La dittatura del mercato ha interrotto la politica

L'accusa di Arturo
Paoli, prete missionario:
«Il mercato è peggio di Hitler e Stalin»
Intervista al sacerdote, 93 anni, la
metà spesi in America Latina
Renato Briganti
Arturo, hai vissuto quasi 45 anni in quelle che Eduardo Galeano chiama «le vene
aperte dell'America Latina», nelle aree più povere, in mezzo agli emarginati
dal mercato globale. Dal tuo osservatorio privilegiato
che visione hai dell'attuale situazione mondiale?
Da quando sono arrivato in America Latina la situazione è piuttosto peggiorata, anche perché ci
sono stati molti tentativi di cambiamento, con progetti di società differenti,
in Argentina, Cile, Nicaragua, eccetera. Tutti falliti, perché gli Stati Uniti
hanno le mani sull'America Latina e non permetteranno mai la nascita di stati
contrari al loro modello, e contrastanti coi loro
interessi. Le speranze, quindi, in America latina sono rientrate. Il cammino
della globalizzazione non fa altro che incrementare
la miseria e la decadenza del popolo. C'è sempre meno la capacità di reagire,
di pensare.
La situazione
insomma, vista in modo panoramico, generale, si è degradata rispetto al 1960,
quando sono arrivato io.
Ad esempio, l'Argentina era un paese prospero dove non c'erano vaste zone di
miseria come oggi. Storicamente la repressione sanguinosa e violenta da parte
dei militari ha creato in tutta l'America Latina un
senso di scoraggiamento abbastanza forte nella gente. Anche
la chiesa, che all'inizio aveva accompagnato e sostenuto le rivolte popolari,
oggi ha dimenticato la ricerca di una società giusta. Oggi vive osservando. Mentre avanzano le sette religiose che alienano il popolo e
svuotano la gente della speranza di una società differente.
In
questi anni i movimenti di tutto il mondo si sono dati
appuntamento a Porto Alegre (e a Bombay) per il
Social Forum. Momento importante per passare dalla protesta alla proposta. Cosa ne pensi?
Ho molta speranza in questi movimenti
perché preparano a un futuro. Finché vige questa globalizzazione, e finché non è arrivata al suo termine, e
al suo collasso, i progetti dei movimenti restano apparentemente al livello di utopie. Penso però che siano necessari, perché creano la
coscienza che siamo in una società anormale,
patologica, ammalata come una persona con un tumore. Quella di
oggi è una vivacità solo apparente, montata dai mass media, ma di fatto
la società è già morta. E lo è perché ha rovesciato una delle leggi che la
società liberale aveva affermato con forza, e cioè la
subordinazione dell'economia alla politica. Oggi si è rovesciato il rapporto e
si è subordinata la politica all'economia, che diventa così dominante,
prepotente, assoluta. Questo avviene un po' per esigenza intrinseca della
moneta e del mercato, e un po' anche per l'avidità umana, per la quale non è
mai troppo, si ha sempre bisogno di accumulare.
Non si può costruire una società giusta
su questi presupposti, sulla prevalenza del consumo, dell'accumulazione e di
tutte le esigenze del mercato, negazione radicale, ontologica di quello che è
la società. Sono manifestazioni di egoismo feroce. In
fondo ricordano lo stato totalitario di Hitler, che
ha bisogno di sopprimere l'altro per sopravvivere.
Non è cambiato
nulla, solo che la crudeltà che prima era personificata in un uomo politico,
oggi è un essere astratto e crudele che si chiama mercato. E
che non è inferiore ai tiranni che hanno dominato l'Europa nel secolo scorso.
Con un calcolo molto esatto, sono convinto che il mercato procura più morti che Hitler e Stalin messi insieme.
