da  La guerra globale ed infinita di Raniero La Valle

 

Il limite del sistema

Il processo di globalizzazione non ha cambiato il mondo, ma prima di tutto ha svelato il mondo com'é, nei suoi limiti, nella sua povertà e nelle sue tragedie. E ha svelato anche il limite del sistema che ha permesso e garantisce la ricchezza dei Paesi dominanti, cioè il sistema capitalistico dominato dal mercato: questo limite non é geografico, tant'é che il capitalismo si è diffuso fino agli estremi confini della terra, e non ha alcuna intenzione di ritrarsene e di perdere pezzi di mercato; ma é un limite economico, sociale e umano e consiste nel fatto che tale sistema non può reggere la vita di tutti gli uomini e donne della terra. Esso é globale, ma non é universale. Spinge al massimo la libera circolazione dei capitali, ma non sopporta la libera circolazione delle persone.

L'ora della verità é venuta con la rimozione del muro di Berlino quando, caduto finalmente il limite esterno, il capitalismo avrebbe potuto realizzare le sue promesse di estendere pace, sviluppo e diritti a tutti. E da tutti a ciò era chiamato. Infatti il capitalismo che dai grandi Paesi dell'Occidente si presentava a raccogliere l'eredità del mondo, era un capitalismo attraente, un capitalismo non solo di ricchezze e di lustrini televisivi, ma anche di diritti, di protezione sociale, di pluralismo politico. Non era il capitalismo selvaggio di oggi, era un capitalismo ancora profondamente influenzato dall'esistenza di un campo antagonista, dalla sfida esterna del mondo socialista, dal condizionamento interno delle sinistre e dei sindacati, dal compromesso keynesiano. Era un capitalismo che aveva dovuto accettare delle compatibilità con diritti e valori indipendenti dal mercato, un capitalismo certo avaro con i bisogni, ma generoso nel fare spazio ai desideri. E quindi tutti ci volevano entrare, o immigrandoci dentro, o facendosene invadere a casa loro, anche se quel capitalismo invasivo doveva prendere la forma delle mafie.

Ma a quel punto insorge un limite interno; il sistema economico e sociale vincente non é in grado di rispondere ai fondamentali bisogni comuni, e soprattutto a quel fondamentale bisogno comune che é la sussistenza fisica, e il lavoro, reso disponibile a tutti, per soddisfarlo. Pertanto, dopo la caduta del muro di Berlino, appare chiaro che quel sistema non é in grado di reggere la vita e lo sviluppo del mondo. Non può sfamare tutti, non può avere acqua e medicine per tutti, non può permettere la democrazia a tutti. I meccanismi economici non sono attrezzati per questo, perché sono fatti per incrementare il denaro e non per soddisfare i bisogni.

 Ma questo non è il solo problema. É lo stesso ordine fisico della terra che presenta limiti invalicabili a una fruizione universale del livello di vita conseguito dalle aree privilegiate del sistema.

Il Club di Roma già nel 1971 aveva proiettato nel futuro i limiti dello sviluppo, e quelle previsioni erano risultate fondate. Stava per finire il petrolio, il gas naturale, il carbone, stava per cambiare il clima, stavano per ritrarsi le acque da bere e innalzarsi le acque marine, i tassi di inquinamento stavano per raggiungere livelli catastrofici. Contro il mito del progresso illimitato, si fa strada la coscienza della scarsità. Gli anni novanta, gli anni dopo la fine dell'Urss, sono gli anni in cui i grandi poteri rimasti sono posti di fronte a queste alternative, a queste scelte. Ci sono correnti che spingono verso una ristrutturazione equa di tutti i rapporti mondiali, che postulano la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, ci sono le teologie della liberazione dell'America
Latina, ci sono i pacifisti, ci sono i rapporti delle agenzie intergovernative sul clima che denunciano i pericoli incombenti; ormai tutti sanno che a lasciare andare le cose come sono non c'é un futuro comune di vita e di sviluppo, che la fruizione dei beni della terra quale é goduta da una parte dell'umanità non si può estendere a tutti gli altri; che l'ulteriore arricchimento e appagamento degli uni comporta l'impossibilità della sopravvivenza per gli altri. Dunque la scelta é o l'innovazione di sistema, o la selezione.

 

