
L'offesa di Vicenza
Marco Revelli
Non necessariamente i governi si giudicano dai grandi gesti di coraggio. Ma dai piccoli atti di viltà sì. E
quello di Vicenza è un mediocre, umiliante - e anche gratuito - atto di viltà.
Assistiamo ormai quotidianamente allo spettacolo grottesco che un presidente
americano allo sbando, abbandonato dai suoi stessi elettori, infligge al mondo
intero. Ai sacrifici umani di Baghdad. Alle mattanze somale, se possibile ancor
più scandalose nel loro mettere in scena, sul palcoscenico globale,
l'immagine della potenza dei primi - dei più ricchi, dei più forti - scaricata
ad annientare gli ultimi, i più poveri della terra, i più invisibili, quelli
delle capanne tra le paludi. Tutto il mondo può vedere ormai, ad occhio nudo,
il disastro morale, umano, politico di quella pratica. E non è questione di anti-americanismo o di filo-americanismo. Si tratta qui
dell'aver conservato o meno un brandello di capacità
di giudizio. O anche semplicemente un residuo
d'istinto di conservazione.
Abbiamo, dall'altra parte, un territorio - come quello
vicentino - che si difende. Che da mesi si mobilita e
resiste. Non per ostilità politica. Per tutelare la propria quotidianità. Non
c'era nessuna necessità di ruere in servitium, alla velocità del fulmine. E
di prostrarsi in ginocchio dal potente alleato col dono in mano, solo perché
dall'altra parte dello schieramento politico qualcuno ha pronunciato la parola
magica e tanto temuta - «anti-americanismo» -, e ha richiamato agli impegni (da
lui, dal «suo» governo) assunti. «I patti vanno rispettati», sussurra il
cavaliere disarcionato. Ma quali patti? Quelli assunti
dal vecchio governo con l'amico George? O quelli
stipulati dall'Unione con i propri elettori, quando servivano per vincere? O, ancora, quelli che dovrebbero legare un governo ai propri
cittadini in un rapporto di responsabilità e di fiducia? Perché
mai il «patto» con Washington dovrebbe valere di più di quello con gli elettori
di Vicenza, abbandonati da Prodi alla loro «questione urbanistica»? In nome di quale «Ragion politica», umiliarli e
frustrarli, ostentando questa incapacità e
indisponibilità all'ascolto?
C'è, in questo paese, un tessuto civile che ancora, nonostante tutto, resiste,
vuole crederci, si indigna e vorrebbe partecipare. E' ciò che resta delle
grandi mobilitazioni di quattro anni fa. Il residuo solido della «seconda
potenza mondiale» che aveva tentato di inceppare la macchina bellica globale. E' l'Italia che gli oligarchi di Caserta, chiusi
nella propria reggia, si ostinano a non vedere. Né
ascoltare. Sarebbe una risorsa non solo per una
sinistra che volesse degnarla di uno sguardo, ma per la comatosa democrazia
post-contemporanea. Ma sta al limite. Sente crescere
dentro di sé frustrazione e disprezzo, di fronte all'impenetrabilità del
«politico».
Ancora poco e ogni comunicazione verrà interrotta. Ci
si guarderà, esplicitamente, come «nemici» tra chi sta dentro la reggia e i
suoi codici lobbistici e chi sta
nella vita, senza mezzi per difenderla. Perché aggiungere
alla distanza abissale costruita con ostinata sicumera, anche la derisione?
Ci si conquisterà, forse, una critica in meno sul Corriere della sera. Ma si perderà, con certezza, un bel pezzo di futuro.