Testo proposto da Majid
Rahnema
in occasione dell’apertura
ufficiale delle attività per l’anno 2004-2005
della Scuola per la Pace
Majid Rahnema,
iraniano, già ministro della cultura nel suo paese, poi rappresentante presso
l’ONU e successivamente membro del Consiglio Esecutivo dell'UNESCO, da più di
20 anni si è dedicato allo studio dei problemi della povertà nel mondo ed al
drammatico problema della sua crescente degenerazione in forme di abbrutente
miseria malgrado, o forse proprio a causa, dei grandi progetti di lotta alla
povertà costruiti su premesse irrealistiche. Nel suo libro più importante, che
Einaudi pubblicherà nella primavera del 2005 in Italia, ed il cui titolo
francese è “Quand la misère chasse la pauvreté” (Fayard 2003), Rahnema,
che fu grande amico di Illich, come lui stesso ricorda all'inizio ed alla fine
del libro e col quale dibatté a lungo le tesi ivi esposte, afferma: “La
propagazione generalizzata della miseria e dell'indigenza è uno scandalo
sociale evidentemente inammissibile, sopratutto in società perfettamente in
grado di evitarlo...ma non è aumentando la potenza della macchina per produrre
beni e prodotti materiali che questo scandalo avrà fine, perché la macchina
messa in azione a questo scopo è la stessa che fabbrica sistematicamente la
miseria. Si tratta oggi di cercare di comprendere le ragioni multiple e
profonde dello scandalo".
La povertà
di Majid Rahnema
Senza
dubbio, la povertà così come è al giorno d’oggi, confusa con la miseria
socialmente costruita, è uno scandalo inammissibile. La rivolta viscerale
suscitata dallo stato di cose è più comprensibile per il fatto che la
propagazione generalizzata di questa miseria è direttamente connessa a dei
sistemi di produzione e di governo che possono teoricamente mettervi fine. Il
binomio tecnologia –economia è, in effetti, più che mai, in grado di fare
beneficiare tutte le popolazioni del mondo di ciò che sarebbe loro necessario
per vivere dignitosamente. Per limitarci all’ambito dell’alimentazione, questo
binomio produce già di che nutrire nove miliardi di persone, più di una volta e
mezzo la popolazione mondiale attuale. Questo non impedisce che circa un
miliardo e mezzo di persone siano ancora malnutrite o sotto la minaccia della
fame. Negli stessi Stati Uniti, paese che è considerato tra i più ricchi e
democratici del mondo, circa un milione di bambini non mangia ogni giorno
quanto dovrebbe.
L’indignazione generale provocata
dalla “povertà”, l’ha resa un tema così popolare che il catalogo mondiale dei
libri sul web mostra già più di 60000 opere e lavori di ricerca su questo
argomento. Parallelamente, il numero di questi studi così come le ricerche
volte alla “soluzione” dei “problemi” legati a questa questione sono in continuo
aumento. Questo fatto non esclude che le campagne che si impegnano allo
sradicamento della povertà partecipino a loro volta al processo di creazione
della miseria. Peggio ancora, dopo che durante i millenni la povertà incarnata
dai modi di vita semplice e frugale aveva costituito per i poveri un rimedio
potente contro la miseria, i processi mondializzati di creazione della miseria
socialmente prodotta rischiano oggi di soppiantare questa povertà
rigeneratrice. I bisogni creati sistematicamente dall’enorme macchina
tecno-economica cominciano a minare così intensamente le tradizioni locali di
vita semplice e frugale che non soltanto i responsabili di questo processo, ma
anche, in molti casi, i poveri stessi, si trovano implicati nella propagazione
accelerata della miseria nel mondo.
Ci sono ragioni epistemologiche e
sociali che hanno costretto gli uni e gli altri in questo vicolo cieco. Un
primo ostacolo per una percezione più lucida della problematica detta della
povertà, risiede in una questione semplice: non soltanto la povertà non ha mai
avuto lo stesso significato in tutto il mondo, ma essa resta una costruzione
sociale impossibile da definire sul piano universale. Ne risulta che ciò che
viene fatto per i poveri non ha spesso niente a che fare con coloro che lo
sono.
I. Nessun povero assomiglia
all’altro
Nel corso dei millenni, un
sostantivo corrispondente a ciò che noi oggi indichiamo con termini come povero
o povertà era stato assente da tutti i vocabolari del mondo. E’ sempre
esistito un aggettivo “povero”che si applicava a dei nomi- come ad un suolo,
alla salute, ad una situazione di mancanza- un aggettivo che serviva sovente a
indicare gli aspetti relativamente poco lusinghieri del nome al quale era
attribuito. In questo modo, ogni individuo era povero - o ricco - di qualcosa,
senza essere per intero un povero.
L’invenzione dei sostantivi povero
e povertà risale ad un periodo relativamente recente. Sarebbe apparsa
grazie alla evoluzione economica che ha avuto luogo tra il X e l’VIII secolo
a.C., e che ha favorito un piccolo numero di proprietari fondiari, avidi di
costringere i piccoli produttori agricoli a cedere loro i terreni e ad
arricchirsi alle loro spalle[1].
Ma anche allora le persone cosiddette abbienti avevano tra loro molte più differenze che punti in comune. A questo si aggiunga che il fatto che le innumerevoli lingue del mondo sembrano essersi fatte concorrenza per produrre in gran numero un’incredibile varietà di parole e locuzioni per definire i loro “poveri” e tutte le situazioni e le condizioni connesse alla molteplice percezione della povertà. In persiano, sono state ritrovate circa 80 parole che possono essere tradotte come “poveri” o “miserabili”. Nelle lingue africane, il numero di queste parole supera la decina.
La Torah utilizza almeno otto
parole a questo scopo[2]. Nel Medio Evo, i termini latini che coprono
la gamma delle condizioni relative a questa situazione superano la quarantina.
Alla varietà impressionante di parole che figurano scritte nei dizionari se ne
aggiunge poi un’altra, ancor più ricca, quella dei motti arguti, dei detti e
proverbi o delle espressioni popolari il cui numero si estende a perdita
d’occhio. Nella maggior parte dei casi, è estremamente difficile stabilire
esattamente i sensi e le sfumature di queste espressioni e parole, ed ancor di
più è difficile tradurle in altre lingue.
