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Strada: ''Hanno fatto di tutto per cacciarci'' |
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Intervista
al fondatore di Emergency
dopo la chiusura degli ospedali dell'Ong in Afghanistan |
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Dottor Strada, qual è la situazione dei tre ospedali di Emergency in Afghanistan? Gli ospedali di Kabul, del Panjshir e
di Lashkargah sono chiusi. I pazienti sono stati
tutti dimessi dopo aver ultimato le cure di cui necessitavano:
le ammissioni le avevamo già bloccate diversi giorni fa. I pochi pazienti non
ancora in condizione di essere dimessi sono stati trasferiti in altre
strutture ospedaliere. Dentro abbiamo lasciato tutta l’attrezzatura medica. Il
personale afgano dei tre ospedali, 1.200 persone in tutto, è stato mandato a
casa, con salario garantito fino a fine maggio. Per sicurezza abbiamo
lasciato solo le nostre guardie a sorvegliare le strutture e alcune decine di
persone a far la guardia fuori dagli edifici e a
fare le pulizie all’interno. Tutto questo perché vogliamo essere nelle
condizioni di riaprire e riprendere l’attività in ogni momento.
Certo che no, ma poniamo delle condizioni. Il presupposto
minimo, ma anche quello più difficile da ottenere, è la liberazione di Rahmatullah Hanefi. Il secondo
è che vengano garantite condizioni di sicurezza a
tutto il nostro staff, in maniera chiara: non ci bastano le belle parole che
arrivano in queste ore da alcuni ministeri afgani. Ormai siamo abituati alla
doppiezza delle autorità afgane. Ci vogliono i fatti. E da un mese a questa
parte i fatti sono che il governo Karzai ha fatto
di tutto per espellere Emergency dall’Afghanistan,
arrestando il nostro personale, accusandoci di sostenere i terroristi
indicandoci, quindi, come un nemico e infine
mandando la polizia nei nostri ospedali. Il governo afgano ha minacciato Emergency e ha dato seguito a queste minacce. Gli inviti
a tornare rivoltici da alcuni esponenti del governo
contrastano apertamente con questi fatti, che sono stati tali da costringerci
ad andarcene.
Come si sente, personalmente, in questo momento? Ora mi sento tranquillo, per il nostro staff, che evidentemente
non era più al sicuro, e anche per in nostri
pazienti, perché in queste condizioni non eravamo più in grado di offrire
servizi qualitativamente adeguati alle loro necessità: restare avrebbe
significato ingannarli, illuderli e quindi danneggiarli. In questo momento
per Emergency l’Afghanistan è un paese pericoloso,
dove non è più possibile lavorare. Ovviamente la mia tranquillità sparisce se
penso a Rahmatullah, chiuso in carcere a Kabul da
oltre un mese. Cosa si aspetterebbe ora
dal governo italiano? Il governo italiano è corresponsabile della carcerazione di Rahmatullah Hanefi e, con il
suo disinteresse, della situazione che si è venuta a creare. Un governo che
ha un minimo di dignità, che sia di destra o di sinistra, protegge i suoi
uomini: non solo i suoi cittadini, ma anche coloro i quali lavorano per lui. Rahmat, nella vicenda Mastrgiacomo,
ha lavorato per il governo italiano. Ma questo
governo non lo ha protetto. Perché questo governo non ha la dignità
necessaria per opporsi a una decisione che colpisce
un suo uomo. Forse perché quella decisione non è stata
interamente afgana, bensì mossa da “mani invisibili”, come ha detto giorni
addietro il ministro afgano della Sanità. Mani statunitensi,
ovviamente. Quale interesse avrebbero gli Stati
Uniti a colpire Emergency? Emergency, soprattutto nel sud
del paese, era percepita come una presenza scomoda. Era, anzi, l’unica presenza
scomoda rimasta in zona di guerra. Il solo fatto di curare i
civili vittime dei bombardamenti aerei della Nato è una cosa sgradita
a chi sostiene che l’Occidente sia lì per portare democrazia e per
ricostruire il paese. Non ho mai visto bombe che riscostruiscono!
Tolta di mezzo Emergency, nel sud dell’Afghanistan rimangono solo soldati e spie. |