Maurizio Pallante

 

Proposta di un programma politico per la decrescita

 

 

 

Oltre al sindaco di Torino, che nella sua ruvida saggezza anglosassone le considera tüte bale, sono rimasti in pochi a credere che i mutamenti climatici in corso non siano causati dalle emissioni di CO2 di origine antropica. L’ultimo rapporto dello IPCC sullo stato delle conoscenze scientifiche in materia, discusso e approvato il 2 febbraio 2007 a Parigi, non lascia margini d’incertezza in proposito[1]. La concentrazione attuale di anidride carbonica in atmosfera è di 380 parti per milione, la più alta degli ultimi 650 mila anni, durante i quali il valore massimo è stato di 290 parti per milione. Negli ultimi 200 anni, praticamente dall’inizio della rivoluzione industriale, ha avuto un incremento superiore al 35 per cento, passando da 280 a 380 parti per milione, in conseguenza dello squilibrio crescente tra gli incrementi delle emissioni derivanti dalle attività umane e la diminuzione degli assorbimenti da parte della vegetazione e dei mari che, a causa della deforestazione e dell’innalzamento della temperatura media del pianeta, sono in grado attualmente di fotosintetizzarne meno della metà. Il rimanente si accumula nell’atmosfera, dove permane per periodi di circa 200 anni. Sull’effetto serra aggiuntivo le cause naturali incidono dal 10 al 20 per cento, le attività umane dall’80 e al 90 per cento.

L’aumento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera ha causato un innalzamento della temperatura media della terra di 0,74 °C dal 1906 al 2005, con un incremento medio decennale inferiore a 0,06 °C nei primi decenni, di 0,13 °C negli ultimi 50 anni e più recentemente di 0,25 °C. La temperatura media del mare è aumentata sensibilmente in superficie e molto meno negli strati più profondi, ma in alcune zone oceaniche fino a 3000 metri. I ghiacciai polari e delle medie latitudini sono in forte diminuzione, le precipitazioni hanno cambiato caratteristiche, è aumentata l’intensità degli eventi meteorologici estremi, come uragani, tifoni, tempeste tropicali, alluvioni e siccità.

Per quanto riguarda il futuro, se il sistema climatico non verrà sconvolto da processi non lineari, e non si può escludere, gli studiosi dello IPCC hanno delineato tre scenari evolutivi. Il più accreditato è quello intermedio, che prevede un incremento medio della temperatura terrestre di 0,7 °C entro il 2030 e di 3 °C entro il 2100. A questi valori il livello del mare salirebbe tra i 28 e i 43 centimetri, ma se l’incremento della temperatura fosse di 0,4 °C al decennio, i ghiacciai dell’Antartide e della Groenlandia collasserebbero e il livello del mare salirebbe di 7 metri, la corrente del Golfo rallenterebbe e s’interromperebbe nel prossimo secolo, determinando un raffreddamento dell’emisfero settentrionale. Lo scioglimento dei ghiacciai proseguirà fino alla riduzione del 90 per cento, o alla totale sparizione estiva, della calotta polare artica, mentre i ghiacciai montani si ridurranno drasticamente, ponendo gravi problemi di approvvigionamento delle falde freatiche. Gli eventi meteorologici estremi diventeranno sempre più frequenti e intensi.

Un mese prima era stato pubblicato un rapporto commissionato dall’Unione Europea sulle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici nei paesi membri, in cui si legge che un incremento della temperatura superiore a 2 °C potrebbe bloccare la crescita economica e avrebbe conseguenze disastrose sull’agricoltura, sulla salute umana, sul turismo, sulle aree marino costiere e in termini di alluvioni e inondazioni. Per evitare che ciò avvenga, la concentrazione di CO2 in atmosfera non dovrà superare le 550 parti per milione, un valore superiore di circa il 45 per cento rispetto all’attuale. Per ottenere questo risultato occorre che prima del 2050 le emissioni di CO2 si riducano del 60 per cento rispetto al 1990. Riduzioni ancora più drastiche dopo quella data non servirebbero a impedire che l’aumento della temperatura superi i 2 °C. In ogni caso, anche se si riuscisse a restarne al di sotto, si avrebbe uno spostamento delle fasce climatiche con conseguenze economiche disastrose nei paesi dell’Europa del Sud (la produttività agricola scenderebbe del 22 per cento; a causa della siccità e delle temperature torride non ci sarebbe più turismo) e temporanei vantaggi nei paesi del nord (la produttività agricola potrebbe avere incrementi fino al 70 per cento; la temperatura più calda attirerebbe il turismo estivo sulle coste dell’Europa settentrionale). Le ondate di caldo farebbero aumentare i decessi nelle fasce più deboli (bambini e anziani) da un minimo di 18 mila all’anno con un incremento della temperatura di 2,2 °C, a un massimo di 36 mila con un incremento di 3 °C. I costi economici delle erosioni costiere causate dall’innalzamento ammonterebbero da 9 a 42 miliardi di euro all’anno. I danni maggiori delle alluvioni si avrebbero nei paesi attraversati da grandi fiumi: in particolare lungo il corso del Danubio e della Mosa.

Una immediata conferma della gravità della situazione e della necessità di intervenire con la massima urgenza è stata la circolare con cui il 6 marzo il governo italiano ha allertato prefetti e Regioni sul problema della siccità in base a dati inequivocabili: un calo medio delle precipitazioni del 40 per cento, con punte che in alcune zone raggiungono il 60 per cento; la riduzione della portata del Po di 500 metri cubi al secondo sulle medie stagionali; un abbassamento di 35 centimetri del livello del lago di Garda.

Qualche eco delle preoccupazioni suscitate dagli ultimi rapporti sui cambiamenti climatici in corso è arrivata anche nel nostro paese, dove del resto un inverno stranamente mite si era incaricato di fornirne una dimostrazione sperimentale, con temperature che, per restare nella città del sindaco delle bale, hanno raggiunto i 27 gradi nella seconda metà di gennaio, il periodo fino a qualche tempo fa più freddo dell’anno. Ma, come aveva capito il profeta Isaia, Iddio acceca quelli che vuol perdere e molti abitanti delle città del nord sono rimasti contenti di questo inaspettato anticipo di primavera, sia per i risparmi sui costi di riscaldamento, sia per le «belle» giornate di cui inaspettatamente potevano godere (come è noto, nelle giornate fredde e quando piove il tempo è brutto, possi morì de sete avrebbe detto mia nonna, non fosse che muore di sete anche la vegetazione). La maggioranza della popolazione, il 90 per cento secondo un sondaggio, si è invece accorta che «il clima della terra sta effettivamente diventando sempre più caldo», il 60,5 per cento per esperienza diretta, il 16,9 per cento perché «ci sono studi scientifici che lo dimostrano» e il 12,6 per cento perché «gli ambientalisti lo ripetono da anni»[2].

A dimostrazione di questa consapevolezza non si è verificato nessun cambiamento nei comportamenti che generano emissioni di CO2. Nelle prime ore del mattino tutte le strade, autostrade, assi di penetrazione, circonvallazioni e tangenziali hanno continuato a intasarsi di automobili come sempre, i centri commerciali hanno continuato a riempirsi di persone che ne escono con i carrelli strapieni di imballaggi e vuoti a perdere in cui sono confezionati prodotti in gran parte inutili e provenienti da luoghi del mondo sempre più lontani, la temperatura interna degli edifici ha continuato a essere insopportabilmente calda e si è continuato ad aprire le finestre per renderla più accettabile, si è continuato a fare la doccia tutti i giorni, fiumi di acqua potabile sono stati buttati nei cessi, i consumi di proteine animali non sono diminuiti, negli uffici molte luci sono rimaste accese tutta la notte, la vendita dei condizionatori ha subito incrementi esponenziali, il numero dei SUV in circolazione nelle città è aumentato, i giornali hanno continuato a pubblicare inchieste sui nuovi poveri che, con un reddito di 1.200 euro al mese, non ce la fanno a cambiare il telefonino con una frequenza pari alla media [3].

