei, lo
sterminio degli zingari (Porrajmos) e nei
campi di concentramento tedeschi morirono 500 mila rom, in Spagna la dittatura
di Franco ha tenuto in vigore fino agli anni settanta la legislazione speciale
contro i gitani eppure gli zingari continuano ad essere, e sono sempre stati,
tantissimi.
Il caso italiano - A scorrere i Rapporti del Consiglio europeo, l'Italia
sembra avere la maglia nera nella gestione della questione rom. La lista delle
"mancanze" italiane è lunghissima. Contrariamente agli altri paesi
della vecchia Europa, non abbiamo una politica certa sui documenti di identità e di soggiorno mentre in altri paesi hanno la
carta di soggiorno e anche i passaporti. Nonostante molti Rom
e Sinti vivano in Italia da decenni, non hanno la cittadinanza col risultato
che migliaia di bambini rom nati in Italia risultano apolidi; gli stessi
bambini non vanno a scuola e non hanno accesso all'educazione; non sono
riconosciuti come minoranza linguistica. L'Italia,
soprattutto, continua ad insistere nell'errore di considerare queste persone
nomadi segregandole in campi sprovvisti dei servizi e diritti basilari mentre
invece sono persone a tutti gli effetti stanziali. Si legge a pag. 29 del
rapporto: "Non si riscontra a livello nazionale un coordinamento. E in assenza di una guida a livello nazionale, la questione
non potrà mai essere affrontata in modo valido". Bocciati, su tutta la
linea. Persino "puniti" nel dicembre 2004 per la
violazione della disposizione sul diritto alla casa. "Puniti"
anche Bulgaria e Grecia.
Gli Uffici centrali - Il nome di per sé evoca scenari da tragedia,
liste, schedature, concentrazione di informazioni. Nel
1929 a Monaco nacque "L'Ufficio centrale per la lotta
contro gli zingari in Germania", furono schedati, nel 1933 furono
privati di tutti i diritti, poi lo sterminio. Eppure
un Ufficio centrale sembra essere l'unico modo per affrontare seriamente la
questione rom, capire quanti sono, dove vivono, di cosa hanno bisogno, tenere
sotto controllo arrivi, partenze, doveri e responsabilità oltre che diritti.
All'estero esiste un po' ovunque qualcosa di simile, in Germania, in Francia,
in Olanda, Belgio e in Spagna. "In questi uffici - racconta Massimo Converso,
presidente dell'Opera nomadi - lavorano anche i rom,
sono mediatori culturali, parlano la lingua e i dialetti, conoscono le
abitudini dei vari gruppi, dettagli per noi insignificanti e invece per loro
fondamentali. Non si può prescindere da questo se si vuole affrontare il
problema con serietà e concretezza". Ministero dell'Interno e Solidarietà
sociale hanno avviato dei "tavoli tecnici" con esperti e rom. Ma il ministro Giuliano Amato sta pensando a qualcosa di
più: un Ufficio governativo e una conferenza europea per avere gli strumenti e
il luogo dove fronteggiare la questione.
Lo statuto francese - Nonostante "la grande
preoccupazione" del Consiglio europeo "per i ritardi e
l'emarginazione", la Francia (con 340 mila o un milione di manouche) sembra aver adottato il modello migliore
sul fronte dell'accoglienza per i rom. Un modello che si muove tra
l'accoglienza e la tolleranza zero, due parametri opposti ma anche
complementari: da una parte la legge Besson (la prima
versione risale al 1990, una successiva è del 2000) che prevede che ogni comune
con più di cinquemila abitanti sia dotato di un'area di accoglienza;
dall'altra la stretta in nome della sicurezza dell'ex ministro dell'Interno,
attuale presidente, Nicolas Sarkozy che nel febbraio
2003 ha voluto la stretta e ha previsto (articoli 19 e 19 bis della legge sulla
sicurezza interna) sanzioni particolarmente pesanti contro le infrazioni allo
stazionamento. Chi non rispetta le regole dei campi e
dell'accoglienza è fuori per sempre. E chi
occupa abusivamente un'area può essere arrestato e il mezzo sequestrato. La
legge Besson immagina i campi come una soluzione di
passaggio e prevede, contestualmente, un programma immobiliare di case da dare
in affitto ai gitani stanziali e terreni familiari su cui poter costruire
piccole case per alcune famiglie semistanziali e in condizioni molto precarie.