D’altra parte è interessante
notare che l’antinomia povero-ricco è ugualmente di data recente. In
Europa, fino al Medio Evo, e quasi dappertutto fino a date ben più recenti, il pauper
era piuttosto il contrario di potens (potente). Nel IX secolo il pauper
era considerato come un uomo libero la cui libertà era minacciata soltanto da
questi potenti. In molti paesi si entrava nell’universo della povertà o
dell’indigenza sia quando si cadeva in basso rispetto alla posizione sociale
alla quale si apparteneva, sia quando si perdevano gli strumenti necessari al
proprio lavoro o al riconoscimento sociale (per un chierico la perdita dei suoi
libri, per un nobile la perdita dei suoi cavalli o delle armi), sia quando si
era esclusi dalla comunità di appartenenza. Per le popolazioni Tswana
dell’Africa del Sud, i poveri si distinguevano dai potenti per la loro reazione
all’apparizione delle cavallette. I primi erano quelli che si rallegravano del
loro arrivo nella speranza di gustare cibi più generosi, i secondi erano coloro
che le detestavano perché le cavallette mangiavano l’erba che faceva vivere il
loro bestiame[3].
Le miriadi di poveri relegati alla
povertà virtuale della neolingua
Tutte le culture umane hanno
dunque conosciuto le ambiguità proprie delle molte parole che sono servite a
definire i loro poveri, i loro indigenti, i loro miserabili. Una differenza
fondamentale separa tuttavia tutti questi tentativi di definizione dal “povero”
che, ai nostri tempi, si cerca di definire su di un piano universale. I
poveri vivevano dentro spazi familiari di dimensione relativamente ridotta.
Il povero è, di contro, un personaggio inventato di sana pianta da una
“neolingua” moderna, uno sconosciuto programmato per essere trapiantato dal suo
suolo natale nel “villaggio planetario”; un’entità astratta con pretese di
universalità il cui profilo stereotipato non ha nulla in comune con i poveri al
plurale, che questo personaggio virtuale tende a fagocitare.
Nei villaggi reali dove vivevano
questi ultimi, il nome che era stato attribuito loro era spesso tanto preciso
da consentire in genere ai vicini di sapere, o almeno di indovinare, ciò di cui
soffrivano, e in casi evidenti, ciò di cui essi avrebbero potuto aver bisogno
per affrontare meglio il loro destino. Di fronte ad un soggetto che si chiamava
bi kas (in persiano) o ki amul nit (in Wolof), i vicini intorno a
lui sapevano, per esempio, che era letteralmente “senza nessuno”, senza
qualcuno che gli parlasse o gli tenesse compagnia, senza chi lo potesse
inserire bene o male in un gruppo in grado di porre fine alla sua solitudine.
Dal momento in cui questo povero attraversava i confini della sua comunità,
diveniva uno straniero, una persona ambigua e difficile da riconoscere.
Tutto cambierà totalmente allorché
crescerà la dimensione del mondo di cui questo povero aveva fatto parte,
allorché egli non sarà che un personaggio anonimo, detentore di una carta di
identità o di assistenza sanitaria certificante che il suo reddito giornaliero
è al di sotto di una certa soglia di povertà” – soglia oggigiorno stabilita
dalla Banca Mondiale in un dollaro al giorno per tutti i poveri del mondo.
In questo stato di cose, a
qualunque spazio o tempo appartenga, e quali che siano i criteri dei quali ci
si serva per qualificare un soggetto come povero, questa designazione non può
essere fatta che su base arbitraria. In uno spazio mondializzato nel quale
questo soggetto è stato, per di più, sradicato e disperso nel magma dell’anonimato
di masse atomizzate, questa definizione diviene ancora meno pertinente. Al
limite, essa tende molto di più a informarci sulle istanze caricate sulla sua
designazione piuttosto che sulle specificità proprie di chi è definito povero.
In queste condizioni risulta evidente che la povertà è sicuramente una nozione
troppo generale, troppo ambigua, troppo relativa e contestuale perché sia
possibile, allo stesso tempo, definirla e precisarne la natura su un piano
generale ed universale. Questa impossibilità teorica è rafforzata da un’altra
ragione: le “mancanze” che in un caso possono servire come criterio di base per
stabilire una certa definizione della povertà sono spesso state percepite da
altri come segni di ricchezza, o sono anche state usate per dimostrare che la
povertà è spesso il modo di vivere più idoneo per combattere la miseria e
l’indigenza.
E’ vero che nessuna definizione è
in grado di rispecchiare la complessità di un soggetto avente dimensioni
indefinibili. Tuttavia ce ne sono alcune che riescono a dare una idea almeno
intuitiva di ciò che cercano di significare: sono tali, per esempio, la fame,
la malattia, la sofferenza, il desiderio, la solitudine o la gioia. Ma la
povertà non appartiene a questa famiglia di parole. L’inventario degli individui
classificati come poveri e delle percezioni della povertà non si è, in effetti,
mai limitato ai soli individui mal nutriti, ai deboli, agli infermi, ai
senza-mezzi, ai mendicanti e ai “bi-kas”,
i senza nessuno. Si riprenda la celebre lista del Cardinal d’Ostie[4]:
vi si includeva mezzo mondo, cioè le vedove,
gli orfani, i lebbrosi, i folli, i prigionieri, gli infelici rifugiati in
chiesa, i pellegrini e anche i mercanti. Senza dimenticare che la stessa figlia
di un re o la moglie di un cavaliere morto nelle crociate erano anch’esse sulla
lista dei poveri, o che dei santi o degli asceti di qualità morali eccezionali
erano ugualmente qualificati come poveri.
Povertà e miseria
Ancora, per proseguire una
conversazione che ci eviti una confusione legata alla molteplicità delle parole
e del loro senso, ci è sembrato essenziale, all’inizio, ricollocare i fenomeni
di povertà e di miseria nel loro contesto storico. In altri termini, andare al
di là delle parole e delle loro interpretazioni per cercare di ritrovare il
loro posto - spesso fondamentale - nella lotta delle società umane contro la
necessità e per una vita migliore. Una lotta nella quale lo scopo non era,
d’altronde, circoscritto alla sola sopravvivenza, ma che, secondo un saggio
Borana, doveva sfociare per tutti i membri di una comunità in quello che lui
chiamava, nella lingua dei suoi antenati, fidnaa o gabbina, o “la
luminosità di una persona ben nutrita e libera da ogni preoccupazione” [5]
E’ con questo spirito che siamo
stati condotti a riprendere una distinzione molto antica tra la povertà e la
miseria; una distinzione attribuita a san Tommaso, per il quale la povertà
rappresentava la mancanza del superfluo, mentre la miseria significava mancanza
del necessario. E’ in questo senso che ben più tardi, Proudhon parlerà della
povertà come “la condizione normale dell’uomo nella civilizzazione”[6] che Pèguy comparerà la povertà con un
rifugio, un sacro asilo, che permette a colui che lì si rifugia di non correre
alcun rischio di finire in miseria[7] e che lo storico Michel Mollat, infine, ha
concluso che la miseria era, fino alla Rivoluzione industriale, un accidente
piuttosto che un fenomeno sociologico.