Dal canto loro le maggioranze politiche al governo hanno continuato a emettere, senza differenze significative tra centro-destra e centro-sinistra, decreti legislativi che obbligano ad aumentare le percentuali della raccolta differenziata mentre continuavano a sovvenzionare con denaro pubblico quel po’ di energia prodotta dal loro incenerimento in impianti sovradimensionati rispetto alle necessità, pensati per la crescita, come le mamme previdenti di una volta compravano ai figli vestiti di una taglia più grande, facendo finta di dimenticare che ogni combustione, oltre a produrre grandi quantità di polveri fini e ultrafini, genera CO2; hanno continuato a incrementare per legge le percentuali di fonti rinnovabili da installare mentre autorizzavano la costruzione di rigassificatori e nuove centrali termoelettriche in previsione di futuri aumenti dei consumi elettrici, anche in questo caso con la stessa logica previdente delle mamme di una volta, come se l’aumento dei consumi di metano e chilowattora termoelettrici non producesse maggiori quantità di CO2; in nome della modernizzazione hanno continuato a far ricoprire di spesse croste di materiali inorganici superfici sempre più ampie di terreno naturale, come se la costruzione, la gestione e la manutenzione dei nuovi edifici e delle nuove infrastrutture non richiedessero quantità crescenti di energia; hanno esultato per la ripresa della produzione automobilistica e l’hanno sovvenzionata con contributi alla rottamazione, come se le automobili non bruciassero fonti fossili; hanno continuato a organizzare convegni sull’efficienza energetica mentre prorogavano di qualche anno la certificazione energetica degli edifici, deliberata solennemente la prima volta nel 1991 e mai attuata, pur sapendo che consentirebbe di ridurre in tempi brevi sprechi che ammontano almeno ai due terzi dei consumi di fonti fossili per il riscaldamento. Un vero e proprio comportamento schizofrenico, tra la percezione di un pericolo incombente che si vorrebbe evitare e la rimozione della consapevolezza che per evitarlo è necessario arrestare la crescita della produzione e del consumo di merci. Una schizofrenia che accomuna nel sostegno alla crescita economica i due schieramenti di centro-destra e centro-sinistra, ferocemente contrapposti sui modi, in realtà non molto diversi, per sostenerla, sempre pronti a suonare la grancassa per rivendicare a sé ogni merito quando l’economia cresce e a scaricare sugli avversari ogni demerito quando invece entra in una fase di crescita negativa.

Il fatto è che un sistema economico e produttivo fondato sulla crescita non può non crescere. È condannato a crescere. L’innovazione tecnologica deve essere indirizzata ad accrescere la produttività, ovvero le quantità di merci prodotte nell’unità di tempo. I produttori di tecnologie per la produzione di merci sono costretti dalla concorrenza ad accrescere progressivamente la potenza delle loro macchine. I produttori di merci sono costretti dalla concorrenza a rinnovare in continuazione le loro macchine, acquistandole sempre più potenti e produttive. Questa rincorsa continua alla crescita della potenza tecnologica per produrre quantità sempre maggiori di merci ha raggiunto un livello tale da far assumere al sistema industriale nel suo insieme le caratteristiche di una tecnosfera in grado di rapportarsi con la totalità della biosfera e di modificarla profondamente. Se cresce il numero e la potenza delle macchine movimento terra, cresce la capacità di ricoprire sempre più in fretta superfici sempre più vaste di ambienti naturali con spesse croste di materiali inorganici, aumentano i consumi di energia e le emissioni di CO2, diminuisce la fotosintesi clorofilliana, si riduce la quantità delle acque meteoriche che penetra nelle falde freatiche, aumenta la temperatura a livello localizzato, molte specie animali perdono il loro habitat e spariscono, si stravolgono le catene alimentari. Se aumenta la capacità produttiva delle industrie manifatturiere, crescono i consumi di energia e materie prime necessari non solo alla produzione, ma anche al funzionamento di molte merci (per esempio le automobili e gli elettrodomestici). Se cresce il fabbisogno di energia e materie prime occorre procurarsene senza sottilizzare troppo sui mezzi: guerre, colpi di stato e cambi forzosi di regimi, ingerenze nella vita politica di altri paesi, ricatti commerciali. Se cresce l’offerta di merci occorre sostenere la domanda, o accelerando i processi di sostituzione, da cui derivano aumenti dei rifiuti; o ampliando i mercati, da cui derivano aumenti delle distanze tra luoghi di produzione e luoghi di consumo che richiedono un continuo potenziamento delle infrastrutture viarie e un continuo aumento dei consumi energetici; o accrescendo il numero delle persone provviste di reddito monetario e incapaci di autoprodurre nulla di ciò che occorre per vivere, da cui derivano processi migratori sempre più vasti, crescite abnormi delle aree urbane, della marginalità esistenziale e dell’insicurezza sociale.

Se l’economia continua a crescere e la tecnosfera a diventare sempre più potente e invasiva nei confronti della biosfera, i mutamenti climatici si aggravano e possono modificare irrimediabilmente gli equilibri fisico-chimico-biologici che hanno consentito lo sviluppo della specie umana. Se, invece, si vogliono ridurre le emissioni di CO2 derivanti dalle attività umane, occorre avviare al più presto un processo di decrescita economica, riducendo la produzione e il consumo di merci. Le due prospettive non sono mediabili né concettualmente, né praticamente. Ogni tentativo in tal senso ha solo prodotto l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. Un vero e proprio aborto concettuale, una giaculatoria priva di senso che viene ripetuta con tanto maggiore frequenza quanto più si persegue l’obbiettivo di una crescita devastante, senza neanche l’adozione di quelle precauzioni e tecnologie meno impattanti che, in realtà, possono soltanto rallentare la corsa dell’umanità verso l’abisso, ma non deviarne il percorso.

Non è difficile capire che se crescono il consumo e la produzione di merci, cresce l’impatto della tecnosfera sulla biosfera, si accelera l’esaurimento delle risorse, aumentano le emissioni di CO2 e di sostanze inquinanti, aumenta la produzione di rifiuti, s’inaspriscono le tensioni internazionali per il controllo delle fonti di energia, si aggravano le contraddizioni tra il 20 per cento dell’umanità che si suicida per sovrabbondanza di cose inutili o dannose, e l’80 per cento che patisce o muore per mancanza del necessario. Eppure, o forse proprio per questo, tutti i messaggi che vengono dai mezzi di comunicazione di massa tendono a offuscare questa banale evidenza. Un’attività incessante in cui confluisce in modo coordinato l’impegno dei sacerdoti della pubblicità che uniformano e appiattiscono gli stili di vita di tutti gli strati sociali sul consumismo più becero, dei sacerdoti della divulgazione scientifica che celebrano la religione delle magnifiche sorti e progressive, degli intellettuali che pretendono di dare dignità scientifica a operazioni di disinformazione più raffinate e subdole di quelle operate dai loro omologhi nei regimi dittatoriali, dei politici che, mossi a compassione per le misere sorti delle famiglie con redditi insufficienti per arrivare alla quarta settimana del mese, di tanto in tanto invocano un rilancio dei consumi.

Sul numero 545 di Specchio, supplemento settimanale del quotidiano La Stampa che, come è noto, appartiene a un grande gruppo industriale produttore di automobili, sono state pubblicate 10 fotografie di 5 luoghi del mondo ripresi dal satellite la prima volta negli anni settanta e successivamente nei primi anni del nuovo secolo: Shenzhen, un villaggio di pescatori della Cina sud orientale trasformato in un’area urbana di 2000 chilometri quadrati dove vivono 4 milioni di abitanti; il ghiacciaio del Kilimangiaro quasi completamente sciolto; la foresta amazzonica nello Stato brasiliano di Rondônia ridotta di un quinto; il Mar morto ridotto della metà; la città di Las Vegas quadruplicata per superficie e abitanti, dove le aree asfaltate crescono di 400 metri quadrati all’ora e si raddoppieranno entro il 2015[4]. Documenti impressionanti della devastazione operata dalla crescita economica e dalla tecnosfera sulla biosfera. Poche pagine dopo il genero dell’ex presidente dell’industria automobilistica e padre del futuro presidente, un intellettuale che divide i suoi talenti tra il giornale di famiglia e le istituzioni culturali pubbliche torinesi, firma un’intervista all’economista americano, Benjamin M. Friedman, autore di un libro intitolato Il valore etico della crescita. L’illustre economista riassume con queste parole la sua tesi: «La crescita economica è una condizione importante per il nostro mondo perché porta a un miglioramento della vita e della società in generale. Fa crescere le forze democratiche e i loro valori. […] Il dato importante è il movimento, il progresso: se le società si muovono e crescono, se mostrano segni di miglioramento. […] Il processo di crescita ha ricadute morali»[5]. Non nascondo la verità perché non sarebbe possibile farlo, faccio vedere come l’umanità sta distruggendo la terra, ma al contempo intervisto un esperto che elogia la crescita sia come fattore di benessere materiale, sia come valore morale (il fondamento della democrazia), così dissocio il rapporto tra l’effetto che ho appena fatto vedere e la sua causa. Così tutti potranno continuare a distruggere allegramente il mondo con i loro comportamenti senza rendersene conto.

Il massimo dell’impudenza in questa opera di depistaggio finalizzata a oscurare i rapporti di causa ed effetto che legano l’effetto serra alla crescita economica, è stato raggiunto dalla casa automobilistica Honda, che correrà il prossimo campionato del mondo di Formula Uno sostituendo le tradizionali sponsorizzazioni con un «profilo completamente ecologico», come si legge in un trafiletto del quotidiano la Repubblica, perché «sulla carrozzeria è disegnato un enorme mappamondo con prati verdi, nuvole, oceani e cielo azzurro (testuale)». Presentando la vettura al pubblico nel Museo di storia naturale a Londra il capo della scuderia ha dichiarato: «Il cambiamento climatico è il problema più sentito dalla comunità globale e la Formula 1 non ne è immune. Con il nostro ruolo possiamo influire nella ricerca di una soluzione»[6]. Le automobili sono una delle cause più rilevanti delle emissioni di CO2, sia quando vengono costruite, sia quando si usano. Non c’è chi non possa saperlo. Le automobili di Formula 1, oltre ad avere consumi specifici altissimi, sono state e sono uno dei più potenti strumenti per radicare nell’immaginario collettivo il mito dell’automobile e suscitarne un desiderio inconsulto che travalica la loro utilità specifica. Nonostante queste evidenze, i responsabili  di una causa determinante dell’effetto serra si presentano come difensori del clima perché la dipingono con immagini di cieli e paesaggi incontaminati (c’è chi fa lo stesso con gli inceneritori), ben sapendo che al loro giochetto delle tre carte farà da sponda il grande fratello dei mezzi di comunicazione di massa.

