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Scritto
per noi da Marco Rovelli*
Uno sguardo azzurro, sorpreso
da una foto tessera. Gli anni – diciannove – che non compaiono sul volto. Ma
stanno tutti dentro, e sono molti di più. In Marocco quegli anni non c’erano
ancora. Abdelali se li è venuti a prendere in Italia. Ha raggiunto il padre,
che si è messo in regola. Anche lui può stare qui, adesso.
Abdelali fa amicizia: s’impara presto a stare nelle strade di una città nuova
che ti nutre. Abdelali impara a stare nei carruggi di Genova. E’ un ragazzo
come gli altri, agli altri è legato dall’età, il confine di stato si fa
presto a dimenticarlo. Basta un gesto per abbatterlo, e Abdelali ne fa tanti
di gesti che lo accomunano agli altri. Come quello di arrotolarsi una
sigaretta di hashish, come quello di comprare un po’ di più di fumo per
rivenderlo e potersi permettere qualche piccolo piacere. Tanto più che il
corpo di Abdelali comincia a prendersi anni troppo velocemente: lo stomaco a
volte si piega dal dolore, e vomita sangue. In ospedale lo trattengono, e per
un po’ quella è la sua dimora. Lo operano in fretta, gli aprono la pancia,
poi lo sottopongono a sedute interminabili di chemioterapia.
Un viaggio dentro il
nulla. Dolore. Fatica. Abdelali esce dall’ospedale senza sapere bene
cos’abbia, non si può credere di morire a diciott’anni. Intanto dimentica il
dolore con i suoi piaceri. Ma la legge non conosce piacere né dolore. E non
le piace essere ignorata. Si presenta in divisa, e gli rovescia le tasche. E
rovesciano anche lui, con lo stesso gesto, anche se ancora Abdelali non lo
sa. Glielo dicono dopo pochi mesi, ed è una catena di parole in rapidissima
sequenza che gli sbattono in faccia, e gli chiudono la bocca: permesso di
soggiorno revocato, ed espulsione. Tutto in un solo gesto rovesciato, tutto
in fretta, più in fretta dell’operazione che lo ha aperto all’ospedale. Si
ritrova in una stanza fredda della Questura di Genova, quarantott’ore a pane
e acqua, senza sapere cosa gli accadrà. Sa solo che ci sono delle persone
delle quali adesso è in pieno potere, che possono disporre di lui come
vogliono. Aspetta, e intanto vomita sangue. Alla fine vengono a prenderlo, lo
caricano su una camionetta dai vetri oscurati, nessuno sa se ad Abdelali
siano venuti in mente i vagoni piombati che portavano nei campi gli
indesiderabili, forse no, Abdelali è ancora troppo giovane, pensa solo al suo
dolore, e al piacere che adesso non potrà più avere per far fronte a quel
dolore. Il viaggio è lungo, e non si può nemmeno guardar fuori. Ci sono solo
le voci forti e scandite degli uomini in divisa, la voce di marmo della legge
che riporta le cose al proprio posto, come nel cosmo dei greci ogni cosa ha
il suo luogo proprio, e quello di Abdelali è fuori di qui, anche per il suo
sangue non c’è posto, è stato già pulito, e anche quello vomitato nella
camionetta verrà pulito al più presto. Il luogo di passaggio tra il dentro e
il fuori è il nulla di un campo. C.P.T., si chiama, centro di permanenza
temporanea, ma Abdelali non conosce ancora così bene l’italiano da far notare
l’incongruenza dell’espressione alla legge che lo custodisce. Che importa,
adesso è a Brindisi, e tra poco sarà rimesso al suo posto, appena passato il
mare. Il mare nostrum, non lo si scordi. Per venti giorni Abdelali
non merita l’ospedale. Vomita sangue, e gli danno Valium e Tavor. Tanto lo
stomaco è già andato, che stia tranquillo per questo tempo che gli resta. Lo
va a trovare un avvocato genovese, una ragazza dal sorriso amoroso. Prova a
spiegare che il suo corpo cede, che lì non può stare, lo porta davanti al
giudice, alzati la maglia, gli dice, il giudice vede lo squarcio nella
pancia, e non solo la magrezza del corpo. Sono un giudice, non un dottore.
Così ha detto il giudice.
L'avvocato dal volto
d'angelo. Poi, quando il suo dolore grida troppo, lo portano
all’ospedale. Abdelali ormai sa che lì lo cureranno quanto basta per
alleviargli il dolore, e poi lo rimanderanno al campo, e di lì in Marocco.
Abdelali scappa. Riesce a uscire senza farsi notare, e arriva alla stazione.
Telefona all’avvocato dal sorriso amoroso. Vieni da me, gli dice lei. Lui
arriva a casa sua, e l’avvocato dal sorriso amoroso quando gli apre la porta
si spaventa, sotto l’azzurro degli occhi non c’è più quasi nulla. Andiamo in
ospedale, gli dice. Aspetta, risponde Abdelali. Ho dei debiti, prima li
voglio pagare. Dopo qualche ora Abdelali ritorna. Andiamo, dice. L’avvocato
lo porta in ospedale, poi avverte il padre. Voglio vedere la mamma, chiede
Abdelali, non la vedo da quattro anni. Voglio vedere anche la mia sorellina
che ho visto appena nata. Ma l’ambasciata italiana in Marocco non lo vede, quello
sguardo, quell’azzurro che diventa sempre più azzurro su quel corpo che sta
finendo di sostenerlo. I visti per la madre e le sorelle non arrivano, e
Abdelali continua a vomitare sangue, a perdere peso e parola. Bisogna
insistere. Bisogna gridare. L’avvocato lancia un appello su internet e sui
giornali - pochi, solo quelli che riescono a dar voce al dolore senza farne
trofeo. Mandate fax all’ambasciata, fate i visti alle donne di Abdelali.
Nell’attesa, è l’avvocato la madre di Abdelali. E’ lei che passa i giorni
all’ospedale con Abdelali, è lei che chiameranno in caso di morte. Abdelali
si sta spegnendo, non si alza più dal letto, è un corpo chiuso, rinserrato.
E’ solo dopo due settimane - alla fine del mese di febbraio – che Abdelali ha
le sue donne. E le sue donne si fanno canali di un miracolo: Abdelali si fa
trovare in piedi, e pare sano. Abdelali resta sano per una settimana,
nell’incredulità dei medici. Ma la morte - il suo quando, il suo come - è
stabilita da Dio in un momento preciso. Voglio morire in regola, dice
Abdelali. Voglio il permesso di soggiorno. L’avvocato supplica la legge,
Abdelali sta morendo, non soggiornerà a lungo ormai. Riesce a ottenere il
permesso. Glielo portano in ospedale il 12 marzo, e Abdelali riesce ancora a
immaginarsi un avvenire.
Il 17 marzo, di notte, Abdelali muore.
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