Partendo da questa distinzione, la povertà sarebbe così uno stile di vita, una condizione fondata
essenzialmente su principi di semplicità, di frugalità e di considerazione per
i propri vicini. Sarebbe un modo di vita impregnato dei concetti di qana’at
(questa parola vuol dire, in persiano ed in arabo, accontentarsi di ciò che si
ha e di ciò che si è ricevuto come parte di ciascuno nell’ordine cosmico),
della convivialità e della condivisione con altri membri della propria
comunità. Rappresenterebbe un’etica ed una volontà di vivere insieme, secondo
dei criteri culturalmente definiti di giustizia, di solidarietà e di coesione
sociale, tutte qualità necessarie a qualsiasi forma culturale concepita per
affrontare la necessità.
La miseria rappresenterebbe, di contro, una
condizione profondamente diversa. Esprimerebbe la caduta in un mondo senza
riparo, nel quale l’individuo si sente, all’improvviso, privato di tutte le
forze individuali e sociali che gli sono necessarie per poter prendere in mano
il proprio destino. Depauperato dei suoi mezzi di difesa e caduto in uno stato
di completa impotenza, il soggetto, abbattuto sia nel corpo sia nell’anima, fa
venire in mente la sorte di un naufrago in pericolo di vita che soltanto una
boa di salvataggio lanciata da altri può eventualmente salvare. In queste
condizioni l’estrema infelicità e la disperazione rischiano di provocare nello
sfortunato un’alterazione della tempra e del carattere. Come constata Simone
Weil, il suo io è allora distrutto da fattori esterni, “quell’io
essendo tanto più velocemente ucciso di colui che ha la disgrazia di avere un
carattere più debole”
La miseria morale che disumanizza le sue vittime, non
sarebbe tuttavia un problema dei soli indigenti. Essa colpisce forse in maniera
ancora più perniciosa i ricchi e i possidenti avidi del superfluo. In
quest’ultimo caso, essa rappresenterebbe l’ossessione patologica dell’avere
di più e l’insensibilità totale nei confronti degli altri; è pure
all’origine di quella perversa alleanza che si vede spesso formarsi tra i
miseri più disperati e i protagonisti dei movimenti estremisti fascisti o
fascistizzanti, populisti e fondamentalisti che disonorano i poveri con il
pretesto di salvarli.
II. Povertà e miseria nelle società vernacolari
La distinzione fondamentale che è stata appena proposta fra
le condizioni di povertà e di miseria, ci può mettere ora in condizione di
distinguere almeno tre grandi gruppi di povertà e due di miseria: le povertà
conviviali, volontarie e modernizzate, e le miserie vernacolari e modernizzate.
1. Le povertà conviviali. Le povertà conviviali
corrispondono a modi di vita che sono fioriti particolarmente nelle società
vernacolari[8].
Osservata dal di fuori, la società vernacolare ha le
sembianze di un mondo semplice, direi primitivo. Essa tuttavia costituisce un
vero microcosmo di indizi, di simboli, di comportamenti, di discorsi, di
linguaggi, di credenze, di miti, di costumi, di tradizioni che hanno senso tra
i membri del gruppo e che li uniscono fra di loro. Detentore della saggezza,
del sapere e del saper-fare di generazioni di antenati, questo microcosmo è
simile ad una cellula vivente che nasconde tutti i segreti “genetici” che le
consentono di mantenere e rigenerare in perpetuo i suoi meccanismi di difesa
immunitaria. Inoltre, ogni volta che gli equilibri umani, sociali e ambientali
tradizionalmente stabiliti da questo microcosmo vengono minacciati, gli habitus acquisiti dai poveri li aiutano
ad organizzarsi per esorcizzare la miseria.
Va da sé che questo genere di povertà, fatta di semplicità e
di un profondo senso di appartenenza al corpo sociale, non avrebbe potuto
svilupparsi al di fuori delle condizioni di vita proprie delle comunità
vernacolari, condizioni di cui almeno sei meritano di essere ricordate:
a) queste, le
comunità, sono di dimensioni relativamente ridotte;
b) sono
costituite da un tessuto vivente di relazioni sociali e culturali che
assicurano a tutti i membri una protezione paragonabile a quella di un sistema
di difesa immunitario;
c) le risorse
necessarie alla loro sussistenza sono determinate e prodotte localmente;
d) non hanno bisogni
nel senso moderno della parola, ma ciò che a loro sembra necessario ed
augurabile nella loro lotta comune contro la necessità è perpetuamente
ridefinito e riequilibrato in funzione delle esigenze di questa lotta;
e) non
cercano di incrementare a tutti i costi le loro risorse fisiche, ma di sviluppare
nel loro seno tutte le ricchezze che sembrano importanti per sconfiggere la
miseria: tra l’altro la coesione del tessuto sociale, la convivialità, il senso
della misura e il rispetto degli equilibri sociali e naturali indispensabile al
benessere del gruppo;
f)
le loro attività economiche sono principalmente orientate
alla soddisfazione dei bisogni del corpo sociale, piuttosto che alla ricerca
del profitto.
Per ragioni simili, la povertà conviviale, come stile di
vita, incoraggia delle pratiche nate e dettate dalle stesse preoccupazioni. Per
esempio, l’ospitalità, l’inquadramento
dei bisogni, il controllo sociale dei desideri. Queste
pratiche sono tutte ispirate da considerazioni di buon senso e le esigenze
etiche e sociali sono legate alla loro vita in comune.
2. Le povertà volontarie. Una seconda categoria di
povertà, comune alle società vernacolari, è stata qualificata come volontaria,
nel senso che rappresenta la libera scelta di un modo di vivere improntato ad
una semplicità radicale, essendo questa scelta fondata sulla convinzione che la
via dell’esser di più non è quella dell’avere di più. Per i loro
autori, questa scelta è, in effetti, sentita come una ricerca di ricchezze di
una natura superiore e di una vita che faccia a meno di ogni forma di dipendenza
materiale. E’ questa visione che ha condotto Socrate a dire che la sua povertà
nel vestire l’aveva aiutato a godere di una totale libertà e di una ricchezza
incomparabile a quella dei più ricchi [9]
3. Le miserie. Siamo
infine giunti alla miseria della quale abbiamo già indicato le differenze
rispetto alla povertà. Nelle sue forme vernacolari, questa ha rappresentato un
accidente piuttosto che un fenomeno sociologico. Coloro che cadevano in
miseria erano sovente una minoranza più o meno esclusa o abbandonata dalle
società vernacolari. Erano loro il cui stato pietoso per molto tempo è servito
come pretesto per screditare la povertà e trattare le sue vittime alla stregua
del villano del Roman de Renart, il “povero uomo, che non ha averi/fu fatto con
la merda del diavolo”.