L'Occidente è andato sempre peggio,
seguendo questo suo metodo di creare grandi astrazioni totalitarie, riassunte
in un essere concreto o astratto. Ora gli Stati Uniti hanno trovato questa astrazione per cui non c'è più un uomo cattivo e
responsabile, oggi responsabile è il "mercato". Andatelo
pure a trovare e ammazzatelo! Ma alla fine cadrà sopra se stesso, come l'idolo coi piedi di terracotta. Le impostazioni totalitarie
cambiano solo rompendosi la testa. Illudersi di correggerle sarebbe come aver
chiesto ad Hitler di
riformare in modo liberale il paese. Queste impostazioni non cambiano, sono sbagliate
in partenza, non hanno fondamenta e devono crollare. Sono
formazioni patologiche, sono il delirio dell'egoismo umano. Passeremo
per enormi sofferenze, ma alla fine questo sistema "deve" crollare.
Prepararci ad una società differente è
importante. Prepararci ad un'altra realtà politica e sociale aiuta ad
anticipare quello che succederà. Questa coscienza andrebbe diffusa, invece ci
lasciamo ingannare dalle apparenze e dai piaceri alimentati dalla società consumista. Viviamo una narcosi collettiva, e ci
accontentiamo della soddisfazione effimera della foga consumistica. Oggi non è
generalizzata la coscienza di vivere una grande peste,
un grande contagio, come la peste di Milano, come le grandi pesti storiche.
Anzi, la nostra situazione è peggiore, perché non ce ne accorgiamo.
Certi analisti cercano di attenuare questa lettura, ma il mercato, questo
essere sordo, cieco, muto, domina la situazione, e noi siamo stati trasportati
da un progetto politico che ci consentiva di pensare sul passato e sul futuro,
al nulla ….
C'è stata una interruzione.
A un certo punto la politica è finita. E' finita la
ricerca di una società più giusta, la ricerca di una partecipazione cosciente
del popolo. La gente oggi adora i "sacerdoti del
mercato", ripone speranza in loro. Questo è il guaio serio: non
esiste la politica. E' per questo che anche quelli che
fanno politica sono disorientati. Anche le sinistre
non sanno dove mettere i piedi perché vorrebbero fare politica, ma sono stati
sradicate.
Democrazia oggi è una parola
incomprensibile, ha perduto il suo senso, perché c'è stato un trapianto su un
altro fondamento. L'esigenza della politica è fondamentale, la ricerca della organizzazione della società perché tutti gli esseri
viventi possano soddisfare le loro esigenze è un fatto umano inevitabile. Io
vivo con gli altri, in mezzo agli altri.
Che
importanza dai tu alla memoria? Cosa
vorresti dire alle persone che non hanno vissuto gli anni bui del passato, ai
ragazzi che non hanno avuto neanche i nonni per farsi raccontare cosa sono
state la shoa e le leggi razziali?
Tutti gli anni, il 27 gennaio si
celebra la giornata mondiale della memoria, ma la gente in fondo resta
insensibile, come agli spettacoli dell'orrore che vede in tv. La gente resta
estranea, resta tutto sommato tranquilla, perché tanto
c'è assenza di responsabilità. Si può provare un momento di stupore, ma in
fondo "che ci posso fare io? ". Perché di fatto
non abbiamo nessuna partecipazione alla società.
Oggi la società viene
presentata come una grande fiera, ognuno cerca di soddisfarsi il più possibile.
La gente non è chiamata a scegliere a riflettere su certi valori, su certe
conquiste, su come cambiare. Questo mondo non vuol cambiare,
pensa di stare bene così. Certo, c'è il ricordare, ma non ci sono valori
in antitesi con gli errori commessi. Oggi la preoccupazione è conservare il
nostro stato di benessere. Perché preoccuparci della
società? I ricordi potevano aiutare se fossimo rimasti
sul piano politico, per ragionare su cosa pensare e cosa votare. Ma oggi la società consumista
soffoca la partecipazione e distrugge la responsabilità.
Pensare alla dittatura, a come abbiamo
fatto a cadere così in basso, sarebbe interessante se ci fosse la
responsabilità nel prendere decisioni. I ricordi del passato sono di interesse solo per una elite. Il popolo non è
interessato, perché oggi è chiamato a godere e basta! A consumare e a comprare.
