Silvio Berlusconi intervenendo
all’assemblea degli industriali di Roma, riunita al Teatro 10 di Cinecittà ha
detto:
“Uscire dalla crisi
economica dipenderà dall’atmosfera che tutti noi riusciremo a creare, dalla volontà
di non cambiare lo stile di vita e di non rinunciare agli
acquisti, non solo dei cittadini italiani ma anche di quelli occidentali.
…Ma per evitare che la crisi finanziaria si ripercuota
sull’economia reale è necessario che ci sia la volontà dei cittadini a
non cambiare le proprie abitudini”.
Come al solito al presidente Berlusconi non manca la capacità
di sintesi e la chiarezza. Difficilmente, come in un messaggio pubblicitario,
si può esprimere meglio la filosofia che ci viene
proposta, perché qui non si tratta solo di una ricetta economica, qui si
propone uno stile di vita e insieme anche il significato che alla vita dobbiamo
dare, tracciando contemporaneamente in due parole le linee fondamentali della
politica economica e di quella
internazionale di questo governo. L’acquisto si trasforma così, da mezzo per
procurarci quello che ci serve, a fine, diventando un dovere civico che rimette
in moto l’economia occidentale.
Il fine ultimo quindi a sentire il nostro
Presidente del Consiglio, e non molto diversa è l’opinione della
cosiddetta opposizione, diventa quello di conservare o accrescere le nostre
abitudini di consumo (per l’opposizione
magari allargarle alle fasce più deboli).
La cecità di questa posizione è evidente, la
dimostriamo con poche note:
1. Se
tutti nel mondo consumassero come noi occidentali le risorse della terra sarebbero insufficienti anche per l’oggi. Una società
che conserva il “nostro” stile di vita è ingiusta per
definizione, o meglio per impossibilità oggettiva di essere giusta.
2. Anche
a fregarsene delle minime necessità vitali
degli “esclusi” una società che nel tempo conservi le nostre abitudini
di spesa è una società fragile di fronte al potere
anche politico di una finanza sempre
più arrogante e di fronte alla crescente
ira dei “poveri” o meglio degli “impoveriti”. Sarà necessariamente una società
fragile, antidemocratica e di guerra.
3. Anche
ad accettare la dittatura del mercato finanziario e delle “leggi di sicurezza”
che ci dovranno “proteggere”, sarà la natura a ricordarci che le risorse sono
finite e che già da ora consumiamo più di quanto la terra può produrre, e
gettiamo via più di quanto essa possa assorbire. Non
reggeranno a lungo né le riserve energetiche né le possibilità di uso del territorio. I cambiamenti climatici sono già ora
un evidente campanello d’allarme.
4. Di
nuovo, anche volendo accettare tutto questo e vivere sperperando le risorse come se fossimo
l’ultima generazione sulla terra (che terribile follia!), come non vedere la
nevrosi collettiva a cui questo stile di vita ci ha portato? Non basteranno
certo i regali di Natale per ridarci la speranza quando la vita appare sempre di più produrre
con fatica per consumare senza gioia in un mondo che pare non avere bisogno di
noi se non come produttori-consumatori. Avendo trasformato ogni “bene” in merce
e non riuscendo proprio a fare di ogni merce un bene
siamo di fronte a un cortocircuito esistenziale da cui non possiamo uscire
senza cambiare il nostro stile di vita.
Questa è quindi la domanda: come
e che cosa cambiare per trasformare una rovinosa recessione in un momento di
cambiamento e di progettualità per una
"decrescita felice"?
A questa domanda la risposta è nel cercare di diminuire il consumo,
rendere solidale la nostra società, sottrarci alla dittatura del mercato,
incrementare gli scambi non commerciali, in una parola il contrario di quello
che Berlusconi ci propone