III. La modernizzazione delle povertà e delle miserie
Il nuovo ordine di produzione inaugurato dalla Rivoluzione
Industriale ha indubbiamente rappresentato una frattura sociale ed
epistemologica nella maggior parte dei campi dell’attività umana. E’ stato
all’origine di cambiamenti di carattere radicale nella percezione di ciò che,
fino a allora, era stato definito usualmente come ricchezza e povertà.
Producendo sistematicamente nuovi bisogni, ha dato un colpo fatale agli
equilibri quasi organici propri delle società vernacolari. Tanto la definizione
dei bisogni e dei loro modi di soddisfazione che le norme stabilite, che da
sempre erano servite a distinguere il necessario dal superfluo, sono ugualmente
state in seguito cambiate.
La povertà modernizzata: conseguenza diretta del nuovo
sistema di produzione.
La povertà modernizzata è dunque il risultato diretto della frattura
causata dall’instaurazione di un nuovo modo di produzione come pure delle
pressioni, dei miraggi e delle attese legate alle promesse dell’economia.
Questi fenomeni hanno avuto l’effetto di mettere i perdenti
di questo ordine di fronte a nuovi tipi di povertà indotte contro le quali non
erano affatto preparati.
La novità radicale di questa condizione deriva dal fatto
che, per la prima volta nella storia, il sistema tecno-economico che si è
imposto alla società, sostenendo che doveva condurre all’abbondanza, era allo
stesso tempo strutturalmente implicato nella produzione della povertà e delle
miserie moderne. Se questo secondo aspetto del sistema resta meno conosciuto,
ciò è dovuto alla sua considerevole capacità di colonizzare l’immaginario della
maggior parte delle sue vittime, a tal punto che molte tra loro continuano a
vedere in esso una risposta ai loro bisogni insoddisfatti. Grazie a questa sua
capacità, il sistema è già riuscito a trasformare buona parte delle sue vittime
in agenti più o meno attivi della propria rovina.
La povertà modernizzata incarna tutte le contraddizioni di
questo sistema: in particolare, quella che oppone la sua realtà di moltiplicazione dei bisogni con uno scopo essenzialmente
di lucro al suo discorso fondato
sulle promesse di trasformare la povertà in abbondanza al fine di farne
beneficiare tutti i consumatori. Sono questi gli aspetti del moderno sistema di
produzione che ne fanno un Giano Bifronte: una faccia lo presenta come il
creatore indiscutibile di una “abbondanza” senza precedenti di beni e di
prodotti; l’altra, ben nascosta, gli serve per una produzione di genere
diverso: le povertà costruite e fabbricate socialmente, conseguenze dirette
della sua smisurata produzione di “beni” e “servizi”. Tale scarsezza indotta,
ben differente da quella naturale, è al giorno d’oggi la causa principale della
maggior parte delle nuove privazioni di cui soffrono i poveri. Forte del suo
primo volto visibile e dei suoi potenti meccanismi di sostegno e di pubblicità,
il sistema ha potuto far credere ad un buon numero delle sue vittime che fosse
possibile anche per loro partecipare a quel paradiso terrestre fatto di gioie
illimitate fino a quel momento riservate ai soli ricchi. Nel frattempo, la
grande maggioranza dei poveri si trova esposta a frustrazioni che Ivan Illich
ha paragonato al supplizio di Tantalo. Vivono in un mondo di “pienezza” dove tutto
è apparentemente alla loro portata. Ma più gli oggetti del loro
desiderio si moltiplicano davanti ai loro occhi, più essi si rendono conto che
questi restano il privilegio unicamente di coloro che sono in grado di pagarne
il prezzo.
L’essenza della povertà moderna risiede in queste nuove
frustrazioni esistenziali, spesso umilianti e distruttive, con le quali si
trovano a che fare intere popolazioni che, da una parte sono state intossicate
con i bisogni che sono stati creati per loro, dall’altra sono stati privati
sempre più dei mezzi necessari alla loro soddisfazione.
La miseria modernizzata
L’incredibile produzione di bisogni indotti è stata perciò
all’origine di tutta una serie di nuove forme di miseria e di indigenza, che si
potrebbero sintetizzare nel termine miseria modernizzata. E’ questa miseria che gli storici della Rivoluzione
Industriale hanno chiamato il pauperismo: una condizione che rappresenta
la cancellazione della povertà conviviale, esposta alla distruzione violenta
della sua nicchia vernacolare e sistematicamente attaccata nelle sue
caratteristiche di povertà tradizionale. Una variante ancor più tragica di
questa miseria è poi esportata verso il Mondo cosiddetto Terzo, quel
luogo dove, a detta dell’antropologa Lucie Mair “la miseria (era) è
impossibile; (perché) non era in discussione il fatto che se qualcuno avesse
avuto bisogno di essere aiutato, non lo fosse”[10].
In questi paesi, la politica di ricolonizzazione portata
avanti sotto la bandiera dello “sviluppo”, l’importazione massiccia dei
“valori” e dei prodotti dell’economia dominante, infine la distruzione
sistematica delle economie morali di sussistenza, si sono così congiunte per
trasformare la vita sociale in un ‘brodo di cultura’ particolarmente virulento
per la produzione in massa di forme ancora più abiette di miseria.
Paradossalmente, queste nuove forme di degradazione hanno avuto gran parte
anche nella nascita dei movimenti definiti come fondamentalisti.
IV. L’aiuto ai poveri: imposture e metamorfosi
E’ in tale contesto che, nel mondo economico , i poteri
dominanti hanno messo a punto le diverse forme di aiuto o assistenza
ai poveri e le cosiddette campagne di sradicamento della povertà, campagne che,
nei fatti, hanno contribuito finora molto più alla fragilizzazione – cioè allo
sradicamento - dei poveri che non allo sradicamento della miseria.
La parola aiuto ha subito un tale processo di
corruzione che ciò che un tempo si indicava con quel nome è divenuto il suo
contrario. La celebre parabola di Gesù, conosciuta con il nome del Buon
Samaritano, ha potuto ben esprimere la ricchezza profonda che questa parola
aveva alle sue origini. Il gesto spontaneo di quel samaritano rappresenta, in
effetti, la compassione allo stato puro, quella di un essere umano che scopre
la presenza di un altro in difficoltà e ne è così toccato che va verso
di lui per aiutarlo senza nemmeno fermarsi a riflettere.