Se ha le cose, bene, se no ruba o si arrangia.
Il tema unico è consumare. Non serve
alla gente ricordare gli errori commessi e le atrocità. Se
si dovesse costruire una casa, anaalizzando le
esperienze del passato, si sceglierebbero i materiali migliori. Ma oggi non si sta costruendo.
E' un'analisi molto lucida, ma molto amara.
Si tratta di
attendere, non c'è un rimedio diretto. Bisogna pensare ad un mondo
diverso, non rinunciare a progettare una società migliore. Pensare ad una
società diversa ti aiuta a vivere. E non dobbiamo
giudicarla un'utopia, dobbiamo credere che sarà possibile, anche per anticipare
il crollo della società attuale.
Giorni
fa mi parlavi di Ernesto Guevara
e del suo essere secondo te un uomo interiore. Hai scritto molto sul suo
rapporto con la cara amica Maria Rosa. Che opinione hai di lui e che attualità vedi oggi della sua figura?
Ho conosciuto Maria
Rosa, sua "madre spirituale" (era più anziana di lui), attraverso una
profonda amicizia. Ne ho scritto anche in un libro dal titolo "Salutatemi Maria Rosa". E' stata lei che ha accompagnato il suo
formarsi, che ha conosciuto da molto vicino la sua indole di persona che
realmente cercava la giustizia e un mondo migliore. Era convinto che la società
in cui viveva fosse una società opprimente. Aveva bisogno di cercare altro.
Aveva un grande ideale della giustizia, e lo dimostra
la sua vita. Alla fine, raggiungere il potere non gli ha fatto dimenticare
(come succede a molti) che dietro di lui esistevano dei poveri e degli assetati
di giustizia, che non avevano ottenuto la tutela dei propri diritti. Non
importa che si sia dimostrata politicamente sbagliata la scelta di andare in
guerra in Bolivia, quello che conta è vedere qual è stata la sua intenzione, la
sua ispirazione. Non è un caso che tra tanti eroi nella storia i giovani hanno
scelto lui, perché istintivamente o intuitivamente hanno visto in lui qualcosa
di diverso, una umanità più giusta, più ricca. Non è
ricordato come uno che ha preso le armi, anzi il fatto che abbia
"anche" preso le armi non definisce la sua
personalità. E' ricordato soprattutto perché voleva con tutte le sue forze un mondo più giusto, più umano. La gioventù ha sentito
sempre un certo fascino provenire da lui.
Nel suo discorso di Algeri
ha avuto coraggio, perché ha dichiarato al mondo comunista, che si era
impegnato a realizzare la giustizia, che lui non vedeva questa realizzazione, e
che non erano garantiti i diritti di tutti. Questa testimonianza per me è di grande valore, davanti ad un mondo che pareva trionfare.
Come
vedi l'uomo globale oggi e che responsabilità ha verso
se stesso, verso l'altro e verso il pianeta in cui vive?
Un sociologo che amo molto, Bauman, ha scritto "La solitudine dell'uomo globale", libro che in principio non riuscivo a capire
bene, ma che dopo ho apprezzato molto. La società consumistica ha bisogno
dell'uomo solo. Infatti ha paura dell'amicizia, delle
riunioni. L'uomo per poter essere docile ed obbediente alle esigenze del
mercato, del consumismo, ha bisogno di non pensare, di non riflettere, di non
ragionare con gli altri; quindi deve essere solo.