La crescita non si limita a devastare progressivamente gli ecosistemi terrestri. In misura direttamente proporzionale devasta anche la mentalità e la cultura degli esseri umani. Un caso emblematico è sempre il sindaco di Torino, non solo per il potere che esercita in quanto persona, ma perché è stato eletto col 66 per cento dei voti. Scontando pure il fatto che una parte dei suoi elettori non l’ha votato per scelta ma per sbarrare il passo al suo concorrente (che, sia detto per inciso, era una controfigura utilizzata per riempire un vuoto) una percentuale elettorale così ampia rispecchia la cultura dominante nella città, anche perché comprende l’insieme della sua classe dirigente: imprenditori, banchieri, docenti universitari, politici e giornalisti. Una cultura di cui il primo cittadino «svela» i fondamenti con una inaspettata ingenuità in due interviste al quotidiano la Repubblica.

 

Sulle ore di Torino Chiamparino ha una sua teoria socio-economica nasometrica e un po’ paradossale, ma (secondo il giornalista che lo intervista, una delle firme più prestigiose del quotidiano) interessante: «Io mi alzo alle 7 meno 10 e una delle prime cose che sento alla radio è Onda Verde. Da un po’ di tempo non sento più i soliti rallentamenti sulla Bergamo-Brescia o sul Raccordo anulare di Roma, ma finalmente anche rallentamenti sulla Tangenziale Sud di Torino». Come “finalmente”? (finge di stupirsi il giornalista, in un gioco delle parti che ricorda le recite scolastiche di fine anno). Si investono miliardi di euro per le infrastrutture cittadine, per i parcheggi, per l’Alta Velocità e il sindaco si bea per gli ingorghi? «Eh, sì – spiega - perché se intorno a Torino c’è traffico in ore non canoniche, quelle tradizionali dei turni degli operai di Mirafiori, allora vuol dire che crescono le altre attività anche senza la Fiat»[7].

 

Lo scopo della crescita economica, secondo un sindaco che rappresenta il 66 per cento dei votanti e la classe dirigente della città, è realizzare intasamenti automobilistici. Se ci sono intasamenti automobilistici vuol dire che l’economia gira, il prodotto interno lordo cresce, crescono le altre attività anche senza la Fiat, e tutto va per il verso giusto. Parafrasando il «filosofo» Pangloss del Candide di Voltaire si potrebbe dire che come i nasi sono stati creati per portare gli occhiali, e perciò abbiamo gli occhiali, così le strade sono fatte per essere intasate e perciò, se s’intasano, coloro che hanno asserito che tutto va bene hanno detto una sciocchezza; bisognava dire che tutto va per il meglio, perché per capire che tutto va bene basta limitarsi a risalire dall’effetto alla causa, ma se si riflette più approfonditamente si vede che l’effetto esercita una retroazione sulla causa, rafforzandola: se le strade si intasano, le automobili vanno più lentamente e aumenta il consumo di carburante al chilometro, per cui il prodotto interno lordo cresce di più, ma per produrre e comprare maggiori quantità di carburante si deve lavorare di più, di conseguenza al mattino le strade si intaseranno ancora di più e bisognerà costruire la quarta corsia della tangenziale, per farlo si dovrà lavorare di più e il prodotto interno lordo crescerà ancora, la nuova corsia arriverà a intasarsi e così resterà dimostrato senza ombra di dubbio che tutto va per il meglio.

Un proverbio francese dice che se si ha in testa un martello si vedono tutti i problemi sotto forma di chiodi. E qualche sentore di avere nella testa un martello il sindaco di Torino deve pur averlo se un anno dopo, in un’altra intervista allo stesso quotidiano, che evidentemente lo considera un esemplare raro di corretta gestione della cosa pubblica, ribatte un chiodo che nonostante tutti i suoi sforzi non riesce a impiantare: «Mi prenderanno per un fissato, ma continuo a ritenere che l’Alta velocità è un progetto per la crescita del Paese. Si deve fare non per la razionalizzazione dei trasporti, ma perché è in sé una riforma»[8]. Un’opera di cui non si può dire che non abbia un certo impatto ambientale e un costo piuttosto elevato: tra i 16 (stima ufficiale) e i 64 miliardi di euro (stima probabile), per scavare una galleria di 53 km, ricollocare su terreni agricoli 16 milioni di metri cubi di materiali inerti contenenti amianto e uranio, alterare le falde freatiche, bruciare enormi quantità di energia per alimentare giganteschi macchinari e mezzi movimento terra, sconvolgere la vita della popolazione di un’intera vallata. Un’opera devastante che oltretutto non ripagherà mai i suoi costi, ma deve comunque essere realizzata non perché serva a razionalizzare i trasporti, ma perché è una riforma in sé (su questo non c’è dubbio: ri-forma un luogo del mondo distruggendo la morfologia disegnata dalla natura) e un progetto per la crescita del paese. È un modo per far crescere il prodotto interno lordo, quindi ha una validità intrinseca.

Siamo veramente arrivati al capolinea di una fase della storia umana. La crescita dei consumi delle risorse energetiche necessarie ad alimentare il processo della crescita economica, e la crescita dei rifiuti che la crescita della produzione di merci immette nelle acque, nell’aria e nei suoli, sono arrivate a un punto tale da innescare un cambiamento climatico che può portare all’estinzione della specie umana. Nonostante ciò, le classi dirigenti non solo non si pongono il problema di arrestare questo meccanismo infernale incentivando una maggiore sobrietà negli stili di vita individuali e mutando le scelte politiche, ma pensano che il compito della politica sia di sostenerlo con progetti di cui si sa a priori l’inutilità reale, nascosta dai più avveduti sotto un velo propagandistico di utilità apparenti e dichiarata apertamente dai più sempliciotti. Costa una cifra spropositata, causa danni irreversibili e non serve. Però fa crescere l’economia e intasa le strade. Meglio di così… Cosa dice? Che contribuisce ad aggravare i cambiamenti climatici? Tüte bale. Parola di un Pangloss che rappresenta il 66 per cento dei votanti e la classe dirigente di una città.

Però. C’è un però. Un grumetto di sabbia che riesce a inceppare i più potenti ingranaggi meccanici. Un bacolino che manda in tilt il software più sofisticato. Sono le popolazioni, a volte poche migliaia di persone, che una mattina, aprendo il giornale per conoscere le novità e i pettegolezzi del grande circo mediatico dove scaricano le loro frustrazioni, scoprono che dalle finestre delle loro stanze non vedranno più il solito paesaggio, ma un via vai di gigantesche macchine movimento terra, montagne squadrate di calcestruzzo al posto della vegetazione, fumi velenosi al posto della brezza pomeridiana. Anni fa riuscivi ancora a raccontargliela che era il progresso, il nuovo che avanza, la modernità, la tecnologia che risolve tutti i problemi. Riuscivi ancora a trascinarteli dietro come il pifferaio di Hammelin. Adesso dicono no. Ci mettono una X rossa sopra i progetti finalizzati alla crescita. Hanno cominciato a dire no alle centrali nucleari, agli inceneritori e alle centrali termoelettriche. Poi hanno detto il no più determinato, più duraturo, più esteso. No a quel treno ad alta velocità che non serve a razionalizzare i trasporti, ma è un progetto per la crescita del paese. Tutta la popolazione di una valle lo ha detto con una compattezza impressionante, resistendo ai tentativi di divisione, alle minacce, alla militarizzazione del territorio, alla violenza poliziesca scatenata allo scopo di intimidire. Le appartenenze politiche sono state accantonate e tutti i partiti locali, di destra e di sinistra, si sono ritrovati sullo stesso fronte. I sacerdoti hanno guidato i loro fedeli insieme agli agnostici nelle manifestazioni di piazza e hanno organizzato novene nelle chiese per invocare l’aiuto del Signore. Le bande musicali hanno fermato le cariche dei carabinieri suonando l’inno di Mameli e costringendoli a mettersi sull’attenti. I giovani hanno solidarizzato con gli anziani, i meridionali con i settentrionali. Dall’altra parte della barricata, a sostenere la necessità dell’opera si sono schierati tutti i partiti a livello provinciale, regionale e nazionale, senza differenze tra destra e sinistra, con la sola eccezione dei partiti della sinistra radicale. Uno scontro durissimo che ha travalicato il fatto specifico, dimostrando come il bipolarismo politico a livello istituzionale sia una gabbia troppo angusta per contenere la vitalità della democrazia, soprattutto se pretende di dare legittimità soltanto a due varianti, sempre meno differenziate, di una identica concezione del mondo fondata sulla crescita della produzione di merci. Uno scontro che aveva assunto le stesse caratteristiche in altri luoghi prima dell’opposizione della Valsusa al Tav ed è proseguito, durante e dopo, con l’opposizione al Mose di Venezia, al Ponte di Messina, ai rigassificatori, alle trivellazioni petrolifere nel Val di Noto, alle grandi infrastrutture stradali, alle grandi centrali eoliche, al raddoppio della base militare statunitense nell’area dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza.

