Suicida per il permesso di soggiorno

Gran Bretagna, immigrato s’impicca: “Mio figlio potrà restare”

LONDRA

Un padre che sacrifica la propria vita per salvare quella del figlio: una scelta atroce, un gesto coraggioso e al tempo stesso disperato. Ma la scelta di Manuel Bravo, 35 anni, un angolano immigrato illegalmente in Gran Bretagna quattro anni fa insieme alla famiglia, è stata ancora più atroce, coraggiosa e disperata per le circostanze in cui si è svolta. Manuel era in un centro di detenzione per clandestini di Leeds, insieme al figlio  l3enne Antonio, entrambi in attesa di essere deportati in Angola in base alle severi leggi britanniche su immigrazione e asilo politico. Comprendendo che non c’era più nessun modo legale di fermare il provvedimento, l’uomo avrebbe intravisto un’estrema soluzione: togliersi la vita.

Suicidandosi. avrebbe abbandonato a se stesso il figlio, ma lo avrebbe salvato dalla deportazione: in quanto minorenne, il ragazzo ha diritto di rimanere nel Regno Unito fino alla maggiore età e successivamente avrà buone possibilità di ottenere l’asilo che ora gli viene rifiutato. Così è avvenuto. Manuel Bravo si è tolto la vita, impiccandosi nella stessa cella che condivideva con Antonio, il quale ha assistito alla scena e non la scorderà finché campa. Scoperto il fatto, le autorità britanniche hanno sospeso il provvedimento di deportazione nei confronti di Antonio e lo hanno affidato a un’associazione religiosa che gli cercherà temporaneamente una famiglia adottiva. Il “sacrificio” ha ottenuto l’effetto desiderato.

Questa spaventosa vicenda, con il dilemma salomonico che propone, “se mi uccido, mio figlio non avrà più un padre, ma se io resto vivo lui non avrà più speranze per il futuro”, è stata raccontata ieri dal quotidiano londinese Independent, che v iha dedicato tutta la prima e la seconda pagina, ricostruendo le ultime ore e le ultime parole di Manuel ad Antonio:

«Fai il bravo, figliolo. Lavora duramente, impegnati a scuola e ce la farai». Il ministero degli Interni rifiuta ogni commento, limitandosi a indicare che sarà aperta un’inchiesta sulla morte in carcere dell’immigrato. Non si può escludere, naturalmente, che l’uomo si sia suicidato per lo sconforto di essere scacciato dal paese in cui aveva cercato rifugio, senza alcun calcolo razionale sui “vantaggi” che la sua morte avrebbe potuto portare al figlio. Ma Emma Ginn, portavoce della Coalizione Contro la Deportazione, che si era interessata al caso di Manuel Bravo, non ha dubbi in proposito: “Quando le ultime parole di un padre sono di questo genere è lecito pensare che avesse pianificato tutto dall’inizio”.

Una cosa è certa: nell’Angola martoriata dalla guerra civile, la famiglia di Manuel Bravo aveva subito ogni genere di persecuzioni. I suoi genitori erano stati assassinati. Lui stesso è stato più volte arrestato come leader di una associazione democratica fondata  in opposizione al regime del presidente José Edoardo Do Santos, e sua moglie, rientrata in patria recentemente insieme all’altro figlio per assistere un parente gravemente malato, è finita carcere anche lei. Ma le richieste di asilo politico in Gran Bretagna della famiglia Bravo non han avuto risposta, sino a pochi giorni or sono, quando Manuel e Antonio sono stati arrestati con un raid alle prime luci dell’alba nella loro abitazione d Leeds, dove vivevano dal 2001, e imprigionati i per essere immediatamente deportati nel paese d’origine. La virulenta campagna del partito conservatore contro l’immigrazione straniera e le misure antiterrorismo, commentano le organizzazioni per i diritti civili, hanno contribuito ad indurire le leggi sull’immigrazione in Gran Bretagna, rendendo sempre più difficile ottenere asilo Sei immigrati clandestini in attesa  di deportazione si sono suicidati in questo paese nell’ultimo anno, afferma inoltre Amnesty  International, denunciando sofferenze di «migliaia di immigrati» rinchiusi in prigione e  tenuti sospesi in un limbo per mesi.