Come dicevo è importante il punto di
partenza, l'inserimento della società in una dimensione che non è più quella
della ricerca della libertà o della giustizia, della convivenza pacifica o
delle ricerche e dei valori scoperti nel grande
disegno democratico. Tutto è cancellato. Storicamente siamo chiamati a
partecipare ad un grande spettacolo, alla grande fiera
della tecnica. Oggi compri una macchina fotografica, ma appena arrivi a casa è
già vecchia e non ti piace più, e ne vuoi una più moderna, ma poi ce n'è già
un'altra che ti pare molto meglio, eccetera. Il cammino verso
l'infinito, che prima aveva come contenuto la ricerca della perfezione
dell'uomo, ora è trasportato sul piano della produzione infinita. Ed è
un cammino il più materialista che si possa
immaginare. La società non è mai stata così materialista come oggi. Lo sguardo
è rivolto solo agli oggetti, che saranno sempre più perfetti. Oggi si ricerca
la liberazione dalla fatica, dallo sforzo, dall'applicazione intellettuale,
dalla ricerca personale, perché ti viene tutto
offerto. Per quale motivo affaticarsi ad aprire una scatoletta, se oggi ne offrono una che si apre da sola…
Tutto questo ti trasporta in mondi in cui non c'è bisogno che tu pensi, anzi,
meno pensi e meglio è, più sei passivo e meglio è; infine, più sei solo e
meglio è!
Tu
parli spesso dell'etica che ha sostituito la filosofia. Cosa
intendi dire?
Intendo dire che si è abbandonato il
concetto per dirigersi ad osservare il fenomeno. Questo non vuol dire del tutto
abbandonare le idee, ma scoprirle nell'esperienza fenomenologica,
in quello che vedi.
E' un calare il tuo pensiero nella
realtà. Cercare di rimettere la vita personale e la vita
sociale, dalla via in cui si è spostata (quella dell'attenzione unicamente
rivolta alla tecnica, alla rapidità), sul sentiero invece del pensiero e
soprattutto della responsabilità.
Facendoci scoprire
che siamo arrivati a queste conseguenze perché l'uomo ha desistito dalla sua
responsabilità, magari scoraggiato da avvenimenti negativi, tragici. I pensatori accorgendosi di queste
conseguenze sono tornati, e aiutano l'uomo a ritrovare il sentiero e a
scoprirsi come "responsabile".
Questo è stato il passaggio: non
pensare più astrattamente. La filosofia si è spostata dalla pura logica, dalla
pura razionalità, alla vera saggezza. Capire che il pensiero
mi è stato dato per aiutare me stesso e gli altri a vivere in maniera più
realisticamente vera, e anche più felice. Oggi è generale, è comune, ed
è anche una conseguenza della scoperta reale e pratica dell'importanza del
corpo, del fatto che l'uomo non è unicamente pensiero, anzi che il pensiero è
molte volte tradito dalle pulsioni che vengono dal corpo. L'uomo non pensa solo
con la testa, con la ragione, ma pensa con la sua sensibilità, con il suo
corpo, che è la parte più importante dell'uomo.
Hai
trascorso gli ultimi 15 anni in Brasile a Fos do Iguazù e conosci da vicino l'esperienza che sta con fatica
portando avanti Lula. Cosa
ne pensi dei primi due anni di governo e del programma "Fame zero"?
Ho molta stima di Lula.
Vedo cose positive e negative. Quello che di bene sta
facendo sono le sue relazioni internazionali con gli altri Stati
latinoamericani, come l'Argentina, l'Uruguay, il Cile. Perché
quello è un lavoro importante da fare. E' impossibile arginare il
dominio economico degli Stati Uniti sull'America Latina, se gli Stati
latinoamericani non si uniscono, come è successo in
Europa. Evidentemente è più difficile, ma si deve cominciare ad andare su
questa strada.
All'interno ci sono invece molti
fattori contrari a Lula: il primo è il problema
enorme della struttura coloniale della proprietà fondiaria e della riforma
agraria. Solo un dittatore, con la forza e facendo molte vittime, potrebbe
cambiare questa situazione. Quindi questa è la prima
contrarietà, la resistenza dei proprietari terrieri. Una riforma agraria si
potrebbe realizzare solo con un atto di forza che è impossibile per Lula, per la struttura interna del Paese e per la sua
stessa personalità.