Questi rifiuti scatenano una rabbia incontrollabile. I sacerdoti della crescita non sopportano che non si creda più alle frottole con cui riuscivano a far accettare socialmente le grandi opere. Le devastazioni territoriali dei poli chimici di Priolo e di Gela, le gravi forme di inquinamento dell’aria, del mare e dei suoli che hanno provocato, l’incidenza percentuale superiore alla media di tumori e malformazioni congenite tra le popolazioni dei territori circostanti, hanno svelato quanto alto fosse il prezzo da pagare per avere un salario (non si fa tutto per i soldi?) con cui comprare cibi avvelenati al posto di quelli sani che non si dovevano comprare perché si autoproducevano prima che le campagne venissero distrutte, i contadini trasformati in operai, le acque fossero avvelenate e i suoli impermeabilizzati dall’industrializzazione del territorio. Le trivellazioni petrolifere che qualche anno fa sono state accettate in Val d’Agri in nome del progresso e della creazione di posti di lavoro, vengono rifiutate nel Val di Noto dalla popolazione e dagli amministratori locali che preferiscono mantenere la salubrità dell’aria, l’integrità del paesaggio e delle sue bellezze architettoniche, la loro economia agricola di qualità.

Il sistema di potere non si capacita di questa resistenza inaspettata e mobilita le sue truppe. Al primo assalto vanno i chierici dell’industrializzazione, della modernità e del progresso, che scaricano raffiche di pallettoni moralistici tuonando contro il gretto egoismo localistico che danneggia i superiori interessi della nazione. Poi arrivano gli inquisitori di santa madre scienza e tecnologia con il loro codazzo di sgherri a sostenere che le grandi opere rendono l’ambiente migliore (veramente, non sapendo distinguere il più dal meglio perché nella logica della crescita il più è meglio per definizione, non dicono «ambiente migliore», ma la frase priva di significato «più ambiente»[9]) per cui chi vi si oppone è un nostalgico del passato e un inquinatore che coltiva pregiudizi antiscientifici. Intollerabili, naturalmente. Il trasporto su treno inquina meno del trasporto su gomma. Gli inceneritori inquinano meno delle discariche. E se si obbietta che ci sarebbe anche il trattamento meccanico-biologico che inquina ancor meno, rispondono, come un disco rotto, che gli inceneritori inquinano meno delle discariche. I più zelanti, con cumulo di stipendiuccio universitario e consulenzine pagate da costruttori di inceneritori, si spingono a dire che questi impianti purificano l’aria, essendo provato scientificamente che dove ci sono l’aria è meno inquinata dei luoghi in cui non ci sono. E aggiungono che le centrali termoelettriche e i rigassificatori, aumentando l’offerta di energia accrescono la nostra autonomia energetica. Se si obbietta che invece la fanno diminuire perché aumentano la dipendenza dalle fonti fossili, rispondono che in base alle (loro) previsioni la domanda di energia nei prossimi anni crescerà, anche nello scenario di crescita minima del prodotto interno lordo, perché ci sono segnali di ripresa dell’economia, stiamo uscendo dal tunnel, la locomotiva tedesca ha ricominciato a correre e le nostre aziende hanno stipulato contratti per vendere armi alla Cina. Il ponte di Messina fa uscire la Sicilia dall’isolamento e la fa entrare in Europa. Il Mose salva Venezia dall’acqua alta. Come possono gli ambientalisti opporsi agli organismi geneticamente modificati, che fanno diminuire l’uso dei pesticidi, e all’ingegneria genetica, che consente di guarire malattie altrimenti inguaribili?

Le grandi società legate ai partiti di centro-destra e di centro-sinistra che si sono spartite l’affare cominciano a fremere. Ogni giorno in più in cui la flotta dei loro giganteschi macchinari movimento terra sta ferma, i costi crescono. Vi capiamo, ma state calmi. Devono ancora scivolare in campo sulle loro code viscide le sirene della corruzione legale. Daremo un contributo una tantum al vostro bilancio comunale. Faremo un bel giardinetto con gli scivoli per i vostri bambini. Metteremo i pannelli fotovoltaici sui tetti delle scuole. I partiti di centro-destra perdono la pazienza. Loro, si sa, usano mezzi più spicci dei partiti di centro-sinistra e danno ordine alle forze di polizia di sgombrare quei quattro fannulloni che impediscono alle ruspe di lavorare. La violenza esercitata su cittadini inermi suscita l’indignazione dei partiti di centro-sinistra che, quando toccherà a loro gestire la faccenda, il bipolarismo prevede l’alternanza, preferiscono usare la vaselina. Le popolazioni che resistono non si lasciano abbindolare da queste manovre lubriche e ottengono dei rinvii che suscitano l’indignazione dei partiti di centro-destra. La competizione tra quale dei due schieramenti riuscirà a raggiungere l’obbiettivo che li accomuna si fa interessante come una partita di calcio.

Il fatto è che il sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello di potenza tecnologica tale da non poter continuare a crescere se non realizzando opere sempre più devastanti in termini di impatto ambientale, indipendentemente dalla valutazione della loro reale utilità e dei danni che provocano. Quello che conta è che facciano crescere l’economia perché l’economia non può non crescere[10]. Se esistono soluzioni alternative più interessanti in termini di utilità e meno devastanti in termini di impatto ambientale, che però non comportano una analoga crescita economica, non vengono nemmeno prese in considerazione. Per far crescere l’economia devono crescere i consumi energetici, per cui si devono costruire nuove centrali termoelettriche, si devono costruire rigassificatori, si devono trivellare pozzi petroliferi. Per far crescere l’economia bisogna rilanciare i consumi, per rilanciare i consumi si devono accelerare i processi di sostituzione delle merci e devono aumentare i rifiuti. Se aumentano i rifiuti occorre costruire gli inceneritori per smaltirli e più se ne bruciano più cresce il prodotto interno lordo. Per far crescere l’economia è necessario ampliare i mercati, se i mercati si ampliano crescono le distanze tra i luoghi di produzione e i luoghi di consumo delle merci, quindi occorre costruire nuove infrastrutture stradali, gallerie e ponti sempre più lunghi, linee ferroviarie ad alta velocità/capacità per ridurre i tempi di percorrenza. Per far crescere l’economia occorre avere disponibilità crescenti e sicure di fonti fossili, per cui occorre potenziare le basi militari per andarsele a prendere con la forza là dove sono. Col vantaggio ulteriore che la costruzione di queste grandi opere fa crescere di per sé l’economia, tanto di più quanto più sono grandi.

La forza dei movimenti popolari che si oppongono alla loro realizzazione nei territori in cui vivono è la reazione di chi sente incombere la minaccia di una rovina irreparabile sulla sua casa. È la forza della disperazione. Non è facilmente domabile perché la sconfitta comporta la perdita del futuro e della speranza. Ma ha una debolezza di fondo: si esprime sostanzialmente in termini difensivi. Dice no. Anche le forme di solidarietà e mutuo soccorso che si vanno costruendo tra le realtà minacciate non escono da questa dimensione. Uniscono i no, ora qui, ora là. Le proposte alternative non mancano, ma sono per lo più di massima, non definite in termini di fattibilità economica e tecnologica, non perseguite con l’impegno e la tenacia necessari a realizzarle, con lo stesso impegno e la stessa tenacia con cui si argomentano e si sostengono le ragioni del no. Ma la loro principale debolezza consiste nel fatto che sono proposte di soluzioni alternative allo stesso tipo di problema. Non lo mettono in discussione, non ne analizzano le cause, non si propongono di eliminarlo eliminandole. Ne ridimensionano la portata, ne contestano la soluzione, ne propongono un’altra. Sostengono che crescita dei consumi di energia sarà inferiore alle previsioni e basterà sviluppare le fonti rinnovabili per evitare di effettuare trivellazioni petrolifere, costruire rigassificatori e centrali termoelettriche. Che il potenziamento della raccolta differenziata ottenibile col porta a porta ridurrà la quantità di rifiuti da smaltire e non sarà necessario costruire gli inceneritori. Che il traffico merci aumenterà meno di quanto indicato negli scenari di previsione e il potenziamento della linea ferroviaria esistente basterà a smaltirlo senza costruire la linea ad alta velocità.