Un esame archeologico di questo aiuto mostrerebbe come esso
subisca almeno tre metamorfosi. La prima porta la data dell’invenzione stessa
del povero, allorché fu per la prima volta identificato nell’immagine
sociale che era stata creata. L’istituzionalizzazione del concetto da parte
delle Chiese di diverse confessioni, e insieme delle istituzioni secolari (in
primo luogo lo Stato), può rappresentare le sue metamorfosi successive, ciò che
avrebbe infine fatto dell’aiuto una minaccia sistematica al prossimo in
difficoltà poiché queste forme di istituzionalizzazione dell’aiuto porteranno,
anche sotto le forme più caritatevoli, a creare presso gli assistiti delle
dipendenze spesso schiavizzanti.
Su un altro fronte, la corruzione dell’aiuto ha ugualmente
avuto i suoi effetti su una interpretazione semplicistica del senso di prossimo
inteso da Cristo.
Rileggendo la sua parabola, si vede in effetti chiaramente
che il prossimo era per lui chiunque. E’ il gesto caritatevole che fa di
qualcuno il prossimo. L’aiuto istituzionalizzato si applica oggi ad ogni sorta
di intervento che non ha niente a che vedere con un’azione verso il prossimo,
per il fatto che si cerca di fare dell’“aiuto” uno strumento di potere nelle
mani di “colui che aiuta”.
Non è un caso se il grosso delle spese fatte sotto questa
etichetta viene impiegato principalmente per la costruzione di “infrastrutture”
necessarie al mantenimento e al rafforzamento delle dipendenze, in particolare
dei dispositivi di controllo e di repressione delle popolazioni prese di mira
dalle istituzioni economiche, finanziarie e soprattutto militari che sono ben
lontane dal poter aiutare la lotta dei poveri contro la miseria.
Ed ancora è importante che, in un discorso sull’aiuto, si
chiarisca in partenza cosa si intende con questa nozione, cosa si cerca di fare
esattamente “aiutando” certe persone o certe popolazioni.
E’ il momento di porre domande più precise e sostanziali.
Precisamente, chi aiuta chi? Di che tipo di “aiuto” i “poveri” hanno veramente
bisogno? E, più esattamente, ne avrebbero avuto bisogno se li avessimo lasciati
tranquilli, se non continuassimo con tutti i mezzi a nostra disposizione a costringerli
ad abbandonare i loro modi di vita e di produzione, se non ci si fosse accaniti
sui loro propri modi di “aiutarsi”?
Un’indagine approfondita di queste questioni dimostrerebbe
che l’aiuto oggi elargito sotto questo nome non è ormai altro che un aiuto
autocentrato, rovesciato, con ritorno di vantaggi.
V. Elementi di riflessione per un approccio alternativo
Se le risposte a queste domande ora poste, come a quelle che
le hanno precedute, sono state spesso sconcertanti, è perché le sofferenze, le
tribolazioni e le aspirazioni dei poveri sono state “diagnosticate”
indipendentemente dalla società che le aveva fatte nascere. Per parafrasare
Gorge Simmel, l’uomo povero come persona e la sua propria percezione della sua
condizione hanno per loro così poca importanza quanta ne hanno agli occhi del
donatore che dona l’elemosina per la salvezza della propria anima[11].
I politici ed i loro esperti della povertà si rifiutano di
mettere in discussione le ragioni profonde dei fenomeni di impoverimento. Non
cercano mai di vedere se è possibile eliminare le disparità sociali e i
meccanismi di produzione della povertà. Ciò che interessa loro è piuttosto
attenuare taluni effetti rivoluzionari di queste disparità al fine di
preservare meglio le strutture esistenti della società che le ha create.
Preoccupati dai loro problemi ben più che da quelli dei poveri, continuano a
proporre senza sosta misure di carattere sedativo e soluzioni illusorie che,
nei fatti, accrescono di giorno in giorno la loro dipendenza strutturale dai
rapporti di forza che li sfruttano.
E’ per evitare di cadere negli stessi vicoli ciechi che, a
rischio di deludere il lettore, questa esposizione non giungerà ad alcuna
proposta finale di soluzione. Quello che, al contrario, si tenterà di fare,
come conclusione, sarà di condividere alcuni elementi per la riflessione a
partire da un’analisi delle differenti dimensioni di questa particolare
condizione.
La povertà non è un “problema”
Non c’è, per iniziare, alcun motivo per pensare che un modo
di vivere basato sulla semplicità, la frugalità, la misura e il rispetto degli
altri e della natura, uno stile di vita che è stato “la condizione normale
dell’uomo civilizzato”, dovrebbe essere un problema per chicchessia. Lo è
tuttavia divenuto a partire dal momento in cui questo modo di vivere è stato
“problematicizzato” per giustificare un certo discorso e di pratiche rese
necessarie per il mantenimento di una società strutturalmente pauperizzante. E’
questo tipo di problematizzazione che ha consentito alla società dei non poveri
di ridurre la povertà ad un semplice pacchetto di mancanze.
E’ infine grazie a problematicizzazioni di questo genere che
l’economicizzazione graduale delle società umana aveva permesso ai suoi
protagonisti di portare avanti le loro battaglie di cinque secoli contro il
modo di vivere dei poveri e la loro economia di sussistenza.
Il problema dei poveri non è mai stato la loro povertà, ma
la configurazione dei saperi, dei poteri e dei modi di intervento che li hanno
sistematicamente privati dei loro strumenti di lotta contro la miseria, gli
stessi fattori che continuano ai nostri tempi a produrre la povertà come
prodotto sociale e, di conseguenza, le miserie che servono a scacciare o a
corrompere la povertà. E’ illusorio pensare di poter mettere fine a questo
stato di cose fintanto che questo tipo di problematicizzazione servirà ai
poteri dominanti per sostituire i loro obiettivi di profitto e di “progresso”
tecnico alle finalità di giustizia sociale e di rispetto degli equilibri e
della misura, tanto necessari al cambiamento della situazione in favore dei
poveri.
Bisogna
fare a meno dell’economia?
L’economia moderna propriamente
detta rappresenta una delle cause principali della attuale diffusione della
povertà nel mondo. Poiché, contrariamente alla oekonomia antica che le ha dato il nome, questa
economia ha smesso di essere l’arte del venire incontro ai bisogni della
società che essa è chiamata a servire. Da quando l’economia si è sganciata
dalla società per imporle la sua logica di espansione al servizio del profitto,
ciò che essa produce non è altro che a servizio delle classi sociali che
cercano di manipolarla secondo i loro propri interessi.