La scelta della selezione

La scelta del sistema é quella di assumere una parte del mondo contro l'altra. Se il mondo non si può tenere in piedi tutto, allora se ne garantisce solo una parte, la propria. Un quinto contro gli altri quattro quinti. La razionalità economica si accorge che quello che conta é la quantità di beni, non la quantità di persone, e che perciò il sistema funziona benissimo anche includendo solo un miliardo di persone, ma ad alta intensità di consumi, e distribuendo meno beni ma ad alta intensità tecnologica e ad alto  contenuto di ricchezza. In questa logica ancora due miliardi di persone sono considerate "interessanti", ma tutti gli altri, gli altri tre miliardi, sono "uomini inutili", secondo una definizione della Banca mondiale. Perciò si rompe l'unità del mondo. Se tutto il mondo non si può sviluppare, che cresca e si arricchisca almeno una parte. Gli appagati e gli
esclusi. Se il cibo non si può distribuire a tutti, e nemmeno per il 2015, come si era sperato, si potrà dimezzare il numero di quel miliardo e duecento milioni di persone che vivono nella povertà assoluta, con meno di un dollaro al giorno, che almeno siano abbondanti le mense degli altri. I sazi e gli affamati. Se il lavoro umano deve essere distrutto, perché é il fattore più caro tra i costi di produzione, lo si conservi solo per coloro che non possono essere sostituiti dalle macchine. I necessari e gli esuberi. Se tutta la terra non si può salvare, perché i mari si innalzeranno, e ci sono isole, e continenti, e popoli a perdere, che si attrezzi, e si cinga di mura, e si riempia di armi quella che deve sopravvivere, che non deve naufragare. I sommersi e i salvati. Dunque si afferma una nuova razionalità che é una razionalità di selezione e di esclusione; una razionalità di apartheid; la razionalità della competizione e della lotta per la vita, perché, come aveva detto Spencer, "se gli uomini sono realmente in grado di vivere essi vivono, ed é giusto che vivano. Se non sono realmente in grado di vivere, essi muoiono ed é giusto che muoiano". Ma qui c'é una novità. Chi si arroga la responsabilità della selezione? E quale il criterio della selezione? Di nuovo gli ariani contro i non ariani, i bianchi contro i negri, i popoli civili contro i popoli incivili? Giammai.
La selezione la fanno i Mercati, che sono entità astratte, irresponsabili. Sono loro che votano. La Mano che divide, che separa, che discrimina, che licenzia, é la Mano invisibile del Mercato. La nuova razionalità non é la razionalità di una superiorità razziale, etnica, religiosa. É la razionalità del Mercato. Ma per quanto la discriminazione non sia fondata su ragioni razziali, ideologiche, religiose, o almeno il potere e il denaro che la operano se ne proclamino immuni, il risultato é pur sempre quello di una drammatica rottura dell'unità del mondo, dell'unità della famiglia umana. Da una parte gli eletti, dall'altra i respinti. Quelli che hanno titolo e quelli che non ce l'hanno. Gli avec papier e i sans papier. In Palestina, ma per tutt'altre ragioni, israeliani e arabi.

Questo mondo scisso e ghettizzato comporta un'antropologia. L'antropologia della divisione, dell'esclusione, della diversità di destino. L'umanità non é più una. Uomini e no. I diritti sono umani, cioè universali, ma che cos'é umano? Umano é ciò che resiste al discrimine dell'elezione, della selezione. E questa antropologia della selezione non interviene solo nello stabilire la differenza tra Nord e Sud, popoli ricchi e popoli poveri, aree dell'abbondanza e aree della fame, ma interviene anche a dividere, a catalogare, emarginare, escludere ceti e persone negli stessi Paesi ricchi, nelle stesse economie privilegiate del Nord del mondo; é l'antropologia che porterà le destre al potere in Europa, che ispirerà le leggi di privatizzazione, di precarizzazione del lavoro, di contrasto alla imparzialità e indipendenza della giurisdizione, le riforme elitarie della scuola e mercantili della sanità, le leggi contro gli immigrati.

 

La resistenza degli esclusi

Ma la maggioranza scartata non accetta di essere votata all'esclusione. È questo che, come si lamenta la Nato, fa sorgere nuovi rischi e nuove minacce alla sicurezza. Il grande problema che si apre con la fine dell'ordine bipolare e la scomparsa dell'Urss è perciò quello del governo del mondo. L'idea é che occorre stabilire un sovrano universale, e ad avere questo trono non possono essere se non gli Stati Uniti perché, come doveva spiegare Brzezinski, non c'é altra alternativa che l'America all'anarchia globale. Nell'aprile del 1992 le "linee guida" per la politica della difesa degli Stati Uniti formalizzano la nuova dottrina. "Occorre impedire a qualsiasi potenza ostile - dicono - il dominio di regioni le cui risorse le consentirebbero di accedere allo status di grande potenza; queste regioni comprendono il territorio dell'ex Unione Sovietica, l'Asia orientale e sud-occidentale"; occorre "impedire l'ascesa di un futuro concorrente globale"; occorre "dissuadere i Paesi industriali avanzati da qualsiasi tentativo che miri a contestare la nostra leadership", cioé la leadership americana: e questo valeva per l'Europa.

Naturalmente occorreva anche tenere in mano le carte per l'ultima partita sulla ripartizione e l'utilizzo delle riserve in via di esaurimento del petrolio e degli altri combustibili fossili. Ma soprattutto occorreva al più presto possibile riappropriarsi dello strumento sovrano del governo del mondo: la guerra.

La guerra, agli inizi degli anni novanta, non solo era bandita dal diritto, ripudiata dalle Costituzioni, ma godeva di un unanime discredito e repulsione nell'opinione pubblica mondiale. La guerra, identificata ormai con la guerra nucleare, era considerata come il male assoluto, anche dai governanti. La guerra fredda era combattuta per evitare la guerra. Le politiche dell'Occidente erano tutte politiche di pace, anche i missili si mettevano per la pace, la filosofia della corsa al riarmo nucleare era la dissuasione dalla guerra nucleare. La guerra era il terrore; la pace era l'equilibrio del terrore, era la deterrenza: cioé togliere il terrore con il terrore. Nella nuova situazione creatasi dopo il 1989 la guerra doveva essere ripristinata, richiamata dal suo esilio, eticamente riscattata e di nuovo agghindata e adornata come una sposa.