Tutte le grandi opere in programma, altre ce ne saranno, altre più limitate stanno devastando come una lebbra tutto il territorio nazionale, rispondono alla logica della crescita nella fase della potenza tecnologica raggiunta. Le macchine non possono stare ferme. Se non lavorano rappresentano un costo giornaliero, tanto maggiore quanto maggiore è la loro potenza. Se lavorano danno profitto, un profitto tanto maggiore quanto maggiore è la loro potenza. L’utilità delle opere a cui si applicano è un criterio di valutazione irrilevante. Il parametro di riferimento è che abbiano una dimensione adeguata alla potenza tecnologica raggiunta. Una dimensione che consenta di sfruttarla appieno. Se l’obbiettivo dell’attività economica rimane la crescita, è inevitabile che si realizzino opere sempre più devastanti. Opporsi alla realizzazione di una di esse è possibile e, in qualche caso, può anche essere vincente. Ma un sistema economico e produttivo fondato sulla crescita non potrà non proporne a getto continuo. Se non si vuole rimanere prigionieri di una strategia difensiva caso per caso, occorre capovolgere i presupposti concettuali da cui inevitabilmente gemmano a raffica opere sempre più grandi e sempre meno utili. Occorre elaborare una politica economica finalizzata alla decrescita del prodotto interno lordo e alla riduzione dell’impronta ecologica.

Se si ristrutturano gli edifici esistenti riducendo le loro dispersioni energetiche per fare in modo che invece di consumare 20 litri di gasolio, o 20 metri cubi di metano, al metro quadrato all’anno come succede mediamente in Italia, ne consumino da un massimo di 7 a un minimo di 1,5, come prevede la normativa in Alto Adige e in Germania, non si rinuncia a niente, anzi il comfort termico migliora, le emissioni di CO2 si riducono da un minimo di due terzi a un massimo di nove decimi, si crea occupazione qualificata, si eseguono lavori che hanno un senso, ma si riducono i consumi di fonti fossili e, una volta ammortizzati gli investimenti, si ha una riduzione del prodotto interno lordo. Questa è un’alternativa concreta alla costruzione dei rigassificatori, perché consente di ridurre la domanda molto di più quanto quegli impianti non siano in grado di accrescere l’offerta, si può realizzare in tempi più brevi ed è più conveniente economicamente. Se si sviluppa la micro-cogenerazione diffusa, si ottiene una produzione aggiuntiva di energia elettrica come sottoprodotto del riscaldamento degli ambienti, quindi senza consumi aggiuntivi di fonti fossili, con un rapporto minimo di 5 utenze elettriche per un’utenza termica. Questa è un’alternativa concreta alla costruzione di nuove centrali termoelettriche, alle trivellazioni petrolifere e ai rigassificatori, realizzabile in tempi più brevi e più conveniente economicamente. Anche in questo caso non si rinuncia a niente, a parità di chilowattora elettrici prodotti le emissioni di CO2 si riducono di quattro quinti, si crea occupazione qualificata, si eseguono lavori che hanno un senso, ma si riducono i consumi di fonti fossili e, una volta ammortizzati gli investimenti, si ha una riduzione del prodotto interno lordo.

Se si producono oggetti destinati a durare più a lungo, riparabili, progettati anche in funzione di uno smontaggio con suddivisione e recupero dei materiali in tempi e modi industriali, non si rinuncerebbe a nulla e la quantità dei rifiuti diminuirebbe. Se venisse incentivato l’acquisto dei servizi anziché dei prodotti in grado di fornirli (il servizio di fotocopiatura invece delle fotocopiatrici come già succede; il servizio della mobilità invece delle automobili come già fanno le aziende prendendole in leasing; il servizio del freddo invece del frigorifero, come potrebbe succedere, eccetera), la durata degli oggetti aumenterebbe, gli oggetti verrebbero progettati per essere riparati e non sostituiti al minimo guasto, al termine della loro vita alle aziende produttrici converrebbe riciclare e riutilizzare i materiali di cui sono composti. Il riciclaggio dei rifiuti non rappresenterebbe più un costo per la collettività, ma una riduzione di costi per le imprese. Se il costo degli imballaggi venisse posto a carico dei produttori e dei venditori di merci, se la tariffa dei rifiuti domestici venisse commisurata alla quantità dei materiali non raccolti in maniera differenziata, si incentiverebbe la riutilizzazione dei materiali e si avrebbe una riduzione dei costi direttamente proporzionale alla riduzione dei rifiuti. La somma di queste e altre analoghe misure eviterebbe di costruire inceneritori, offrirebbe nuove opportunità di occupazione qualificata, diminuirebbe rischi e pericoli, ridurrebbe le emissioni di CO2, di polveri sottili e ultrasottili, di diossine e altre sostanze inquinanti. Anche in questo caso si avrebbe una riduzione del prodotto interno lordo. Una decrescita felice, che aumenta il benessere e l’occupazione.

A quali esigenze dovrebbe rispondere la raffica di grandi opere viarie con cui tutti i livelli istituzionali, dai comunelli di tutti i colori ai governi di centro-destra e centro-sinistra in perfetta sintonia e alternanza democratica, vorrebbero seppellire quel po’ di bellezza naturale rimasta dopo un secolo di devastazioni? Linee ferroviarie ad alta velocità, autostrade e superstrade, varianti, circonvallazioni, pedemontane, assi di penetrazione, porti turistici, cittadelle del consumismo e del divertimento idiota, gallerie lunghe almeno 50 chilometri (per misure inferiori non vale la pena scaldare i motori di talpe e macchine movimento terra…), ponti che scavalcano bracci di mare: queste infrastrutture hanno innanzitutto un valore in sé, perché fanno crescere l’economia attraverso il volano dell’edilizia. Fanno girare soldi. Fanno fare profitti agli amici imprenditori edili, che posseggono giornali che sostengono la necessità di realizzarle per modernizzare il paese e appoggiano i politici locali che riescono a strappare a Roma i soldi necessari a farle. In più rispondono all’esigenza della globalizzazione di fare del mondo un unico grande mercato, con i semilavorati che viaggiano su e giù in cerca della manodopera meno cara (col vantaggio ulteriore di risparmiare sulle spese di magazzino) mentre i prodotti finiti viaggiano in senso contrario in cerca di una domanda in grado di acquistarli. L’imperativo è produrre sempre di più a costi sempre più bassi per battere la concorrenza e trovare il modo di vendere tutto ciò che si produce. Dire no a queste opere è una reazione istintiva di difesa, ma non basta se non si esce dall’ottica della crescita. Se non si mette in discussione il meccanismo che genera la necessità di realizzare le grandi opere. Se non si progetta e non si costruisce un’alternativa a questo sistema economico e produttivo, valorizzando le economie e le risorse locali, le filiere corte, il lavoro connotato qualitativamente (il fare bene al posto del fare per fare sempre di più) finalizzato a rendere più belli i luoghi in cui si vive, a ripulire quanto si è sporcato in passato, a togliere tante inutili incrostazioni di materiali inorganici e ripristinare l’organico dovunque è possibile, a fare della propria terra un salotto e non un corridoio (sembra incredibile, ma proprio così i dementi chiamano i luoghi del mondo che sognano ricoperti di asfalto e cemento, attraversati da flussi continui di mezzi di trasporto in entrambe le direzioni).

Così pure l’opposizione al potenziamento delle basi militari, a Vicenza come a Sigonella, deve integrare le sue sacrosante motivazioni etiche con l’elaborazione di una strategia capace di erodere le cause che li motivano. Prima della caduta del muro di Berlino, le basi militari americane sparse nel mondo rispondevano alla necessità di contrastare gli arsenali atomici dell’Unione Sovietica. Oggi, dietro lo schermo della lotta al terrorismo, rispondono alla necessità di controllare l’afflusso del petrolio dal medio-oriente ai paesi occidentali. Questo petrolio è necessario alla crescita delle loro economie. Se venisse a mancare, o si riducesse, o i prezzi salissero in modo incontrollato, la crescita economica perderebbe la sua linfa vitale. Pertanto, se si vuole contrastare efficacemente il potenziamento delle basi militari, occorre sviluppare una politica energetica finalizzata alla diminuzione dei consumi di fonti fossili, innanzitutto mediante la riduzione degli sprechi e la crescita dell’efficienza dei processi di trasformazione. La riduzione della domanda che si può ottenere con le migliori tecnologie a disposizione è superiore al 50 per cento. Questo è il prerequisito per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, sia perché farebbe crescere in misura significativa il loro contributo percentuale al fabbisogno, sia perché libererebbe grandi quantità di denaro con cui si possono finanziare. In questo modo si può avviare un circolo virtuoso, che crea occupazione e riduce le emissioni di CO2 mentre riduce il bisogno di controllare militarmente le aree del mondo in cui si trovano le fonti fossili. Anche se non si può pensare che si possano ottenere immediatamente risultati significativi, ciò non esime dalla necessità di avviare da subito questo processo, affiancando il no al potenziamento delle basi militari a un sì allo sviluppo di politiche energetiche locali finalizzate ad accrescere l’efficienza e investire i risparmi nelle fonti rinnovabili. I posti di lavoro che si possono creare in questo modo sono molti di più di quelli che si possono ricavare nell’edilizia e nelle attività servili per le famiglie dei militari americani. Senza ricoprire di materiali inorganici altra superficie terrestre, senza aumentare le emissioni di CO2 di altri edifici e di altri mezzi di trasporto, ma riducendole e migliorando la qualità ambientale del luogo. Un contributo, anche in questo caso, a una decrescita felice.