Per questi motivi l’economia di
mercato mondializzata ha creato una situazione paradossale nella quale tutto
sembra, al contempo, possibile e bloccato. Possibile perché il binomio
tecnologia-economia può senza dubbio immettere sul mercato una quantità senza
precedenti di servizi e venire incontro teoricamente ai bisogni primari di
tutte le popolazioni. Bloccato, dal momento che la macchina che produce
l’abbondanza è la stessa che fabbrica sistematicamente la miseria.
La via da seguire non sarebbe
dunque né quella di un’economia produttivista, che resterebbe sottomessa alla
legge del profitto, né, beninteso, il rifiuto di ogni istituzione economica.
Non dovrebbe essere, però, come
dice Gandhi, una egonomia al servizio dei più abbienti, ma un’economia
nuovamente agganciata alla società, che rispondesse, in primo luogo, ai bisogni
del corpo sociale nel suo insieme, ed in particolare delle sue parti più
maltrattate.
Il ruolo ambiguo dei sostegni
dall’esterno nel problema della povertà
Uno degli aspetti paralizzanti
dell’economia produttiva moderna è la sua pretesa di rimediare a tutte le
carenze di cui soffrono i poveri con un afflusso di apporti esterni: da qui la
sua convinzione che una crescita economica forte e durevole sarebbe la
soluzione ultima a queste mancanze. Tuttavia,
in alcune società umane, il benessere dei loro membri non è dipeso dal solo
miglioramento delle condizioni esterne alla loro vita. Le società vernacolari
hanno, in verità, sempre saputo far fronte alla miseria con il minimo apporto
da fuori. Per i loro membri non c’erano delle mancanze da soddisfare attraverso
dei processi meccanici. Esisteva piuttosto un processo di risonanza e di
tensione creatrice tra alcune mancanze sentite da un dato soggetto e la sua
percezione di ciò che gli sembrava necessario per farvi fronte: sia nel
procurarsi i mezzi materiali con i quali soddisfare la necessità, sia
rifugiandosi nella frugalità, sia, infine, sublimando il suo desiderio di
alleviarle con altri mezzi radicati nella propria tradizione. La mancanza si
trasformava così molto spesso in un esercizio arricchente che dava al suo
autore forze addizionali per affrontare le necessità. Sul piano sociale questa
tensione, assai spesso dolorosa, ma sempre vivificante, ha costituito infatti
la ricchezza principale di queste società nella misura in cui essa le stimolava
di continuo a sviluppare le loro capacità di vivere meglio con quello che
avevano, forgiando contemporaneamente i legami umani, gli equilibri sociali e
naturali e l’equilibrio che era loro vitale conservare.
Cercando di ridurre il problema della mancanza a dei semplici apporti esterni - apporti che, d’altra parte, hanno sempre coinciso con l’imperativo del profitto - l’economa moderna ha soprattutto esposto i suoi consumatori a dei bisogni che li rendono sempre più dipendenti dal suo potere. Questo potere li ha indeboliti nella loro autonoma capacità di percepire queste mancanze, di valutarne l’importanza e la portata, infine di rispondere loro secondo i mezzi propri e gli equilibri umani e ambientali necessari alla loro vita sociale.
Il povero, protagonista
principale del suo destino
Questa ultima considerazione ci
rimanda ad un punto capitale al quale l’economia produttiva moderna è sempre
stata indifferente: cioè il posto centrale che i poveri continuano ad occupare
nel loro destino. Quale che sia l’idea che si può avere del povero, o la
definizione che ne viene data, è in fin dei conti a questo soggetto, braccato
da avversità di ogni sorta che spetta di trovare delle risposte, da solo o
insieme ai suoi amici e vicini. E’ dalla sua tempra e dal suo carattere , dalla
sua saggezza ed intelligenza, dalla sua capacità di organizzazione e di
resistenza alle disgrazie, come dalla forza del suo gruppo umano, che dipende
l’esito della sua lotta permanente contro la miseria. I sostegni fisici o
sociali che gli provengono dall’esterno sono sempre apprezzati fintanto che non
divengono strumenti potenziali del suo asservimento. Ma è in fin dei conti il
povero, lui solo che può trasformare ogni mancanza ed ogni minaccia alla sua
integrità in una nuova possibilità di arricchimento e di vittoria su sé stesso.
E’ ancora, in primo ed ultimo luogo, lui che è nella posizione migliore per
trovare la risposta giusta e la soluzione più realistica ai suoi problemi.
“Lasciate i poveri tranquilli”
Forte di questa certezza basata
sulla sua grande conoscenza dei poveri, Gandhi aveva, a suo tempo, esortato
tutti gli esperti in povertà a “lasciare i poveri tranquilli” o, più
precisamente, a “non pesare sulle loro spalle” (get off their back). Egli aveva perfettamente compreso che i suoi
amici poveri sarebbero ben più aiutati se soltanto si smettesse di vincolarli
alla miseria sotto la bandiera dell’aiuto e dello sviluppo, creando in loro
sistematicamente nuovi bisogni aggiuntivi, convertendoli alle tecnologie
schiavizzanti, a dei “beni” e dei “servizi” che li rendono sempre più
dipendenti da fattori che sfuggono al loro controllo, spossessandoli infine dei
loro mezzi propri di sussistenza. “Lasciate i poveri tranquilli” era anche, per
lui, un frase che esprimeva la volontà di far sì che continuassero ad aiutarsi
tra loro, collaborando come avevano fatto attraverso i secoli.
Smettere di seminare la miseria
piuttosto che tentare di sradicare la povertà
Lasciare i poveri tranquilli non
vuol dire, tuttavia, che una società, degna di questo nome, debba estendere lo
stesso principio a tutte le persone ed istituzioni che partecipano alla
creazione ed alla semina della miseria. Tanto i poveri devono essere protetti
dalle forze che colpiscono la loro capacità autonoma di combattere la miseria,
tanto è importante per la società intera vegliare a che la produzione di
miseria sia arrestata con tutti i mezzi e a tutti i livelli. La sorte dei
poveri nelle società economicizzate dei nostri tempi ricorda, a ben vedere,
quella delle molte persone imbarcate a bordo di un vecchio battello
sovraccarico che fanno naufragio e ai quali le organizzazioni di salvataggio
lanciano le boe di salvataggio. E’ questo tipo di operazione che è spesso
definita come aiuto ai poveri o come lotta alla povertà. E più si riesce a
salvare qualche naufrago, più le persone che assistono al salvataggio sono
portate a dimenticare completamente tutto ciò che ha preceduto e causato il
naufragio. In particolare i legami quasi strutturali tra le cause che hanno
condotto i naufraghi a questo genere di viaggio e le operazioni di salvataggio.
