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Quattro persone su dieci vivono in edifici abbandonati,
quasi altrettante in condizioni di sovraffollamento. Circa la metà non
dispone di acqua corrente né di servizi igienici, il 30 per cento deve fare a
meno dell’elettricità. Una popolazione dimenticata, ignorata, “invisibile” il
cui lavoro arriva sulla tavola di tutti, ogni giorno con i prodotti
dell’agricoltura italiana. Non si tratta infatti di popolazioni lontane, ma
di persone che lavorano in Italia nella stagione dei raccolti. E’ questo
infatti il quadro tracciato da un’indagine condotta da aprile a dicembre 2004
dall’Organizzazione non governativa Medici senza frontiere (Msf), che ha
raggiunto, intervistato e curato i lavoratori stagionali immigrati, impiegati
nell'agricoltura nelle regioni del Sud Italia. Dal 15 luglio alcuni operatori
dell’organizzazione ritorneranno nel Sud, per fornire assistenza medica, per
verificare e denunciare anche quest'anno le loro condizioni di vita e di
lavoro. “Saremo principalmente nella provincia di Foggia, per tre mesi, più o
meno dal 15 luglio al 15 settembre”, racconta a PeaceReporter Andrea
Accardi, coordinatore dello studio. “La scelta di Foggia è stata fatta sulla
base di ciò che abbiamo visto lo scorso anno: è la zona in cui le necessità
sono maggiori e arriveremo nel momento della stagione in cui queste persone
veramente non hanno niente. Lo staff sarà composto da un logista, un
mediatore e un medico e cercheremo di portare avanti interventi di primo
livello, con cliniche mobili”.
Nessuna tutela. Lo scorso
anno erano state percorse diverse regioni: Campania, Puglia, Basilicata,
Sicilia e Calabria, visitando e intervistando 770 lavoratori su
verosimilmente 12mila totali. “I risultati dell’inchiesta sono allarmanti: la
grande maggioranza dei lavoratori incontrati vive in condizioni igieniche e
alloggiative inaccettabili e non rispondenti agli standard minimi fissati
dall’Alto commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) per l’allestimento di
campi profughi in zone di crisi”, denuncia Msf. La
metà degli stranieri incontrati, infatti, non aveva alcun permesso di
soggiorno valido, un quarto circa era richiedente asilo, oltre il 6 per cento
aveva lo status di rifugiato e il 19 per cento un permesso di soggiorno per
motivi diversi dal lavoro stagionale. “Nessuno degli stranieri visitati da Msf godeva del
contratto di lavoro previsto dalla legge per gli immigrati stagionali
impiegati in agricoltura” insiste l’organizzazione nel comunicato stampa sui
risultati dello studio. Ed ecco che la metà degli intervistati ha dichiarato
di ricevere 25 euro o meno per un giorno intero di lavoro (nove-dieci ore),
molti lavorano solo due-tre giorni a settimana e in un terzo dei casi sarebbe
a loro carico il trasporto sul posto di lavoro (circa 5 euro). Il risultato è
che nella metà dei casi gli stranieri hanno dichiarato di non riuscire
nemmeno a mandare denaro a casa. Inoltre, “il 30% degli intervistati ha
dichiarato di aver subito qualche forma di violenza, abuso, o maltrattamento
negli ultimi 6 mesi in Italia. Nell’82,5% dei casi l’aggressore era un
italiano”, si legge ancora nel comunicato.
Sanità fantasma. Nonostante
gli stranieri regolari abbiano diritto all’iscrizione al Servizio sanitario
nazionale e anche gli irregolari possano usufruire di cure mediche in forma
anonima grazie a un codice numerico chiamato STP (straniero temporaneamente
presente), secondo il rapporto “il 75% dei rifugiati, l’85,3% dei richiedenti
asilo e l’88,6% degli stranieri irregolarmente presenti visitati da Msf non
beneficiava di alcun tipo di assistenza sanitaria”. Il risultato?
L’organizzazione ha riscontrato una o più patologie a quasi tutti coloro che
hanno chiesto di essere visitati. Nella metà dei casi si trattava di malattie
infettive: della pelle, intestinali, del cavo orale, respiratorie (anche tubercolosi).
La stagione 2005 per i lavoratori stagionali è iniziata e le cliniche mobili
ripartono, per ascoltare, visitare e informare. “Ci proponiamo di agire
analogamente allo scorso anno dal punto di vista medico, con un migioramento
della qualità: sulla base dell’esperienza precedente, abbiamo voluto come
medico un infettivologo. Inoltre è nostra intenzione far conoscere queste
realtà, portarle alla luce nei luoghi e nei modi ai quali avremo accesso,
portando avanti alcune iniziative pubbliche sui territori in cui questi
stranieri vivono e di cui nessuno parla”, conclude Accardi.
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