Chi ha un minimo senso di responsabilità per il futuro della specie umana, non può non opporsi alla realizzazione delle grandi opere con cui si vuole rilanciare la crescita economica al livello della potenza tecnologica raggiunta. Purtroppo, l’ideologia della crescita ha devastato così profondamente il sistema dei valori dominanti che le motivazioni etiche non bastano a far modificare scelte che si ritengono economicamente vantaggiose. I rozzi le considerano tüte bale, i cinici sostengono che non sono supportate da sufficienti evidenze scientifiche, i clonati dal consumismo non le considerano proprio. In ogni caso, con le motivazioni etiche non si costruisce una politica economica. Se invece ci si pone nella prospettiva della decrescita, si possono formulare proposte alternative, non solo ecologicamente, ma anche economicamente e tecnologicamente più interessanti di quelle elaborate nell’ottica della crescita, che accomuna destra e sinistra. Chi si pone nella prospettiva della decrescita si colloca al di fuori della dialettica tra i due schieramenti politici. Ciò non significa che non possa avere posizioni comuni e non possa stringere alleanze con quella parte dello schieramento di centro-sinistra che si affianca, anche se non sempre nella sua totalità, ai movimenti contro le grandi opere e da qualche tempo si usa definire sinistra radicale per distinguerla dalla sinistra riformista, che invece le sostiene a spada tratta. In realtà queste categorie interpretative sono molto discutibili, poiché, a parte poche eccezioni, la sinistra radicale non mette in discussione il dogma della crescita e, proprio per non aver sciolto questo nodo, a volte in nome del progresso e della modernità, o solo di un malinteso realismo politico, sostiene la realizzazione di alcune grandi opere,[11] mentre una parte consistente della più intransigente opposizione alla loro realizzazione non ha connotazioni di sinistra, essendo composta da gruppi cattolici e da cittadini senza precedenti militanze politiche.

Solo nell’ambito di una dialettica interna alla sinistra, la sinistra moderata può formulare nei confronti della sinistra radicale l’aut aut: o accettate che le grandi opere siano fatte dal governo di centro-sinistra, o il governo, non avendo la maggioranza senza il vostro appoggio, si dimetterà, si andrà a elezioni anticipate, il centro-destra le vincerà e realizzerà le stesse opere. Pertanto, o vi assumete la responsabilità di farle insieme a noi, o vi assumete la responsabilità di farle fare ai nostri/vostri avversari. Che la loro realizzazione possa avvicinare gli scenari apocalittici indicati nel rapporto IPCC non viene nemmeno preso in considerazione. Chi invece li ha presenti e ritiene che le scelte di politica economica debbano allontanarli, non può rimanere prigioniero all’interno di questa dialettica. Deve contrastare la realizzazione delle grandi opere, qualsiasi sia il colore del governo in carica, offrendo ai movimenti di difesa dalle aggressioni ambientali gli elementi di riflessione per elaborare una serie di controproposte credibili in termini economici e tecnologici, finalizzate alla decrescita del prodotto interno lordo.

È matura questa prospettiva? Non può non essere matura e se non lo è ancora, deve diventarlo al più presto, prima che sia troppo tardi per interrompere in tempo ancora utile la folle corsa che porta all’aggravamento dei mutamenti climatici e alla possibile estinzione della specie umana. I soggetti sociali in grado di farla maturare sono le comunità locali che, non volenti, si sono trovate a dover difendere la propria casa, la propria vita e i propri cari da una delle tante aggressioni della crescita. Di fronte a questa scadenza indifferibile e urgente, non è del tutto inadeguato e fuorviante sostenere che la decrescita non è un concetto, ma uno slogan? Quale contributo teorico, quali indicazioni operative offre la sequenza di verbi preceduti dal prefisso «ri» che se ne deduce[12]? Se, invece, conformemente a quanto sin qui argomentato, si ritiene che la decrescita costituisca il fondamento di un paradigma culturale da cui si possano ricavare indicazioni operative, occorre iniziare a elaborare un programma politico, di cui, con molta umiltà ma con la piena consapevolezza della sua urgenza, quella che segue è una bozza, incompleta e discutibile, da correggere e implementare con contributi che però non possono limitarsi al livello teorico, ma devono consentire di ricavarne obbiettivi politici da gestire nelle forme più opportune, perché il tempo sta per scadere, o forse è già scaduto. A chi obbiettasse che alcuni passaggi di questo programma sono troppo radicali, si ricorda che la posta in gioco è la sopravvivenza della specie umana. Nessuno, se potesse evitarlo, si sottoporrebbe a un’operazione chirurgica, ma nessuno la rifiuterebbe se fosse necessaria per rimanere in vita. A chi invece facesse rilevare la sua incompletezza (e a ragione: non formula proposte politiche per la famiglia, l’istruzione, la sanità, la giustizia eccetera) si ricorda che si sono presi in considerazione soltanto elementi relativi alla decrescita, perché questo non è il programma elettorale di un partito, ma un tentativo di salvezza in extremis suggerito a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà.

 

Politica energetica

Nell’ottica della decrescita la politica energetica va indirizzata prioritariamente verso la riduzione dei consumi, che per più del 50 per cento sono costituiti da sprechi e usi inefficienti. La diffusione delle tecnologie che consentono di ridurre gli sprechi e aumentare l’efficienza è il pre-requisito per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, perché la diminuzione della domanda di energia:

- accresce il loro contributo percentuale alla soddisfazione del fabbisogno;

- libera grandi quantità di denaro che può essere reinvestito nel loro acquisto.

Se il paradigma della crescita non viene messo in discussione, la politica energetica viene impostata sulla ricerca illusoria di fonti rinnovabili illimitate e pulite che siano in grado di sostituire la carenza crescente di fonti fossili, eliminando al contempo l’impatto ambientale che generano. Il contesto culturale di riferimento di questa impostazione è l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. In questo contesto la riduzione dei consumi ha un ruolo accessorio e si limita per lo più a richiami moralistici sulla necessità del risparmio energetico ottenibile con comportamenti improntati alla sobrietà.

Ecco alcune proposte per realizzare una politica energetica finalizzata a dimezzare la domanda e a sostituire progressivamente l’offerta di fonti fossili con fonti rinnovabili:

  1. Incentivazione finanziaria e fiscale delle ristrutturazioni energetiche finalizzate a ridurre gli sprechi e le inefficienze.
  2. Incentivazione finanziaria e fiscale di costruzioni ad alta efficienza energetica.
  3. Certificazione energetica degli edifici, da inserire come clausola vincolante negli atti notarili di compravendita e nei contratti d’affitto. Istituzione di un organismo indipendente di certificazione e controllo.
  4. Incentivazione finanziaria e fiscale di fonti rinnovabili inserite in edifici di cui sia prevista contestualmente la ristrutturazione per aumentarne l’efficienza energetica e solo se una percentuale del risparmio economico generato dall’efficienza viene reinvestito in fonti rinnovabili.
  5. Incentivazione finanziaria e fiscale di fonti rinnovabili inserite in edifici ad alta efficienza energetica
  6. Divieto di costruire nuove centrali termoelettriche, ma ripotenziamento delle esistenti mediante la loro trasformazione in cicli combinati.
  7. Divieto di costruire centrali a fonti rinnovabili per evitare lo specifico impatto ambientale che ne deriverebbe, ma sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo e scambi delle eccedenze a livello locale.
  8. Incentivazione alla trasformazione della rete di distribuzione in rete di reti locali per favorire lo scambio delle eccedenze tra autoproduttori.
  9. Piena liberalizzazione del mercato dell’energia, perché la concorrenza è la condizione necessaria per accrescere l’efficienza e perché l’autoproduzione genera nelle ore vuote delle eccedenze che non possono non essere vendute se non in un mercato concorrenziale.
  10. No a finanziamenti pubblici che rendano le tecnologie meno efficienti in termini di riduzione della CO2 a parità di investimenti, più convenienti economicamente delle tecnologie più efficienti.
  11. Incentivazione finanziaria e fiscale maggiore alle colture no food finalizzate a ridurre i consumi energetici (materiali per coibentazione, come, per esempio, la canapa), che alle colture no food finalizzate a produrre biocarburanti (bioetanolo e biodiesel). Vincolo delle incentivazioni alla produzione di biocarburanti soltanto come sottoprodotto di colture alimentari. Poiché l’obbiettivo di fondo è la riduzione delle concentrazioni di CO2 in atmosfera, queste produzioni devono essere effettuate con metodi colturali che fissano il carbonio nel suolo (per esempio: agricoltura organica). Incentivazione della gestione dei boschi finalizzata ad accelerare la loro evoluzione naturale, per produrre energia rinnovabile e sotterrare CO2. 
  12. Incentivazione delle ristrutturazioni energetiche con formule contrattuali esco da parte degli enti locali.
  13. Uso della fiscalità per incentivare comportamenti virtuosi in termini della riduzione delle emissioni di CO2 e penalizzare i comportamenti dissipativi. Definizione di una fascia minima pro-capite di consumi energetici a prezzi politici e costi maggiorati per le quote eccedenti.
  14. Pagamento a consumo del riscaldamento nei condomini.