L’esistenza risaputa di 4 miliardi di persone sulla terra il cui reddito
giornaliero è inferiore a 2 dollari ne costituisce una chiara prova. Gli
smisurati “progressi” economici e tecnologici, non hanno significato per i poveri
altro che una mondializzazione della miseria. In queste condizioni non basta
più soltanto lasciare i poveri tranquilli, ma è necessario re-inventare senza
sosta i modi di pensare e di agire al fine di frenare la produzione della
miseria a tutti i livelli. E questo non attraverso operazioni di chirurgia
estetica su di un corpo aggredito da un cancro produttivo, ma andando al fondo
delle cose. Tutto questo è necessario anche per comprendere meglio i meccanismi
di produzione della miseria, e in seguito per convincere tutti gli attori
sociali a prendere coscienza dei loro rispettivi ruoli in questa produzione ed
infine perché una tale presa di coscienza li esorti a indirizzare i loro sforzi
in una direzione opposta.
Le strade apparentemente
impossibili
E’ ben vero che nei rapporti di
forza odierni il cammino prospettato sembra appartenere, di primo acchito, al
dominio dell’impossibile e dell’utopico. Il nuovo ordine produttivo instaurato
dal binomio economia-tecnologia ha già avviato tutti gli attori sociali quali
noi siamo su di una strada veramente tragica, nel senso greco della parola.
Come è già stato detto questo binomio non è più il solo ed unico produttore
della povertà socialmente fabbricata. Esso é riuscito soltanto a realizzare il
sogno antico di ogni potere dominante: saper trasformare la maggior parte degli
attori sociali, ivi comprese le vittime più abusate, in agenti della propria
rovina. In tutti i campi in cui questi attori esercitano le loro attività
quotidiane - siano esse di ordine tecnologico, sociale, politico, culturale,
educativo, ecologico o teorico – essi sono effettivamente indotti a partecipare
alla produzione della miseria. Detto altrimenti: i giochi del sapere e del
potere che sono legati al doppio sistema di produzione delle merci e dei
bisogni tendono oggigiorno a fare di tutti gli attori sociali, senza eccezione
alcuna, i collaboratori potenziali alla diffusione della miseria, senza che
questi ultimi neppure se ne rendano necessariamente conto[12].
Cambiare il paradigma
Di fronte a delle ‘impasses’ così preoccupanti, è ancora
immaginabile per i poveri e per i loro amici ristabilire, su basi nuove, gli
equilibri che avevano spesso saputo creare e mantenere nelle società
vernacolari per sfuggire alla miseria?
Gli innumerevoli tentativi di adattare la crescita e lo
sviluppo ai bisogni di un più gran numero di persone hanno mostrato la loro
incapacità di arrestare gli aspetti impoverenti di questa economia. I migliori
risultati del PIL spesso non hanno fatto che aggravare le sofferenze dei
poveri. Nella maggior parte dei casi questi hanno rappresentato per i poveri
nient'altro che lo sradicamento, l’esodo verso la città e la perdita di tutti i
loro strumenti di lotta contro la miseria. E’ ovvio che, in queste condizioni,
i vecchi paradigmi nati dalle fede cieca nella mano invisibile dell’economia,
soprattutto il mito del trickling down (‘sgocciolamento’), sono diventi obsoleti. Altri devono prendere
il loro posto, altri che dovranno portare ad una percezione del tutto diversa
della ricchezza dei poveri e delle forme di azione e di interazione per evitare
il peggio.
Se è evidente che i paradigmi sono ormai vecchi, è tuttavia
chiaro che una guerra frontale contro di essi non è possibile. Non è neppure
dal ‘di fuori’ né ‘dall’alto’ di chi è estraneo all’esperienza vissuta
dai poveri che potranno nascere i nuovi paradigmi dei quali essi hanno bisogno
per reinventare il loro presente.Da ciò la necessità di un ascolto attento ai
numerosi movimenti di resistenza alla forza del mercato che si verificano
praticamente dappertutto nel mondo da almeno quattro o cinque decenni.
Il modello di una povertà basata su di una vita semplice e
frugale è adottato da un numero crescente di individui appartenenti a tutte le
classi sociali. Anche nella società dei grandi consumi, malgrado l’occupazione
sempre maggiore degli spazi di vita vernacolare da parte dei fattori economici,
la semplicità volontaria sembra essere nuovamente percepita come un’arma
efficace per resistere a questo assoggettamento[13].
Inoltre essa trascende le tradizionali classificazioni
geografiche o economiche, dal momento che riguarda indifferentemente tutte le
regioni del mondo: la ricerca di modi di vita liberati dai bisogni inventati da
altri sembra distinguersi sia per le sue qualità di innovazione che per la sua
ampiezza.
Più in particolare, i giovani del mondo sembrano aver
imparato la lezione degli ultimi due secoli nei quali i loro antenati avevano
riposto speranze nelle grandi rivoluzioni popolari che promettevano di
trasformare il mondo in qualche decennio. Essi non credono più in una umanità
astratta ed ideologicamente costruita. L’amarezza nella quale vivono milioni di
persone sfiduciate dalle promesse vuote di politici corrotti o di profeti
sensibili al potere, sembra piuttosto aver rigenerato in essi il gusto
dell’amicizia e di un rapporto più vivo con gli altri e con la natura, il
desiderio di scoprire il proprio mondo interiore, la sorpresa di scoprire le
differenze e le gioie dell’incontro.