Di tutto ciò è stato realizzato poco ma comunque
qualcosa. Nella regione di Parigi sono stati creati campi per 560 posti in
dieci anni (ne servirebbero tra i 6 e gli 8 mila) e in tutto il territorio
francese ce ne sono 10 mila, un terzo di quelli necessari. Ma
molti gitani e manouche vivono in case
popolari e in vecchi quartieri. Pagano affitto, luce e acque. "Siamo
responsabilizzati - racconta Arif, rom kosovaro, un pezzo della cui famiglia vive in Francia -
viviamo nei centri abitati, non siamo emarginati, facciamo lavori come
facchino, gommista, piccolo trasporto, pulizie, guadagniamo
e firmiamo un Patto di stabilità per cui i ragazzi sono obbligati ad andare a
scuola ed è vietato chiedere l'elemosina. Se siamo disoccupati per sei mesi abbiamo il sussidio - un mio parente prende 950euro al
mese - e abbiamo anche gli assegni familiari. Certo chi sbaglia, chi delinque,
chi ruba, chi non manda i figli a scuola, viene cacciato
dalla Francia. E su questo punto siamo noi i primi ad
essere d'accordo". Un altro risultato, visibile, è che in Francia
difficilmente si vedono zingari in giro, ai semafori o nelle vie dei centri
cittadini. E' vietata l'elemosina e l'accattonaggio. Recentemente l'ex ministro dell'Interno Sarkozy ha
sottoscritto un piano con la Romania per il rimpatrio dei rom romeni.
Il caso tedesco - Il Rapporto del Consiglio europeo, datato 2004, parla
di "svantaggi sociali, pregiudizio, discriminazione per quello che
riguarda la casa, il lavoro e la scuola e di casi clamorosi di razzismo" . Detto tutto ciò in Germania i 130 mila circa tra Rom e
Camminanti sono considerati per legge "minoranza nazionale". Hanno
diritti e doveri. "Dagli anni sessanta, con la caduta del modello
socialista titino - racconta Massimo Converso,
presidente dell'Opera nomadi italiana - e con le prime diaspore rom dall'est
europeo verso l'occidente europeo che poi si sono ripetute negli anni ottante e
novanta con le guerre nei Balcani, la Germania ha
accolto queste migliaia di persone in fuga con un progetto di welfare. Sono state assegnate case, singole o in
palazzine popolari, hanno avuto il sussidio per il vitto, chi ha voluto è stato messo in condizione di lavorare. Tutto
questo - continua Converso - al prezzo di rispettare i patti e la legge.
Altrimenti, fuori per sempre. Ci sono stati anni in cui interi gruppi stavano
per lunghi periodi in Germania, poi venivano in Italia dove invece non è mai
stato pensato un vero, severo e anche rigido piano di accoglienza
e dove gli zingari hanno avuto da sempre maggiori e diverse fonti di reddito,
ben più remunerative perché spesso illegali".
La Spagna come la Bulgaria - Nonostante Franco, le
leggi speciali e le persecuzioni, la Spagna ha una delle comunità gitane più
popolose e in Europa occupa il terzo posto dopo Romania e Bulgaria con 800 mila
presenze. Dalla fine degli anni Ottanta il governo centrale ha elaborato
un Programma di sviluppo per la popolazione rom anche se il budget annuale
sembra abbastanza ridotto (3,3 milioni di euro a cui
però si aggiungono i finanziamenti delle singole regioni e delle ong). Anche in Spagna ogni regione ha un Ufficio centrale che
coordina gli interventi e le politiche per gli zingari in cui lavorano sia
funzionari del governo che rom con funzioni di mediatori culturali. Il
risultato è che non esistono quasi più campi nomadi, quasi tutti - chi non
lavora ha un sussidio di circa 700 euro al mese per
sei mesi - vivono in affitto nei condomini popolari o in case di proprietà,
nelle periferie ma anche nelle città. Dipende dal livello di integrazione.
Che è in genere buono anche se resta alto il tasso di
criminalità: furti ma soprattutto spaccio di droga. Sono zingare il venti per cento delle donne detenute nelle carceri spagnole.
Negli ultimi mesi nelle periferie delle grandi città, a Barcellona come a
Madrid, a Siviglia e a Granada, stanno rispuntando
baraccopoli e favelas: sono gli ultimi arrivati, i rom
della Romania, la nuova emergenza.
La ricetta del "politico" gitano - La Spagna ha saputo
produrre, finora, l'unico europarlamentare gitano: si
chiama Juan de Dios Ramirez Heredia, è stato
rappresentante dell'Osservatorio europeo contro il razzismo e la xenofobia e
nel 1986 ha fondato la Union Romanì,
federazione della associazioni gitane spagnole. Heredia , in un'intervista rilasciata al magazine europeo Cafè Babel ,
immagina il futuro della comunità rom: "Potrà essere migliore solo se
sapremo mantenere una certa dose di sopravvivenza e riusciremo ad essere
presenti dove si prendono decisioni politiche. Non ha senso che in paesi come
la Spagna, dove siamo 800 mila, non ci sia un solo
gitano deputato o senatore". A gennaio scorso, per la prima volta, la
Serbia - 600 mila rom ufficiali senza contare quelli partiti negli anni e ora
in giro per l'Europa senza documenti - ha accettato in Parlamento due deputati
dei partiti delle minoranze gitane, l'Unione dei rom e
il Partito dei rom.
Sono 36 milioni gli zingari nel mondo. Diciotto milioni vivono ancora in India.
Un milione circa è riuscito ad arrivare anche negli Stati Uniti. A parte poche migliaia di loro che sono riusciti ad avere una vita
normale e ad emergere, ovunque sono rimasti gli ultimi nei gradini della
società.