 

Rifiuti

Nell’ottica della decrescita la gestione dei rifiuti va finalizzata prioritariamente alla loro riduzione e solo in seconda battuta al riuso e al riciclaggio delle materie prime secondarie di cui sono composti. L’obbiettivo di fondo a cui tendere si può riassumere nella formula zero rifiuti. In questo contesto, la raccolta differenziata è l’ultimo degli strumenti organizzativi utilizzabili per recuperarne e riutilizzarne la maggiore quantità possibile.

Se il paradigma della crescita non viene messo in discussione, la politica dei rifiuti viene impostata principalmente sulla raccolta differenziata di una parte dei materiali dismessi e l’incenerimento del rimanente. Il contesto culturale di riferimento di questa metodologia è l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. In tale contesto si dà per scontato che la crescita della produzione di merci comporti una crescita dei rifiuti. Poiché di conseguenza aumentano i loro ingombri fisici e il loro impatto ambientale, si propone di ridurre queste conseguenze collaterali indesiderate riciclandone una parte e spacciando per distruzione dell’altra la sua trasformazione in fumi. Tuttavia, se i rifiuti aumentano, la raccolta differenziata diventa una fatica di Sisifo che non ridimensiona il problema ma si limita a rallentare la velocità con cui cresce, mentre la liberazione degli spazi fisici che si ottiene con l’incenerimento, oltre a emettere CO2 aumentando l’effetto serra, riempie l’atmosfera di veleni, micro e nano polveri dagli effetti devastanti sulla salute umana e sugli ambienti. Al contempo distrugge materiali riutilizzabili e produce quantità di energia molto inferiori a quelle che sono state necessarie a produrli. I danni economici che genera sono direttamente proporzionali ai danni ambientali.

Ecco alcune proposte per realizzare una politica dei rifiuti finalizzata a ridurli e successivamente a riutilizzare e a riciclare le materie prime di cui sono composti gli oggetti al termine della loro vita utile.

  1. Incentivazione del passaggio dalla commercializzazione dei beni durevoli alla commercializzazione dei servizi che offrono. Questo passaggio in parte è già avvenuto nell’industria: non si comprano fotocopiatrici, ma il servizio di fotocopiatura; non si comprano le automobili ma si paga un leasing; non si comprano combustibili ma il servizio calore. Può avvenire anche nel settore civile: il servizio del freddo al posto del frigorifero, il servizio di televisione al posto del televisore eccetera. Se l’hardware resta di proprietà del produttore, a lui spetta lo smaltimento. Pertanto diventa suo interesse che aumenti la durata degli oggetti e che la progettazione venga effettuata in funzione della riparabilità e del recupero dei materiali di cui sono composti quando vengono dismessi.
  2. Smaltimento degli imballaggi a carico di chi li utilizza per il trasporto delle merci.
  3. Tassazione dei vuoti a perdere.
  4. Abolizione delle condizioni di privativa alle aziende controllate dagli enti locali nella gestione e trattamento dei rifiuti. Assegnazione della gestione e del trattamento dei rifiuti con gare d’appalto finalizzate a ridurre al minimo le percentuali da conferire allo smaltimento.
  5. Abolizione della tassa raccolta rifiuti e applicazione in tempi rigidamente definiti di una tariffa commisurata alle quantità di rifiuti indifferenziati conferiti allo smaltimento.
  6. Incentivazione dei più efficienti sistemi di raccolta differenziata controllata e del trattamento meccanico-biologico della frazione residua di rifiuti indifferenziati.
  7. Gestione economica delle materie prime recuperate dalla raccolta differenziata. Poiché il riciclaggio della materia è più conveniente economicamente dell’energia ricavabile dall’incenerimento (anche per le frazioni combustibili: con la raccolta differenziata del legno conviene di più fare truciolati che alimentare stufe), chi ricicla è disponibile a pagare di più, chi vende guadagna di più e l’ambiente è più tutelato. 
  8. Introduzione di una rigida normativa di controllo per verificare il riuso e il riciclo dei materiali provenienti dalle raccolte differenziate.
  9. Incentivazioni fiscali alla vendita di prodotti ottenuti da materiali riciclati.
  10. Autorizzazione alla combustione del solo CDR (combustibile derivante da rifiuti) proveniente dalla raccolta differenziata delle frazioni combustibili, con un potere calorifico non inferiore alle 6000 chilocalorie al chilo e solo se i kWh prodotti sono sostitutivi di altrettanti kWh termoelettrici. Questa misura può essere applicata nelle realtà con problemi pregressi particolarmente gravi.

 

Politica economica

  1. Uso della leva fiscale per realizzare politiche energetiche finalizzate alla riduzione delle emissioni di CO2.
  2. Incentivazione delle innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre il consumo di risorse e di energia, nonché la produzione di rifiuti per unità di prodotto.
  3. Incentivazione delle economie autocentrate e delle filiere corte.
  4. Riduzione delle tasse sul lavoro alle imprese e introduzione di una carbon tax da reinvestire in efficienza energetica e fonti rinnovabili.
  5. Incentivazione dei contratti “esco” e della vendita di negawattora.
  6. Liberalizzazione del mercato dell’energia e dei rifiuti, con eliminazione delle posizioni monopolistiche ricoperte da aziende private a prevalente capitale pubblico.
  7. Ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio pubblico con l’obbiettivo minimo di avere edifici in classe “C” (70 chilowattora al metro quadrato all’anno).
  8. Parziale riconversione dell’industria automobilistica alla produzione di micro-cogeneratori.
  9. Certificazione energetica degli edifici sulla base delle classi di efficienza energetica adottate dalla Provincia autonoma di Bolzano.
  10. Riduzione dell’orario di lavoro e incentivazione del part time.
  11. Incentivazione del telelavoro.
  12. Riduzione delle forme di precariato e flessibilità nei rapporti di lavoro dipendente.

 

Uso del territorio, edilizia, urbanistica

  1. Blocco delle aree di espansione edilizia nei piani regolatori delle aree urbane. Incentivazione delle ristrutturazioni qualitative ed energetiche del patrimonio edilizio esistente. Concessioni di licenze edilizie soltanto per demolizioni e ricostruzioni di edifici civili o per cambi di destinazioni d’uso di aree industriali dimesse, previa destinazione di una parte di esse a verde pubblico.
  2. Formulazione di allegati energetici-ambientali ai regolamenti edilizi vincolanti la concessione delle licenze edilizie al raggiungimento degli standard di consumo previsti dalla Provincia autonoma di Bolzano (classe C: 70 kWh al metro quadrato all’anno).
  3. Espansione del verde urbano nell’ottica di una riduzione dello squilibrio complessivo tra inorganico e organico, con fissazione di percentuali annue di incremento, al fine di:
    1. migliorare i microclimi urbani;
    2. aumentare l’alimentazione delle falde idriche riducendo l’impermeabilizzazione dei suoli;
    3. potenziare la fotosintesi clorofilliana per incrementare l’assorbimento CO2.
  4. Valutazione strategica dell’impatto ambientale per qualsiasi intervento sul territorio.
  5. Uso nell’edilizia di materiali locali, per quanto possibile, e riuso di materiali provenienti dalle demolizioni.
  6. Recupero delle acque piovane canalizzando i flussi delle grondaie in serbatoi di accumulo per sciacquoni e irrigazione.
  7. Divieto di costruire parcheggi per edifici destinati ad attività lavorative, divieto totale di sosta nelle strade dei centri storici a eccezione dei residenti e destinazione agli stessi dei parcheggi sotterranei esistenti.

 

Mobilità

  1. Riduzione del traffico di merci e persone incentivando:
    1. il telelavoro;
    2. l’autoproduzione di merci;
    3. le filiere corte;
    4. l’uso individuale e collettivo di automobili pubbliche (car sharing e taxi collettivi)
    5. l’uso collettivo di automobili private (car pooling, sistema jungo).
  2. Potenziamento dei sistemi di trasporto pubblico, favorendo i mezzi a trazione elettrica alimentati da reti e affiancando ai mezzi di trasporto collettivi (filobus e tram), mezzi di trasporto pubblico a uso individuale utilizzabili con schede pre-pagate a consumo ricaricabili (sistema amica).
  3. Raddoppio delle linee ferroviarie a binario unico.
  4. Incentivazione di filobus alimentati da reti elettriche sul sedime stradale, in modo da poter estendere l’alimentazione anche ad automobili elettriche senza batterie.
  5. Blocco del traffico privato nei centri urbani.
  6. Blocco della costruzione di nuove infrastrutture viarie.
  7. Realizzazione di opere di mitigazione ambientale delle infrastrutture viarie esistenti.