Di fronte al potere perverso delle istituzioni dominanti ed
alle tentazioni del denaro e del successo personale, un altro mondo sta per
nascere, un mondo che sembra attirato da un’etica ben differente. Si
abbandonano i grandi miti astratti per interessarsi “alle fessure dalle quali
penetra la luce” (canzone di Leonard Cohen), non si crede più alla logica
binaria che vuole il mondo diviso in sviluppato o sottosviluppato, in
scientifico o superstizioso, in bianco o nero, certi che tutti i colori
dell’arcobaleno siano sorgenti di luce e di sapere. Non si crede più che i vasi
di ferro o di plastica moderni siano migliori, unicamente perché sono più forti
o più a buon mercato dei vasi di terracotta, più fragili, che venivano
fabbricati mille anni fa da antichi vasai. Un nuovo epistema e nuove forme di azione, di interazione e di alleanza si
vanno creando, forme che riuniscono intorno ad esse tutti gli uomini e tutte le
donne che comprendono e sentono la bellezza della vita semplice e frugale,
libera dall’ossessione dell’avere sempre di più. La nascita di questo epistema in cui si ritrovano tutti i
poveri del mondo è presagio di un mondo che potrebbe apportar loro delle
risposte più costruttive alle loro sofferenze. Un mondo nel quale i diversi
attori sociali potrebbero, per esempio, cominciare con l’esaminare i meccanismi
della loro partecipazione alla creazione delle povertà per poi tentare di
alleggerire la parte del fardello che il loro modo di vita presente scarica
sulle spalle di altre persone. Dove gli uni e gli altri potrebbero approfittare
di ogni azione sociale, di ogni lavoro o di ogni impegno collettivo per far
cadere le maschere e rifiutare le idee ricevute. Dove ciascuno sarebbe come una
piccola candela nell’oscurità, disposta a dividere il frutto delle proprie
esperienze e il proprio sapere con amici e vicini. Occorre invitare ciascuno a
realizzare nell’umiltà quel poco che sarà per lui possibile fare per qualcuno
in pericolo piuttosto che lanciarsi alla don Chisciotte contro obiettivi enormi
ed irraggiungibili che sarebbero utili più al proprio ego che ai poveri. In
quel mondo, “il sogno di un mondo privo di miseria” non passerebbe
necessariamente attraverso misure dirette di aiuto ai bisognosi, ma attraverso
una lotta lucida e condotta su più fronti contro tutti processi di produzione
della povertà, contro tutti i sistemi politici, economici e sociali che
perpetuano la violenza, la cupidigia e la miseria. Questa lotta coinvolgerebbe,
naturalmente, tutte le forme di resistenza e di lotta contro le pratiche
geopolitiche dette di “aiuto” o di “cooperazione” da parte dei produttori di
armi distruttive o repressive e dai loro protetti e vassalli (governi e forze
di opposizione al loro servizio), pratiche delle quali i poveri sono le vittime
permanenti.
La scelta volontaria della semplicità come risposta alle
forme imposte di miseria
In conclusione, sembra giunto il momento di gettare uno
sguardo nuovo sulla povertà, di rigenerare la tradizione delle povertà
volontarie o conviviali, sia per porre fine alle dipendenze disumanizzanti
create dal regno del denaro, sia per attivare la lotta contro l’abiezione delle
miserie fisiche e morali.
Un tale sguardo ci permetterà di vedere meglio gli orrori di
un mondo di individui e di nazioni ossessionati dall’avere sempre di più, il
cui comportamento non è soltanto dannoso per i poveri, ma anche al proprio
miglioramento. E ci farà anche vedere le possibilità reali di una lotta
costante contro ogni forma di impoverimento. Sempre di più le donne e gli
uomini coscienti della loro dignità si arrendono all’evidenza che è
teoricamente possibile oggigiorno soddisfare tutti i propri bisogni se solo ci
si libera dalla cupidigia. Non dimentichiamo che l’Era economica, come tutte
quelle che la hanno preceduta, non è eterna. Le crisi profonde che la investono
a tutti i livelli, le minacce che pongono all’avvenire stesso del pianeta,
fanno già presagire l’avvento di un’altra Era. La fioritura di nuove forme di
povertà conviviale sembra così l’ultima speranza degli esseri umani per creare
società fondate sulla felicità dell’essere di più, piuttosto che dell’avere
di più.
[1] Si veda A
Gelin, S. Léchasse ect. “Pauvreté
chrétienne”, in “Dictionnaira de spiritualitè”, fasc. LXXXVI, Paris,
Beauchesne, 1983-84
[2] Encyclopaedia Judaica, “Poverty”
[3] John Iliffe, “The African Poor: a
History”, Cambridge University Press, 1987, p.78
[4] Simone Wattelet, in “Les miserabile
personae”, citato da Philippe Sassier, Du bon usage des pauvres, Paris,
Fayard, p.64
[5] Si veda Gudrun Dahl e Cemetchu
Megerssa, “ The spiral of the Ram’s horn: Boran Concepts of Development”, in
M.Rahnema con Victoria Bawtree, “the post development reader, Londres, Zed
Books, 1997, p.52
[6] Pierre Joseph Proudhon, La guerre
et la paix (1861), in Oeuvres, sotto la direzione di C.Bouglé e H.
Moysset, Genève, Slatkine, 1982, vol.6, p.346
[7] Charles Péguy, L’Argent, in Oeuvres
completes, Paris, NRF, vol.3, p.418-20
[8] Per maggior precisione, intendiamo per società vernacolare ogni società in cui le attività sociali e produttive dei suoi membri, come pure i modi di soddisfare i loro bisogni, sono fondati su tradizioni culturali proprie della loro storia. Vernaculum designava tutto ciò che era elevato, tessuto coltivato e confezionato a casa, contrapposto a ciò che ci si procurava mediante scambio, il termine- utilizzato per la prima volta da Ivan Illich nel suo libro “Il lavoro ombra”- ci sembra più approprio per descrivere le società preindustriali, nella misura in cui permette anche di evitare la connotazione negativa associata all’economia di sussistenza tradizionali che sono spesso assimilate alle società chiuse (in contrapposizione alle società cosiddette aperte). Una società vernacolare, come la lingua dello stesso nome, è anche fatta di abitudine e di rapporti sviluppati localmente tra i suoi membri piuttosto che di apporti provenienti dall’esterno.
[9] Xénophon, Le Banquet, III, 9,
Paris:Gallimard, “Tel”, 1992, p.72
[10] L. P. Mair , An African People in the Twentieth Century, 1934,
citato da Polanyi, Op.Cit., p. 220
[11] G. Simmel, Les Pauvres,
Paris, PUF, p. 45
[12] Si veda a
questo proposito gli studi particolarmente significativi di Lakshman Yapa, sul
sito della Pennsylvania State University (suo indirizzo: lxy3@psu.edu). In francese, il suo articolo
"Déconstruire le développement" in Défaire le développement;
Refaire le monde», Paris, Parangon/l'Aventurine, 2003
[13] Si può consultare con profitto
Duane Elgin, Voluntary Simplicity : Toward a Way that is outwardly Simple,
Inwardly Rich, New York, Morrow, 1981 (et as riche bibliographies), David E.
Shin, The Simple Life : Plain Living and High Thinking in American
Culture, New York, Oxford University Press, 1985, et Serge Monee, La Simplicity
voluntaries, Montréal, Québec/Americus, 1985.