In secondo luogo la chiesa è rimasta molto indifferente, non dico contraria, ma
indifferente davanti a Lula. La struttura gerarchica
della chiesa brasiliana è stata ridefinita con un disegno molto rigido. La
chiesa brasiliana era stata forse l'unica, obbedendo al Concilio, ad aver fatto
la scelta dei poveri, e questo ha dato fastidio alle
autorità politiche. Poi la chiesa si è allineata al potere politico e in pochi
anni è stata cambiata la gerarchia (sono bastati 10 - 15 anni per sostituire
tutti), che ora è formata in gran parte da vescovi stranieri o da vescovi
"spiritualisti". Non spirituali, ma spiritualisti:
che pensano alla fede solo come dogma, come verità astratta, e non nelle sue
conseguenze nella vita, nella giustizia, nella fraternità, nel cambiamento del
mondo, insomma "nel regno di Dio" per dirla con le parole del Vangelo.
Questa nuova gerarchia rimane
completamente fuori, anche dal progetto tipicamente evangelico che è "Fame
zero". Se c'è un valore evangelico è proprio
quello lì (il pane a tutti). Non è stato recepito, non
è stato aiutato nella maniera più assoluta.
Neanche i media,
poi, sono con Lula, non lo appoggiano, anzi cercano
di creare diffidenza nella gente, piuttosto che fiducia. Non credo quindi che Lula possa far molto all'interno del Brasile, e infatti non si vedono cambi sostanziali.
Ci sono delle iniziative che speriamo
possano cambiare un po' le cose, come la grande marcia
del Movimento Sem Terra. Però, purtroppo non credo che
Lula sia rieletto. Perciò
nel breve spazio della sua presidenza non può fare grandi rinnovamenti. Penso comunque che la sua presidenza abbia rappresentato e
rappresenti una alternativa, chissà che col tempo non abbia il suo risultato.
Il Pt (Partido dos trabajadores) però
non ha messo in campo delle strutture di formazione del popolo, che non ha
partecipato coscientemente a questo cambiamento di rotta del governo Ha dato
solo il voto in un momento di euforia.
Io
ti ho conosciuto mentre collaboravamo col movimento semterra.
Che fase sta vivendo ora e a che punto è la riforma
agraria?
Nel mese di maggio c'è stata una grande marcia del Mst (Movimento
Sem Terra), ma non l'ho seguita direttamente. Mi pare però che non abbiano
curato sufficientemente l'aspetto fondamentale, cioè
la formazione di quelli che conquistano la terra. Si tratta del passaggio dalla
proprietà privata individuale a quella collettiva della terra, e necessita di una formazione costante, di una grande capacità
di saper stare insieme. O anche della religione come
fraternità, come appello a convivere, a capire l'importanza della comunità.
Questo si può ottenere solo con una formazione continua, con incontri
periodici, ed elevando il grado di istruzione di
tutti.
Il pericolo costante in queste
esperienze è ricadere nell'individualismo, che è una malattia che ritorna, come
un'erbaccia che una volta tagliata rinasce. Quindi c'è
bisogno di una vigilanza continua. In questo il Mst è
un po' indietro. I semterra si aspettavano da Lula maggiore appoggio, speravano che con lui iniziasse
un'epoca di riconoscimento dei valori che il loro movimento rappresenta. Invece
Lula è un po' stretto dalle circostanze, e sulla
riforma agraria ha potuto fare poco. Non penso che sia mancanza di buona
volontà, è la situazione strutturale del Brasile che impedisce il cambiamento.
Perché secondo te oggi c'è bisogno di
"tenerezza"?
Il mondo è inaridito e insensibile,
"materializzato", concentrato sui prodotti e polarizzato sugli
oggetti della propaganda. Così quando l'uomo rientra in se stesso, si accorge
che quello che manca oggi è proprio l'essere compreso,
amare, essere amato…Per questo credo che oggi ci sia bisogno di tenerezza