 

Agricoltura

  1. Messa al bando degli organismi geneticamente modificati.
  2. Incentivazioni alle aziende contadine diretto-coltivatrici a conduzione familiare che praticano l’autoproduzione e vendono le eccedenze.
  3. Eliminazione degli obblighi fiscali e della tenuta di registri contabili per la vendita diretta dei prodotti delle aziende agricole a conduzione familiare che praticano l’autoproduzione e vendono le eccedenze.
  4. Incentivazione della biodiversità e delle colture biologiche.
  5. Incentivazione delle aziende agricole nei terreni collinari e montuosi, riconoscendo economicamente il loro ruolo di tutela idrogeologica.
  6. Incentivazione delle colture no food a fini energetici privilegiando:
    1. quelle di cui non si utilizzano soltanto le parti a uso energetico (per esempio: i semi oleosi), ma anche le parti destinabili all’alimentazione umana o animale (per esempio: le componenti proteiche)
    2. quelle che consentono di ridurre i consumi di energia (per esempio la canapa per la coibentazione delle abitazioni) piuttosto di quelle finalizzate a produrre energia (alcol metilico e biodiesel).

 

Acqua

1.      Definire una quantità pro-capite giornaliera minima gratuita e far pagare il surplus a costi crescenti in relazione alla crescita dei consumi.

2.      Nelle nuove costruzioni e nelle ristrutturazioni: obbligo del doppio circuito, acqua potabile per gli usi alimentari e non potabile per gli altri usi, obbligo di usare l’acqua piovana per gli sciacquoni.

3.      Obbligo del recupero delle acque piovane in vasche di accumulo.

4.      Incentivazione, dovunque sia possibile, degli impianti di fitodepurazione.

5.      Ristrutturazione della rete idrica per ridurne le perdite, con gare d’appalto che consentano di trasformare i risparmi sui costi di gestione in quote d’ammortamento degli investimenti (sul modello delle esco)

 

Istruzione

1. Sostituzione degli asili nido con assegni triennali di genitorialità.

2. Riduzione del tempo scuola.

 

Politica

1. Limite di 2 mandati elettivi, in assoluto, allo stesso livello istituzionale.

2. Restituzione agli elettori della sovranità elettorale sequestrata dai partiti.

3. Riduzione degli stipendi dei parlamentari alla media europea.

4. Riduzione degli stipendi dei dirigenti di aziende pubbliche, o di aziende private a prevalente capitale pubblico, ai livelli ridotti dei parlamentari.

 

 

Post Scriptum

Se la dialettica tra destra e sinistra è tutta interna al paradigma culturale della crescita e consiste essenzialmente:

a) nel confronto tra due modi diversi di sostenerla, ognuno dei quali si ritiene superiore all’altro in relazione al fine comune: laissez faire laissez passer contro programmazione economica più o meno rigida; più mercato e meno Stato contro più Stato e meno mercato;

b) nel confronto tra due modi diversi di spartirne i risultati tra gli attori che hanno contribuito a realizzarla: meno equità e più investimenti contro più equità e meno investimenti; meno tasse e meno servizi sociali contro più tasse e più servizi sociali;

essendo stata storicamente la destra, in tutte le sue sfumature, più efficace della sinistra, in tutte le sue sfumature, a promuovere la crescita, certamente non si può essere al contempo di destra e per la decrescita, ma si può essere di sinistra e per la decrescita?

Se nell’ottica della crescita il progresso si realizza con una continua successione di innovazioni scientifiche e tecnologiche che accrescono la produttività e la produzione di merci sempre più evolute tecnologicamente, ne consegue che:

- aumentano in continuazione i consumi di energia e materie prime;

- di conseguenza aumenta la necessità di controllare militarmente le aree del mondo in cui si trovano;

- aumentano in continuazione le emissioni inquinanti dei processi produttivi e dei prodotti;

- aumentano in continuazione i rifiuti;

- vengono distrutte economicamente e culturalmente le economie diverse per allargare il numero degli obbligati a dipendere dalla produzione e dal consumo di merci per sopravvivere;

- l’insufficienza di risorse in grado di consentire a tutta la specie umana uno stile di vita basato sulla crescita della produzione e del consumo di merci, e l’incapacità del pianeta di assorbire la quantità di rifiuti, liquidi, solidi e gassosi, che ne deriverebbero, comporta inevitabilmente l’accumulazione delle risorse in mano a una parte limitatissima della specie umana, deprivando la maggior parte del necessario per vivere;

- si riducono culturalmente gli esseri umani a produttori e consumatori di merci.

Se la destra e la sinistra si dichiarano favorevoli alle innovazioni e al progresso, se rivendicano a sé in esclusiva l’etichetta di progressista, se hanno incorporato nel concetto di innovazione la connotazione di miglioramento, se considerano reciprocamente conservatrice la parte avversa, se hanno incorporato nell’aggettivo conservatore il significato di ottuso, la destra è certamente progressista perché riconosce in questo modello il migliore dei mondi possibili (qualcuno si è spinto a definire che la sua affermazione planetaria coincidesse con la fine della storia), ma se la sinistra ha qualche rilievo da avanzare nei suoi confronti, quanto meno in termini di equità e giustizia sociale, si può essere di sinistra e progressisti?, si può essere progressisti e per la decrescita?



[1] Cfr. Vincenzo Ferrara, Effetto serra evidente, in www.qualenergia.it, 25 gennaio 2007

[2] Valeria Arzenton, Questione di percezione, Il Sole 24 ore, 22/02/2007, supplemento nòva, pag. 8

[3] Si definisce povero relativo chi ha un reddito monetario inferiore alla metà del reddito monetario medio, ma la difficoltà di capire questo concetto complesso, induce, in particolare i giornalisti, a semplificarlo nel concetto di povero tout court.

[4] Stefano Gulmanelli, C’era una volta la Terra, in Specchio, 16 dicembre 2006, pagg. 12-21

[5] Alain Elkann, Senza sviluppo la democrazia soffre. Dieci domande a Benjamin M. Friedman, in Specchio, 16 dicembre 2006, pag. 31

[6] Il Pianeta come sponsor in F. 1, la Repubblica, 27 febbraio 2007

[7] Alberto Statera, Torino, prove di rinascita tra cantieri e ottimismo. Un sindaco felice del traffico: vuol dire che la città si muove, in la Repubblica, 16 novembre 2005, pagg. 18-19

[8] Sergio Chiamparino, Perdere pezzi è normale se vogliamo imitare Blair, Intervista a Goffredo De Marchis, La Repubblica, 16 gennaio 2007, pag. 14

 

[9] Un manifesto pubblicitario della Provincia di Torino recitava: Le Olimpiadi lasciano un buon segno. Più infrastrutture. Più turismo. Più ambiente. Più cultura. Più occupazione. Più sviluppo. Il bello che resta in provincia di Torino. Il 26 marzo 2007, l’ATO 2 di Lucca ha organizzato un seminario di studio intitolato: - rifiuti + ambiente.

[10] Anche l’inquinamento offre inaspettate prospettive per far crescere l’economia con nuove gigantesche opere. Una manna, come si evince dal servizio di copertina del mensile Focus, n° 174, aprile 2007: Smettere di inquinare non basta più (quando si era smesso di farlo?, ndr.). Servono gigantesche nuove opere. Operazione clima: Così ripareremo la TERRA: Isole artificiali per “spingere” la corrente del golfo. Zolfo nell’atmosfera. Navi spara-nuvole.

[11] L’elenco sarebbe lungo da fare e non esclude nessuno dei 3 partiti che compongono la cosiddetta sinistra radicale: Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi, anche se l’elemento di maggior spicco è costituto dagli assessori provinciali verdi favorevoli agli inceneritori e, qualcuno, anche alle centrali termoelettriche.

Solo chi è rimasto prigioniero dello schema mentale che contrappone destra e sinistra e non ha ancora capito la loro identità culturale può essere rimasto stupito dalla recente posizione assunta dai dirigenti di Legambiente a favore del Tav tra Napoli e Bari e della privatizzazione dell’acqua. In fondo questa associazione sedicente ambientalista, nata da una costola del PCI e legata alle due componenti politiche che daranno vita al Partito democratico (Quercia e Margherita), ha stretto sin dall’inizio rapporti di collaborazione con le aziende monopolistiche a prevalente capitale pubblico operanti nel settori dell’energia e dei rifiuti, sia a livello locale (ex municipalizzate), sia a livello nazionale (Enel e Eni), con le quali ha anche costituito alcune società. Come meravigliarsi che non abbia mai assunto posizioni nette contro gli inceneritori e alcune grandi opere? Come meravigliarsi che i suoi massimi dirigenti abbiano deciso di costituire, motu proprio, un comitato Sì Tav?

[12] Cfr. Serge Latouche, Chiodi e giardinieri, in Carta n. 7, 24 febbraio 2007